All’interno del MS formalmente non v’erano capi o leader, ma è ovvio che il momento della formazione della leadership era l’Assemblea, dove chi aveva più capacità dialettiche imponeva il proprio punto di vista e riusciva a crearsi il suo seguito. Il leader studentesco della Cattolica prima e della Statale poi, Mario Capanna  «parlava in modo comprensibile a tutti ma con un linguaggio ricco di ironia e di metafore colorite. Faceva ridere e chi lo ascoltava si convinceva di avere qualcosa da dire. Il suo gusto per  l’invenzione strideva con la retorica monotona di una sinistra che scimmiottava un modello umanistico da ‘foro». [Lumley, p.96].

Le Assemblee erano infinite nella durata, spesso piene di fumo, non solo di sigarette (celebre il "parlarsi addosso),  talora registrate al magnetofono,  e non di rado si tenevano nelle Aule Magne dove non tutti comunque trovavano posto a sedere. Frequente era dunque vedere gli studenti seduti a terra all’indiana. Le votazioni deliberative  si determinavano quando gli studenti, per stanchezza o per altri impegni, avevano sfollato. Insomma le Assemblee erano “gestite” dai leader informali  e dalla loro stretta cerchia. Frequenti erano anche le pratiche manipolative delle assemblee, proprio perché essendo esse il luogo in cui si formavano le decisioni, era assolutamente necessario saperle dirigere e indirizzare.
 Le Assemblee erano anche i luoghi in cui si formavano le leadership e dove le capacità oratorie e “teatrali” erano fondamentali.   Scrive  a tal proposito Ortoleva che la democrazia assembleare è significativa non solo come  « sede di decisioni operative (le quali sono prese di norma, e venivano prese anche allora, in modo più efficiente all’interno di sedi più ristrette e fondate sulla divisione del lavoro), quanto appunto come “teatro”, luogo dove le idee e le   persone potevano presentarsi e farsi riconoscere: il fascino dell’assemblea risiedeva probabilmente, più ancora che nella possibilità per tutti di “partecipare” , nel fatto che  l’attività politica, nel suo duplice aspetto di scambio di idee e di sfida, in genere fortemente simbolica, agli avversari, si svolgeva appunto sotto gli occhi di tutti». [Ortoleva, p.115].

Sorprendente il giudizio di Mauro Rostagno sulle assemblee   (Note sulle lotte studentesche) dove  secondo questo leader studentesco di Trento si rischia che «tu sei libero solo di alzare  una mano per approvare ciò che altri per te hanno pensato, analizzato e deciso. O al limite, libero di non approvare. La logica delle assemblee è la logica del “Divieni ciò che sei”. Non nega l’atomizzazione, la verifica istituzionalizzandola». Rimedi? La diffusione degli istituti  intermedi di massa, ossia i controcorsi e le commissioni   trasformati  in strumenti di democrazia capillare. Ma restava fermo il momento centrale dell’Assemblea nuova bulè moderna  della democrazia studentesca.

«Un primo frutto avvelenato del narcisismo dei capetti sessantottini (non tutti, va sempre ricordato) è la riduzione dell’idea di rivoluzione a mera rappresentazione scenica, a finzione giocata a più mani e da più parti. Un secondo frutto avvelenato è la separazione dell’ideologia professata dalla loro pratica effettiva. I leader che proclamano l’egualitarismo assoluto si pongono di fatto al di sopra di tutti gli altri [… ]  e manipolano a loro vantaggio individuale  le disuguaglianze che dicono non esistenti nel movimento. Indirizzano infatti i  loro militanti, approfittando senza sospettarlo delle proiezioni genitoriali che fanno su di loro, a neutralizzare nelle assemblee comportamenti discriminatori e violenti, che soffocano ogni vero dibattito, e fanno sì che le dissidenze o no riescano ad emergere, o si traducano, se più consistenti in scissioni ». [Bontempelli, p.57-58].

Gli studenti non potevano  tecnicamente scioperare in quanto l’azione dello sciopero di tradizione francese (Fernand Pelloutier) comportava l’azione di  croiser les bras ossia di astenersi dall’attività lavorativa. Ricorsero ovviamente ad altre  forme di azione politica riprese dalle tradizioni europee come il corteo, l’occupazione, la piccola azione esemplare, il sit-in, i controcorsi.
 «Le manifestazioni di piazza, spesso prive di ferreo controllo dei servizi d’ordine, tornano  a caratterizzarsi come un momento di  conflittualità sociale che, a volte, può degenerare in confrontazione  fisica esplicita. In  questa dimensione il corteo, riprende anche il suo aspetto di elemento teatrale, di rappresentazione scenica di una forza che aveva ai suoi albori». [Enciclopedia del '68, p.99]. Nei cortei si organizzava il “servizio d’ordine”, il braccio armato, diciamo così, del MS (famoso o famigerato, secondo i punti di vista, il servizio d’ordine della Statale, i “Katanga” o “katanghesi”, in onore della provincia congolese che dal 1960 al 1963 affrontò una sanguinosa guerra civile per la secessione).  
L’occupazione (prevalentemente dell’edificio universitario) fu la prima e spontanea forma di lotta. Scrive Romano Luperini nel suo  recente (2013) romanzo: «Lui e i suoi compagni occupavano.  Occupando un territorio, lo liberavano. Occupare significava opporre un territorio liberato a un sistema globale, che assorbe, fagocita, metabolizza tutto, che si nutre di tutto, che integra tutto al proprio interno, anche il dissenso. Alla mediazione che smussa, nasconde, accorda, sintetizza, procrastina bisognava opporre l’atto immediato, l’azione subito, l’urgenza che non vuole aspettare, che esige subito, che deve ottenere subito ». [Luperini, p.26].
L’azione esemplare è condotta  sul modello della “Eine exemplare Aktion” di Theodor W. Adorno ed ebbe una favorevole ricezione soprattutto al Nord.  Celebre quella di Paolo Sorbi a Trento “controquaresimale” . La piccola azione esemplare di Paolo Sorbi non fu un successo. Tre mesi prima, Natale 1967, lo studente Rudi Dutschke aveva interrotto la messa nella cattedrale di Berlino urlando contro la guerra in Vietnam. Martedì 26 marzo 1968, settimana di Pasqua, università di Trento al 55° giorno di occupazione, ci provò un venticinquenne studente di sociologia, nome di battaglia Paolino per la statura ridotta e l' aria paciosa. Padre Igino Sbalchiero sta dicendo messa in Duomo, durante l' omelia condanna l' Urss «e i suoi lager, orrore per l' umanità». Sorbi, baschetto nero in testa, giacca di pelle, esce dai banchi e in mezzo alla navata si mette a strillare: «Non è vero, non è vero, sono bugie».  (dal corriere.it/archivio). Ma l’azione esemplare  non ebbe molto successo. I cortei e le assemblee consentivano una più adeguata dimensione teatrale,  ricordavano le messe cantate e le processioni, più vicine all’immaginario cattolico degli italiani. 
Il sit-in è ripreso dalla tradizione anglosassone. Consisteva nel sedersi a terra in luoghi pubblici e protestare silenziosamente. Il momento clou, anch’esso fortemente scenico e teatrale, era quello in cui si offriva resistenza passiva ai poliziotti che dovevano sgomberare, a forza di braccia, i manifestanti.
controcorsi furono un’originale forma di lotta antiautoritaria (contro il sapere degli adulti) e di controcultura e controinformazione assieme. «I temi dei vari controcorsi contavano poco […], bastava che poi venissero riconosciuti e verbalizzati come esami da pare dell’istituzione universitaria ». «Più dei contenuti, contava il metodo: bisognava imparare a studiare e a discutere collettivamente, perché la scuola e l’università insegnavano solo a ubbidire e a coltivare una nuova didattica che contestasse l’autoritarismo accademico: non se ne poteva più di studiare in modo individuale e su comando, anzi i controcorsi dovevano servire a far crescere l’autonomia di ciascun compagno proprio all’interno dei diversi gruppi di lavoro collettivo, mostrando nella pratica il carattere antiautoritario del movimento. Era perciò importante stabilire rapporti egualitari fra tutti. Anche se fra i partecipanti ci fossero stati assistenti e magari qualche docente, tutti dovevano essere trattati nello stesso modo, bisognava dare del tu, questo era un aspetto decisivo, e farselo dare anche da loro, tanto per cominciare. E poi occorreva parità anche fra gli studenti, fra chi è preparato e chi non lo è, perché il sapere non può essere un privilegio o una fonte di prestigio personale». [Luperini, p.13].

Operaismo e marxismo
Accanto a un ’68 studentesco si affiancò ben presto  un ’69 operaio. A differenza degli USA dove il marxismo non ha mai attecchito come  ideologia ispiratrice di organizzazioni partitiche  ed avendovi, quella dottrina, una influenza modesta sul clima culturale complessivo, [Lipset, passim]. il movimento giovanile studentesco in Europa, ma soprattutto in Italia, ebbe connotazioni fortemente marxiste-leniniste. E non solo: si potrebbe dire che tutte le eresie marxiste ebbero il loro momento di gloria, tanto che non è difficile affermare che  trionfò un marxismo eclettico  che coniugava, integrava, contrapponeva tutte le scolastiche marxiste fino ad allora fiorite nel vecchio continente.
Escluso il Nord industriale,  altrove, come a Roma e nel Sud, la mitologia operaia era piuttosto immaginaria. Se a Milano già nel febbraio del ’68 nascono i CUB alla Pirelli,  e a Torino e nel Triveneto è forte e reale l’integrazione  tra lotte studentesche e operaie,  a Roma  si fonda il “consiglio della classe operaia” senza un forte nucleo di operai di fabbrica. « La classe operaia non c’è: né nel consiglio né nella città. L’intervento s’indirizzerà ben presto, con straordinaria partecipazione di massa, verso i cantieri edili. Non senza qualche risultato. Ma quanto maggiore è  la mancanza della classe operaia, come a Roma, tanto più forte è la tensione per raggiungerla». [Viale, p.47].
Ma controverso e ambiguo fu il rapporto: anche se nacquero alcuni amori e delle ragazze della buona borghesia si unirono sentimentalmente agli operai  «in molti casi, gli studenti erano più attratti dall’immagine della classe operaia che interessati a conoscere i lavoratori come individui ». [Lumley, p.126].
Imbevuti di marxismo gli studenti mettono al centro l’operaio e la classe operaia nella convinzione che essi siano la chiave di volta della rivoluzione finale, il vero obiettivo, non certo taciuto anzi apertamente rivendicato, di molte frange studentesche. Almeno due delle tre  maggiori organizzazioni studentesche  (la terza era “Lotta continua”) recavano con sé il termine operaio: “Potere operaio” e “Avanguardia operaia”, ma per  lo più erano composte da studenti. L’esponente di punta del movimento pisano Giorgio Pietrostefani racconta non senza qualche moto di ilare stizza:  «Le riunioni si tenevano a Firenze dove venivano i  tre santoni, Mario Tronti, Alberto Asor Rosa e Toni Negri. Non si faceva altro che parlare di classe operaia, avevamo la religione della classe operaia, l’operaio era Dio fatto uomo, ma non ne vedevamo uno, solo qualche ex diventato funzionario del partito o del sindacato». [Cazzullo, p.41].

