(da  aprile 2008)                    <<< precede<<<precede<<<precede

Il cappuccino e il mercatino rionale – Note sul carattere nazionale italiano
Pochi hanno riflettuto sul carattere straordinariamente simbolico del “cappuccino” (sì, la bevanda servita nei bar italiani) in relazione al  carattere nazionale italiano. Il cappuccino  assomma in sé alcune caratteristiche: innanzitutto l’elemento di civilizzazione culturale cattolica italiana. La bevanda fa riferimento all’ordine francescano dei Cappuccini (cappuccino è il famoso fra’ Cristoforo dei Promessi Sposi) molto popolare nel nostro Paese, e reca con sé se non un principio di irrisione, certamente  una bonaria, ma non tanto,  presa in giro: il cappuccino richiama scopertamente  il colore caffellatte del saio dell’ordine francescano mentre la schiuma la barba bianca che solevano portare i frati. Gli italiani d’altronde hanno irriso, con forme di anticlericalismo gastronomico, anche i preti secolari,  dedicando  loro   qualche piatto: “strozzapreti”, e chiamandoli non molto affettuosamente “bagarozzi” (“scarafaggi”, a Roma, per via del colore nero dell’abito talare).
In secondo luogo, il cappuccino richiama il carattere furbesco e un tantino fraudolento dei connazionali. La schiuma infatti nasconde un principio di frode, è sì la “barba” del frate, ma anche un netto risparmio sul latte... Ciò, nell’Italia povera di sempre, aveva un suo impatto nelle tasche dei gestori dei bar, oggi è puro e gradevole folclore. Ma non era così agli inizi quando il cappuccino venne inventato. Cattolicesimo, inventiva furbesca e frode: non ci sono già gli italiani tutti interi e appena svegli, in questa gustosissima e italianissima bevanda?

Il mercatino rionale è l’epitome di alcuni tratti del carattere nazionale italiano. Si svolge all’aria aperta come molti riti collettivi nazionali, è inondato quasi sempre dalla forte luce meridiana del “Sole mio”, è variopinto e vociante, ma è anche il luogo in cui si celebra in modo esasperato la furbizia dei connazionali, sia venditori che compratori. I primi in veste di carnefici i secondi in quelle di vittime, spesso consenzienti. Nel comparto dell’ortofrutta si giunge a forme esasperate di furbizia da parte dei venditori.  Innanzi tutto la merce è disposta sulla bancarella con il prodotto  più appariscente e in buono stato in bella mostra (in siciliano si dice che i venditori “fannu ‘a mustra”, da pronunciare ovviamente con la pronuncia retroflessa nel gruppo “tr”).  È quindi impedito al compratore di fare da sé, ossia di scegliere il prodotto che meglio gli aggrada. (Non così avviene nei supermercati, ma anche nei mercati rionali francesi, dove viene offerto al compratore un  cestino  per il self- service). I venditori hanno infatti una sola preoccupazione: “rifilare” ai compratori quel 20 per cento di merce avariata che fatalmente loro hanno ricevuto in dote dal grossista. Il gioco è così esasperato, la destrezza del commerciante così tattile e veloce, da prestidigitatore quasi, che l’acquirente difficilmente si avvede di ciò che avviene sotto i propri occhi, salvo scoprire l’inganno una volta giunto a casa. Taccio dell’arte sopraffina del buon venditore di infilare nel cartoccio il 20  e talora il 30 per cento in più della merce richiesta: in fondo fa parte delle regole del gioco e della sua consumata arte di venditore, lecita dopotutto o comunque tollerabile, anche se inibire tali comportamenti al destro venditore talora richiede al secondo una incessante attenzione e una vigilanza esasperata, pari all’invadenza del primo.
L’acquirente- vittima italiana, di fronte al gioco pesante del venditore, in genere si fidelizza da sé: sceglie il venditore di fiducia: in altre parole si “raccomanda”. Ciò non toglie che l’implacabile venditore non lo sacrifichi di tanto in tanto. Così, giusto per ristabilire le regole del gioco, che vedono in lui il dominus incontrasto, il sadico complementare al masochista.
Il mercatino sta al supermercato come il pre-moderno mercato pre-capitalistico alla concezione moderna, weberiana, del mercato capitalistico. È umano, colorato, popolare quanto il supermercato è anonimo, asettico, di massa. Nel primo agisce il popolo arcaico, di sempre, nel secondo la massa consumistica novecentesca. C’è nel supermercato razionalità e calcolo, divisione del lavoro e contabilità industriale; è più macdonaldizzato, come direbbe Ritzer, più spietato certamente, ma più sincero. Dice che ciò che dice, è wysywyg si direbbe nel mondo dei computer (what you see is what you get) e mette nelle tue mani il prodotto, lasciandoti la signoria del volere. Certamente nel supermercato il lavoro di irretimento e di menzogna è occulto e scientifico (musichetta ipnotica e suadente, disposizione degli scaffali, disposizione della merce sugli scaffali, prezzi civetta, “gioco dell’oca” alla ricerca del sale e dello zucchero  spesso nascosti ad arte per indurre il consumatore a perlustrare tutta la merce in esposizione, ed altre amenità), ma almeno ti risparmia la furbizia e la finta cordialità. Il mercatino ti dà del tu, il supermercato del lei. Io, da tempo, ho scelto weberianamente il secondo.


