quella babele di testi ci sarà una copia consunta e ingiallita de Il deserto dei tartari, ma se provaste a cercare altro, non so, I sette messaggeri o Il segreto del bosco vecchio, senz'altro quella stessa negoziante, che vi ha guardati in cagnesco dacché avete aperto bocca, abituata a vendere come il pane romanzi rosa per adolescenti smaniosi di lucchetti (2), inizierà ad imprecare col pensiero alla ricerca disperata dell’autore che non si trova. La faccio breve: tornerete a casa senza alcun libro sotto il braccio. Se sarete pazienti, cercherò anche di spiegarvi il perché, cosa c’entra lo scrittore di San Pellegrino e soprattutto l’allegoria indicata nel titolo di questo saggio che umilmente mi accingo a scrivere. Potrei liquidare la questione dicendo che pensare è faticoso, che il mercato editoriale è più spietato di quello della moda, che siamo diventati dei lettori impazienti e terrorizzati all’idea di aggrinzire la fronte per il troppo riflettere, ma voglio andare più a fondo. Non me ne vorrà il monaco Martin Lutero, il quale sosteneva che “gli studi traslati sono opera di gente che non ha altro da fare”, tuttavia è proprio dall’allegoria, in particolar modo da quella moderna, che vorrei iniziare. Nel Novecento, questa figura retorica, che nei manuali viene talvolta definita anche come metafora continuata o personificazione, non solo non è più vuota e misteriosa, ma diviene combinabile con le rappresentazioni mimetiche, senza essere necessariamente impiegata in ekfrasis, descrizioni o digressioni di vario genere. Relegata dapprima al ruolo di comparsa, l’allegoria, rivalutata da Walter Benjamin, diviene protagonista e svolge diversi ruoli in alcuni tra i più importanti romanzi contemporanei. Non è comunque cosa semplice riepilogare il rapporto che intercorre tra l’allegoria medesima e la narrazione, né si può ignorare l’intera faccenda considerando che buona parte della nostra cultura letteraria è costituita da racconti e romanzi. È possibile un’allegoria del romanzo o, quanto meno, un’allegoria nel romanzo?(3).  Questo è il primo nodo di Gordio da disbrogliare. Ad una prima lettura infatti la risposta sembrerebbe avere esito negativo, perché se è vero che la logica della fiction romanzesca poggia sull’immedesimazione, è naturale pensare che per l’allegoria non ci sia posto e, che qualora ci fosse, essa, suonerebbe, come ha giustamente rilevato il critico Francesco Muzzioli,  una lingua straniera agli orecchi sia dei “mercanti di letteratura” che dei suoi consumatori (4). L’allegoria infatti stuzzica l’appetito del pubblico odierno, lasciandolo tuttavia insoddisfatto, come una sigaretta tanto agognata quanto insulsa, che delude colui che si accosta ad un libro con l’intento di trovare in esso un dramma simile al suo, una situazione credibile e plausibile, entro cui rispecchiarsi e trovare chissà quali risposte. L’allegoria invece, e qui risiede il suo particolare gusto, gradito ormai solo ai lettori dai palati fini, lascia nelle mani dei fruitori la soluzione, senza tra l’altro sciorinare alcun lieto fine. Senza essercene accorti siamo di fatto tornati al punto di partenza, motivando la ragione per cui un autore come Buzzati, che ha fatto dell’allegoria uno dei punti di forza della sua prosa, sia uno scrittore introvabile nel mercato attuale e poco digeribile ( concedetemi ancora di usare termini appartenenti al lessico culinario, invasivo se vogliamo, ma non si può far altro che accettare fiaccamente che il nostro è il secolo del cibo e non purtroppo della letteratura! ). 