Le bandiere rosse e il frasario marxista furono  l’espressione più diretta e immediata del movimento studentesco in Italia. Benché proprio in questi anni  si  formi  la “nuova sinistra”, per lo più in aperta polemica con la sinistra tradizionale (comunisti e socialisti), è singolare rimarcare che sia  le strutture direttive, gli organi di informazione e financo  i congressi (nel frasario e nella prosa delle mozioni congressuali)  delle stesse organizzazioni studentesche citate si svolgessero secondo modelli, liturgie, coreografie e scenografie tipiche  della tradizione comunista. Non è raro trovare nella stampa studentesca una pesantezza retorica, un prosa cupa, plumbea, in stridente contrasto con l’elemento ludico, situazionista e creativo che spirava  in alcune componenti del movimento studentesco non del tutto ideologizzate e che si esprimeva negli slogan dei cortei ma soprattutto nelle scritte sui muri. Guido Viale, leader del ’68 torinese ed esponente di punta di Lotta parlerà di «paginoni teorici che già allora apparivano noiosissimi e un po’ vaghi». [Cazzullo, p.116].
Ma l’operaismo fu in parte un’analisi reale della condizione operaia (fondamentale l’inchiesta dei “Quaderni rossi” di Raniero Panzieri precedente il ’68 sul concetto di “composizione di classe”; con i due tipi di operaio, quello con un minimo di mestiere, qualificato, e quello totalmente taylorizzato) [Viale, p.182 e segg.] cui corrispose un’eccessiva teorizzazione fortemente ideologica. 

Mondialismo
Uno dei portati mentali del Sessantotto, oggi forse in ombra, fu la sintonia con il mondo dal punto di vista politico, ossia di partecipazione emotiva alle vicende e ai popoli del mondo. Per la prima volta,  la coscienza individuale e collettiva si aprì a una visione inclusiva dei fatti del mondo. Un fatto avvenuto in Messico (gli studenti massacrati dal governo nell’ottobre ’68), i fatti riguardanti la politica degli USA, la primavera di Praga, il golpe dei colonnelli ad Atene, il maggio francese a Parigi, la rivoluzione culturale nella lontana Cina, la guerra del Vietnam, o i miliziani katanga del Congo, erano eventi che  bussavano alla porta di casa dei ragazzi italiani come se li riguardassero in prima persona,  avevano straordinarie risonanze interiori. Insomma non è solo la storia che si allarga nelle coscienze, ossia  la percezione di vivere un momento di effervescenza sociale ignoto alle generazioni precedenti, ma anche  la geografia, che si esprime nelle forme di un respiro in sintonia  col mondo. L’assuefazione e il piegarsi  sul proprio particulare e a una visione economicistica personale ha fatto indubbiamente perdere l’ansito di un respiro  in comunione col mondo, di quel  movimento espansivo delle coscienze, dove parafrasando  P.  Nizan, ognuno trova al fondo dei propri risvegli tutto il disordine del mondo ridotto alla nobile  scala di un’inquietudine privata.  A ragione Ortoleva  scrive: «La generazione che accedeva alla sfera politica, e all’età adulta, in quegli anni, sentiva di vivere in un mondo più unito e interdipendente che mai in passato, aveva cominciato a definire la propria identità, e le proprie appartenenze, in termine di specie, di umanità più che di singola nazionalità ». [Ortoleva, p.31].

Le culture giovanili
I beat si riallacciavano alle esperienze dell’Europa fredda, Olanda, Svezia soprattutto o a quella degli hippy e del free speech americani. Nulla sanno o vogliono sapere del marxismo. Per Edgar  Morin è un errore contrapporre in due poli, la cultura yèyè  (hippy, beat, underground ) da un lato e  la cultura rivoluzionaria dall’altra  poiché, a suo avviso, la prima offre linguaggi, comportamenti, “situazioni” alla seconda. «Il movimento politico del ’68 si innestò su questa cultura giovanile, evidenziandone gli aspetti di rottura con la fase precedente, appropriandosi […] del suo linguaggio, e spingendone ulteriormente in avanti la sfida: nel senso dell’autonomia culturale totale dei giovani, attraverso i propri strumenti di educazione e di autoeducazione; nel senso del superamento totale della distinzione fra l’attività politica e il mondo quotidiano, e della formulazione di una sfera politica altrettanto coinvolgente e partecipata quanto lo era la vita emotiva. In questo senso il ’68 fu per così dire la continuazione con altri mezzi, e il culmine di una fase ascendente, aggressivamente universalista e totalizzante, della cultura giovanile; ma ne rappresentò anche, per altri versi, l’eclisse».  [Ortoleva, p.59].

Il linguaggio del rock come koiné di una generazione
Il linguaggio e gli stili propri della cultura giovanile sono largamente presenti nelle agitazioni universitarie. Si stabilisce una dialettica di continuità e discontinuità. Da un lato il Movimento Studentesco parla spontaneamente la nuova koiné, ma dall’altro «prendeva aggressivamente le distanze dalla sua dimensione commerciale, dalle sue potenzialità “imperialistiche”, e soprattutto dagli aspetti della passività politica».  [Ortoleva, p.85].

Giovani e adulti a confronto
L’uomo medio di mezza età che Giorgio Bocca nel suo articolo descriveva allarmato  di fronte ai comportamenti trasgressivi dei giovani avrà da lì a poco con i comportamenti giovanili  atteggiamenti molto contraddittori « di simpatia, di ostilità, di disprezzo e di sottile invidia, di complicità e di repressione».  [Ortoleva, p.45].Il consumo dei comportamenti trasgressivi da parte degli adulti  del ceto urbano sarà da allora in avanti  nei fatti una costante non molto studiata. [Howepassim]
Il più grande retaggio del Sessantotto andrà collocato proprio nella sfera dei costumi e dei comportamenti, nell’idea di soggettività, nella comunicazione, nell’interazione con gli adulti e con la comunità dei pari, negli abiti, nel sembiante (barba e capigliatura) nei rapporti  sessuali. E sarà una rivoluzione irreversibile. «Sebbene sia scomparsa ogni traccia visibile del ’68, esso ha modificato profondamente il modo in cui tutti noi, almeno in Europa, ci comportiamo ed entriamo in rapporto gli uni con gli altri. I rapporti tra padroni e operai, studenti e insegnanti, perfino tra figli e genitori, si sono aperti. Non saranno mai più gli stessi». [U.Eco in Lumley, p.49]. . 

Il nuovo dress code
Sul versante antropologico il rinnovamento del sembiante e la moda giovanile sono il tratto più appariscente che occuperà e preoccuperà la mente di molti giovani. Ci sarà un vestiario in e uno out; a sinistra ci si vestirà in un modo (Clarks, Desert boots ed eskimo, simboli incontrastati di uno stile che diverrà iconografico) e a destra in un altro (pantaloni a tubo e bomber), e altre rigorose scelte invaderanno finanche i gusti e le più innocenti prassi quotidiane, come ben  sa chi ha ascoltato la canzone di Gaber “Destra Sinistra” . Pur nel grande clima di libertà instaurato, i codici del vestiario saranno vincolanti e stringenti come non mai tuttavia, nel senso che all’uniforme borghese si opporrà l’uniforme giovanilista,  i jeans d’obbligo si contrapporranno  alla grisaglia di prammatica. Sembrerebbe  così che  il codice dell’avanguardia si sia già irrigidito in  accademia. Da ora in poi, i giovani si vestiranno da giovani. Eco di questa rivoluzione dell’abbigliamento è nel titolo della  famosa pièce con Livia Cerini, che andrà in scena a Milano per molto tempo:   “Oddio è scoppiata la rivoluzione e io non ho nulla da mettermi”. 
«Per loro lo stile di vita e l’aspetto esteriore erano tutt’uno con le idee antiborghesi e antistituzionali, ma la tattica d’urto che avevano adottato era una forma estrema di un uso più generale dei vestiti e dell’aspetto come modalità d’espressione. Si può riscontrare una coincidenza straordinaria tra la crescita del movimento e l’acquisto in massa  dei nuovi capi d’abbigliamento, e la rapidità del cambiamento si può cogliere osservando le fotografie fatte nel 1967 e nel 1968. Le immagini dell’occupazione della facoltà di architettura di Milano all’inizio del 1967 ci mostrano studenti sbarbati con cura, vestiti in giacca e cravatta scure (marrone o verde carico),  in sostanza poco distinguibili dal resto della borghesia cittadina. Le fotografie scattate un anno dopo mostrano un’immagine assai diversa dello studente: ora è di moda la barba alla cubana, molti studenti e studentesse indossano blue-jeans, gli uomini non hanno la giacca se non di tipo militare, con tanto di berretto. Alcuni portano un fazzoletto rosso legato attorno al collo, mentre la cravatta è scomparsa».[Lumley, p.85] I vestiti e l’aspetto vengono presi in prestito dai beatnik, dai capelloni, da quel mondo  che fa tutt’uno con quello  bohémien che a Milano si ritrovava nel quartiere di Brera e in particolare al Bar Giamaica (la rivista “Mondo Beat” fu  fondata in una taverna piemontese di via Pontaccio). 