Ordinazione sacerdotale
Ho assistito  questo giugno, in Santa Maria Maggiore a Roma, all’ordinazione sacerdotale del figlio di un amico di famiglia. Buona parte dell’omelia - lunga, paludata, ieratica,  apparentemente pronunciata con un tono neutro e referenziale ma fremente nell’intimo di dottrinale carica polemica  -  il Vescovo officiante  l’ha indirizzata contro il “soggettivismo”, il “relativismo”, l’ “irenismo” e anche il “buonismo” (irrinunciabile e ghiotto prodotto di stagione rispetto agli altri fronti polemici) della nostra società ormai del tutto secolarizzata. Il Monsignore aveva in mente  come riferimento polemico non certo gli “atei devoti” di chiara fama, dopotutto insperati e soccorrevoli compagni di strada, quanto, credo,   tutti coloro che, miscredenti, agnostici o addirittura atei, accettano  convintamente l’elemento etico ( e non solo culturale) del cristianesimo/cattolicesimo e ne rifiutano ciò che Hegel negli Scritti teologici giovanili definiva la “positività” della religione cristiana, ossia il contenuto strettamente confessionale.
Non è tanto un cristianesimo à la carte quello cui molti di noi apertamente  inclinano, quanto la necessità di una separazione all’interno della dottrina cattolica tra il contenuto morale e l'impalcatura teologica ivi compresi i miracoli, che ci riesce impossibile accettare. Il Monsignore ci rimproverava di approvare il primo e di respingere la seconda, ammonendoci che non si può fare a pezzi la dottrina cattolica e prenderci ciò che più ci aggrada. Insomma, non possiamo, se ho interpretato bene il senso del suo discorso, prendere la “regola aurea” evangelica e respingere Medjugorie e  Padre Pio. (Dico questo perché rivolgendosi agli ordinandi il Monsignore ha parlato ripetutamente di “miracolo”: quello della loro ordinazione sacerdotale medesima).

Confesso che ero in difficoltà di fronte a questi discorsi.  Ma avevo una mia ragione,  una ragione  inconfessata e che tuttavia era nell’aria, aleggiante,  tra il bellissimo soffitto cassettato e  dorato della Basilica e le nostre povere teste;  che non era però né implicita né allusa nel discorso del Prelato ma evidentissima al mio sentimento di cattolico battezzato e di quieto seppur “non praticante” ateo: l’avanzata dell’Islam. Insomma di fronte ai mullah io dico mille volte "meglio i Monsignori"; ce li teniamo da due millenni e abbiamo imparato a convivere con loro: li conosciamo quanto meno. Certo ci irritano per la loro ossessione verso le tematiche sessuali e la loro indifferenza verso altri peccati, l’evasione fiscale ad esempio (Romano Prodi dixit, coraggiosissimamente, tanto che i Monsignori se la sono legata al dito e da allora hanno rivolto le loro attenzioni  verso Berlusconi e Briatore).
La Chiesa cattolica, che piaccia o no ai Monsignori, è una grande Centrale Etica, e l’idea   della sua scomparsa o anche del suo indebolimento, ci  fa letteralmente terrore.
Meglio loro dei mullah? Certamente e non solo: la deriva della credulità delle masse disposte a seguire i guru delle più strampalate  e terribili sette americane o bramini d’accatto, ci spinge quasi ad inchinarci   a baciare la pantofola dei Monsignori di Santa Romana Chiesa e dire loro: «Vi prego restate con noi per i prossimi duemila anni».

