Esempio 1
dal 27 agosto 2006
Galli offre una interpretazione complessiva dell'opera di Schmitt e del contributo che essa ha recato alla moderna filosofia politica. Egli analizza i testi schmittiani soffermandosi sui concetti chiave di sovranità, decisione, eccezione, rappresentanza e definisce la posizione di Schmitt all'interno del dibattito novecentesco su liberalismo e democrazia, politica e tecnica, politica e guerra, secolarizzazione. Galli poi individua nelle diverse fasi dell'opera schmittiana un tratto unificante costituito dalla riflessione sull'origine contraddittoria della politica moderna, nel momento della sua crisi più profonda: una riflessione provocatoria dove coesistono grandezza e miseria, forza conoscitiva e tentazione autoritaria.
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Carl Schmitt, il corvo bianco


  di Elena Alessiato
Quando, nel novembre 1954, gli venne chiesto di fornire i dati biografici da inserire in un volume dedicato a Ernst Jünger, Carl Schmitt si presentò così: «Nato nel 1888 a Plettenberg (Westfalia), studiò a Berlino, Monaco e Strasburgo, conseguì l'abilitazione nel 1916 a Strasburgo; in seguito all'esito della Prima Guerra mondiale perse la docenza. Dal 1921 al 1945 professore ordinario di diritto pubblico a Greifswald, Bonn, Colonia e Berlino; nel 1933 consigliere di Stato prussiano; nel 1945, in seguito all'esito della Seconda Guerra mondiale, perse la cattedra; vive dal 1947 a Plettenberg (Westfalia)». «Penso che questo basti,» aggiunse, e poi commentò: «L'identità con il destino della Germania, l'unità di professione scientifica e destino viene già abbastanza in chiaro in questi pochi dati». Forse all'età di 66 anni, e dopo aver attraversato due guerre mondiali, quell'Identità" era quel che più gli interessava, benché lo attendessero ancora 31 anni di vita e produttiva attività. O forse quell'associazione alla "grande" storia era stata da sempre la sua aspirazione più o meno confessata.  Da realizzare a qualsiasi prezzo. E il prezzo si rivelò essere molto alto. Carl Schmitt proveniva da una modesta famiglia di lavoratori artigiani e impiegati, primo di quattro figli, confessione cattolica. La  madre
Carl Schmitt  (1888 -1985)      in  una foto giovanile del 1912
desiderava che studiasse teologia per diventare prete, una scelta allora consueta per le famiglie umili come la sua. Sfidando le convenzioni del tempo, Carl si iscrisse a giurisprudenza e terminò gli studi in tempo record e con ottimi risultati. Ben presto gli si aprirono sia le porte della carriera accademica sia quelle della carriera forense. E con questo erano poste le basi per la sua ascesa sociale, che si realizzò pienamente negli anni tra le due guerre mondiali. Progressivamente infatti il "piccolo" Schmitt – 1,60 m di altezza e "occhi penetranti" – si insediò da professore nel sistema accademico tedesco e, grazie alla fama acquisita con le numerose pubblicazioni, venne invitato a tenere conferenze in Germania e all'estero, e anche per radio; a Berlino poi, dove si era stabilito dalla fine degli anni Venti, imparò a muoversi tra i circoli dell'élite politica e arrivò a essere richiesto come consigliere giuridico di Stato. Le aspirazioni di partecipare alla vita di quella realtà che era l'oggetto dei suoi studi, ossia lo Stato, vennero soddisfatte nel 1932, quando fu incaricato di essere l'avvocato difensore del cosiddetto "colpo di Stato prussiano", l'atto d'imperio con cui Franz von Papen, già cancelliere del Reich, assunse i pieni poteri sulla Prussia. Quando poi, alle elezioni del 31 luglio, il partito di Hitler consolidò enormemente la sua forza numerica, spalancando così la porta alla disfatta di quel poco che rimaneva della Repubblica, proprio Schmitt ricevette l'incarico di elaborare il testo di una nuova Costituzione. Il progetto non venne portato a termine ma per Schmitt fu la consacrazione come "giurista principe" del sistema presidenziale weimariano. Il passaggio di consegne da Papen al generale von Schleicher segnò l'emarginazione di Schmitt dalle stanze del potere ma proprio la delusione per il temporaneo accantonamento costituì una motivazione psicologica probabilmente decisiva per indurlo a sostenere il nuovo regime e i suoi rappresentanti. Il risentimento e il gusto della vendetta non arretrarono nemmeno di fronte al più folle e feroce sistema di potere del secolo.
