"L'arte di arrangiarsi"

Visto il film "L’arte di arrangiarsi "(1954). Girato da Luigi Zampa, scritto da Vitaliano Brancati (soggetto e sceneggiatura) che proprio in quell’anno 1954 ci lasciava per sempre.
Due sono state le costanti dell'arte di Brancati (che senz'altro è il padre di questo film, e Brancati sta a Zampa quanto Flaiano a Fellini): il sesso e la politica, ossia i due corni del suo personale dilemma esistenziale: la vita dei sensi e dell'istinto da un lato e quella delle idee e della ragione dall’altro. Se la politica, come diceva Stendhal (che Brancati conosceva più che bene visto che all'opera narrativa "Armance" dello scrittore francese aveva rubato il soggetto del “Bell'Antonio”), funziona in un romanzo "come un colpo di pistola in un concerto", qui Brancati ha l'ambizione di intessere tutta una storia sul filo della politica italiana, dall'epoca giolittiana a quella del secondo dopoguerra: una carrellata di circa 40 anni tutta giocata sulle "scelte" politiche opportunistiche di Sasà Scimoni, il protagonista del film interpretato da Alberto Sordi. Funziona tutto ciò? o i "colpi di pistola" della politica si sentono lungo tutto il "concerto" del film?  La narrazione filmica, maneggiando idee, ha dovuto pertanto infoltirsi di parole e di dialoghi e di situazioni sceniche molto statiche, in cui l'azione risulta giocoforza mortificata. Soccorre a ravvivare il tutto l'esuberante e canagliesca recitazione di un Alberto Sordi, ancora troppo romano e troppo "compagnuccio della parrocchietta" (l'Alberto Sordi mafioso e siciliano di Lattuada è ancora di là da venire), da stingere in macchietta il rovello interiore di Brancati, ma anche da alleggerirlo a beneficio degli spettatori di allora e tanto più di quelli di oggi, venuti quasi 60 anni dopo, quando di quei rovelli politici s'è persa ogni traccia.

Ma a ben vedere il bersaglio di Brancati è l'italiano trasformista e maneggione di sempre, "cinico" ossia senza principî (e averceli tutti i principî come Sasà che da quelli socialisti finisce a quelli democristiani transitando per quelli fascisti e comunisti, significa non averne nessuno), "realista" ossia che si adatta a tutte le situazioni,  assistito e guidato solo dalle  opportunità e dalle convenienze che un'idea politica, fattasi nel frattempo potere pubblico, può arrecare al singolo, al suo “particolare”. E infine guidato, fino all’ossessione, dalla stella polare del sesso, dell'universo femminile, qui in tutte le sue configurazioni sociali: dalla coniugata alla nubile ereditiera sovrappeso, dalla canzonettista alla "velina" dell'epoca.
Sessant’anni dopo siamo ancora lì: ciò vuol dire che Brancati & Zampa hanno colto nella sua configurazione metaforica e metastorica l'italiano di sempre, quello  che, uscito dal travaglio dei secoli, dalla Controriforma quanto meno, è ancora in mezzo a noi e ci seduce e ci governa ancora. È perciò  "attuale" il film, ma soprattutto perché "immobile" il nostro mondo e la nostra società nei suoi connotati di fondo, pietrificato nella fissità della “lunga durata” dei comportamenti privati e collettivi.  Ci raggiunge nell'intimo perché siamo stati fermi. Quando Nanni Moretti dice che "ce lo siamo meritato Alberto Sordi", a "questo" Alberto Sordi pensa, un Alberto Sordi che qui modella, con grottesco realismo gogoliano,  una delle sue prime maschere filmiche del carattere nazionale italiano.




Le coatte romane

Spopola in questi giorni - Luglio 2010 - sul web il video di due ragazze del popolo, si suppone di una borgata romana (definite genericamente dai giornali “coatte” ), alle prese con il loro gergo colorito e un po’  da buzzicone  – “stamo a fa’ a colla”, “’ se pijamo na bira e un calippo”, "se famo 'na doccetta" ecc. Questo è l’elementare e scarno tormentone che è piaciuto a tanti, tantissimi, visto il numero di contatti strabilianti su  youtube. E giù tutti a ridere, anzi a ride’… con compiaciuto effetto di rispecchiamento, suppongo.
Sarà piaciuto a tanti; a me no.
Debbo mettere le mani avanti e subito, per non essere tacciato di snobismo. Già  sento sibilare i commenti: chi si crede di essere costui? Non ride della sorgiva  vitalità del popolo, della sua autenticità rionale? Frequenta forse Capalbio?
No, non rido, perché non vi trovo nulla da ridere, e perché, dopo tutto,  de me fabula narratur....
Anch’io sono di origine borgatara: lo dico senza vergogna ma anche senza l’esibizione di quell’equivoco “prestigio regressivo” di chi vanta natali infimi ma autentici: la mia nascita è quella, e non posso di certo cambiarla: sono  originario della peggiore borgata della peggiore città del peggior  Sud Italia... Sono pronto a offrire testimonianze,  prove dirette e immediate (con foto d’antan), via web. Il mio pedigree qui e ora.
In quella  borgata si è svolta la mia vita fino al 1978.
Sono riuscito a fuggire fortunosamente da quel mondo inseguendo un sogno piccolo-borghese di lindore, di pulizia (nella lingua prima che nel vestiario), proprio come il cantore dei coatti romani, Pasolini; lo scrittore che mentre inseguiva narrativamente pischelli borgatari quali il Rinzetta e il Riccetto che parlavano come le coatte di oggi (ossia 50 anni dopo!) vergava negli umidi quaderni piccolo-borghesi de La religione del mio tempo, questi versi racchiusi nel capitoletto “Il mio desiderio di ricchezza”: « Prima di ogni altra cosa, una camicia candida!/Prima di ogni altra cosa, delle scarpe buone,/ dei panni seri! E una casa, in quartieri/ abitati da gente che non dia pena».
Abitati da gente che non dia pena…
Queste due ragazzine del video sono borgatare, ossia non più “popolo”  di tipo ottocentesco, ma neanche “massa” novecentesca, sono un ibrido, qualcosa che sta in mezzo e che partecipa dell’uno e dell’altro mondo fenomenolgico e demopsicologico. Che riguarda però qualcosa come 7-8 milioni di italiani che vivono attorno alle grandi città del Sud: Roma, Napoli, Bari, Catania, Palermo. Non hanno alcuna innocenza e alcun candore le due ragazzine. Se sono autentiche lo sono nella loro più piena artefazione. Hanno capelli fonati di fresco, portano orecchini vistosi, sono truccate, e si chiamano Romina e Debora: sono figlie della televisione. Anche nel film di Ettore Scola del 1976 “Sporchi, brutti e cattivi” le ragazze di borgata si chiamavano Deborah, Samantha e Jessica. Ma l’approccio di Ettore Scola al mondo del sottoproletariato romano venne condotto -basta rivedere il film - non già con lo sguardo  dell’intellettuale gidiano  aggirantesi nel suburbio romano  alla ricerca di occasioni narrative e sessuali, nutrito di romanticismo reazionario, contemplante nella plebe suburbana una forma immobile dell’essere, arcaica e primitiva, e perciò stesso ritenuta ingenua ed autentica, e dunque salvifica rispetto alla propria decadenza di intellettuale borghese. Lo stile di Scola invece vira nel registro del “grottesco triste”, è uno sguardo cattivo, impietoso, senza indulgenze. È uno sguardo trucido e terribile come i suoi protagonisti. È quello con il quale occorrerebbe guardare questo video, nel constatare, pervasi di disperazione antropologica, che siamo ancora lì,  immobili, fissati a terra da questa "forza di grevità" perenne, senza possibilità  di fuoriuscita da un mondo in cui la “disgregazione sociale” si manifesta prima di tutto come disgregazione linguistica; irredimibile e impossibile fuoriuscita da un mondo asfittico, senza parole nuove rispetto a quelle di Pasolini di cinquant'anni fa: tranne... calippo!