Buzzati è stato uno scrittore prolifico ed eclettico; per tutta la carriera letteraria si è cimentato con simboli, allegorie, parabole, parodie; ha inventato paesaggi misteriosi, altri orridi, altri moderni ed egualmente infernali; ha costruito situazioni paradossali, racconti dell’assurdo e favole, sogni scientifici e fatti verosimiglianti. [… ] Si è mostrato padrone della sua lingua e ne ha tratto i più svariati effetti: ma dietro questa smagliante inventività e sotto l’eleganza formale il quadro della realtà che ci prospetta è doloroso, agghiacciante, apocalittico e altrettanto macerata la concezione esistenziale che lo sorregge (5) 

Con queste parole, Silvana Cirillo, una delle massime studiose di quell’area definita da Gianfranco Contini come “Italia Magica”, riassume il talento e la versatilità dell’autore che ha esordito nel 1933 con Barnabo delle Montagne e che è stato ribattezzato dalla critica recente come “Angelo della Cronaca”. Ma non è del Buzzati giornalista che vorrei parlare, a meno che non serva come ausilio al mio discorso, ma di quello che ha scelto soprattutto l’arte del non dire, dell’allusione e della lontananza, dell’apparizione sfumata, insomma del chiaroscuro irreale (6) più semplicemente dello scrittore che per toccare tutte le possibili pieghe dell’esistenza umana ha adoperato l’allegoria, intendendola non come drappo che nasconde ciò sta dietro, ma che svela quello che sta davanti e che grava sulla sensibilità umana, difatti le tensioni suscitate dall’allegoria non hanno sfogo nel testo ma  prolungano i propri effetti fuori di esso (7). Accanto alla letteratura usa e getta, esiste pertanto in direzione opposta quella capace di assorbire il lettore, sino a sfinirlo, la quale non si esaurisce di colpo, ma si consuma lentamente, alla stregua di una fiamma, che non tutti gli scrittori sono capaci di tenere viva. L’allegoria infatti non è un accessorio di cui si può fare a meno, né un’espediente per far perdere al lettore il filo del discorso, ma una costellazione di segni, non è mai una sola parola, ma è una frase, un discorso per immagini (8) , persino quella più semplice cela infatti una molteplicità  di particolari e segni, che ne determinano la frammentarietà e la sua effettiva discontinuità. Per far sì che il discorso appaia più chiaro, sarà opportuno vedere più da vicino un’opera buzzatiana, ove compaia quest’allegoria tanto menzionata, fornendo un'indagine puntuale e concreta, uso quest’ultimo aggettivo non a caso, infatti a differenza della metafora, l’allegoria “dialoga con le cose”(9)  e non con le parole. Nella smagliante girandola di trovate che la fantasia inesauribile dello scrittore ha saputo escogitare e nella non comune duttilità e polisemia del suo linguaggio(10) , avrei potuto scegliere di analizzare l’acclamato Deserto dei tartari, ma ho preferito soffermare l’attenzione su un testo meno celebre e di dimensioni certamente più modeste: Una goccia, una narrazione inclusa nella raccolta dei Sessanta racconti, pubblicata nel 1958 e vincitrice del Premio Strega. Se dovessimo provare a desossificare (11)  la trama del racconto basterebbe dire che si tratta di una goccia d’acqua che, di notte, sale i gradini di una palazzina, anziché scendere: è una cosa quasi impercettibile, ma sufficiente  per sconvolgere gli inquilini di tutto il casamento.  Quel che infatti sta a cuore a Buzzati è il montaggio della situazioni, per questa ragione l’allegoria si incastra perfettamente con il suo modo di scrivere, in quanto quest’ultima si muove secondo uno sviluppo parcellizzato, la narrativa viceversa in maniera processuale. Nelle opere di Buzzati non succedono grandi eventi, in realtà non avvengono grandi passaggi o movimenti, tranne quello vorticoso del tempo, tutto pare stagnare in una statica immobilità (12) e Una goccia non fa eccezione. Potrei azzardare affermando però che qui, più che altrove, la grande allegoria viene raccontata come se fosse un fatto di cronaca, e qui risiede l’assurdo e l’abilità della scrittura di Buzzati, non a caso, a proposito di lui, Eugenio Montale disse “La letteratura e il giornalismo si trovano in lui nello stesso guanto, però rovesciato”. Sospesa tra un realismo puntuale, quasi di cronaca, e un mondo a tinte fiabesco, dove l’incredibile è ammesso, alberga l’allegoria, quella prossima al fantastico. Si realizza in questo racconto quella che il critico Tzvetan Todorov ha definito allegoria esitante; immediato è il richiamo a Il naso di Gogol, datato 1835, anche se Buzzati ha più volte affermato che avrebbe potuto comporre quello che scrive, anche se non avesse letto Poe, Kafka e lo stesso Gogol, e tale obiezione, secondo Debenedetti (13) , sarebbe forse eccessiva. Addentriamoci nel racconto buzzatiano: perché dunque la goccia che sale le scale è un’allegoria? Non potrebbe essere semplicemente la protagonista di un racconto fantastico? Non sarebbe consentita una mera lettura letterale dell’oggetto in questione? Procediamo con ordine, sostenendo che non si può trattare soltanto di una narrazione favolistica, perché sebbene il narratore sia interno alla vicenda narrata (topos del racconto fantastico), leggiamo infatti: “Non siamo stati noi, adulti, raffinati, sensibilissimi, a segnalarla!”, e sia abile nel coinvolgere il pubblico: “Una goccia d’acqua sale i gradini della scala. La senti?”, infatti per Buzzati commuovere il lettore significa propriamente suscitare in lui forti emozioni, cioè portarlo a sentire le medesime cose che percepisce lui stesso, sedurlo, conquistarlo e indurlo a riflettere (14), non vi è alcun espediente, filtro magico o pozione, che giustifichi l’anomalo movimento della goccia. Ritenere invece che si tratti di un’allegoria, cosa che tra l’altro l’autore stesso nega, ma è una questione di cui discorrerò a breve, è giustificabile dal modo in cui l’affabulatore descrive le movenze della goccia: 