Rimane controverso se Carl Schmitt fosse del tutto contrario o favorevole alla presa di potere di Hitler ed è difficile stabilire quanto sia credibile la giustifi-cazione con cui a posteriori egli spiegò il suo impegno a favore del sistema pre-sidenziale, derive auto-ritarie incluse, come ul-timo tentativo per impedi-re l'ascesa nazista. È però innegabile che negli ultimi anni la sua riflessione politico-giuridica si era radicalizzata. In alcuni brevi scritti del 1932-33, ad esempio, egli contrappose allo Stato pluralistico dei 
partiti lo Stato "qualitativamente totale" che esercita un controllo serrato sulla popolazione, allo scopo di omogeneizzarne le opinioni, anche grazie all'uso calcolato dei mezzi di comunicazione e dell'industria cinematografica. In quanto sistema di resistenza ai processi di spoliticizzazione in atto nell'era moderna e modello di rifondazione di una nuova statualità, Schmitt espresse in più occasioni il proprio plauso per la democrazia plebiscitaria e cesaristica instaurata in Italia da Mussolini, un personaggio per cui Schmitt provò una precoce ammirazione. Non a caso proprio i discorsi del Duce rientrano nel materiale letto da Schmitt durante la fase di elaborazione dello scritto sul parlamentarismo (1923). L'invocazione di "nuove élites", l'idea di uno Stato "forte" capace di decisione e intervento, la definizione del potere politico tramite la dialettica tra stato d'eccezione, risoluzione e normalizzazione, il pensare il rapporto tra l'individuo e lo Stato in termini di servizio e dovere, con conseguente svilimento dei diritti liberali, e altresì la messa in discussione delle strutture di legittimazione politica in atto, basate sul valore formale della legge, a favore di un fondamento materiale, quando non personalistico, del potere: queste e simili nozioni erano state pensate da Schmitt come contraltare a un sistema repubblicano infiacchito e screditato. Non stupisce che esse trovarono rispondenza nelle dinamiche, prima sotterranee e poi sempre più manifeste, volte a instaurare in Germania un regime antiliberale, centralizzato e dittatoriale che rivendicava il monopolio politico della società e del diritto.
Il Präsidialsystem della fase finale di Weimar fornì a Hitler gli appigli per prendere il potere e instaurare il suo regime. Prima nell'uno poi nell'altro scenario Carl Schmitt volle e seppe trovare il proprio ruolo. La collaborazione con il nazionalsocialismo, infatti, si protrasse per tre anni. Il giurista di Plettenberg riconobbe la legittimità del nuovo governo e in forza della legge sui pieni poteri del 1933, con cui di fatto venne sospesa la forma parlamentare-democratica, plaudì all'occasione per rinnovare lo Stato e il suo impianto giuridico. Al di là dei motivi teorici, però, ben presto Schmitt scorse nel regime di Hitler un'opportunità di ulteriore carriera e forse l'unico modo per continuare a esercitare la sua influenza di ascoltato e autorevole giurista di Stato. E così, in parte, avvenne. Rispondendo con prontezza alle aperture fattegli dai nuovi dirigenti, Schmitt prestò la sua consulenza ad alcuni importanti progetti legislativi, come quello sui rapporti tra Reich e Länder federali o sulla legislazione comunale, e frequentò i nuovi vertici del potere: al primo incontro Hermann Göring gli apparve come «il tipo di uomo adatto al tempo» e non fu insensibile all'energia quasi animalesca emanata da Hitler. Tenne discorsi in nome della "volontà del Führer" e pubblicò articoli dai toni ai limiti dell'apologia su riviste di partito. Quello stesso partito nazista (NSDAP) di cui divenne membro nel maggio 1933. Non lo fermarono nemmeno le disposizioni antisemite: al contrario approfittò della posizione di acquisito potere per portare a termine alcune vendette private contro colleghi e rivali (come nel caso del giurista berlinese Erich Kaufmann), tradì amicizie protrattesi per anni, rifiutò di firmare la dichiarazione di solidarietà per Hans Kelsen, suo collega all'università di Colonia e improvvisamente sospeso dall'insegnamento. E ancora: stabilitosi al  vertice  del   sistema accademico  e conteso tra più università, 