Kutuzov e Berlusconi

Ieri (28.1.2010) Berlusconi  ha rilasciato una dichiarazione in margine al Consiglio dei Ministri tenuto a Reggio Calabria che sintetizzo brutalmente: «Meno clandestini, meno criminalità». Che la crescita della criminalità sia da mettere in relazione anche con l’aumento dei clandestini è fatto su cui i sociologi più  attenti come Marzio Barbagli hanno scritto e argomentato con cifre e con deduzioni abbastanza convincenti, destando peraltro qualche ripensamento nell’ambito della sinistra (ricordo qualche dichiarazione pubblica di Livia Turco in tal senso);  la quale sinistra di fronte all’argomento “immigrazione” oscilla tra atteggiamenti creaturali (siamo tutti fratelli) e argomentazioni economiche (gli immigrati servono alla nostra economia). Che a me sembrano ragionamenti non certo ignobili, anche se poco politici, se la politica è la  riscossione immediata del consenso.
Ma non è questo che volevo porre in evidenza, quanto il fatto che Berlusconi non parla (quasi) mai a caso. Se ha fatto quella dichiarazione è perché, avvicinandosi  le elezioni regionali di marzo, egli si vuole mettere in sintonia con l’elettorato. Probabilmente un ennesimo sondaggio lo ha informato sul “sentiment” negativo degli italiani verso l’ immigrazione, e perciò non ha esitato ad allinearsi con esso, spregiudicatamente, spudoratamente.
Berlusconi, a differenza della sinistra, ha una concezione “scientifica” dell’attività politica. Si muove sempre con l’orecchio poggiato sulla pancia dell’elettorato, aggiungendo agli strumenti empirici degli indiani d’America, che accostavano semplicemente l’orecchio a terra per captare  il rumore degli zoccoli dei cavalli del 7° Cavalleggeri di Custer in arrivo, le tecniche moderne, scientifiche, degli spin doctor, prima fra tutte quella più conosciuta,  il sondaggio, questa sorta  di aruspicina sofisticata dei nostri tiranni e governanti moderni. Ora, se da un lato la sinistra avesse seguito questo metodo non avremmo avuto quella pantomima delle primarie in Puglia, dove la vittoria di Nichi Vendola l’avevano prevista tutti  tranne lo stimato (da me) Massimo D’Alema. E tuttavia, dall’altro lato, se le cose stanno così, e così stanno, occorre subito aggiungere che una politica che   rinunci  a qualsiasi ambizione pedagogica nei confronti dell’elettorato, delle masse (e non parlo di egemonia gramsciana - argomento dismesso - che tuttavia, ricordo, è direzione più dominio, dunque attività precipuamente di leadership),  non si può neanche definire politica, ma puro marketing populista. Diamo al popolo ciò che vuole il popolo? Sempre e comunque? Se rispondiamo sì dovremmo rinunciare d’emblée a una classe dirigente, perché non ci sarebbe nulla da dirigere, da guidare. La sinistra sarà antipatica come dicono, forse perché ha la pretesa di "dettare la linea", forse perché si crede sempre  insopportabilmente più  intelligente o forse perché non si vuole allineare col sentimento popolare  soprattutto quando questo è repellente. Ma domando: che cosa resterebbe dell’ attività politica se si rinunciasse a qualsiasi leadership, a qualsiasi egemonia? Al  massimo avremmo una fallowership per dirla col nostro anglopovero. Una politica che non “precede” ma “segue” fa venire in mente quel passo di Guerra e Pace dove il generale Kutuzov (ricordo a mente) di fronte al profilarsi della disfatta del proprio esercito in una delle tante battaglie della campagna di Russia napoleonica, chiedeva sornione al proprio attendente: «Che cosa sta facendo l’esercito di tutte le Russie?». «Sta  battendo in ritirata, generale!» rispondeva l’attendente. «E allora fate suonare la ritirata!» ordinava prontamente e saggiamente  Kutuzov.
Ora, si potrebbe aggiungere  perfidamente che con questa tecnica Kutuzov batté Napoleone. Già.




Cupio absolvi

Dal Corriere on line del  4 ott. 2009 leggiamo a proposito dell'ultimo condono fiscale, detto anche “Scudo fiscale”, la dichiarazione del deputato del Pdl Michele Scandroglio: «Non c'è dubbio che la teoria dei condoni sia passibile di critiche. Però non dobbiamo nasconderci dietro un dito: gli italiani sono anche questo. Noi dobbiamo rappresentare al meglio la realtà che abbiamo, si fa quello che si può con quello che siamo».