Liberazione sessuale. Maschilismo, sessismo
La libertà dei costumi (di libertinismo di massa parlerà Nicola Matteucci nel suo saggio)  fu un fenomeno di vasta portata che si sviluppò  lungo tutti gli anni ‘60 e ’70. La liberazione  particolarmente dei costumi sessuali segna senz’altro uno degli spartiacque irreversibili recati dal ’68 nella cultura di massa anche se non strettamente determinata dalla rivolta studentesca. «Il ’68 diede rilevanza politica a una trasformazione che era già in corso nel costume », [Ortoleva, p.102]«la rivendicazione di una completa liberazione della sfera erotica corrispondeva alla più generale esigenza della piena espressione della persona,  a partire dalla convinzione che l’umanità originaria fosse naturalmente migliore della personalità formata dalla repressione e dalla civilizzazione»[Ortoleva, p.103]. Si svilupparono le  comuni urbane  dove spesso la promiscuità sessuale era l’obiettivo celato anche a se stessi, nella «ingenua fiducia universalistica  nella sessualità come strumento di comunicazione capace di unire l’umanità al di là di tutte le differenze di identità»[Ortolevaibidem]. Con il suo rovescio  nell’adozione di « forme paradossalmente artificiose di imposizione di un comportamento “spontaneo” »[Ortolevaibidem] .
Nel movimento studentesco il  nomadismo sessuale spesso si coniugava con il gallismo dei leaderini del Sessantotto. Alcuni estratti da dichiarazioni di sessantottini:  «[Le ragazze] non amavano me ma il mio ruolo e la mia immagine… Volevano scopare con il ruolo di capo e l’immagine della liberazione... Scoprii che ero pronto ad approfittarne. Di solito mi avvicinavo a un gruppo di donne, sceglievo e ne invitavo una a prendere un caffè, non dicevo “andiamo  a scopare”. La cosa importante non era che ci scopassi, ma che pubblicamente le dicessi andiamo io e te a prendere un caffè. Così scatenavo le altre contro di lei… Non ero un rivoluzionario, ero un bastardo» [M.Rostagno in Cazzullo, p.32]. 
«Durante le occupazioni si sollecitavano rapporti sessuali e per le donne, sempre in minoranza, era difficile dire di no per timore di apparire ‘represse’» [Ortoleva, p.108]. I leader erano per lo più maschi. «Le militanti continuavano a svolgere i compiti più umili di ciclostilare e preparare da mangiare, il loro ruolo nel movimento era subordinato e invisibile. Non era riconosciuta la natura specifica dell’oppressione femminile, sicché gli studenti, pure pienamente consapevoli delle discriminazioni di classe e delle disuguaglianze nella scuola, per lo più ignoravano le umiliazioni pubbliche e private delle donne come gruppo sociale» [Ortoleva, p.109].
«Le donne erano i colori, il profumo del movimento ma contavano ben poco ed erano trattate da vivandiere. Un rapporto sbagliato proprio nel momento di maggior protagonismo femminile che si fosse mai realizzato. Se i rapporti tra i maschi erano improntati all’autoritarismo  e dal leaderismo, quindi sado-mascochistici , quelli con le donne erano semplicemente “tradizionali”, cioè maschilisti con una netta incomprensione del femminismo che stava nascendo [Ricci, p.241-2] ». 
Le notti delle occupazioni erano il momento magico che molti attendevano. Forti rimasero i ricordi di quel “campeggio senza istruttori”  che era l'occupazione, secondo un'immagine di Anna Bravo suggerita in una rievocazione curata da A.Papuzzi per La Stampa di Torino del 7 febbraio 1998 da cui sono tratte tutte le citazioni di questo capoverso. Alla rottura con le famiglie fece da contraltare la trasgressività sessuale. «I rapporti di coppia erano del tutto liberi come non sono più stati»  dice Negarville. «Si viveva in una specie di famiglia allargata e capitava di avere simpatie per persone diverse da quelle con cui si conviveva senza che questo provocasse troppi traumi. Almeno questa era la percezione che ne avevamo allora». Icastico il commento di Laura De Rossi: «In realtà era un carnaio». Negarville : «No, ti confondi con dopo. Ti confondi con il '72. Prima non c'è stato nessun carnaio». Però anche Anna dice: «C'era una finzione di libertà. Era proibito non essere liberi». Incalza Laura: «Era proibito essere emotivi». Non ci sta Negarville: «No, questa mi pare una menzogna». Eleonora Ortoleva si schiera con lui: «Forse certe cose non le rifarei, ma non rinnego niente. È vero che si andava a letto di qua e di là perché vigeva per le ragazze una specie di doverismo, nel senso che bisognava mostrarsi libere. Però faceva parte della sperimentazione . 
Ancora Massimo Negarville su Adriano Sofri. «Ne aveva tante [di donne], ma finivano per odiarlo. Anche perché lui aveva un atteggiamento terrificante con le ragazze. La sua battuta preferita, a notte inoltrata, era: “Vieni a dormire con me? No? Hai mancato un’occasione storica, non ti si ripresenterà più »[M. Negarville in Cazzullo, p.73] . 
«La trasgressione più forte era la pratica libera della sessualità. Avevamo letto molto Henry Miller, leggevamo Wilhelm Reich. Eravamo convinti che l’orgasmo combattesse  la repressione della società borghese, oltre a demolire la corazza caratteriale. I rapporti venivano subito sessualizzati, soprattutto quando erano intensi. Era l’idea di rompere la frontiera, di fare tutto, sulla base di un impegno: “sdrammatizziamo la sessualità, non se ne può più di tutte queste storie: verginità o no, chiavare o no» [Passerini, p.64-65]. “Perché no?”  (di Sartre e   De Beauvoir ) è la risposta a chi chiede sesso all’interno di una coppia in via di formazione o anche fuori di essa. «Su quelle due parolette si potevano fare molte cose apparentemente prive di senso. Il senso era distruggere. Abolire la connessione tra sessualità e amore, negare la famiglia, infrangere la fedeltà» [Passerini, p.66].

Conflitto con il padre – “Voglio essere orfano” 
Forte e diffuso il  luogo comune del ’68 come “rivolta edipica”, che  tuttavia rimase confinata negli Stati Uniti secondo Ortoleva. «Nei movimenti dell’Europa occidentale essa fu invece avvertita soprattutto come un limite, l’immersione in una condizione mal definita e di limbo che poteva sì favorire la presa di coscienza, ma che doveva essere superata se la rivolta voleva incidere sulla società nel suo insieme» [Ortoleva, p.44]. 
Quando i padri hanno dei progetti i figli hanno  dei destini, dirà Sartre ne L’idiota di famiglia. Il gioco con il padre coincide dunque nella liberazione del suo giogo. La giovinezza diventa un gigantesco rito di passaggio. Romanzo di formazione «nel quale tanti giovani insieme si trovarono, come Wilhelm Meister, di fronte alla scelta fra il commercio e il teatro, e scelsero il “teatro” dell’azione politica (ma anche ludica) collettiva nella scena pubblica» [Ortoleva, p.44].
Ma forse il tema è più controverso. E la dialettica padri-figli è molto più sfumata andando al di là dei puri rapporti edipici, o meglio, trovando una conferma di essi solo se inverati  sul piano delle idee - com’è naturale trattandosi di un movimento sociale a forte componente intellettuale - più che nella competizione affettiva.  Molti padri erano liberali non necessariamente reazionari:  contro questi ultimi  il gioco della ribellione era certamente  più scoperto o automatico. È proprio la contiguità con idee progressiste invece, ma accompagnata da comportamenti conformistici, a far scattare la scintilla nella mente dei figli. «Il nodo continuità/discontinuità si gioca innanzitutto nell’ambivalenza della figura paterna. Molti padri sono presentati come “liberali” […]. L’ambivalenza non è solo nei sentimenti dei figli: i padri stessi sono figure parentali ambigue , affettuose e assenti, autoritarie e deboli, oppositori del clericalismo nella famiglia e forse nel voto, ma rispettosi delle convenzioni, sostenitori delle educazioni religiose che porteranno talvolta conflitti con i figli. Eppure questi  padri forniscono all’immaginario qualche scintilla per una possibile ribellione. Prendendo alla lettera l’insegnamento del loro lato liberale, si potrà voler portare fino in fondo un’aspirazione alla libertà e alla giustizia. Gli si potrà rinfacciare dieci-vent’anni più tardi, di non esser stati abbastanza coerenti; ci si potrà attendere  disapprovazione,  ma anche un segreto compiacimento verso i figli più coraggiosi di se stessi ; a volte addirittura si avrà una ‘conversione’ del padre» [Passerini, p.42].
Secondo Keniston, che aveva condotto uno studio sul giovane americano contestatario: «Il protestatario è di solito uno studente molto dotato; c’è una stretta relazione fra la media dei suoi voti, il grado del suo successo accademico e la probabilità che egli si impegni in una data dimostrazione politica. Inoltre proviene da famiglie con valori politici liberali; in numero stragrande essi affermano che i loro genitori hanno opinioni essenzialmente simili alle loro e accettano o appoggiano le loro attività» [Keniston, p.296].  Ciò che i giovani contestatari si ripropongono tuttavia è «di mettere in pratica valori espressi ma non attuati» [Keniston, p.299] dai loro genitori progressisti a cui rimproverano di avere predicato bene e razzolato male, di avere inneggiato a valori liberali ma di avere seguito principi carrieristici e familistici. Infine  gli alti redditi dei genitori appartenenti all’upper class di professionisti fa sì che gli studenti protestatari «abbiano una minore preoccupazione per la loro condizione sociale» [Keniston, p.297] e di potersi così dedicare alla lotta politica senza eccessive preoccupazioni per il domani. 