scambiò scritti e proposte di collaborazione con l'appena insediato rettore dell'Università di Friburgo, Martin Heidegger, optò per una nuova casa editrice apertamente nazionalista, approvò il rogo dei "libri infami" del maggio '33. Quando necessario apportò ritocchi e modifiche ad alcune sue opere, evitando ad esempio il riferimento a nomi e temi diventati scomodi. Trovò parole anche per giustificare la "notte dei lunghi coltelli (30 giugno 1933), le brutali epurazioni che accompagnarono il consolidamento del potere hitleriano, addirittura le leggi razziali di Norimberga. Soffocando nella convenienza le eventuali riserve sulle evoluzioni giuridiche del regime, si adoperò in ogni modo per poter essere considerato una delle personalità di spicco del regime. Gli riuscì fino alla fine del 1936.
L'ambizione di Schmitt di diventare il consigliere privilegiato del Führer e di contribuire attivamente a erigere l'impianto costituzionale del nazionalsocialismo si infranse contro l'anomalia di un regime sempre meno incline a trovare una stabilizzazione giuridica e sempre più teso ad    alimentare una     furiosa    ideologia di   repressione. Come 
spesso avviene nei regimi illiberali e servili, inoltre, c'è sempre qualcuno disposto a mostrarsi più fedele. E così gli sforzi di Schmitt si incagliarono negli intrighi e nel reticolo di vendette incrociate tessuto dai servi del regime e dai puristi del movimento. Le critiche e i dubbi sull'autenticità della fede nazista di Schmitt si moltiplicarono, gli vennero rinfacciati i frequenti rapporti con conoscenti ebrei prima del '33, la dedizione al regime presidenziale weimariano, l'identità cattolica e la commistione, tipica del suo pensiero, tra teologia cattolica e politica. Caduto in una posizione di sfavore rispetto ai giuristi delle SS, l'espulsione dalle gerarchie fu immediata. A Schmitt venne "chiesto" di sospendere le lezioni, con l'alibi di presunti motivi di salute fu esonerato da tutti gli uffici, su di lui vennero stesi rapporti. È probabile che si salvò dal carcere grazie all'intervento personale di Göring. Controvoglia tornò a essere uno studioso di diritto e un rinomato professore che tiene conferenze e scrive libri. Tuttavia continuò, benché in maniera più defilata, a intrattenere rapporti con alcuni funzionari di regime e al centro dei suoi studi ci fu ancora la teoria di uno "Stato totale". Anche dopo il 1936 non mancarono le assonanze tra i suoi lavori e i provvedimenti di regime, politica bellica inclusa.
Con la disfatta della Germania vennero per Schmitt il tempo dell'arresto, l'internamento in un campo di denazificazione, l'esonero dall'insegnamento universitario, le accuse di essere anch'egli un criminale di guerra, il divieto di pubblicazione (che durò fino alla fondazione della Bundesrepublik nel 1949 e che venne infranto dagli scritti sotto pseudonimo), infine il ritiro a vita privata nella natia Plettenberg, dove rimase fino alla morte. Gli episodi di diffamazione da parte delle SS che gli costarono la carriera nel 1936 gli salvarono la vita nel 1945.