Non è forse sincerità quella del deputato Pdl?
Invero, l’ideologia dell’italiano medio è proprio quella, e vince nell’agone politico chi meglio la rappresenta ( chi la giustifica, chi la esalta?).
Al futuro studioso del nostro “carattere nazionale” si dovranno chiedere ragguagli circostanziati su questa precisa evidenza nazionale:
1)      I perdoni e i condoni, rispondono a un tratto permanente (lunga durata) del nostro vivere associati, o sono fenomeni episodici (evenemenziali) per dirla con Fernand Braudel?;
2)      Quanto di questa “mentalità” perdonista e condonista è dovuta a “una personalità di base” (nozione dell’antropologo Abram Kardiner, 1945) dell’Italiano Medio? E quanto di questa personalità  di base è dovuta al cattolicesimo?;
3)      Aveva ragione, dunque,  Sismonde de Sismondi (“Storia delle repubbliche italiane” XVI vol.)  a puntare il dito contro certo cattolicesimo popolare (non teologico, certamente, ma le religioni le fanno tanto i popoli che le vivono quanto i teologi che le scrivono) in cui il “periodico lavacro delle coscienze” tramite la confessione (condono + perdono!) avrebbe reso flebile lo spirito pubblico degli italiani? E perché Manzoni non riuscì a completare le sue “Osservazioni sulla morale cattolica” in polemica proprio col Sismondi? Forse perché aveva intuito che costui aveva ragione? Forse perché attraverso una narrazione  più che attraverso la forma saggistica,  sarebbe meglio riuscito a divisare, distribuendo saggiamente le parti (ne I promessi sposi, i perdoni sono multipli e trasversali),  questo tratto permanente del nostro ethos nazionale?;
4)        È vero che si perdona per essere  a nostra volta perdonati, ma soprattutto per perdonarsi?
5)      Il perdono e il condono  sono forse una accettazione, non sappiamo se saggia o scellerata, di un  “Io diminuito”, flebile, in cui la coscienza individuale ( ma anche nazionale) accetta la transazione con i principi, in cambio di vantaggi immediati e temporanei? Per poi continuare a fare i comodi propri?;
6) Solo per fare un paragone ellittico: la Francia avrebbe mai chiesto “perdono” all’Algeria, come l’Italia di recente alla Libia?  È stata l’accettazione di un principio (avversione al colonialismo) o piuttosto la giaculatoria frettolosa da proferire per accedere a commesse e appalti?  E quanta  dignità nazionale si è dovuto sacrificare per avere questi vantaggi? Ma ci “credeva” veramente chi chiedeva perdono? Mi si dirà: di fronte  a uno come Gheddafi funziona meglio Colbert o Arlecchino? (Ma prima dovreste rispondere se voi vorreste essere rappresentati  più da Colbert che da Arlecchino) ;
7)        Chi perdona e condona sarà di destra o di sinistra? Quanto spirito arci-italiano c’è nel perdonismo e quanto spirito anti-italiano nel contrastarlo?  Non sarà questa “indulgenza plenaria”, questo cupio asbsolvi, il vero discrimine tra destra e sinistra nel nostro Paese dopo la morte delle Ideologie? Non si combatterà pro o contro l'ultima (ma "prima" in ordine di tempo)  ideologia,  l"Ideologia Italiana", la battaglia delle idee nel nostro Paese?;
8)     Se i politici varano periodicamente condoni e perdoni, amnistie e indulti, lo fanno col consenso degli amministrati o con la loro aperta avversione? Aveva ragione pertanto G. Salvemini nel dire che il rapporto tra Paese legale (politici) e Paese reale (cittadini) era questo: che per il dieci per cento il Paese legale è migliore del Paese reale, per il dieci per cento peggiore, e per il resto è il Paese? E quindi… « si fa quello che si può con quello che siamo», sarà una massima eterna su cui tragicamente assentire o una da avversare strenuamente (ma cominciando a cambiare soprattutto noi stessi, in quanto italiani: a uccidere l'Alberto Sordi che c'è in tutti noi?);
9) I perdoni  e i condoni oltre a obbedire a precisa  "ideologia" nazionale, come abbiamo visto,  non sono anche l'avvelenato  frutto di una annosa  e strutturale "questione amministrativa", ossia di uno Stato debole e continuamente indebolito, che non riesce (prima che non vuole, ma anche quando vuole) a imporsi con la forza del suo apparato, in quanto Stato,  sugli appetiti e l'anarchia dei singoli? Nel 2011, perciò, se mai ci arriveremo uniti,  festeggeremo l'Italia? nel senso che gli italiani faranno definitivamente la "festa" all'Italia?


Lettere e professoresse
Come la questione dei “fannulloni” (termine giornalistico ingiusto e orribile, ma ormai fatalmente riassuntivo in cui viene purtroppo racchiusa l’annosa “Questione Amministrativa”) scippata se non alla sinistra ad un uomo di sinistra come Pietro Ichino che per primo l’ha brandita, così la questione del ritorno della severità a scuola in qualche modo ha tolto il terreno sotto i piedi alla sinistra riformista che ne doveva fare, a mio avviso, un  proprio terreno d’elezione. Che il fischio de  “la ricreazione è finita” e che il particolare rappel à l’ordre venga poi da un Ministro che ha glissato sulla severità delle regole scegliendosi una sede di comodo per superare il suo concorso d’Avvocatura, aggiunge ancora più sale alle nostre ferite di riformisti impazienti e angosciati, ma non sposta purtroppo i termini della questione.

Non voglio entrare nel complesso articolato di provvedimenti della cosiddetta “riforma Gelmini” – c’è chi lo ha fatto e vi ha scorto solo dei tagli e molta fuffa  e non stento a crederlo –, resta comunque in piedi la percezione dell’opinione pubblica che tale “riforma”, specie quella del “cinque” in condotta, abbia schiacciato la sinistra sull’accusa di  permissivismo e di tolleranza illimitata, ritenendola responsabile  di quel suk che è diventata la scuola, se è vero come è vero che essa non ha neanche minimamente pensato di invertirne la rotta quando s’è trovato il Ministero di Viale Trastevere tra le mani.