sale i gradini della scala; 

saltella; 
piano piano si innalza lungo la tromba delle scale;
tace. Altre volte invece, per lunghe ore non fa che spostarsi, su, su, si direbbe che non si debba più fermare, battono i cuori allorché il tenero passo sembra toccare la soglia. Meno male, non si è fermata. Eccola che si allontana, tic, tic, avviandosi al piano di sopra (15).
 
Se leggessimo queste azioni, staccandole dal racconto, esse potrebbero essere attribuite ad una persona più che ad un oggetto, se poi volessimo sforzare di più la fervida immaginazione, che ci trasciniamo via come residuo dell’infanzia, potremmo addirittura figurarcela come un’anziana vestita di nero, scarna e coperta di stracci, e cadere in una “allegoria nell’allegoria”, perché tra la vecchietta e la morte il passo è veramente breve. Ma non è su questo punto che voglio insistere, gradirei che focalizzaste l’attenzione sul fatto che la goccia è un’allegoria proprio perché non si comporta come tutte le altre sue simili, ossia non segue la legge di gravità. Sul significato si potrebbe avanzare una serie di supposizioni diverse, senza avere la pretesa che qualcuna di queste vi convinca. Partirei dalla più assurda, ma non per questo biasimevole di essere meno valida: la goccia non indica nulla, alla maniera dell’Odradek, presente nel racconto La preoccupazione del padre di famiglia di Kafka, scrittore più volte accostato allo stesso Buzzati, potrebbe non poggiare su una base stabile; risulterebbe essere un’allegoria vuota, lo stesso Benjamin nel Dramma Barocco tedesco, aveva scritto che “nasceva un nuovo mondo: un mondo vuoto”, nel quale l’allegoria rimaneva a mani vuote, proprio perché nella modernità si verifica il prosciugamento del senso, più propriamente  del significato, per cui, sempre per citare il critico letterario tedesco, l’allegoria arriva a significare “il non essere di ciò che rappresenta”. Un paradosso, una manifesta negazione che tuttavia troverebbe piena giustificazione nelle numerose interrogative presenti alla fine della narrazione, definite dall’esperta Silvana Cirillo come un’eccezionale litote narrativa. Il dodicesimo racconto potrebbe infatti essere letto proprio partendo dall’epilogo, Buzzati è già tutto qui, in questi passaggi dal verosimile al misterioso, in questo porsi e porre angosciose domande senza risposta, in questo interrogarsi ininterrotto e ossessivo sul destino dell’uomo e sul senso della vita (16):