La società chiusa e i suoi amici
Che l’Italia sia un Paese socialmente chiuso, rinserrato in corporazioni, ordini professionali, interessi tutelati e merlati, familismi e familismi amorali, dove i giochi sociali sono fatti fin dalla nascita e dove conta di più una buona rete di relazioni piuttosto che il merito (poggiante su un’adeguata istruzione/formazione atta a  funzionare da “ascensore” ai fini della mobilità sociale), è un fatto che è diventato più di una consapevolezza diffusa e condivisa. Nell’ultimo periodo anzi tutto ciò è stato indicato come uno degli elementi della crisi italiana, e come tale è entrato nel dibattito ad essa   relativo che affiora qua e là nella stampa senza tuttavia conquistarne una posizione centrale.
I confronti con altri Paesi che quasi per deafult vengono definiti “aperti” come gli Stati Uniti (seppur da più parti si sottolineano i fenomeni di sclerosi e ossificazione anche in questi contesti sociali )  ci dicono che se è assicurata la mobilità sociale - “l’american dream” - come sistema di valori condiviso, come base morale,  gli individui vi fanno  piani consapevoli per acquistare gli elementi necessari per muovere verso l'alto. [BENDIX,R. - LIPSET,S.M.- 1972, (a cura di) Classe, potere, status. La mobilità  sociale, Padova pagg., 136-138]. Memorabile è rimasto il discorso del Presidente Kennedy sulla “nuova frontiera” in cui esortava gli  americani ad avere come orizzonte i propri sogni e come limite le proprie capacità, i propri meriti.
Che si tratti di regole o di sogni, nei fatti, ogni individuo per muovere verso l’alto si “attrezza” a fare piani consapevoli di ascesa sociale in relazione al sistema generale delle regole del gioco della propria società: se essa chiede istruzione,  meriti, va in quella direzione, se essa chiede relazioni, rendite di posizione, familismi, agisce di conseguenza.

Com’è la situazione in Italia? Una recente indagine, promossa da  Federmanager con Fondirigenti ed eseguita da PublicaRes del gruppo SWG su un campione significativo di dirigenti: “La classe dirigente e il principio del merito”, i cui risultati sono pubblicati da “Progetto Manager” supplemento del Sole 24 ore del 28 maggio 2008, fa emergere un quadro dove il valore del merito “corre il rischio di restare prigioniero di affermazioni di principio”.

«In sintesi le principali asserzioni sul rapporto tra management e merito si allineano su alcune peculiarità:
Il merito agli altri. Il tema del merito è valutato, a parole, positivamente dalla maggioranza della classe dirigente italiana, ma appare più restia ad applicarla alla propria categoria;
Il merito è strategico per l’Italia. La maggioranza degli intervistati è cosciente che solo con lo sviluppo delle forme meritocratiche il nostro paese può affrontare le sfide globali;
Un sistema meritocratico non darwiniano, ma con tutele e opportunità. La centralità si gioca sulle capacità di far alimentare il capitale sociale;
Fare parte di un clan. Questo conta, in qualche modo di più che avere delle conoscenze importanti. L’appartenenza clanica garantisce maggiormente la carriera e la assicura molto di più della tendenza a dire sempre di sì, a essere supini nei confronti di chi comanda;
Le sfide, per il mondo manageriale, si sostanziano in un set semplice di interventi, tra cui si devono segnalare due temi:
1. il sostegno alle imprese che fanno innovazione e formano i manager;
2. la necessità di puntare sui talenti, con la capacità di estrarre il meglio dal mondo giovanile.»