È spia di tutto ciò –   e in particolare dell’effetto sortito a scuola dall’introduzione del “cinque” in condotta –, l’articolo della scrittrice e insegnante Paola Mastrocola  sulla “Stampa” del 2 marzo 2009, che esordisce così: «La scuola è da tempo disarmata. Non ha strumenti per affermare le sue regole e i principi in cui crede. Soffre, da 40 anni circa, di una sindrome di debolezza congenita che, peraltro, una certa parte di essa, la più ideologizzata, ha fortemente voluto in base all’idea che mai si debba punire, che il voto non sia un’arma, e che sia meglio motivare, prevenire, comprendere, giustificare: mai scendere al vile ricatto dell’insufficienza. La stessa imbelle clemenza, d’altronde, aleggia oggi nelle famiglie: si tollera, si media, si scende a compromessi, si patteggia con i figli. Non si sgrida, non si molla un ceffone, non si manda a letto senza cena. Giusto o sbagliato che fosse, era (ed è) così. Io ricordo che or non è molto (due anni o tre fa) dovetti fare un’ora di supplenza in una quarta liceo. Entrai e c’era un caos indescrivibile, gente ammucchiata sui banchi che chiacchierava urlando, giocava a carte, fischiettava, sbocconcellava panini e deglutiva liquidi a garganella dalle lattine. Nessuno cambiò atteggiamento quando mi vide entrare. Anzi, nessuno mi vide entrare. O meglio, nessuno ritenne che il fatto che fossi entrata fosse di una qualche importanza. Chi mi dava le spalle continuò a darmi le spalle, anche quando io salutai, mi presentai e dissi cos’ero venuta a fare e chiesi per favore di mettersi seduti ai banchi in silenzio. Per un’ora intera io non ottenni nulla. Ricordo che ero disperata e che non sapevo cosa fare e neanche dove e come fuggire». L’articolo della Mastrocola continua: «Oggi invece abbiamo la possibilità di dare 5 in condotta. Oggi la condotta è un voto che conta, è un’insufficienza che pesa e che può portare alla bocciatura. Oggi abbiamo uno strumento. E le cifre dicono che lo abbiamo usato abbastanza. 34.311 ragazzi insufficienti in condotta vuol dire circa un allievo ogni due classi. Non è poco».
Al di là dell’accorato soggettivismo autobiografico e dell’evento risolutore  ravvisato dalla Mastrocola  per quella situazione intollerabile raccontata in esordio, e che credo non sia esclusiva e individuale, resta il fatto di fondo che la sinistra (riformista o antagonista che sia come vedremo, ovvero “tutta” la sinistra) sia stata individuata come la responsabile di questo stato di cose.

È così? Non è cosi? Ma è proprio vero che la sinistra sia/è/è stata permissiva? E se non è vero, perché è percepita come tale? Per capire come e perché la sinistra sia stata schiacciata su questa accusa occorre risalire di 40 anni indietro, come suggerisce la Mastrocola, e tentare di evidenziare l’origine di quella “imbelle clemenza”. Scriveva  Vico che “Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi con certe guise”; ossia se vuoi spiegare una cosa, la sua “natura”, la sua essenza,  devi partire da come essa è nata, conoscerne i modi e le forme: farne la storia. Ma niente paura non farò la storia del Sessantotto né riprenderò  l’intricata questione dell’impatto del Sessantotto nella nostra società. Solo a volerne  limitare l’analisi alla scuola e al mondo dei giovani, è ineludibile, tuttavia, rammentare che almeno tre furono le sue componenti: 1) il pensiero neo-marxista e la sinistra storica; 2) la nuova bohème di derivazione anglosassone (i capelloni e la favolosa triade: sesso-droga e rock and roll); 3) certo cristianesimo di base (segnatamente don Milani).  Quale dei tre fattori è il responsabile?

Visto che siamo partiti dall’articolo della Mastrocola, che potremmo definire “La lettera di una professoressa”, sarebbe bene riprendere il discorso proprio dall’ultimo punto,  dalla “Lettera a una professoressa” di don Milani.
L’accusa di lassismo a don Milani e alla sua “Lettera a una professoressa” è precisa e circostanziata e porta il nome di Sebastiano Vassalli. In una serie di articoli apparsi su “Repubblica” del giugno-luglio 1992 (poi raccolti nel volume “Gli italiani sono gli altri”, Baldini e Castoldi, 1998) Vassalli ha parole di fuoco: «L’ho detto e lo ripeto: la “Lettera a una professoressa” fu una mascalzonata, e, se esiste il Paradiso, don Milani certamente non c’è. Del resto lui è poi diventato quello che meritava di essere, un Santo molto terrestre, il Santo patrono di tutte le ignoranze, di tutti i lassismi, di tutti gli opportunismi e di tutte le furbizie di chi ha operato nella scuola in questi anni, dagli allievi  agli insegnanti ai ministri. Era questo che voleva? Io non lo so, ma so che questo è successo».
Un uomo e un libro, benché tutta la storia delle idee non sia  fatta che da uomini e libri,  non possono determinare da soli un orientamento collettivo così vistoso se già esso non è in qualche modo presente nella società, seppur come cosa che ancora nome non ha. La prospettiva inoltre dell’eterogenesi dei fini (parto per fare una cosa e ne raggiungo un’altra) già adombrata da Vassalli nel dubbio che non era forse proprio questo l’intento di don Milani, ma che ne è stato il sicuro effetto, ci lascia un po’ perplessi circa la precisa attribuzione al prete di Barbiana di tale  responsabilità. Se poi si riprende il testo di don Milani (Scuola di Barbiana, “Lettera a una professoressa”, Libreria editrice fiorentina, 1967) si scopre che in questo libro c’è un po’ di tutto e di molto confuso; oltre al proposito dell’abolizione della bocciatura, vista come odioso strumento della lotta di classe e di selezione scolastica, dei ricchi a danno dei poveri  (che, secondo Vassalli, costituisce però il vero varco ideologico attraverso cui sarebbero passati tutti i permissivismi successivi), c’è anche  ad esempio il bizzarro caldeggiamento del celibato agli insegnanti di cui don Milani quanto meno esorta a  dirne bene  in quanto esso non è «una disgrazia, ma una fortuna per essere disponibili a pieno tempo» (pagg.86-87). C’è  l’abolizione della matematica e  la riduzione della pedagogia «a una sola paginetta» alle magistrali (pag.119),  ma anche  una polemicuccia rancorosa   circa l’orario di lavoro degli insegnanti definito «indecente» da don Milani e non giustificabile dalla scusa da essi accampata della correzione dei compiti a casa (anche i magistrati dice don Milani devono redigere le sentenze), né dallo stress psicofisico della tenuta d’aula (andatelo a dire a «un operaio alle presse che corre il rischio di perdere le braccia», chiosa demagogicamente don Milani), ma soprattutto, la scusa dello stress,  viene a cadere se gli insegnanti trovano poi il tempo per le lezioni private (pag. 88). Tutti i  termini, come si vede, di una polemica  che non è difficile rintracciare  ancora oggi, ma presso l’elettorato di centrodestra, quello che ha individuato anche nell’ insegnante il suo “fannullone”.
Infine, e debbo la “dritta” ancora a Vassalli,  c’è nella “Lettera a una professoressa” una confessione che farebbe passare per progressista l’adozione del “cinque in condotta”, ossia l’uso… della frusta. «Noi per i casi estremi si usa anche la frusta. Non faccia la schizzinosa e lasci stare le teorie dei pedagogisti. Se vuol la frusta gliela porto io, ma butti giù la penna dal registro. La sua penna lascia il segno per un anno. La frusta il giorno dopo non si conosce più» (pagg. 82-83). L’uso mediopassivo (“noi… si usa”) della forma verbale toscaneggiante della prima parte della citazione esclude che siano Gianni o Pierino, gli alunni della scuola di Barbiana, a usarla, ma proprio il parroco, don Milani, che peraltro si svela nella seconda parte (“gliela porto io”). L’uso della frusta di un pedagogo “manesco e autoritario”, come lo definisce Vassalli, confligge però con l’accusa di lassismo avanzata nei suoi confronti. Ci conferma piuttosto nell’ipotesi degli effetti non desiderati (che anche Vassalli in più punti adombra) suscitati dall’enorme successo del libro di don Milani e della sua adozione “spontanea”  da parte del Movimento studentesco che vi vide  – fatto ancor più grave – in quel clima effervescente e confuso,  una « “  concezione collettivistica dell’educazione vista come indottrinamento”: una concezione non dissimile – per chi ha ancora memoria di quegli anni  – dai modelli educativi della cosiddetta “rivoluzione culturale” cinese» (Vassalli, cit, pag. 17).