Ma che cosa sarebbe poi questa goccia: – domandano con esasperante buona fede – un topo forse? Un rospetto uscito dalle cantine? No davvero. E allora – insistono – sarebbe per caso un’allegoria? Si vorrebbe per così dire, simboleggiare la morte? o qualche pericolo? e gli anni che passano? Niente affatto, signori: è semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale.O più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere? Le terre vagheggiate e lontane dove si presume la felicità? Qualcosa di poetico insomma? No, assolutamente. Oppure i posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai quali mai giungeremo? Ma no, vi dico, non è uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimé proprio di una goccia d’acqua, a quanto è dato presumere, che di notte viene su per le scale. Tic tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura (17)

Il chiaroscuro del mistero e dell’indicibile diventa l’unica vera realtà del racconto, o per meglio dire, l’unica vera irrealtà. L’inverosimile, come spesso in Buzzati, non è in ciò che avviene, ma in ciò che non avviene e si crede e attende che avverrà, e appartiene alla dimensione irreale, sovrannaturale, inspiegabile, irreparabile, fatale, sdoppiata, ecc … propria di ogni fantastico (18) . Sensibile al Realismo Magico di Bontempelli, Buzzati è come Joyce, Svevo, Kafka, figlio della letteratura del dubbio ed è proprio per esprimere questo stato angoscioso che egli adotta pause, interrogative, onomatopee e metonimie, riuscendo a creare una “suspense a rovescio (19)”, preparando il lettore a un grande evento, che ben presto verrà vanificato e banalizzato. Nulla di importante succede, anzi si potrebbe ben dire che la parte più vivace della vita sarebbe proprio l’attesa, ed è premura di Buzzati far muovere i suoi personaggi in maniera frenetica, paiono incontenibili a volte, e ciò avviene in quei rari momenti epifanici, grazie ai quali la banalità sembrerebbe ottenere un riscatto, e paralizzati , come devitalizzati al pensiero che la loro esistenza non stia andando da nessuna parte, che tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai (20). Ecco l’allegoria potrebbe essere l'inabilità di riempire il tic e il toc che scandiscono come un assassino il nostro tempo, un pendolo, che nel caso di Buzzati medesimo, manifesterebbe l’animo diviso tra desiderio di scrivere e quello di vivere. Sono sicura che nel dedalo di queste interrogative si cela la soluzione dell’enigma, il che dovrebbe far notare la polisemia e il sovrasenso dell’allegoria moderna, che divincolatasi dalle “catene” dell’esegesi biblica e greca, è in grado ora di offrire sconfinate possibilità. Né deve fiaccare la congettura che si tratti certamente di un’allegoria, solo per il fatto che Buzzati la neghi, anzi, paradossalmente, tale artificio rientrerebbe nella giostra dell’assurdo e strapperebbe al pubblico la soddisfazione di trovare un’univoca risposta.  Con massima lucidità Buzzati non lascia nulla al caso, anche quei dettagli buttati lì con nonchalance, velano un disegno preciso, pensate solo al fatto che sia una servetta ad accorgersi della goccia, come a dire che l’angoscia possa toccare qualsiasi classe sociale, ribaltando il nostro “anche i ricchi piangono”, senza tuttavia che ciò, faccia cadere il ghigno di una risata, accentuata dal dialogo tra la cameriera e la signora presso cui presta servizio: 

Bensì una servetta del primo piano, squallida piccola ignorante creatura. Se ne accorse una sera, a ora tarda, quando tutti erano già andati a dormire. Dopo un po’ non seppe frenarsi, scese dal letto e corse a svegliare la padrona. “Signora” sussurrò “signora!” “Cosa c’è?” fece la padrona riscuotendosi. “Cosa succede?” C’è una goccia signora, una goccia che vien su per le scale!” “Che cosa?” chiese l’altra sbalordita. “ Una goccia che sale i gradini!” ripeté la servetta e quasi si metteva a piangere. “Va, va” imprecò la padrona “sei matta? Torna in letto, marsch! Hai bevuto, ecco il fatto, vergognosa. È un pezzo che al mattino manca il vino nella bottiglia! Brutta sporca, se credi...” Ma la ragazzetta era fuggita, già rincattucciata sotto le coperte. (21) 