Il quadro che ne viene fuori, benché finalmente veritiero, è davvero desolante. Dalle dichiarazioni de “il merito agli altri” - che riecheggia in senso contrario la battuta per la quale gli “italiani sarebbero sempre gli altri” - alle altre considerazioni che emergono nel prosieguo dell’articolo, ma  solo di principio, che sì in effetti, il merito ci vorrebbe perché si avrebbe una migliore classe dirigente, aumenterebbe la competitività del Paese e ci sarebbe una selezione dei veri talenti, ci conferma che « i calci in bocca presi dal merito paziente» (Shakespeare, Amleto) non cessano di essere inferti nel nostro Belpaese, e che il riconoscimento del talento, del merito, delle capacità è solo di facciata e meramente ipocrita nel senso dato da La Rochefoucauld all’ipocrisia come «l’omaggio che il vizio rende alla virtù». Nei fatti in Italia, e basta scorrere le biografie dei nostri   manager, vige una sorta di patriziato industriale (assicurativo, bancario) dove quando non sono in gioco incroci endogamici familistici, valgono le regole del clan, delle cordate, degli amici degli amici. E questo non solo nel mondo della politica o del giornalismo, dove queste regole non scritte determinano le traiettorie di molti destini sociali. Si potrebbe anzi aggiungere parafrasando una vecchia battuta che circolava in RAI molto tempo fa: « Assumiamo un democristiano, un socialista e uno bravo per  far funzionare tutto e pagare lo stipendio agli altri due», che anche nelle imprese vige qualcosa di simile e si assume e si promuove pertanto un familiare, un amico e uno bravo. Quest’ultimo, oltre che  lavorare per gli altri, avrà in sovrappiù il compito di sottolineare nei convegni  e nei sondaggi il valore del merito...
(Solo dopo aver scritto questa nota, ho letto il bel libro di Abravanel sulla Meritocrazia).


Passaggi di fronte
È sui giornali di oggi 22 maggio la chiamata del magistrato Massimo Russo (antimafioso duro e puro, dicono)  all' assessorato alla Sanità nella giunta di Raffaele Lombardo in Sicilia, uomo politico siciliano di lungo corso e avvezzo a tutte le insidie isolane, di cui certamente non è spettatore o vittima. Il diavolo e l’acquasanta, si direbbe, a meno che il diavolo non sia proprio il diavolo e l’acquasanta non sia proprio l’acquasanta. Staremo a vedere.
I passaggi di fronte in Italia sono una costante, uno dei meccanismi privilegiati della formazione della classe dirigente, si direbbe. Sembrerebbe che per farsi notare, occorra talora agitarsi molto nello schieramento opposto, nella speranza, che è sempre una certezza  visto come vanno le cose,  di essere notato dagli avversari. È lo schema classico del garibaldino assunto nel regio esercito, dell’estremista che compiuto  il suo romanzo di formazione nell’altra sponda (per usare una celebre espressione di A.Herzen) del movimento, è già pronto per l’Istituzione: ma non da novizio, da vescovo.
Nell’800 i passaggi furono vistosi ed eclatanti: “sinistri” come Nicotera e Crispi che una volta giunti al potere inghiottirono letteralmente il proprio passato e fecero strame della loro vicenda politica passata; poi fu la volta del socialista massimalista  Mussolini, e con lui di  molti dei sindacalisti rivoluzionari ( i “sessantottini” dell’epoca) che passarono armi e bagagli nel movimento fascista.
Oggi non è difficile rimarcare che tutto il gotha del giornalismo dell’establishment italiano (Corriere e Stampa) si è formato presso il quotidiano “comunista” Il Manifesto, anzi questo giornale sembrerebbe la scuola di formazione del giornalismo moderato. In altri ambiti, non è difficile riscontrare che una volta abbandonata la lotta armata, c’è sempre pronto qualcuno, ma  di Comunione e liberazione però, che offre caritatevolmente un’opportunità all’ex terrorista (vedi il caso di Prospero Gallinari). E oggi non è infrequente che per diventare manager occorra aver fatto il sindacalista, come anche per aspirare alla gestione delle spietate Risorse umane presso le grandi aziende, sia richiesto assolutamente un periodo di neotenìa (il periodo di formazione giovanile secondo Georges Lapassade) al Centro sociale Leoncavallo. E per fare l’assessore? Gradita la frequentazione presso i disobbedienti più disobbedienti.
Perché tutto ciò?
Innanzi tutto occorre rimarcare che il fenomeno è registrato sempre in una direzione: garibaldini che si intruppano nel regio esercito, e quasi mai “truppe regolari” che abbandonano lo schieramento per infrattarsi coi briganti. Una ragione ci sarà, ed escludo che sia di tipo ideale o idealistica.
Ma più in generale, tutto ciò accade perché non c’è un sistema stabile e ferreo di formazione della classe dirigente: la quale avviene non per certa schedulazione dei talenti, secondo principi  rigidi di formazione presso Istituzioni stabili, prestigiose e consolidate. Certo, c’è anche l’italica incapacità dello “star fermi”, tipico della nostra vicenda storica nazionale risalente almeno alla Controriforma,  e infine c’è quanto sottolineava Galli della Loggia l’anno scorso sul Corriere: una saldatura implicita tra moderati e rivoluzionari, nei fatti una legittimazione reciproca.