Il libro di don Milani cadde in un contesto incandescente che ne determinò la fortuna e ne alimentò la mitologia di “manifesto dell’antiscuola” e della contestazione scolastica. L’esortazione di Vassalli di andarlo a rileggere e meditare è uno dei meriti non secondari della sua virulenta invettiva. Per noi  il libro della scuola di Barbiana resta però poco più di una spia indiziaria, una traccia. E credo che la sua  rilettura gioverà a ricostruire un contesto storico piuttosto che aiutarci a capire la scuola di oggi, ove paradossalmente si sono invertite le parti rispetto al Sessantotto, essendo  gli insegnanti perlopiù  orientati a sinistra e gli studenti a destra perché a destra è la società nel suo complesso, e ove, comunque, lo scenario è totalmente mutato  rispetto a quell’Italia degli anni Sessanta povera e arretrata in cui gli studenti figli di contadini alla fame e di operai sradicati sono tutt’altra cosa rispetto a quelli di oggi nati e vissuti nella “società affluente”,  piena di stimoli,  dove però può accadere il paradosso di scambiare  il mondo reale (che per gli studenti è però quello dei cellulari, Ipod, TV, Internet) con quello virtuale, ossia tutto il resto.

Dobbiamo cercare ancora. Resta da vedere quanto dell’ideologia lassista e antiautoritaria, oggi attribuita alla sinistra indiscriminatamente, sia in effetti ascrivibile ad essa. E qui occorre fare quanto meno una distinzione fra i gruppi neo-marxisti d’ispirazione adorniana e marcusiana e il pensiero canonico della sinistra storica, che come è noto “mise il cappello” o tentò di metterlo sul Movimento studentesco che rischiava di scappargli di mano, come in effetti accadde nel Settantasette (rovesciamento del palco di Luciano Lama) data della nascita ufficiale della sinistra antagonista.
Orbene,  Gramsci fondò un giornale intitolato “Ordine nuovo”, “nuovo” sì  ma “ordine”, mica “casino  vecchio”.  Non si fa fatica poi a rintracciare nei “Quaderni” proposizioni di un’accigliata pedagogia, tutt’altro che una “pedagogia negativa” à la Rousseau. Debbo a Michael Walzer alcune suggestioni a tal proposito ( vedi il paragrafo L’educazione comunista del suo saggio L’impegno di Gramsci, contenuto nel volume  “L’intellettuale militante”, Il Mulino 2004). Il liberal americano evidenzia un Gramsci arciconservatore che osteggia perfino la riforma-Gentile,  nei fatti secondo Walzer “progressista”, in quanto dava risalto a ciò che veniva definito “educazione attiva”  contro alla semplice “istruzione”, intesa come arida, formale, ripetitiva e incapace di attivare l’interesse dei giovani.
Scriveva Gramsci invece nei “Quaderni” (vol. III, pag. 1551): « La lingua latina e greca si imparava secondo grammatica, meccanicamente, ma c’è molta ingiustizia e improprietà nell’accusa di formalismo e aridità. Si ha a che fare con ragazzini, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza anche fisica, di concentrazione psichica su determinati soggetti che non si possono acquistare senza una ripetizione meccanica di atti disciplinati e metodici». Se non siamo alla frusta  poco ci manca, e comunque in piena difesa dell’elemento coercitivo, “meccanico”,  delle nozioni (e sfido chiunque a pensare che si possa passare ai concetti senza averne fissato le nozioni di base –  i concetti senza le nozioni sono vuoti e le nozioni senza concetti sono cieche – e a divisare, solo per fare un esempio, tutte le componenti o il significato della Rivoluzione francese se non si sa  collocarli nello spazio e nel tempo, luoghi e date compresi).
Sono peraltro sicuro che né Togliatti né Terracini né Nenni pensassero che il periodo di neotenìa (la giovinezza, ovvero il passaggio dalla “natura” alla “cultura” nel linguaggio di sociologi estremi, vedi Georges Lapassade, “Il mito dell’adulto” Guaraldi, 1964,  titolo originale “L’entrée dans la vie”, 1963) fosse un periodo esimente da obblighi verso se stessi e verso la società. E non era nell’idea di Lenin che la rivoluzione consistesse nel far baldoria nelle cantine dello zar, se è vero come è vero, che la istradò subito lungo il percorso di un nuovo ordine sociale, tributario   però più che delle idee generose e socialiste della “liberazione dell’uomo dalle sue catene” piuttosto del tradizionale “dispotismo orientale” (K.A.Wittfogel), di cui l’autocrate Putin è l’ultimo, legittimo e tragico erede.