La separatezza 
«La tendenza a “ritirarsi”, a separarsi dalla società dominante, la ricerca di un proprio spazio, di un luogo (in senso fisico, non solamente simbolico) in cui vivere in piena autonomia e libertà, circondati da una comunità di pari, e soprattutto sulla base di un sistema di valori distinto e praticato in piena autenticità: è un fenomeno che attraversa tutti i movimenti  giovanili degli anni ’60 [Ortoleva, p.47]. Il fenomeno riguarderà le componenti sia politiche che apolitiche  dei movimenti giovanili. Rovesciamento simbolico  dell’autorità e creazione di uno spazio proprio, separato e protetto, di sperimentazione di una vita diversa.  «Si può anzi dire che se un tratto specifico distingue il “sessantotto” in senso stretto, la stagione delle agitazioni studentesche, dalle stagioni più lunghe della nuova sinistra e della controcultura, forse è proprio questo, il congiungersi della volontà di rovesciamento del potere costituito e di quella di creazione di un proprio spazio autonomo, due spinte diverse, anche contraddittorie, che trovano nelle università occupate un momento effimero ma straordinario di equilibrio»  [Ortoleva, p.48].
Anche per i “pari” l’ingresso in queste comunità separate richiedeva riti di iniziazione «al tempo stesso che venivano  rifiutati con assoluta intransigenza tutti i riti di iniziazione al mondo degli adulti (dagli esami, alla leva, ai riti connessi con la sessualità “legittima”). La separazione, anche fisica, dal mondo adulto era in altri termini una premessa essenziale per la formazione di una “comunità” autentica che ambisse ad andare oltre la fase transitoria dell’adolescenza»  [Ortoleva, p.52].

Incorrotta alterità
«Ci troviamo qui di fronte a una delle contraddizioni più intime della storia del ’68, che avrebbe accompagnato come un’ombra quella generazione e la successiva. Fino a esprimersi nella sua forma più coerente ed estrema nel terrorismo politico, dove la separazione dalla società dominante porta a rompere ogni ponte alle spalle di chi la sceglie; dove la comunità giovanile ha la coesione (peraltro effimera) che solo l’esercizio collettivo della violenza può stabilire; [Arendt ] e dove, al tempo stesso, l’esigenza di far giungere al mondo i propri messaggi diviene la principale ossessione» [Ortoleva, p.50].

La minaccia dell’integrazione
Massimo timore dei militanti è quello di essere risucchiati dal e nel "sistema". Questo timore accentuò la spinta alla “trasgressività” dei comportamenti politici, generando ulteriori processi di separazione, nuovi esodi.

Il recupero del passato
Durante la rivoluzione francese si richiamarono in vita in Bruti, gli studenti francesi risuscitarono i comunardi.  Bisogno di storia: nei controcorsi si intende rivedere, rileggere la storia alla luce delle nuove acquisizioni intellettuali.  «il movimento manifestò una ricorrente attenzione, con forme di evidente mitizzazione, nei confronti di alcuni momenti del passato, soprattutto le grandi fasi di rottura rivoluzionaria […] per cercarvi precedenti diretti della propria azione » [Ortoleva, p.52-53]. Da ciò discende che  la saggistica storica sostituì in larga parte la letteratura di finzione, vissuta come fuga dal mondo.   

Comunicazione e controinformazione
La rivolta  studentesca, occorre ricordarlo, fu soprattutto un movimento di intellettuali. Fondamentale nella loro azione contestativa diventa lo strumento della comunicazione. 
-In senso lato «si riferisce all’importanza attribuita dal ’68 al comunicare in tutti i modi possibili innanzitutto all’interno della comunità costituita dal movimento stesso. Questa rappresenta un legame non di sangue né ideologico – grazie alla rottura con la famiglia e con la forma partito – ma affinità elettiva, basata sulle scelte affettive e conoscitive. La comunità così intesa, che è stata definita “di pari” o “di amanti”, è uno spazio dove si confondono le distinzioni tra pubblico e privato, dove la comunicazione è  utopicamente possibile in qualsiasi momento. La breve durata dell’equilibrio così proposto condusse spesso nei fatti alla degenerazione di quella utopia – con le sue forme di solidarietà e di conflitto – nell’orda, nel clan, nella setta, come nel caso di certi gruppi terroristici indirettamente emersi dal ‘68” » [Passerini in Lumley, p.7]. 
-In senso stretto. «Nuove forme di comunicazione “povera” e nuove tecniche comunicative, nel creare nuove audiences, e infine nel fornire molto personale ai campi in via di sviluppo dei mass media»  [Lumley, p.44]..   

Comunicazione – Volantini
A «far cultura», in luogo dei libri, arrivarono i volantini, su cui si scriveva di tutto, dalle informazioni su cortei e occupazioni alle analisi politiche. Il ciclostile (ce n’era di due tipi: uno a manovella e uno elettrico)  diventò all'improvviso uno degli strumenti più importanti della vita del paese. Di nuovo una testimonianza di Guido Viale: «Prima ciclostilati in poche centinaia di copie, e poi in migliaia [i documenti delle occupazioni, n.d.a.] si diffondono e circolano, anche da una città all'altra, attraverso una serie di contatti e rapporti personali che coincide con l'organizzazione stessa del movimento. Raggiungeranno presto, fino ad occuparle del tutto, le pagine delle riviste culturali (di avanguardia e non) e politiche (ufficiali e non) [...]. La cultura del Sessantotto, se il Sessantotto ne ha una, è questa, come quella dell'anno dopo sarà costituita soprattutto dai volantini distribuiti nelle fabbriche. Un'intera generazione si forma quasi solo su di essi, e ne risentirà pesantemente i limiti. Tutti gli altri saranno costretti ad adeguarsi, o tacere, per alcuni anni »[Brambilla, passim].

Comunicazione – Controinformazione -Graffiti
Se celebri, fantasiosi, irriverenti, dada sono i graffiti del maggio francese, alcuni italiani sono rimasti impressi nella memoria collettiva. Una scritta sul muro di un edificio a Milano spiegava la “Differenza tra balle e coglioni: le balle le scrive il Corriere e i coglioni le leggono e ci credono”. Un’altra riguardava la differenza tra due quotidiani: “Per una lettura falsamente obiettiva leggere Il Giorno; per una lettura obiettivamente falsa leggere il Corriere” ».  Scritte sui muri a Torino Palazzo Campana. «Non vogliamo creare un ghetto d’oro in una società di merda».  A Trento: «Non vale la pena di trovare un posto in questa società, ma di creare una società in cui valga la pena di trovare un posto»[Bontempelli, p.p.32-33]. 

Socialità
«Nel movimento ci si dava sempre del tu, che prima di allora veniva usato solo per rivolgersi ad un amico, alle conoscenze  intime  o ai membri della famiglia. Questa voluta informalità, associata alle tradizioni popolari, serviva a liquidare quelle che erano considerate distinzioni borghesi tra le persone, mentre il rifiuto di usare titoli di cortesia quali “dottore” e via dicendo era una voluta mancanza di rispetto nei confronti di figure autorevoli» [Lumley, p.106].

Creazione del linguaggi sinistrese e politichese
Locuzioni particolari fanno il loro ingresso massiccio nella lingua comune. “Nella misura in cui”, questioni di metodo e di merito”,  l’intercalare “cioè”, ecc

Diffusione del turpiloquio
«Si presentò inizialmente come libera e sincera adozione in pubblico di un linguaggio generalmente praticato in privato, ma che in realtà si accompagnò con diffusi fenomeni di conformismo linguistico, e che venne spesso vissuto come un obbligo».[Lumley, p.106].  È di questi anni  lo sdoganamento nel linguaggio corrente dei termini indicanti gli organi genitali, i prodotti della defecazione, il ricorso alla formula puntualizzante onanismo intellettuale.

 Soggettività
 Rilevanza conferita, implicitamente ed esplicitamente alla soggettività. «Il ’68 afferma praticamente il diritto di diventare soggetti della propria vita, in qualsiasi attività si sia impegnati; di cominciare a criticare e contestare l’ordine esistente dal punto nel quale ci si trova, compresa la quotidianità; di prendere per buoni i segnali del proprio disagio e di includere nelle rivendicazioni politiche  la felicità e il godimento della vita» [Passerini in Lumley, p.6]. All'epoca, racconta  Tom Wolfe ne Il decennio dell’io «gli studenti italiani militavano in organizzazioni estremiste e si erano accanitamente scontrati con la polizia, sulle barricate. Però alle venti e trenta in punto tornavano a casa, si lavavano ubbidientemente le mani prima di cenare con Mamma e Papà». Al di là di questa ricostruzione forse un po’ affrettata resta il fatto che il soggettivismo sconfinò ben presto  in un pronunciato narcisismo generazionale. Nel decennio dell’io appunto.  La potenza delle emozioni – e non ci sono emozioni più grandi di quelle vissute in una folta comunità di coesistenti – innestava una surenchère delle sensazioni in un vortice di vero e proprio piacere di vivere secondo le modalità estetiche, in cui gli impegni con la vita adulta venivano continuamente allontanati e lo stadio  successivo di una vita etica restava ben presto differito e per alcuni risolutamente  inoptato.  Anche perché avvezzi a consumare le emozioni nel collettivo, nella carica energetica del gruppo, vedevano  nelle strettoie della vita di coppia -  dove di norma  trova espressione la vita etica  - con i suoi gravosi carichi, il lavoro, la casa, i figli,  una forma di allontanamento definitivo dal paradiso perduto. Le testimonianze sono chiare. «L’abitudine alla trasgressione qualunque essa sia, una volta acquisita è dura a morire, difficile da abbandonare». [Ricci, p.269].«Io non rimpiango mai un cazzo, però là [a Trento dove l’ex studente Franco Sagginario ha studiato] c’erano delle vibrazioni che poi non ho più ritrovato. Sono passati dieci anni e non ho una settimana per raccontarti quello che ho visto in tutto il mondo, però ti assicuro che quell’esperienza è rimasta indelebile» [Ricci, p.281].
Corollario  di questa richiesta è la trasgressione:  un io che si dilata inevitabilmente non può sopportare norme e regole. Risiede  qui anche la fonte della permissività: ciò che chiedi per te lo accetti anche per gli altri. 

Numeri
500.000 gli studenti universitari del 1967-68 contro i 268.000 del 1960-61. Un milione di volantini stampati a Milano nel ’68 col ciclostile [Cazzullo, p.32]. 200.000 le copie vendute di Luomo a una dimensione di H.Marcuse, nei primi mesi del 1968 [Bontempelli, p.46]. 34: «Non fidarti di nessuno che abbia più di trentaquattro anni». (Jerry  Rubin). 2314 (comunemente la “ventitré-quattordici”), il disegno di legge Gui di riforma dell’Università che non cadde sotto la contestazione diretta degli studenti sol perché nel maggio del 1968 con le elezioni del giorno 19 si chiuse la IV legislatura e il disegno di legge non venne più ripresentato nella successiva.