Scriveva infatti Galli della Loggia sul Corriere del 31 maggio 2007:
«Ma perché solo in Italia (forse in Irlanda c' è stato qualcosa di analogo) si è avuto quel particolarissimo rapporto insieme di scontro ma anche di contiguità e di occulto supporto, tra l' ala liberal-legalitaria da un lato e l' ala democratico-rivoluzionaria dall' altra. Un rapporto che non finì nel 1861. Dicono nulla i nomi di Aspromonte e di Mentana? Significa qualcosa il fatto che pure dopo quella data governi legali devoti formalmente allo Stato di diritto, come erano i governi italiani dell' epoca, appoggiassero sottobanco il reclutamento e le operazioni di bande armate irregolari (i garibaldini), salvo poi sconfessarle ipocritamente al verificarsi del loro insuccesso e magari arrestarne i promotori?»


Gli amici condannati per mafia vent'anni dopo
Sono nato a Catania in un quartiere ultrapopolare. Quand'ero piccolo la gente per bene e la gente per male vi viveva a contatto di gomito, nello stesso stabile, nello stesso isolato. Eravamo mischiati: chiddi boni e chiddi tinti. Ad altri siciliani è toccata la stessa sorte, come raccontava Giovanni Falcone in «Cose di cosa nostra». Tutti sapevamo di quelli che lavoravano onestamente e di quelli che "lavoravano" disonestamente. Bastava affacciarsi alla porta di casa e tutto si sapeva. Vita, miracoli e spesso morte di Tizio e di Caio. Adesso il mio quartiere dove ogni tanto ritorno -vivo infatti altrove, in Lombardia, da più di 30 anni -, apprendo che è ad altissima densità mafiosa. «Te lo ricordi il Tale?» mi chiedono d'estate, tra un bagno di mare e l'altro: «Oh come no», rispondo «ci giocavo a pallone!» «E' diventato capocosca, gli hanno dato tre ergastoli, adesso fa il pentito». Poi mi rievocano il Talaltro e anche qui, omicidi plurimi, ergastoli, lupare bianche ...
Quand'ero piccolo mia madre mi diceva:  «Con il Tale non ci giocare!». Io replicavo: «Perché?» «Picchissu», non mi rispondeva mia madre con quella formula dialettale intraducibile. Le disobbedivo e ci giocavo, invece. Bene, vent'anni dopo quel Tale venne condannato per mafia. Come faceva a saperlo mia madre? Mah! Si sarà affacciata dalla finestra, e avrà visto...
Certo, poi cominciai a frequentare perfidi filologi romanzi e torbidi epistemologi; perdevo i miei giorni dietro dissennati filosofi e dissipati sociologi. Quali loschi affari ho combinato con chiacchierati italianisti, e quante pizze  ho consumato con discussi uomini di teatro...
Sarà per questo che non sono diventato Presidente del Senato?