  Ma quarant’anni fa la sinistra storica fu raggiunta dal “Movimento studentesco”, che le dettò un nuova “tavola di valori” e che la stravolse per certi aspetti nei suoi connotati ideologici di fondo. Essendo nato a scuola - si chiamava  “studentesco” -  fu proprio a scuola prima che nella società (nella coppia, nella famiglia) che il “Movimento” introdusse questa nuova tavola, che poi diventò la piattaforma mentale dell’opinione comune “di sinistra”.  È in quest’ambito che si passò –  grazie anche agli apporti teorici della “Scuola di Francoforte” e alla sregolata bohème comportamentale importata dal mondo anglosassone –,  da una sinistra tradizionale “ideologica” (ancora pedagogica e direttiva quando non autoritaria, vedi Gramsci)  ad una sinistra  “antropologica” dove i valori dell’autorealizzazione dell’individuo fanno premio su quelli  della stessa classe sociale, e la cui realizzazione spinge finanche a dettare un codice rigidissimo e soffocante nella scelta del vestiario e nei gusti personali, “targettizzando” rigorosamente l’accesso a quella società dei consumi, demonizzata solo a parole. Ma altri elementi entrano in gioco:  l’appello ad un “pansessualismo polimorfo”; la critica del sistema su basi anarco-libertarie; l’antindustrialismo di tipo romantico e regressivo; la critica della razionalità borghese (l’antilluminismo adorniano) cui si opponeva la creatività dell’immaginazione di tipo marinettiano o dada, e molto altro ancora che qui non si può elencare. Tutto ciò pose  le basi o rafforzò quel milieu mentale (addio Gramsci!) ancora  dominante in larghe parti di ciò che oggi si suole chiamare indistintamente “sinistra”. Fu  in questo nuovo ambito ideologico che si fece strada la “pedagogia” del “sei politico” e si aprì il varco ad ogni “pensiero debole” (rubo l’espressione a Vattimo, piegandola alle mie esigenze) in tema di adesione alle e rispetto delle norme.
«Ciò che interessava i giovani di questa tendenza non era tanto una nuova società fondata sulla libertà, la solidarietà e il consenso, quanto una condizione immaginaria di assenza di norme, intendendo il termine “anarchia” nel suo significato superficiale letterale di assenza di ordine, nella quale i singoli potessero esplicare tutte intere e senza vincoli le loro possibilità di esistere: più che di una ideologia vera e propria , si trattava di uno stato d’animo» (Carlo Tullio-Altan, “La coscienza civile degli italiani”, Gaspari, Udine 1997).

Molti leader del Sessantotto intervistati oggi ripetono, giustamente, che loro erano studiosi e  secchioni e che mai hanno caldeggiato lassismi e derive di tal sorta. E c’è da crederci. Ma come per il libro di don Milani, altro fu l’effetto non voluto sull’insieme della nostra società della loro contestazione scolastica ed extra scolastica. Perché ciò avvenne? Dobbiamo ancora cedere la parola all’antropologo degli italiani, Carlo Tullio- Altan (il padre del celebre vignettista, quello che scriveva dopotutto in una sua vignetta: “L’italiano è un popolo straordinario. Mi piacerebbe che fosse un popolo normale”):   «Se le sollecitazioni di civiltà del Sessantotto favorirono anche da noi quelle grandi campagne per le libertà civili, come quella per il divorzio e quella per l’aborto, e come le campagne per la liberazione della donna […] ciò che venne enfatizzato fu  soprattutto il lato negativo e distruttivo della polemica contro la “razionalità illuministica”, condotta dai seguaci della Scuola di Francoforte. Ciò che fece premio, in altre parole, fu la polemica spesso fine a se stessa, che interpretava i valori di autorealizzazione della personalità, promossi da quella corrente di pensiero, nei termini della tradizionale esaltazione del proprio individuale vantaggio, nello spirito inconfessato, ma operoso della morale egoistica albertiana. In una sorta di corto circuito, quei valori di libertà ricevuti dall’estero, perché non maturati in modo originale all’interno del contesto sociale italiano, si vennero in buona parte trasformando in quelli individualistico-arcaici della tradizione di sempre, e come tali furono “recitati” clamorosamente nelle piazze» (Carlo Tullio-Altan, “La nostra Italia”, Feltrinelli, Milano 1986, p.171).

I corsivi da me imposti chiedono opportuna delucidazione. La morale egoistica albertiana cui Tullio-Altan fa esplicito riferimento è quella di Leon Battista Alberti  che nei suoi  “Libri della famiglia” aveva teorizzato il culto dell’interesse “particolare” della famiglia (per alcuni l’unica vera ideologia degli italiani)  a scapito di qualsiasi valore di convivenza civile. Ma la morale albertiana era solo una delle emergenze indagate dallo studioso, che qui più che in altri suoi lavori,  trovava la tensione civile e l’acume scientifico per scavare anche nella storia più remota del nostro Paese e scovare tutti quei tratti storico-socio-psico-demo-antropologico-culturali (mi si perdoni il termine monstre) che costituiscono la base dell’arretratezza della nostra Italia e che la attanagliava, a parer suo, in una crisi profonda.

Il lassismo scolastico dunque fu “catturato” dalla società italiana (e la sinistra ahimè, se ne fece vessillifera), allo spirito migliore del Sessantotto che venne tradotto nei termini del proprio tornaconto individuale, tradotto ossia nei valori individualistico-arcaici della tradizione di sempre. Era il morto che catturava il vivo. Era quella “cosa che nome non ha” che aveva decretato anche  il successo del libro di don Milani: il “particulare” italiano sempre attivo e operante che massimizza e “monetizza” anche la più nobile spinta ideale.  Ci furono altri momenti in cui esso  si impadronì di altri eventi ancora più gravi (le due guerre mondiali ad esempio) per imporre promozioni di massa: una specie di amnistia collettiva dai propri doveri scolastici. È un  dato di fatto, che basta poco a verificare.