Interpretazioni
Una breve rassegna delle interpretazioni del ’68 non può esulare dalle biografie degli studiosi  che si sono occupati di questo periodo storico. Una  valutazione spassionata richiede di astrarre  dalle loro personali “ideologie di posizione” derivanti dal fatto  che la maggior parte di essi all’epoca erano studenti o docenti e quindi direttamente implicati nell’evento in atto.  Infatti,   in genere essi sono “combattenti e reduci” e ciò sia che abbiano “militato” sul versante studentesco (Ortoleva, Viale, Bontempelli, Passerini) sia su quello accademico (Alberoni, Tullio-Altan, entrambi docenti a Trento nel periodo caldo). Al di là di chi venne coinvolto in prima persona dagli avvenimenti storici oggetto del loro studio, grosso modo sono due i versanti che si contrappongono: quello degli ex studenti in veste di studiosi che   sottolineano la carica innovativa e progressiva del movimento e quello scettico e talora fortemente critico per lo più di impronta liberale (Matteuci, i due Ronchey, Tullio-Altan) che  rimarca il sostanziale fallimento politico del ’68 tranne gli innegabili e irreversibili cambiamenti  sul piano del costumi. Tipicamente:  se Luisa Passerini sottolinea l’elemento irretente e cogente della soggettività, Tullio-Altan attribuisce proprio a una esasperata soggettività contrapposta  all’elemento civico-collettivo una forma di negatività sociale, e Alberto Ronchey annota:  «Usano diritti che altre generazioni oppresse da timori ancestrali e angustie materiali non osarono rivendicare o assumere mai [A. Ronchey, p.7]» .  Il tono è di rimbrotto e quell’usano sottintende un abusano. Se gli studenti contestano l’autoritarismo dei docenti, altri sottolineano proprio quello dei leaderini del movimento, mentre l’operaismo si volgerà ben presto in pansidacalismo, e,  se saranno gli operai di fabbrica a scuotere l’albero (Statuto dei lavoratori, legge 300/70),  saranno soprattutto i sindacati autonomi soprattutto del settore pubblico allargato a raccoglierne i frutti, rendendo da lì in avanti la società italiana  un Vietnam permanente sul fronte dell’erogazione dei servizi pubblici e dando luogo alla nascita di una inamovibile e potentissima casta sindacale.
Paradossalmente manca nella rassegna la voce della sinistra tradizionale, per quel che ho constatato, assente nel dibattito.
Il più arcigno notomizzatore di alcune peculiarità critiche del Sessantotto è senz’altro Tullio-Altan la cui produzione accademica lo configura come uno speciale e originale “antropologo degli italiani”. «Se le sollecitazioni di civiltà del Sessantotto favorirono anche da noi quelle grandi campagne per le libertà civili, come quella per il divorzio e quella per l’aborto, e come le campagne per la liberazione della donna […] ciò che venne enfatizzato fu  soprattutto il lato negativo e distruttivo della polemica contro la “razionalità illuministica”, condotta dai seguaci della Scuola di Francoforte. Ciò che fece premio, in altre parole, fu la polemica spesso fine a se stessa, che interpretava i valori di autorealizzazione della personalità, promossi da quella corrente di pensiero, nei termini della tradizionale esaltazione del proprio individuale vantaggio, nello spirito inconfessato, ma operoso della morale egoistica albertiana. [Nozione equivalente di "familismo amorale". Altan fa derivare tale morale dalla disamina del libro Della famiglia, di L.B.Alberti. NdR]. In una sorta di corto circuito, quei valori di libertà ricevuti dall’estero, perché non maturati in modo originale all’interno del contesto sociale italiano, si vennero in buona parte trasformando in quelli individualistico-arcaici della tradizione di sempre, e come tali furono “recitati” clamorosamente nelle piazze»  [1986. Tullio-Altan, p.186]. In altre parole l’istanza soggettivistica con cui il ’68 giocò gran parte della propria partita secondo Tullio-Altan «è stata fatta con gli occhiali dell’antica morale particolaristica dell’Alberti e del Guicciardini, per la quale l’utile privato, individuale o familiare, occupa tutto il posto, senza lasciar spazio al sociale, che ne risulta sminuito e mortificato [1997. Tullio-Altan, p.213] ». Altrettanto severo il giudizio sull’attività intellettuale di questo periodo nella quale «era avvertibile un rovesciamento del rapporto fra pensiero mitico e pensiero critico, nel senso di una iperfetazione dell’immaginario a scapito del reale e di una esaltazione del simbolico a spese della conoscenza positiva dei fenomeni. Fin troppo evidente appariva la sproporzione fra la proliferazione fantasiosa delle utopie proposte come obiettivi da realizzare e la definizione operativa di mezzi capaci di dar loro concretezza[1997. Tullio-Altan, p.192] ».
Pur partendo da altri presupposti analogo è il giudizio di Mario Perniola. A  suo parere il ’68 inaugura l’era dell’immaginario: « da un lato infatti esso si presenta come la critica radicale dello spettacolo sociale  e della cultura, dall’altro porta al parossismo la derealizzazione e la culturalizzazione della società. Questo secondo aspetto del Sessantotto, che viene per lo più pudicamente occultato, si manifesta attraverso il ritorno di tutte le teorie rivoluzionarie del passato (dal marxismo all’anarchismo, dal leninismo al consiliarismo), senza che in nessun luogo e in nessun momento ci sia effettivamente la rivoluzione, la presa  del potere,  la formazione dei consigli operai. Ma proprio ciò dà la misura della derealizzazione e della culturalizzazione sociale: il Sessantotto non una fu una rivoluzione fallita per il semplice fatto che non fu una rivoluzione, ciononostante esso non è stato nemmeno un sogno, o un’illusione collettiva, bensì un fatto storico d’importanza primaria che non può essere definito “reale” , nel vecchio senso della parola [M. Perniola, p.8] ».
Francesco Alberoni nei suoi due studi fondamentali Movimento e istituzione e Genesi tenderà a interpretare il ’68 all’interno del suo modello sociologico che cercava di catturare il sincronico nel diacronico e che intendeva interpretare tutti i movimenti collettivi (fossero i movimenti ereticali o studenteschi o addirittura la coppia innamorata, poco contava), come periodo di effervescenza sociale e stato nascente.  Ovviamente una simile prospettiva è respinta da  chi avendo vissuto l’esperienza storica del movimento tende, per ragioni  esistenziali,  a riconoscere     al proprio Erlebnis il carattere del tutto esclusivo, unico e autentico,  non ripetitivo e non assimilabile ad altre esperienze storiche . 

  I “reduci” si oppongono peraltro all’interpretazione del ‘68 come semplice  “ventata di cambiamento” che  non incise sulle istituzioni, ma si manifestò  piuttosto come  un semplice rinnovamento ciclico nella storia, più sul lato del costume e dei comportamenti collettivi che su quello dei rapporti di forza,  come spesso accade. Luisa Passerini protesta: «non credo sia una consolazione sufficiente quello che tutti ormai dicono, che il ’68 è stato vittorioso sul piano culturale, cultura quotidiana, modi di comportarsi, atteggiamenti, idee, rapporti tra le generazioni, rapporti di autorità. Però dire questo di un movimento che pensava che cultura e politica fossero inseparabili è come condannarlo. Resta da esplorare questa sconfitta del ’68. Anch’io, come molti altri interpreti, non penso che sia definitiva, che il ’68 sia anche da vedere a lungo termine, che a lungo termine possa ancora dare dei risultati, solo che si ripresenterà in maniera totalmente diversa  [L. Passeriniqui ]».
Al di là della ricorrente invocazione del marxismo da parte del movimento, è spesso l’eresia marxista prevalente – quella francofortese – che incontra il favore dei giovani grazie alla predominante cultura antindustriale che essa esibisce (e qualcun altro aggiungerà anche antilluminista), mentre è noto che il genuino pensiero marxiano e quello liberale condividevano  proprio la comune cultura industriale e la discendenza diretta dall’illuminismo (come rivoluzione mentale borghese).  Sofri, uno degli esponenti più dotti del movimento,  ammetterà  a consuntivo e interpretazione del ’68 che, lungi dall’essere una critica dell’industrialismo, il marxismo è una sua apologia [A. Sofri, p.174]. E per altro verso i critici più arcigni in materia (penso a Lucio Colletti) segnaleranno  a proposito della cultura antindustrialista del ’68 (dalla quale discenderà il pensiero ecologico e ambientalista), che essa presentava  l’industria moderna come la principale colpevole del paradiso perduto e come la principale colpevole del “disagio della civiltà ”.