L’inserimento della conversazione inoltre rende più reale la vicenda narrata, si noti tra l’altro lo straniamento, i tre aggettivi associati alla servetta “squallida, piccola, ignorante”, esprimono infatti il punto di vista dell’altezzoso uomo borghese, che si sente superiore alle classi subalterne. Ma il guaio dell'intelligenza, e Buzzati lo sa bene,  è che ti muove a cercare risposte, mentre basterebbe rimanere ignoranti per essere convinti già di averle; e allenta la tensione conferendo un carattere comico al fatto raccontato.  Il narratore infatti prosegue: 

“Chissà che cosa le sarà mai saltato in mente, a quella stupida” pensava poi la padrona, in silenzio, avendo ormai perso il sonno. Ed ascoltando involontariamente la notte che dominava sul mondo, anche lei udì il curioso rumore. Una goccia saliva le scale, positivamente (22) .

La credibilità della storia è avvalorata anche dall’uso del discorso indiretto libero, registrando infatti il fluire dei pensieri dei suoi personaggi, Buzzati si nasconde e le domande diventano martellanti, insistenti e ossessionanti quanto la goccia stessa: 

Ma che cosa mai avrebbe potuto trovare alla miserabile luce delle lampadine oscurate, pendule dalla ringhiera? Come rintracciare una goccia in piena notte, con quel freddo, lungo le rampe tenebrose? (23)

Altrettanto allegorico è il contesto entro cui la goccia si inserisce, si osservi infatti il binomio giorno/notte; la goccia, impercettibile, sale le scale quando è buio, mentre di giorno essa scompare, lasciando che gli inquilini del palazzo ne parlino, sottolineando come la sua assenza sia forte quanto il suo esserci: 

Al mattino, uscendo di casa, si guarda attentamente la scala se mai sia rimasta qualche traccia. Niente, come era prevedibile, non la più piccola impronta. Al mattino del resto chi prende più questa storia sul serio? Al sole del mattino l’uomo è forte, è un leone, anche se poche ore prima sbigottiva. (24)

La grande arte moderna, come dice Adorno, nega l’esistente piuttosto che entrare in convivenza con esso, frantuma la realtà della vita falsa per ricordarci che la vera vita è altrove: oltre cioè, la convenzionalità vuota e inautentica del segno, delle cose, del reale, del linguaggio, alla ricerca di nuovi significati, nell’epifania del banale e del quotidiano (25). Con questo non vorrei intendere che l’allegoria si inserisca in una sorta di falla del  racconto, ma vero è che è proprio attraverso il buco della serratura, che si guarda a questo fatto insolito della goccia. Non è forse il visionario, il vero realista? Come ebbe a dire il regista Federico Fellini, la cui cinematografia è impregnata di allegoria e di onirismo. Anche ne Il deserto dei tartari compare una goccia, la sera infatti in cui Drogo arriva esausto alla fortezza Bastiani, tuttavia non riesce a dormire perché disturbato da un continuo Ploc, Ploc. Buzzati conserva di quest’immagine solo la ripetitività del rumore e il fastidio che può derivarne, perché arriva poi a dilatare questa rappresentazione, creando qualcosa di nuovo: una goccia che non rispetta la legge di gravità, che sale. Non ha scelto quest’ultima per il significato simbolico dell’acqua, che nell’immaginario collettivo rappresenta la vita, l’utero materno addirittura, ma proprio perché la goccia è invisibile, e al contempo ossessionante. Il critico Tzvetan Todorov definisce infatti “perturbante” l’irruzione di un elemento irreale dentro un contesto verosimile, ed è chiaro che in questo racconto Buzzati abbia messo in gioco ogni accorgimento per terrorizzare il bambino che è in noi e non è forse nel buio che si consuma infatti l’angoscia primordiale dell’infante? Di gradino in gradino, lo scrittore costruisce la trepidazione, conosce l’animo umano e sa che cosa quest’ultimo paventa; l’intero caseggiato diventa infatti l’allegoria degli abitanti di una qualsiasi città moderna, del genere umano per esteso, che trascina dietro di sé, nonostante l’evoluzione, malgrado il progresso, sempre una stessa antica paura: la morte. 