Eppure Schmitt non riuscì mai a sentirsi colpevole, considerò l'arresto come un'ingiustizia, continuò a ritenersi una vittima, reagì alle accuse con stizza e risentimento: dopotutto può sussistere la possibilità di rimanere neutrale in una guerra totale? Non si era limitato solo a obbedire e dimostrare lealtà verso lo Stato da cui dipendeva? E al di là dell’ "avventura intellettuale", che cos'era stato il suo se non un prudenziale e cauto destreggiarsi con le nuove, temibili élites? Alla fine, non era lui stesso stato "ingannato"? Così Schmitt cercò di difendere il proprio passato, anche a Norimberga, durante gli interrogatori preliminari del famoso processo. Nemmeno in quell'occasione ci fu paura né vergogna, piuttosto incredulità. «In che veste sono qui? – chiese – Come imputato?». Sul fatto che avesse lui stesso contribuito a smontare le garanzie costituzionali proprie di uno Stato di diritto, che avesse invocato misure eccezionali anche oltre la legge, che si fosse espresso con inaudita violenza e volgarità sugli ebrei – su molto di questo Schmitt spesso rifuggì il confronto, sostenendo che per lui parlavano le sue pubblicazioni scientifiche, e che, certo, erano cose spaventose ma non aveva nulla da dire. Di fronte all'ingiustificabile il "giurista principe" scelse spesso il silenzio.
Un simile, protratto atteggiamento, ondeggiante tra la risolutezza del risentito e la cinica rassegnazione del perdente, contribuisce a rendere quasi inquietante la domanda: chi era veramente Carl Schmitt? Il più grande giurista del Novecento? Un genio rovinato dall'ambizione? Uno sfrenato bohémien antiborghese? Un parvenu di provincia affascinato, come tanti, dal nazismo? 0 una "sfinge", come lui talvolta si definiva? Probabilmente tutte queste cose insieme, e al contempo molto di più, come dimostra l'abbondanza degli studi che, in varie lingue e da diverse prospettive, da sempre vengono dedicati al "caso Schmitt".
Martin Heidegger (1889-1976)
Il libro più recente e rimarchevole pubblicato su quest'autore controverso viene dalla Germania e 
reca la firma di Reinhard Mehring, studioso della politica, originario di Düsseldorf e professore a Heidelberg, che a Schmitt ha dedicato gran parte della vita scientifica e professionale. Il libro racconta minuziosamente dell'ascesa" e del "declino"di Carl Schmitt e si propone di diventare la biografia di riferimento del personaggio (Carl Schmitt. Aufstieg und Fall, C.H. Beck, München 2009, pp. 750). Parafrasando una famosa formula dello storico Fritz Stern, si può dire che lo studio di Mehring, diviso in quattro parti, ripercorre la vita del giurista, e con essa la storia delle "quattro Germanie che ha conosciuto": la Germania guglielmina, la Germania repubblicana di Weimar, la Germania pervertita dal nazismo e quella della ricostruzione successiva alla disfatta del '45, ossia la Repubblica Federale Tedesca. Il ritratto che ne risulta è ampio e dettagliato, grazie soprattutto al ricorso ai lasciti, in particolare quello di Schmitt stesso conservato a Düsseldorf, a lettere, diari e financo alle agendine tascabili del giurista.Lo svolgersi del pensiero schmittiano viene ricomposto non solo mediante il riferimento alle opere pubblicate, ma anche ai rapporti intrattenuti con amici e colleghi, all'attività accademica 
e giuridica, alle dispute intraprese, come quelle con i giuristi contemporanei, con il pubblicista e poeta dadaista Hugo Ball o con Ernst Jünger lo scrittore e filosofo che combatté da militare in entrambe le guerre mondiali e morì ultracentenario nel 1998. Nella trama del racconto il filo intellettuale si alterna e si intreccia a quello della vita privata di Schmitt, di cui vengono presentati i momenti di intima afflizione come quelli di euforia, le preoccupazioni pratiche del quotidiano e la girandola dei rapporti umani e sentimentali. Nell'ampiezza del materiale fornito e rielaborato saltano all'occhio talune ridondanze, altre volte l'acribia biografica sembra diventare un esercizio compilativo tanto da dare luogo ad anticipazioni o riprese che ingenerano confusione nell'identificare la successione temporale degli eventi; altrove certi passaggi risultano quasi troppo stringati, soprattutto in relazione alla complessità teoretica e contenutistica che sottendono.