In ultimo, occorre dar conto della polemica strisciante verso il Sessantotto che fa perno sugli esiti biografici e professionali di molti esponenti in vista del movimento. Larga e diffusa è l’opinione che molti di essi  scossero dalle fondamenta la società al solo scopo di farsi spazio in essa e di trovarvi un posto al sole, di cogliere nella rivoluzione la propria privata occasione. Se un graffito del maggio francese avvertiva «Attenzione: gli arrivisti e gli ambiziosi possono travestirsi prendendo un atteggiamento socialisteggiante»  e un altro riprendeva un celebre apoftegma di Napoleone secondo il quale «Nelle rivoluzioni ci sono due tipi di persone: quelle che le fanno e quelle che ne approfittano», ciò vuol dire che il pericolo veniva avvertito già all’epoca, all’interno del movimento.  
L’accusa di opportunismo è spesso rilanciata nel constatare quanti esponenti del Sessantotto hanno occupato un posto di rilievo nel mondo dei media e alle dipendenze del  Creso imprenditoriale che su tale mondo ha fondato il suo impero economico-estetico-etico-politico: Silvio Berlusconi. È il caso di Valerio Magrelli che in un recentissimo volumetto dal titolo provocatorio  argomenta:  «Si scrive Berlusconi e si pronuncia  Bourdieu. C’è di che rimanere esterrefatti, per  l’intelligenza dimostrata  dal personaggio   nel comprendere  del meccanismo identitario all’interno del sistema sociale. In un certo senso si tratta della vittoria dello spirito sulla carne, della psiche sul denaro, del regime libidinale sul discorso economico. Non ce lo aspettavamo, eppure, benché nel peggiore dei modi l’Immaginazione è davvero arrivata al potere. Così, la parola d’ordine del Sessantotto è stata realizzata da Mediaset [V.Magrelli, ebook posizione kindle 1144] ». 
Ma anche: «Il 1968 è stato un vero scontro senza regole: una controcultura ha cercato di prendere il posto di una cultura ufficiale; che poi venticinque anni dopo gli esponenti della contestazione siano finiti a dirigere i telegiornali di regime, è un altro paio di maniche. […] Dico che l’entusiasmo con cui troppi rappresentanti di quel periodo si sono rapidamente integrati, la frequenza con cui tanti incendiari sono diventati pompieri, non mi sembra per nulla casuale. Il disinteresse per le questioni più individuali e concrete, l’insofferenza per la soluzione di problemi specifici, il disprezzo per il “formalismo” della democrazia borghese tipici del Sessantotto: è anche grazie a questo, che  Forza Italia ha vinto [V.Magrelli, posizione kindle 1168]».   «Ritengo infatti che l’utopia di allora, lungi dal dover essere rimpianta, contribuì piuttosto alla distopia di oggi. Costretti a rinunciare ai loro sogni i combattenti sono diventati berlusconiani, quasi seguendo il vecchio motto di Bordiga , “tanto peggio tanto meglio" [V.Magrelli, posizione kindle 1189]”  ».  
In effetti il sistema ufficiale delle comunicazioni individuato dagli studenti come il nous del sistema capitalistico  venne eletto dagli stessi come terreno di scontro privilegiato cui contrapporre (sulla scia francofortese) un proprio sistema alternativo. Questo   si avvaleva di nuove tecniche e di nuovi linguaggi oltre che di una segmentazione già in atto tra pubblico generalista e mondo giovanile con il suo universo di consumi anche culturali fortemente delineato. I nuovi linguaggi e i nuovi codici di trattamento estetico erano stati individuati dagli studenti durante la lotta. L’estetica del détournement, del sovvertimento ironico, tipicamente situazionista; la rottura delle gerarchie soprattutto tra l’alto e il basso; il deliberato rimescolamento secondo l’estetica ambivalente del camp individuato da Susan Sontag  in  Note sul camp - ossia la partecipazione  con distinzione snobistica alla cultura  “bassa”-, l’attenzione al kitsch e alla cultura di massa, insomma la maestria nel governo di una pluralità di codici comunicativi fa sì che  molti, non appena finita la “guerra”, non seppero resistere al richiamo del sistema,  un po’ come avverrà qualche decennio dopo con gli hacker assunti dalle multinazionali, passati dai sabotatori alle squadre di manutenzione del sistema. 
Questo silenzioso terreno di scambio e d’intelligenza con il sistema contestato  è il più taciuto nelle ricostruzioni del periodo perché avvertito apertamente ostile. Passerini scrive: « L’antagonismo diretto con il sistema della comunicazione allora dominante e con i grandi mezzi di comunicazione di massa (i quotidiani e la televisione) non impedì al ’68 di farne dall’interno usi che decostruivano la logica dominante. L’attenzione ai linguaggi della comunicazione e la disponibilità a parlarli modificandone il fine e il contesto costituì una delle competenze del ’68. In tal caso molte operazioni nate con un originario segno alternativo finirono per essere integrate nell’assetto corrente e per contribuire in certi versi a modernizzarlo  [L.Passerini in R. Lumley, p.7] ». E Ortoleva sul tema  conclude così: «Il nuovo sistema che sarebbe emerso soprattutto con il salto tecnologico degli anni ’70 e ’80 sembra in effetti incarnare (ma in una visione totalmente depoliticizzata) molti dei  principi su cui si fondava l’utopia di una comunicazione “alternativa”. Che fra i suoi professionisti di punta si trovino tanti che proprio nelle pratiche politiche del ’68 avevano appreso il mestiere e la passione del comunicare, e il gusto dell’innovazione tecnica e formale, può apparire ironico. Ma non è stupefacente, né scandaloso [Ortoleva, p.147] ».  
Infine Cazzullo precisa, almeno per quel che riguarda il gruppo di Lotta continua il quale non è che solo una parte del movimento studentesco ma sicuramente quello contro cui di più si rivolgerà l’accusa di carrierismo in cordata: « Li accusano di costituire una lobby, in nome delle mutue fortune. Eppure il luogo comune del sessantottino in carriera si rivela spesso falso. Della segreteria di Lotta continua, dei leader che furono un punto di riferimento politico e umano per decine di migliaia di giovani, tre sono insegnanti – Lanfranco Bolis in una scuola media di Pavia, Carla Melazzini in un istituto tecnico di Ponticelli, Cesare Moreno in una scuola elementare di Barra,  Michele Colafato è ricercatore universitario, Clemente Manenti ha una scuola di lingue a Berlino, Paolo Brogi è cronista alla redazione romana del “Corriere della Sera”, Enzo Piperno organizza spedizioni umanitarie a Monstar per conto di un consorzio dell’ARCI, Guido Viale studia il riciclaggio dei rifiuti e scrive saggi sull’inquinamento  [A.Cazzullo, p. 5] ».     

Alfio Squillaci (Milano. Gennaio - maggio 2013) . In rete dal 12 settembre 2013
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Bibliografia

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Brambilla, Michele- Dieci anni di illusioni. Storia del Sessantotto, Rizzoli, Milano 1994;
Bontempelli, Massimo- Il sessantotto. Un anno ancora da capire, CUEC,Cagliari 2008;
Cazzullo, Aldo  – I ragazzi che volevano fare la rivoluzione – 1968-1978 storia di lotta continua, Mondadori, Milano 1998;
Enciclopedia del Sessantotto. A cura di Marco Bascetta, Manifesto libri, Roma 2008;
Ginsborg, Paul- Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Società e politica 1943- 1988, Einaudi, Torino 1989;
Grignaffini, Giovanna - intervista rilasciata a Ranieri Polese, Corriere della Sera, 11 luglio 2013, p. 39;
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Keniston, Kenneth- Giovani all’opposizione, Einaudi, Torino 1972;
Lipset,  Martin, G.Marks,   It Didn't Happen Here. Why Socialism Failed in the United States, Norton 2001;
Lumley, Robert  – Dal ’68 agli anni di piombo. Studenti e operai nella crisi italiana – Giunti, Firenze  1998 - Introduzione di Luisa Passerini
Luperini, Romano - L’uso della vita.1968, Transeuropa, Massa 2013;
Magrelli,Valerio  - Il Sessantotto realizzato da Mediaset, Einaudi, Torino, 2011, e-book;
Matteucci, Nicola- Sul Sessantotto. Crisi del riformismo e “Insorgenza populistisca” nell’Italia degli anni Sessanta, Rubbettino, Soveria Monnelli 2008;
Morin, Edgar,  in Culture adolescente et révolte étudiante, in Annales 1969 ora in L’esprit du temps,  Grasset, Paris 1975;
Ortoleva, Peppino - Saggio sui movimenti del 1968 in Europa  e in America, Editori Riuniti, Roma 1988;;
Passerini, Luisa -  Autoritratto di gruppo, Firenze 1988;
Perniola, Mario -  La società dei  simulacri, Il Mulino, Bologna 1983;
Ricci, Aldo -  I giovani non sono piante, Sugarco Edizioni, Milano 1978;
Ronchey, Alberto - Libro bianco sull’ultima generazione, Garzanti, Milano, 1978;
Ronchey, Vittoria -Figlioli miei marxisti immaginari, Rizzoli, Milano 1975;
Sofri, Adriano- Sessassonto. La corsa nei sacchi, in “Micro-Mega”, 1, 1988;
Tullio-Altan, Carlo- La nostra Italia. Arretratezza socioculturale, clientelismo, trasformismo e ribellismo dall'Unità ad oggi, Feltrinelli, Milano 1986;
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Sitografia
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http://www.nelvento.net/
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http://favacarpendiem.wordpress.com/2013/01/24/24-gennaio-1966-avviene-a-trento-la-prima-occupazione/

http://www.sba.unipi.it/content/evento-archivio/occupazione-della-sapienza
cronologie
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http://vecchiosito.bnnonline.it/doc/cron6769.pdf
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http://www.media68.net/

Mondo beat
http://www.vafusex.com/it/mondo-beat/mondo-beat-numero-unico-del-15-novembre-1966.html
http://www.melchiorre-mel-gerbino.com/
http://www.giannidemartino.it/?page_id=672



  
L’impressione di avere attraversato un rinnovamento, traumatico e indimenticabile, dopo il quale non si potrà mai più tornare a essere gli stessi di prima, è un aspetto essenziale dell’esperienza del ’68: è probabilmente ciò che fonda sul terreno emotivo una gran parte delle sue elaborazioni teoriche, dando paradossale coerenza alle aporie.
Peppino Ortoleva - "Saggio sui movimenti del 1968", p106. -

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Prologo
«I giovani sono giovani. Il loro dissenso [...] viene probabilmente dalla lunga vacanza che il benessere gli concede, dalla incapacità di accettare l’interruzione del sogno. Sta di fatto però che il mondo come è  non gli va, sta di fatto che gli si oppongono.  Non gli va l’interruzione del sogno, si è detto; e neppure la prospettiva di fare per tutta la vita un lavoro idiota e meno che mai di cantarne le lodi; non gli vanno le guerre e le bombe; non hanno più fiducia negli strumenti tradizionali della vita politica. L’italiano medio sulle prime si sente offeso dal rifiuto dei giovani, il padre che ha lavorato tutta una vita per farsi una posizione , per arrivare al successo può anche scambiare per ingratitudine il disinteresse del figlio, può anche fare una malattia  per la sua “incomprensione”. Ma poi, se ci riflette, deve dirsi: già, ma cosa abbiamo fatto io e la mia generazione per opporci ai soprusi della grande macchina tritatutto, dello Stato che produce indifferentemente automobili e camere a gas, piscine di plastica e bombe atomiche? Che cosa abbiamo fatto per opporci ai metodi di una società efficientista che a forza di test, di analisi, di corsi, punisce, umilia, elimina gli anziani, e i deboli, cioè proprio coloro che dovrebbero essere aiutati, rincuorati?
«Ciò che ha sorpreso di più l’uomo medio di media età nei Paesi del benessere è stato il metodo di resistere dei giovani: inconsueto, apparentemente assurdo, certamente fuori dagli schemi tradizionali, dalle ideologie e dai partiti tradizionali. Eppure è proprio in questo che sta la bontà del modo. A guardar bene, i giovani hanno applicato a  tempi di pace e di benessere il criterio che ha consentito e consente le ribellioni armate di tutti i popoli oppressi: rifiutare i modi, i luoghi, le armi, le regole del potere opprimente, opporre alla sua guerra “regolare” un’altra guerra “irregolare”, una guerriglia. I giovani, per istinto, devono aver capito che sul terreno dei partiti, dei sindacati, della lotta di classe sarebbero stati schiacciati. E hanno improvvisato il loro modo di resistere con la moda, il costume, la non violenza,  la sorpresa o l’happening, la stessa monosessualità, quell’apparire tutti eguali, ragazzi e ragazze. L’italiano medio a meno che sia un presuntuoso gallista, sa bene che la monosessualità non corrisponde nei giovani a una frigidità reale, ma è un altro modo per sfuggire alle regole del gioco care agli anziani. I giovani hanno avvertito per istinto, il pericolo di ostentare la diversità di sessi, hanno intuito che gli anziani l’avrebbero subito usata  per le loro accuse di immoralità. E hanno fatto qualcosa di più, hanno imposto agli anziani musiche, danze, rapporti tra gente di sesso  diverso  incomparabilmente più innocenti e più schietti ».