E la morte? Tu puoi fuggire per oceani e monti, te la terrai chiusa dentro e, odiandola sopra ogni altra cosa, la nutrirai di te giorno e notte, perché dal giorno che sei nato, la morte ti sta risalendo millimetro per millimetro …(26)  

Potrebbe essere Lei l’altra faccia di quest’allegoria? È un'idea plausibile visto che alla morte Buzzati ha spesso abbinato gli stessi verbi, usati per la goccia, protagonista del racconto: 

E la morte, dici niente? Non l'avevi calcolata? Essa continua a salire dentro di te. Anche se in tutto il corpo non ci fosse neanche una cellula guasta, ugualmente lei avanzerebbe. Tu non ci pensi, è vero, per il momento te ne sei dimenticato, eppure quando ti sembra che manchi appena un respiro, una distanza impercettibile, meno di un passo, per essere felice e là ti impunti e più avanti non vai né riesci a capire perché, questo infinitesimo intervallo è pur sempre lei…(27)  

Timore forse non tanto della morte, quanto del vuoto che questa lascia dietro di sé, e dello spazio sconosciuto che vi sta davanti; è l’after death che preoccupa il nostro Buzzati, anche perché non esiste per lui alcun Dio a cui aggrapparsi. Sul finale egli cerca di tranquillizzare i locatari del palazzo della scala E, ma implicitamente sta rincuorando anche se stesso: “Non ci sono doppi sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d’acqua, a quanto è dato presumere, che di notte viene su per le scale”. Seguendo l’acuta lettura di Silvana Cirillo si potrebbe dire che anche in questo caso la letteratura ha assolto il suo compito, ha riempito di finzioni lo spazio tra il tic e toc e ha esorcizzato la morte (28) .  

Che strana vita, dunque. E non poter far reclami, né tentare rimedi, né trovare una spiegazione che sciolga gli animi. (29)

Vi avevo già avvisato che l’allegoria non solo può essere costituita da un allegorizzante preso ovunque, ma che lo stesso allegorizzato può significare un’infinità di spiegazioni. Si tratta di volta in volta di reinventare il senso, sfuggendo alla convenzionalità perché l’allegoria svuota la persona, come qualunque altro oggetto, e la usa come una cosa per farne la materia di un segno (30). Nel caso di Buzzati, non si tratta semplicemente della predilezione per situazioni assurde o distruzione del luogo comune, ma piuttosto del gusto del “meraviglioso” come grande movente della nuova poesia; quel frugare ovunque alla ricerca del “fazzoletto” con cui Apollinaire voleva sollevare l’universo (31) . Non c’è bisogno di narrare un fatto sublime , il talento di un autore si misura infatti dalla sua capacità di raccontare storie di tutti i giorni, rendendole tuttavia straordinarie: un fazzoletto che cade può essere per lo scrittore la leva con la quale solleverà tutto l’universo (32)

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE: 
DINO BUZZATI, Il deserto dei tartari, Oscar Mondadori, ed. 2011; 
DINO BUZZATI, I 60 racconti, Oscar Mondadori, ed. 2014, Ristampa
F. MUZZIOLI, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, ABEditore, 2014;
F. MUZZIOLI, Materiali intorno all’allegoria, Lithos, 2010; 
N. BONIFAZI, Teoria del «fantastico» e il racconto «fantastico» in Italia: Tarchetti, Pirandello, Buzzati, Longo, 1982; 
SILVANA CIRILLO, Nei dintorni del Surrealismo, Editori riuniti, 2006;
S. CIRILLO, Il modello e le mode di Buzzati, Arte tipografica editrice Napoli, 1974; 
GIACOMO DEBENEDETTI, Intermezzo, Milano, Il Saggiatore, 1972;
F. RONCORONI, (a cura di) Il meglio dei racconti di Buzzati, Milano, Mondadori, 1989. 