L'ostensione di Padre  Pio
I monsignori non hanno esitato; i monsignori hanno osato; i monsignori hanno voluto strafare. L'ostensione del cadavere del celebre Padre Pio sospinge l'Italia alla temperatura morale dei secoli più bui della sua storia,  ne aggrava l'immagine di crisi, e acuisce il senso di smarrimento di chi la osserva. I monsignori nel passato hanno cercato di resistere alle pressioni popolari della religiosità "magica" del profondo Sud. Questa volta - seppur sembrino defilate le alte gerarchie vaticane che hanno mandato "solo" un cardinale non di primissimo piano - nei fatti "la tirannide   de li scellerati preti" (Guicciardini) ha celebrato una sua vittoria incontestabile in termini di clamore mediatico, che chissà quanto gioverà alla spiritualità cattolica. E tutto ciò non assecondando ma anticipando le masse devote.  Questo è un fatto da rimarcare: le masse devote in preda al loro destrutturato pensiero "magico-sacramentale" se ne stavano piuttosto tranquille in questa circostanza. Normale era l'afflusso dei pellegrini in quella incredibile Lourdes pugliese di San Giovanni Rotondo ( normale ma abnorme pur sempre ove si consideri che a due passi da lì, a Monte Sant'Angelo, uno dei luoghi più intensi della spiritualità cristiana medioevale, c'è solo silenzio e un lento sgocciolare di ceri). Sono stati i monsignori locali a rilanciare il "fenomeno", tenendo sotto scacco probabilmente sia le alte gerarchie vaticane che le masse dei fedeli. Segno ulteriore, se altri non ce ne bastassero, della ulteriore "disgregazione" del nostro perduto e amato Sud, ormai ostaggio permanente delle mafie, delle camorre, delle 'ndranghete, e dei monsignori. Ma segno anche di impudenza dei monsignori locali. Il Vaticano ha dovuto abbozzare (oso supporre, oso sperare, oso credere) come qualsiasi Segreteria di partito nazionale davanti al piccolo, ma potentissimo collettore di voti, capataz politico meridionale, .






Alfio Squillaci


Vedi anche:

<<< Discorso sugli italiani di G.Leopardi -  Postfazione di Alfio Squillaci
<<< Sugli italiani
<<< Sul familismo

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Sugli    italiani
Esempio 1
<<<Ritorno  all'Indice Rivista

Diario italiano. Appunti sparsi  sull'Italia e gli italiani

<<<Ritorno  all'Indice Rivista
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Nella prima edizione (1986)  di questo libro Carlo Tullio-Altan lanciava un grido d'allarme sul futuro del nostro Paese rivelando una sostanziale dicotomia tra progresso tecnologico, sviluppo economico e tradizionalismo culturale in seno al quale trovare spiegazione dei fenomeni di disgregazione sociale, di malcostume, di carenza di spirito pubblico, di assenza di corresponsabilità sociale che interessavano la società italiana. Un insieme di contraddizioni che a suo avviso andava ben oltre le semplici difficoltà di una crescita distorta, spiegabile con la giovinezza delle istituzioni politiche ed economiche del Paese, penetrando profondamente nei gangli della società e permeando le mentalità dei singoli. Carlo Tullio-Altan pone l'insieme di questi comportamenti, che denomina arretratezza socio-culturale, nel lungo periodo e la tratteggia nei termini di una "sopravvivenza anacronistica" di modelli di comportamento originati nei secoli passati, tenuti in vita dalla resistenza inerziale che oppongono al cambiamento, in un contesto economico-sociale e politico-istituzionale radicalmente mutato.
Giacomo Leopardi
Dei costumi degli italiani
postfazione di Alfio Squillaci
giugno 2000
edizione in stampa digitale
50 copie su carta SVECIA ANTIQUA delle cartiere Meerssen & Palm (Olanda)
Lit.15.000

Sommario

- Il cappuccino e il mercatino rionale
- Ordinazione sacerdotale
- La società chiusa e i suoi amici

- Passaggi di fronte
- Gli amici condannati per mafia vent'anni dopo
- L'ostensione di Padre  Pio


- Sulle conversioni
- Berlusconi e gli italiani
- Movimenti ed istituzioni nella Chiesa Cattolica
- F.Alberoni e gli intellettuali italiani
- Francesi e italiani
- Familismo italiano
- Classe dirigente/digerente
- Poliziotti idealisti?
- Gli italiani e i politici
- Antropologia e politica
- Il disprezzo per i secchioni
- Cantanti e comici, veri opinion leader
- L'assenza del romanzo
- Gli italiani sono sempre gli altri
- Gianni Brera e il lorianesimo
- Il casismo giuridico

- (Appunti anni precedenti)