Quella della “maledizione antropologica” potrà essere una nenia indigesta per molte orecchie ma occorre a mio avviso tenerla in onesta avvertenza sullo sfondo per capire anche fenomeni complessi che con essa sembrerebbero non avere alcun punto di contatto. 
Per concludere e tornando alla “riforma Gelmini” da cui siamo partiti. “Legge e  ordine” sono i presupposti di qualsiasi governo, e pertanto sono principi non negoziabili (pre-requisiti, direi), dunque  né di destra né di sinistra. Sarà anche il binomio di un liberalismo sintetico e programmatico, ma allora dobbiamo aggiungere con Vitaliano Brancati che in Italia «per essere adeguatamente liberali bisogna votare “almeno” comunista», tanto è arretrato il nostro panorama  ideologico (e legale)  che per raggiungere un minimo di liberalismo occorre addizionarlo di una spinta “estremista”. Di converso, solo nel nostro Paese, per mero paradosso, quel binomio è diventato un programma di destra. È un Paese così sregolato e anarchico il nostro (“ognuno fa tuono a sé”, ricordava Leopardi già nel 1826!) che ogni rappel à l’ordre  fa gridare da un lato all’avvento di uno stato autoritario mentre dall’altro ogni indulgenza s’innesta in un sostrato lassista e anarchico (il morto che cattura il vivo!) che ha come esito ultimo il suk. Mi affretto ad aggiungere che il suk  non è nel programma di nessuna sinistra storica, o almeno di quella a cui io mi richiamo ancora (diverso è il discorso della sinistra freak, venuta fuori da alcune derive del ’68  che ho cercato di lumeggiare, quella del “vietato vietare” e che polemizzava contro qualsiasi “sorvegliare e punire”  in un Paese in cui già di par suo si sorvegliava pochissimo e si puniva ancor meno, e spesso la persona sbagliata).

Un’ultima parola per quanto riguarda la scuola: i sociologi estremi come Lapassade dicono che la condizione di adulto è passeggera, in quanto la neotenìa (passaggio dalla natura alla civiltà, che coincide perlopiù col periodo giovanile) sarebbe sempre transeunte e in continuo fieri, oltre che fortemente condizionata dagli obiettivi  impliciti della società in cui si è costretti a vivere (nessuno sceglie dove nascere dopotutto!), che imporrebbe  i modelli di una “identità costruita”. Ma io credo che  le condizioni permanenti della  paideia siano rimaste immutate da quel dì: sono quelle  di un pedagogo ateniese che “impone” a un giovane ateniese a diventare un adulto ateniese. Non ne conosco altre.




Il cappuccino e il mercatino rionale – Note sul carattere nazionale italiano
Pochi hanno riflettuto sul carattere straordinariamente simbolico del “cappuccino” (sì, la bevanda servita nei bar italiani) in relazione al  carattere nazionale italiano. Il cappuccino  assomma in sé alcune caratteristiche: innanzitutto l’elemento di civilizzazione culturale cattolica italiana. La bevanda fa riferimento all’ordine francescano dei Cappuccini (cappuccino è il famoso fra’ Cristoforo dei Promessi Sposi) molto popolare nel nostro Paese, e reca con sé se non un principio di irrisione, certamente  una bonaria, ma non tanto,  presa in giro: il cappuccino-bevanda richiama scopertamente  il colore caffellatte del saio dell’ordine francescano mentre la schiuma la barba bianca che solevano portare i frati. Gli italiani d’altronde hanno irriso, con forme di anticlericalismo gastronomico, anche i preti secolari,  dedicando  loro   qualche piatto: “strozzapreti”, e chiamandoli non molto affettuosamente “bagarozzi” (“scarafaggi”, a Roma, per via del colore nero dell’abito talare).
In secondo luogo, il cappuccino richiama il carattere furbesco e un tantino fraudolento dei connazionali. La schiuma infatti nasconde un principio di frode, è sì la “barba” del frate, ma anche un netto risparmio sul latte... Ciò, nell’Italia povera di sempre, aveva un suo impatto nelle tasche dei gestori dei bar, oggi è puro e gradevole folclore. Ma non era così agli inizi quando il cappuccino venne inventato. Cattolicesimo, inventiva furbesca e frode: non ci sono già gli italiani tutti interi e appena svegli, in questa gustosissima e italianissima bevanda?