L'autore stesso, nelle pagine di introduzione, anticipa il sospetto che, nella gran mole dei dati, manchi una tesi chiara e incisiva. Può essere vero, e questo possono magari rimproverargli i conoscitori più minuziosi di Schmitt. 
Ernst Jünger (1895 -1998)
 Ma forse il pregio del libro è nel confermare con ricchezza di fonti e con ricorso a materiali a tutt'oggi inediti ciò che di Schmitt già si sapeva: che il suo è il caso strabiliante e a tratti sinistro di un sozialer Aufsteiger und Aussenseiter, un arrampicatore sociale e un outsider.
Punto di partenza della sua riflessione è la critica impietosa al sistema democratico, al parlamentarismo, al liberalismo. In questo ambito Schmitt raccolse ed estremizzò idee e disposizioni intellettuali già trasversalmente diffuse in Europa, e in particolare in Germania, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento: il sospetto verso l'istituzionalizzazione politica del principio di uguaglianza messa in atto dalla democrazia, la diffidenza verso i nuovi attori sociali che avanzavano con forza crescente diritti e rivendicazioni, la paura per la perdita di stabili punti di riferimento valoriali dovuta al moltiplicarsi delle "opinioni" e delle prospettive sul mondo. Se, però, queste suggestioni risuonano nelle sue teorie e fanno loro da sfondo, l'eccezionalità di Schmitt consiste nell'aver spinto in là i confini della critica rispetto ai parametri già diffusi. Egli approfondì la critica al presente tramite la riflessione su esperienze passate della storia culturale (è il caso della critica al Romanticismo, magistralmente sintetizzata nel saggio dei 1919 Romanticismo politico), svolse temi e teorizzò proposte che si inserivano nei dibattiti del tempo e che vennero spesso letti in connessione con gli spasimi della Repubblica weimariana, come nel caso delle considerazioni sul "custode della Costituzione", sul ruolo del Reichspräsident, o della distinzione tra la "lettera" e la "sostanza" della Costituzione. Schmitt, insomma, utilizzò i motivi di dissenso come punto di partenza per rinnovare le categorie tradizionali della politica e del diritto e per fornire nuovi spunti a tematiche antiche che si ripresentavano in forme nuove nei contesti tribolati del tempo: è il caso delle riflessioni sulla dittatura o sul ruolo del "mito" e dell'irrazionale in democrazia, sull'opposizione tra liberalismo e democrazia, sui rapporti tra Stato, economia e tecnica, sullo scarto tra democrazia e rappresentanza, massa e decisione, volontà e diritto.
Il radicalismo di molte posizioni, la difficoltà a dare loro una classificazione netta e la negatività delle sue passioni, intellettuali e sentimentali, fruttò certo a Schmitt la notorietà di studioso vivace e originale, ma al contempo gli procurò la diffidenza di molti colleghi e gli rese difficoltoso, se non impossibile, il pieno accreditamento sociale. Complici anche le laceranti tensioni che accompagnarono il suo percorso umano e intellettuale. Gli anni in cui Schmitt costruì la propria carriera e scrisse i libri che gli regalarono la notorietà coincisero con quelli in cui più pressanti erano le preoccupazioni economiche e più intense le inquietudini dell'animo, a cui spesso lo studioso diede sfogo nell'alcool, nella vita notturna, nel caos sentimentale, nella contemporaneità di più relazioni, non in ultimo nella compagnia di prostitute. È vero ad esempio che una costante dei lavori giovanili è la critica al culto dell'individuo, dal quale lo studioso fece conseguire la sua serrata critica al parlamentarismo e al liberalismo. Tuttavia nel privato il giovane promettente giurista ambiva a quell'affermazione dell'individualità che a livello teoretico, e negli stessi anni, esorcizzava. Lo dimostra il suo irruento desiderio di stabilizzare nel matrimonio la relazione con la ballerina Cari, da cui alcuni amici cercarono invano di dissuaderlo, o la brama quasi ossessiva di riconoscimento e stabilità economica che lo portò a scrivere nel 1915 confessioni come questa: «Alle 8 ero pronto a uccidermi, a sprofondare nel mondo della notte e nel silenzio, con più tranquilla superiorità; poi pensai solo alla possibilità di fare carriera nel mondo».