Di chi sta parlando Giorgio Bocca in questo brano di un articolo de “Il Giorno”, in forte sintonia con le istanze dei giovani? Forse degli studenti del Sessantotto? No di certo. È la cosiddetta “manifestazione dei  fiori” del 17 dicembre 1966 quella che il grande giornalista sta analizzando in questo pezzo. L’articolo reca la data del 20.12.1966 ed è intitolato “La provocazione dei Provos”  sottotitolo “Le rivoluzioni del ‘66”. Bocca scrive dei giovani anarchici   della  sezione “Sacco e Vanzetti” coordinati  da  Giuseppe Pinelli (l’anarchico  che “salterà” dalla finestra della Questura di Milano qualche anno dopo) i quali  unitamente ai beat di Vittorio  Di Russo e Melchiorre Gerbino e ai provos (abbreviazione di “provocatori”) di “Onda Verde” (termine che traduce il Green Wave di Joan Baez) di Andrea Valcarenghi  e Antonio Pilati,  nell’inverno del 1966 a Milano inscenano moti di autentica contestazione: si ammanettano ai passamano del metrò di Piazza San Babila, protestano con i fiori fin dentro al cortile della  Questura di Milano, marciano in corteo da Piazza Cordusio a Piazza del Duomo innalzando cartelli contro i “fogli di via”, si propongono  di armare la polizia con i fiori e si sdraiano in gruppo nell’Arengario di Loggia Mercanti.

Sono beatniks, giovani perlopiù anarchici, radicali, pacifisti, contestano il servizio militare, si considerano cittadini del mondo. Non-violenti, obiettori di coscienza, portano i capelli lunghi (verranno chiamati  per questo “capelloni” a Roma)  e come accadrà moltissime volte agli studenti ideologizzati del Sessantotto che di lì a poco occuparono le università,  opponevano resistenza passiva alla polizia e si facevano prelevare a braccia dai sit-in,  dagli happening pacifisti che inscenavano.  E molto prima di Pannella, in perfetto stile non violento, facevano anche lo sciopero della fame.  
Si potrebbe pensare che questi giovani beat e capelloni siano  spontaneisti  e apolitici. Spontaneisti non tanto perché erano organizzati (avevano una “cava ” in Via Vicenza e diedero vita il 1° maggio del 1967 a un gigantesco campeggio alternativo in una radura  di Via Ripamonti)  e neanche apolitici: leggevano Bertrand Russell, ammiravano Socrate e Gandhi, avevano una base culturale anarchico-reichiana erano radicali e si raccordavano con gli anarchici di Pinelli. Sicuramente  non erano marxisti né erano affascinati da tutte le scolastiche  del marxismo eclettico, più o meno “immaginario”  (locuzione di Raymond Aron) che occupò le menti degli studenti:  stalinismo, trotzkismo, consiliarismo, maoismo, tutti marxismi ortodossi o eretici che di lì a poco avrebbero  costituito il  linguaggio prevalente di quella componente  speciale del movimento dei giovani degli anni Sessanta: il movimento studentesco. 

Il 15 novembre 1967 gli studenti che rifiutano l’aumento delle tasse universitarie decidono di compiere la prima occupazione dell'Università Cattolica di Milano. È l’inizio del lungo Sessantotto milanese.

Il’68. Termine e concetto
Alcune possibili precisazioni terminologiche e definizioni/interpretazioni. 
«Il termine “’68” è un modo conciso per indicare tutte le svariate correnti radicali che affiorarono alla fine degli anni Sessanta e all’inizio del decennio seguente; è un termine che comprende un’ampia gamma di strategie di cambiamento, gamma che scaturì sia dalla riattivazione di vecchie forme civili e libertarie, sia dalla creazione di nuove forme di resistenza. Il ’68 portò alla luce una pluralità di posizioni politico-culturali e segnò la rottura con le nette demarcazioni di campo ereditate dal periodo della guerra fredda » [Lumley, p.96].
 
«Il 1968 fu […]molto di più di una protesta contro la miseria studentesca, fu una rivolta etica, un rilevante tentativo di rovesciare i valori dominanti dell’epoca. L’obiettivo era di impedire, prima agli studenti e poi all’intera popolazione, l’ “interiorizzazione” dei valori della società capitalistica». [Ginsborg, p.408] 

«La cosa Sessantotto è un complesso movimento della storia che abbraccia alcuni anni (per indicare l’anno, come data storica, scrivo invece ’68). Nel periodo a cavallo tra la seconda metà dello scorso decennio [la prima edizione del libro di Viale  è del 1978] e i primi anni di questo, si sviluppa in quasi tutto il mondo una rivoluzione: cioè una trasformazione profonda nella gestione del potere, della produzione e della riproduzione sociale» [Viale, p.13].

«Il ’68 è stato come una grande onda, molto alta… noi eravamo sulla cresta, dove c’è la schiuma, e abbiamo visto delle cose stupende, meravigliose». [M.Rostagno, in Ricci, p. 277 ].

«Secondo me il ’68 è  stato fatto da un’avanguardia borghese/letteraria/artistica. Probabilmente l’ultima avanguardia borghese del ventesimo secolo, poi è scoppiata ». [C.Rusca, in Ricci, p. 294]

«Vivevamo in un racconto generale in cui ci riconoscevamo. Per la prima volta ci siamo cominciati a sentire, a chiamarci una generazione. Una stagione singolare; non solo si viveva il proprio tempo ma gli si dava anche il significato. Un po' come se vivessimo in diretta la nostre epica, la nostra Eneide o l'Odissea».  [G.Grignaffini, in Corriere della sera, 11.07.2013]

Rivolta? Contestazione? Rivoluzione?
Il termine  rivolta  è da preferire. L’uso del termine rivolta è una scelta di interpretazione storiografica, e proprio perché tale, appare la scelta più corretta.   «Scegliere il termine rivolta vuol dire, per usare un linguaggio rigoroso, escludere la rivoluzione. Le rivolte sono le vecchie sommosse, o se vogliamo, le jacqueries; e non per nulla, all’interno dello stesso movimento studentesco, c’è stato un gruppo che si è appunto definito Jacquerie. Dunque non ci si pongono prospettive rivoluzionarie; a lungo, a lunghissimo periodo, si crea un’atmosfera di rivolta endemica». [Matteucci, p.87]. Tuttavia questa “rivolta” s’è nidificata dentro una vera rivoluzione, quella complessa mutazione culturale, che si potrebbe definire antropologica e che da allora in poi è stata  irreversibile.

Paul Berman parlerà di quattro enormi rivoluzioni. La prima che ricomprende tutto ciò che è universalmente noto, ma indistinto, del Sessantotto: dalle rivolte studentesche, alle marce, alle occupazioni di edifici, alle ribellioni della sessualità delle femministe, dei gay, delle minoranze etniche. Insomma tutto: insurrezione politica e rivoluzione dei costumi. La seconda fu «una sollevazione nell’ambito dello spirito», e qui Berman elenca un po’ confusamente gli hippy, la poesia beat, un certo trascendentalismo, il folclore messicano, gli ampliamenti psichedelici della mente, ma anche lo spirito nuovo del cattolicesimo dovuto al recente Concilio che getta i semi della teologia della liberazione. La terza rivoluzione fu quella mondiale contro  l’imperialismo occidentale prevalentemente americano. La quarta quella dei Paesi dell’Est contro le dittature di sinistra. [Berman, pp.3-5]
Berman rimanda a scenari americani. Singolare, rispetto alla sua prospettiva, è che un critico liberale italiano, Alberto Ronchey, parlando della società italiana come “di frontiera” sottolinei che essa abbia «subìto nelle piazze e nelle menti l’irruzione di un’ideologia ibrida, che nasce insieme dalle dottrine egualitarie (miti dell’Est) e dottrine edonistico-permissive (miti dell’Ovest. La miscela, che si può definire “estremismo egualitario-permissivo, ha nutrito una parte dell’ultima generazione in urto violento e forse irrimediabile con la società » [A. Ronckey, p.87].

Quanto al termine “contestazione” il leader dei beat milanesi Melchiorre Gerbino rivendica  con buona ragione  alla propria inventiva linguistica l’applicazione del termine al movimento giovanile beat. In un numero della sua rivista pubblicata a Milano “Mondo Beat” (solo sette numeri dall’inverno 66 all’agosto 67) aveva coniato lo slogan 'L'inserito protesta - il beat contesta' unitamente all'espressione contestazione globale, con cui si intendeva il rifiuto di vivere in famiglia, frequentare la scuola, piegarsi al lavoro salariato.  Toccò al settimanale "Grand Hotel" di citare per primo la “Contestazione”. Prima di allora si era scritto di "protesta" (beat generation e movimenti studenteschi americani) e di "provocazione" (provos olandesi). «Nessuno troverà il termine "contestazione", in qualsivoglia scritto di qualsiasi lingua, usato in questa nuova accezione di "contestazione del sistema", prima che fosse apparso in questo articolo di "Grand Hotel" di fine aprile inizi maggio1967»,  a firma di Dina Vallino che intervistava lo stesso Gerbino. [Gerbinoqui
Dissenso studentesco è la locuzione usata da Kenneth Keniston nel suo studio sui giovani radicali americani.  [Keniston, pp.282 - 313].