Non è che una goccia, signori!
                                              L’allegoria in Dino Buzzati     di  Cristina La Bella                
Non è che una goccia, signori! L’allegoria in Dino Buzzati


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Quella che vi propongo è una sfida tanto ambiziosa quanto semplice. Sarebbe sufficiente entrare in una comune libreria, trotterellare qua e là tra gli scaffali, leggere qualche titolo. Sono certa che non ravvisereste nessuna opera di Dino Buzzati. Non vi ho convinti? Provate allora a chiedere alla commessa, vi basterà attendere pochi minuti: giusto il tempo di un rapido clic sulla tastiera del suo computer. La signorina allora comincerà a chiedere a qualche collega se ce ne sia traccia tra i libri in saldo, quelli gettati negli enormi cestini metallici, per intenderci, dove, a discapito del prestigio letterario, Le barzellette di Totti costano più della Commedia dantesca. La fortuna potrebbe essere dalla vostra parte, forse tra 
Dino Buzzati
1) DINO BUZZATI, Il deserto dei tartari, Oscar Mondadori, ed. 2011, pag. 41. 

2 ) F. MUZZIOLI, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, ABEditore, 2014, pag. 10. 

3) FRANCESCO MUZZIOLI, Materiali intorno all’allegoria, Lithos, 2010, pag. 135. 

4)   Ibidem. 

5) SILVANA CIRILLO, Nei dintorni del Surrealismo, Editori Riuniti, 2006, pag. 36. 

6) N. BONIFAZI, Teoria del «fantastico» e il racconto «fantastico» in Italia: Tarchetti, Pirandello, Buzzati, Longo, 1982. 

7) F.MUZZIOLI, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, ABEditore, 2014, pag. 33. 

8) F.MUZZIOLI, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, ABEditore, 2014, pag. 33

9) F. MUZZIOLI, Materiali intorno all’allegoria, Lithos, 2010. 
  
10) S. CIRILLO, Il modello e le mode di Buzzati, Arte tipografica editrice Napoli, 1974, pag. 15. 

11) S. CIRILLO, Il modello e le mode di Buzzati, Arte tipografica editrice Napoli, 1974. 

12 S. CIRILLO, Nei dintorni del Surrealismo, Editori Riuniti, 2006, pag. 37. 

13) GIACOMO DEBENEDETTI, Intermezzo, Milano, Il Saggiatore, 1972, pag.183. 

14) F. RONCORONI, (a cura di) Il meglio dei racconti di Buzzati, Milano, Mondadori, 1989, pag.6. 

15) D.BUZZATI, I 60 racconti, Oscar Mondadori, ed. 2014, Ristampa. ( pagine 142,143,144 ). 

16) S. CIRILLO, L’ombra dell’Apocalisse nell’opera del primo Buzzati, saggio pag. 35. 

17) D.BUZZATI, I 60 racconti, Oscar Mondadori, ed. 2014, Ristampa. ( pagine 142,143,144 ).

18) N. BONIFAZI, Teoria del «fantastico» e il racconto «fantastico» in Italia: Tarchetti, Pirandello, Buzzati, Longo, 1982.

19) S. CIRILLO, Nei dintorni del Surrealismo, Editori riuniti, 2006, pag. 47. 

20)  DINO BUZZATI, Il deserto dei tartari, Oscar Mondadori, ed. 2011. 

21) D.BUZZATI, I 60 racconti, Oscar Mondadori, ed. 2014, Ristampa. ( pagine 142,143,144 ).

22) Ibidem. 

23) Ibidem. .

24) Ibidem. 

25) Citato in S. CIRILLO, Nei dintorni del Surrealismo, Editori riuniti, 2006, pag.40. 

26) Tratto da Domenica in "In quel preciso momento", Dino Buzzati, 1950. 

27) Vedi nota 26. 

28) S. CIRILLO, Nei dintorni del Surrealismo, Editori riuniti, 2006, pag. 47.

29) D.BUZZATI, I 60 racconti, Oscar Mondadori, ed. 2014, Ristampa. ( pagine 142,143,144 ).

30) F.MUZZIOLI, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, ABEditore, 2014, pag. 32. 

31) S. CIRILLO, Il modello e le mode di Buzzati, Arte tipografica editrice Napoli, 1974, pag.28. 

32) APOLLINAIRE, in Esprit nouveau. Cfr M. NADEAU, Storia del Surrealismo, Macchia, Roma 1948.