Non meno tortuoso è il suo rapporto con l'ebraismo, a riguardo del quale Schmitt stesso parla di uno Jüdischer Komplex, un "complesso ebraico". L'antisemitismo, osserva Mehring nel suo voluminoso studio, è una macchia mai rimossa dall'opera di Schmitt. Esso venne tematizzato esplicitamente nei testi pubblicati a partire dal 1933, ma negli scritti privati affermazioni e considerazioni antisemite ricorrono nel corso dell'intera vita. E una ritrattazione non arrivò mai. Eppure, se a livello speculativo la riflessione sull'ebraismo fu più volte associata, seppur in negativo, all'autocritica e all'autorappresentazione, sul piano privato egli intrattenne rapporti di conoscenza, lavoro e addirittura amicizia con molti ebrei, come nel caso di Fritz Eisler e della sua famiglia o con Ludwig Feuchtwanger, lettore e direttore scientifico della casa editrice storica di Schmitt, la Duncker & Humblot, e fratello del più famoso Lion, romanziere. Rapporti che si interruppero bruscamente nel 1933 e assai di rado vennero ripresi dopo il '45.
E forse si può definire lineare il rapporto con la Chiesa di Roma? Tema centrale e chiave di volta della lettura politica schmittiana, l'aderenza di Carl Schmitt al cattolicesimo non fu solo una questione di fede e di rinnovamento etico, che pur in parte giocò un ruolo: essa fu ben presto caricata di forti connotazioni politiche, che divennero preponderanti rispetto ai contenuti dogmatici o morali. Il credo religioso divenne un credo politico poiché nella "forma politica" della Chiesa (dal titolo di un famoso libro del 1922, Römischer Katholizismus und politische Form), nell'istanza decisionistica basata sull'autorevolezza della gerarchia, nel radicamento a una "idea" dalla quale far dipendere le differenziazioni teologiche e le partizioni etico-sociali, il giurista volle scorgere un "bastione" di autorità, un rimedio al senso di nullità ed emarginazione sociale, un antidoto efficace contro la dispersione e il "disincantamento" indotti dalla modernità. Tuttavia, il riconoscersi nelle rivendicazioni politico-teologiche del cattolicesimo andava di pari passo, nella vita di Schmitt, con il libertinismo intellettuale e artistico, con il libertinaggio sentimentale e sessuale e con l'impossibilità di appagarsi nei vincoli della tradizione borghese. Forse che anche queste inclinazioni giocarono un ruolo nel determinare l'allontanamento dalla Chiesa? Dopotutto, nemmeno agli amici più affezionati poté diventare del tutto chiaro a quale stato d'animo corrispondevano le esternazioni teoriche di Schmitt: alla spregiudicatezza di un clericale senza Dio o, sulla scia di Kierkegaard, all'affanno di un cristiano pieno di riserve verso l'istituzione ecclesiastica?
Quando l'autore del libro su Jünger, il critico Armin Mohier, gli chiese di sintetizzare ulteriormente i dati biografici forniti, Schmitt rispose: «C.S., nato nel 1888, un corvo bianco, che non manca in nessuna lista nera».