Struttura del Movimento Studentesco e forme di lotta – Assemblea 
Dalla composizione della prima occupazione della Cattolica si desume un minimo di organizzazione del Movimento studentesco, o MS. Organo supremo deliberante è l’Assemblea generale di tutti gli studenti o degli occupanti; un “Comitato di agitazione” dirige  l’attività quotidiana; si aggiungono, con compiti di gestione delle attività,  delle “Commissioni” per  organizzare seminari e attività specifiche. 
 


























Alfio Squillaci

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Esempio 1
Esempio 1
Aspetti del Sessantotto
dal 10 sett 2013
Alcuni libri citati nel testo:


recensione di Scavino, M., L'Indice 1998, n. 7

Chi si occupa dei movimenti politici e sociali degli anni sessanta e settanta, e del loro ruolo nello sviluppo della società contemporanea, attendeva da tempo l'edizione italiana di "States of emergency.Cultures of Revolt in Italy from 1968 to 1978." Ci troviamo di fronte, infatti, a uno degli studi più significativi su questi temi, nato da una ricerca di dottorato e frutto di un profondo lavoro di scavo nella letteratura esistente, ma anche su fonti archivistiche (depositate alla Fondazione Feltrinelli di Milano) e su una serie di testimonianze di protagonisti. Una nuova dimostrazione, tra l'altro, di come proprio da autori anglosassoni continuino a venire alcune fra le opere migliori in questo campo: si pensi, in primo luogo, a "Democrazia e disordine." "Movimenti di protesta e politica in Italia 1965-75", di Sidney Tarrow (Laterza, 1990), che costituisce tuttora uno dei più riusciti tentativi di sintesi, al quale anche Lumley per certi aspetti si è evidentemente ispirato.
In realtà il libro, benché offra tesi e interpretazioni di respiro generale, è tutto incentrato su Milano, indicata nell'introduzione (forse un po' troppo sbrigativamente) come la realtà più ricca e articolata in Italia, dal punto di vista dell'espressione di movimenti non solo operai e studenteschi ma anche di donne e di giovani, di riviste e di locali "alternativi". E in effetti il suo pregio maggiore consiste proprio nella capacità di ricostruire un quadro ricco di quei movimenti sociali, studiandone l'effettiva complessità nell'arco di un intero decennio ed evitando quelle operazioni di riduzione tematica e/o cronologica, o di vera e propria de-contestualizzazione, operate abitualmente dai mass media (ma presenti a volte anche nella letteratura specialistica). Così, a un capitolo dedicato alla nascita del movimento degli studenti segue uno, corposo e articolato, sulla ripresa delle lotte operaie e sull'autunno caldo, che in Italia fu (assai più del mitico '68) il vero punto di svolta dell'intera situazione economica, politica e sociale. E a questi segue un altro capitolo ancora, che analizza il complesso intreccio dei movimenti degli anni settanta, con l'emergere - accanto alle più tradizionali forme del conflitto sociale - delle nuove soggettività dei giovani e delle donne, ma anche del ribellismo violento delle organizzazioni armate.
Comunque, nonostante abbia una struttura essenzialmente cronologica, al centro del lavoro di Lumley non stanno tanto i fatti e i contesti storici, quanto piuttosto il loro significato in termini di trasformazione sociale e culturale. E la metodologia di ricerca adottata non è interamente quella della ricostruzione storico-politica (nel senso anche di storia interna delle associazioni e dei movimenti), ma è piuttosto un intreccio di storia sociale e di studi culturali che si focalizzano sui movimenti come espressioni (e agenti, al tempo stesso) di trasformazioni profonde delle mentalità e degli atteggiamenti collettivi. Non a caso, i principali riferimenti teorici considerati sono - per l'Italia - i lavori di Pizzorno, Melucci e Donatella Della Porta, cioè quel tipo di sociologia storica che è stata sinora la disciplina più attenta e produttiva su questi temi.
Le tesi di fondo del libro rispondono evidentemente a questa impostazione, soprattutto laddove Lumley avanza un'ipotesi di classificazione dei movimenti in termini di valenze trasformative (richiamandosi agli studi di Raymond Williams). "Forse - vi si legge - è possibile distinguere schematicamente tra forze o tendenze nate alla fine degli anni Sessanta che anticiparono e stimolarono una politica 'movimentista' (forme emergenti) e quelle che proposero soluzioni organizzative (forme residuali) a quelli che ritenevano essere i limiti dei movimenti sociali". E per quanto egli stesso si affretti, subito dopo, ad attenuare il giudizio ("si tratta di una polarizzazione semplicistica, in quanto non esiste una demarcazione netta tra chi guardava avanti e chi guardava indietro"), non c'è dubbio che il senso ultimo di questa ricerca stia proprio nell'individuazione di alcune differenze di fondo tra gli ambiti più tradizionali di espressione del conflitto sociale (sostanzialmente quelli articolati attorno all'industria) e quei movimenti che invece a suo giudizio "sollevavano interrogativi di tipo nuovo su taluni aspetti della vita delle persone che fino ad allora erano stati esclusi completamente dalla politica". In altre parole, all'interno dell'arcipelago dei movimenti italiani degli anni settanta avrebbero agito forze che erano destinate a esaurirsi e a essere sconfitte, e altre (come i giovani, il movimento femminista e quello ecologista) che invece, per quanto fossero allora intimamente intrecciate con le prime, avrebbe-ro invece anticipato forme di conflitto sociale tipiche delle società postindustriali (e delle quali Lumley, in conclusione, auspica una ripresa nella realtà odierna).
In quest'ottica, allora, l'intero volume è attraversato dal tentativo di cogliere, nelle diverse espressioni dei movimenti (soprattutto sul piano culturale e delle mentalità collettive), la dialettica tra elementi di innovazione ed elementi più tradizionali, tra rivoluzione dei costumi e atteggiamenti conservatori e maschilisti, tra ideologia libertaria e mancanza di democrazia reale nella pratica delle organizzazioni. E ne deriva indubbiamente un quadro vivace, ricco di osservazioni e di giudizi stimolanti, sorretti peraltro da un solido richiamo a testi, documenti e testimonianze dell'epoca.
Ne derivano però anche qualche eccesso di schematismo e qualche forzatura, dettati proprio dal tentativo di individuare una sorta di dialettica vecchio/nuovo in ogni aspetto dei fenomeni studiati. Così, per esempio, alle organizzazioni della sinistra extraparlamentare viene attribuito "tout court" uno stile di organizzazione "leninista" (che esse in realtà erano lungi dal possedere), solo per contrapposizione generica alla categoria di "movimentismo". E a più riprese, sottolineando l'elemento di novità rappresentato dalle culture giovanili, si tende a proporre l'immagine di una rottura radicale con le culture politiche, che risulta per la verità una petizione di principio, più che una tesi documentata.
L'impressione generale è che questi limiti emergano soprattutto nella seconda parte del libro. Infatti, i due capitoli dedicati al movimento degli studenti e a quello operaio, che hanno una struttura più analitica e descrittiva, risultano i più compatti e convincenti nelle argomentazioni. Quando invece Lumley passa a trattare di oggetti storiograficamente ancora grezzi (come i giovani e il femminismo), oppure sovraccarichi di delicate implicazioni politiche (come nel caso del terrorismo), il suo stile perde qualcosa in efficacia: l'equilibrio tra narrazione e interpretazione si spezza e i giudizi di tipo generale finiscono per diventare l'elemento centrale, a scapito qua e là anche della precisione.
Era obiettivamente difficile governare una materia così vasta e complessa, oggetto spesso di superficiali semplificazioni giornalistiche più che di studi seri, tentando di rintracciare nella storia di quel decennio di conflitti il filo - spesso così contradditorio - delle trasformazioni sociali e culturali. Lumley comunque vi è riuscito egregiamente, offrendoci uno dei contributi più interessanti e storiograficamente più rigorosi su quella che è stata definita "la stagione dei movimenti". Uno di quei libri non effimeri, ma destinati a durare, a diventare letteratura.
Poche parole, infine, su alcune scelte dell'editore italiano. A parte il discutibile cambiamento del titolo originale (che aveva una sua efficacia maggiore, e non parlava di terrorismo ma piuttosto di "cultures of revolt"), colpisce in un'opera di questo livello l'assenza dell'indice dei nomi, cioè di uno strumento fondamentale per il suo uso critico. E colpisce anche il fatto che si sia scelto di non intervenire sull'apparato di note (evidentemente pensato per il lettore anglosassone), adeguandolo alla realtà italiana con indicazioni bibliografiche più puntuali; cosicché, per esempio, di diversi autori sono segnati gli interventi in lingua inglese e non gli originali italiani, e neppure le opere maggiori. Ma purtroppo queste piccole dimostrazioni di incuria, in opere di carattere scientifico, stanno diventando sempre più frequenti nel mercato editoriale italiano.



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La flowchart  tratta da A. Ricci, I giovani non sono piante, Sugarco Edizioni, Milano 1978. 
SOMMARIO

- Prologo
-Il’68. Termine e concetto
- Rivolta? Contestazione? Rivoluzione?
- Struttura del Movimento Studentesco e forme di lotta
- Operaismo e marxismo
- Mondialismo
- Le culture giovanili
- Il linguaggio del rock come koiné di una generazione.
- Giovani e adulti a confronto
- Il nuovo dress code
- Liberazione sessuale. Maschilismo, sessismo
- Conflitto con il padre – “Voglio essere orfano
- La separazione
- Incorrotta alterità
-La minaccia dell’integrazione
- Comunicazione e controinformazione
- Comunicazione – Volantini
- Comunicazione – Controinformazione -Graffiti
- Socialità
Creazione del linguaggio sinistrese o politichese
- Diffusione del turpiloquio
- Soggettività
- Numeri
- Interpretazioni
Bibliografia
- Sitografia