Forse, a dire il vero, nessuna lista, di qualsivoglia tono, colore e mole, basta a spiegare il mistero di quest'uomo che attraversò il Novecento e contribuì a segnarlo anche nei punti più oscuri. Il politologo Kurt Sontheimer commentò la morte del giurista, avvenuta nel 1985, con un giudizio lapidario: «Chi ha a cuore la democrazia libera e liberale, non ha bisogno di Schmitt» Eppure, piaccia o no, i suoi libri – primi fra tutti Teologia politica (1922) La dottrina della costituzione e Il concetto del Politico, entrambi scritti in pochi mesi a breve distanza l'uno dall'altro (1927), Terra e mare (1942) e infine Teoria dei partigiano (1963) —rimangono un appuntamento irrinunciabile non solo per gli specialisti delle materie giuridiche, in particolare del diritto pubblico e internazionale, ma anche per gli studiosi dei sistemi costituzionali, del pensiero politico, della politologia; alcune delle sue teorie — come la concettualizzazione del rapporto amico-nemico in quanto principio distintivo e qualificante della relazione politica, il decisionismo, le analisi di iconologia politica — contribuiscono a collocare Schmitt tra i classici della filosofia politica moderna e molte delle nozioni o dei concetti da lui coniati e tematizzati forniscono materiale di confronto e problematizzazione a varie discipline: dalla sociologia alla teologia, dall'ontologia del diritto alle scienze storiche. La potenza teoretica delle sue riflessioni sul binomio legalità-legittimità, sulla dittatura e lo Stato totale, sulla secolarizzazione della sovranità e le neutralizzazioni del potere, sulla teologia politica o il partigiano non si lascia liquidare con facilità da nessuna compromissione. Tanto è vero che ogni aspetto del pensiero schmittiano è stato oggetto di studi approfonditi e ripetuti, dal "senso" del politico (M. S. Barberi) alla "genealogia" della politica (C. Galli), dalle basi metapositive del diritto alla crisi dei diritto pubblico europeo (P. P. Portinaio), dalla "decisione" (von Krockow) al nesso trascendenza-potere (M. Nicoletti), dal rapporto con gli intellettuali contemporanei, come Leo Strauss e Hans Kelsen, a quello con i pensatori del passato, in primis Thomas Hobbes e il controrivoluzionaio spagnolo Donoso Cortés. La risurrezione della Germania dalle ceneri del nazismo coincise, inoltre, con la lenta e pur sempre parziale e controversa riabilitazione di Schmitt come intellettuale, mentre alcuni suoi allievi degli anni Cinquanta – il filosofo del diritto e già giudice costituzionale Ernst-Wolfgang Böckenförde e lo storico dei concetti Reinhart Koselleck – si distinsero nel panorama culturale del secondo dopoguerra. Infine, non mancano gli sforzi di attualizzare il pensiero di Schmitt nell'ambito dei dibattiti sulla globalizzazione e l'internazionalizzazione del diritto o con riferimento alle trasformazioni dello Stato contemporaneo e delle sue funzioni, alla corrispondente evoluzione delle categorie giuridiche, alle nuove forme di guerra.
Carl Schmitt, approfondendo e ampliando una tradizione già prestigiosa che parte da Niccolò Machiavelli, passa per Thomas Hobbes e arriva a Max Weber, si rese un analista cinico e acuto del potere e dei suoi mezzi. Ma non si limitò alla parte di un teorico irriverente e sfrontato: tentò di essere attore e protagonista di quelle logiche impietose, e insieme un uomo passionale in cerca di stabilità, un maestro alla ricerca di seguaci, un tedesco desideroso di identità e appartenenze. È significativo che nella trasmissione radiofonica registrata all'indomani della nomina di Hitler a Cancelliere del Reich egli si definì «un teoreta, un puro scienziato e nient'altro che uno studioso». Ma come studioso, aggiunse, cercò sempre «la comunione con il proprio popolo, la condivisione, la partecipazione con esso fin nelle espressioni più estreme e sublimi della vita spirituale».
Difficile dire se Carl Schmitt raggiunse qualcosa di tutto questo. Nel voler assimilare la propria storia a quella della Germania c'è certo il marchio di un'ambizione irrequieta e mai sopita, ma anche la consapevolezza di essere uno sconfitto, di aver partecipato a una storia di perdite e illusioni sbagliate. O forse è la fama che reclama le sue vittime?
Nonostante il moltiplicarsi degli studi, lo scorrere degli anni, il mutamento degli scenari politici e dei paradigmi teorici, la "sfinge" di Plettenberg continua a preservare intatto il suo enigma, e con esso il suo inesauribile fascino. 

© Elena Alessiato
mailto:elena.alessiato@skabadip.com

(Articolo tratto da: "Notiziario della Banca Popolare di Sondrio", Agosto 2010, N. 13, pp. 163-169.
L'antisemitismo ha rappresentato una componente sostanziale della militanza nazionalsocialista di Carl Schmitt. Gli entusiasti ammiratori di questo acerrimo nemico del liberalismo preferiscono tuttavia dimenticare quella che, al fondo, considerano solo una sfortunata parentesi nel percorso intellettuale di un pensatore che non esitano a paragonare a Tucidide. Ora, da un po' di tempo a questa parte, quell'oblio si è fatto attivo: si è tramutato in aperto invito a non leggere i documenti più compromettenti, a cancellare il "dettaglio nazi" nel pensiero di Carl Schmitt. Contro il dogmatismo e la malafede dei ferventi ammiratori del sommo giurista del Fübrer, l'autore esercita il diritto di critica: diritto a sollevare tutte le questioni, anche e soprattutto quelle più spinose e scomode e compromettenti. E lo fa a partire dai testi pubblicati da Carl Schmitt tra il 1933 e 1936, che testimoniano incontrovertibilmente del suo antisemitismo.
Pubblicato originariamente nel 1923 e collocato nell'ambito del rinnovamento cattolico del primo dopoguerra, il testo di Schmitt è stato percepito ora come momento di una nuova riflessione teologica e trionfalistica, ora come appello ad un'alleanza fra cattolicesimo e conservatorismo borghese contro il comunismo, ora come trattato apologetico della maestà ecclesiastica, ora infine come critica della modernità liberale. Riproporlo e riscoprirlo oggi, in un contesto storico, politico e culturale assai mutato, significa riconoscerne l'intatta forza di suggestione e l'immutata validità come contributo alla comprensione e all'interpretazione di una delle questioni centrali del nostro tempo: quella dei rapporti fra chiesa e stato, religione e politica.
Il fascino di Terra e mare va ricercato nell'abilità con cui Schmitt tenta di interpretare la storia del mondo attraverso categorie 'elementari'. Convinto che la Weltgeschichte non possa essere compresa per mezzo di concetti 'occasionali' - la cui validità è limitata in senso sia spaziale sia temporale - Schmitt si serve di ciò che la filosofia presocratica aveva individuato come "le radici di tutte le cose": terra, acqua, fuoco e aria. In Terra e mare Schmitt sostiene che "la storia del mondo è storia di lotta di potenze marinare contro potenze di terra e di potenze di terra contro potenze marinare". È alla luce della contrapposizione tra questi due elementi, biblicamente rappresentati dai mostri Leviathan e Behemoth, che Schmitt rilegge le grandi dicotomie della storia umana: amico e nemico, ordine e disordine, guerra e pace, paura e sicurezza, bene e male. L'uomo è per natura un "essere terrestre, un essere che calca la terra". Ma egli è anche "un essere che non si riduce al suo ambiente", conoscendo "non solo la nascita, ma anche la possibilità di una rinascita". Se la contrapposizione tra terra è mare è dunque una costante della storia umana - Atene versus Sparta, Roma versus Cartagine - è però solo con l'età moderna che l'uomo 'rinasce' quale 'figlio del mare'. Secondo l'ipotesi schmittiana, a rendere possibile il completamento della trasformazione dell'esistenza umana da terrestre a marittima è l'evento che segna l'inizio della modernità: la scoperta di un 'nuovo mondo'. In un racconto che preferisce le figure eroiche del baleniere e del pirata a quelle dei Colombo e dei cercatori d'oro, Schmitt descrive la definitiva presa di coscienza da parte del genere umano della 'globalità' di un pianeta che apparve allora improvvisamente 'più grande' per la scoperta di un nuovo continente, ma anche 'più piccolo', per la conquista degli oceani e le possibilità di collegamento che ne derivavano. 
Peter (Lettore IBS)
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line