Il mercatino rionale è l’epitome di alcuni tratti del carattere nazionale italiano. Si svolge all’aria aperta come molti riti collettivi nazionali, è inondato quasi sempre dalla forte luce meridiana del “Sole mio”, è variopinto e vociante, ma è anche il luogo in cui si celebra in modo esasperato la furbizia dei connazionali, sia venditori che compratori. I primi in veste di carnefici i secondi in quelle di vittime, spesso consenzienti. Nel comparto dell’ortofrutta si giunge a forme esasperate di furbizia da parte dei venditori.  Innanzi tutto la merce è disposta sulla bancarella con il prodotto  più appariscente e in buono stato in bella mostra (in siciliano si dice che i venditori “fannu ‘a mustra”, da pronunciare ovviamente con la pronuncia retroflessa nel gruppo “tr”).  È quindi impedito al compratore di fare da sé, ossia di scegliere il prodotto che meglio gli aggrada. (Non così avviene nei supermercati, ma anche nei mercati rionali francesi, dove viene offerto al compratore un  cestino  per il self- service). I venditori hanno infatti una sola preoccupazione: “rifilare” ai compratori quel 20 per cento di merce avariata che fatalmente loro hanno ricevuto in dote dal grossista. Il gioco è così esasperato, la destrezza del commerciante così tattile e veloce, da prestidigitatore quasi, che l’acquirente difficilmente si avvede di ciò che avviene sotto i propri occhi, salvo scoprire l’inganno una volta giunto a casa. Taccio dell’arte sopraffina del buon venditore di infilare nel cartoccio il 20  e talora il 30 per cento in più della merce richiesta: in fondo fa parte delle regole del gioco e della sua consumata arte di venditore, lecita dopotutto o comunque tollerabile, anche se inibire tali comportamenti al destro venditore talora richiede al secondo una incessante attenzione e una vigilanza esasperata, pari all’invadenza del primo.
L’acquirente- vittima italiana, di fronte al gioco pesante del venditore, in genere si fidelizza da sé: sceglie il venditore di fiducia: in altre parole si “raccomanda”. Ciò non toglie che l’implacabile venditore non lo sacrifichi di tanto in tanto. Così, giusto per ristabilire le regole del gioco, che vedono in lui il dominus incontrasto, il sadico complementare al masochista.
Il mercatino sta al supermercato come il pre-moderno mercato pre-capitalistico alla concezione moderna, weberiana, del mercato capitalistico. È umano, colorato, popolare quanto il supermercato è anonimo, asettico, di massa. Nel primo agisce il popolo arcaico di sempre, nel secondo la massa consumistica novecentesca. C’è nel supermercato razionalità e calcolo, divisione del lavoro e contabilità industriale; è più macdonaldizzato, come direbbe Ritzer, più spietato certamente, ma più sincero. Dice  ciò che dice, è wysywyg si direbbe nel mondo dei computer (what you see is what you get), e mette nelle tue mani il prodotto, lasciandoti la signoria del volere. Certamente nel supermercato il lavoro di irretimento e di menzogna è occulto e scientifico (musichetta ipnotica e suadente, disposizione degli scaffali, disposizione della merce sugli scaffali, prezzi civetta, “gioco dell’oca” alla ricerca del sale e dello zucchero  spesso nascosti ad arte per indurre il consumatore a perlustrare tutta la merce in esposizione, ed altre amenità), ma almeno ti risparmia la furbizia e la finta cordialità. Il mercatino ti dà del tu, il supermercato del lei. Io, da tempo, ho scelto weberianamente il secondo.


Ordinazione sacerdotale
Ho assistito  questo giugno, in Santa Maria Maggiore a Roma, all’ordinazione sacerdotale del figlio di un amico di famiglia. Buona parte dell’omelia - lunga, paludata, ieratica,  apparentemente pronunciata con un tono neutro e referenziale ma fremente nell’intimo di dottrinale carica polemica  -  il Vescovo officiante  l’ha indirizzata contro il “soggettivismo”, il “relativismo”, l’ “irenismo” e anche il “buonismo” (irrinunciabile e ghiotto prodotto di stagione rispetto agli altri fronti polemici) della nostra società ormai del tutto secolarizzata. Il Monsignore aveva in mente  come riferimento polemico non certo gli “atei devoti” di chiara fama, dopotutto insperati e soccorrevoli compagni di strada, quanto, credo,   tutti coloro che, miscredenti, agnostici o addirittura atei, accettano  convintamente l’elemento etico ( e non solo culturale) del cristianesimo/cattolicesimo e ne rifiutano ciò che Hegel negli Scritti teologici giovanili definiva la “positività” della religione cristiana, ossia il contenuto strettamente confessionale.
Non è tanto un cristianesimo à la carte quello cui molti di noi apertamente  inclinano, quanto la necessità di una separazione all’interno della dottrina cattolica tra il contenuto morale e l'impalcatura teologica ivi compresi i miracoli, che ci riesce impossibile accettare. Il Monsignore ci rimproverava di approvare il primo e di respingere la seconda, ammonendoci che non si può fare a pezzi la dottrina cattolica e prenderci ciò che più ci aggrada. Insomma, non possiamo, se ho interpretato bene il senso del suo discorso, prendere la “regola aurea” evangelica e respingere Medjugorie e  Padre Pio. (Dico questo perché rivolgendosi agli ordinandi il Monsignore ha parlato ripetutamente di “miracolo”: quello della loro ordinazione sacerdotale medesima).

Confesso che ero in difficoltà di fronte a questi discorsi.  Ma avevo una mia ragione,  una ragione  inconfessata e che tuttavia era nell’aria, aleggiante,  tra il bellissimo soffitto cassettato e  dorato della Basilica e le nostre povere teste;  che non era però né implicita né allusa nel discorso del Prelato ma evidentissima al mio sentimento di cattolico battezzato e di quieto seppur “non praticante” ateo: l’avanzata dell’Islam. Insomma di fronte ai mullah io dico mille volte "meglio i Monsignori"; ce li teniamo da due millenni e abbiamo imparato a convivere con loro: li conosciamo quanto meno. Certo ci irritano per la loro ossessione verso le tematiche sessuali e la loro indifferenza verso altri peccati, l’evasione fiscale ad esempio (Romano Prodi dixit, coraggiosissimamente, tanto che i Monsignori se la sono legata al dito e da allora hanno rivolto le loro attenzioni  verso Berlusconi e Briatore).
La Chiesa cattolica, che piaccia o no ai Monsignori, è una grande Centrale Etica, e l’idea   della sua scomparsa o anche del suo indebolimento, ci  fa letteralmente terrore.
Meglio loro dei mullah? Certamente e non solo: la deriva della credulità delle masse disposte a seguire i guru delle più strampalate  e terribili sette americane o bramini d’accatto, ci spinge quasi ad inchinarci   a baciare la pantofola dei Monsignori di Santa Romana Chiesa e dire loro: «Vi prego restate con noi per i prossimi duemila anni».

La società chiusa e i suoi amici
Che l’Italia sia un Paese socialmente chiuso, rinserrato in corporazioni, ordini professionali, interessi tutelati e merlati, familismi e familismi amorali, dove i giochi sociali sono fatti fin dalla nascita e dove conta di più una buona rete di relazioni piuttosto che il merito (poggiante su un’adeguata istruzione/formazione atta a  funzionare da “ascensore” ai fini della mobilità sociale), è un fatto che è diventato più di una consapevolezza diffusa e condivisa. Nell’ultimo periodo anzi tutto ciò è stato indicato come uno degli elementi della crisi italiana, e come tale è entrato nel dibattito ad essa   relativo che affiora qua e là nella stampa senza tuttavia conquistarne una posizione centrale.
I confronti con altri Paesi che quasi per deafult vengono definiti “aperti” come gli Stati Uniti (seppur da più parti si sottolineano i fenomeni di sclerosi e ossificazione anche in questi contesti sociali )  ci dicono che se è assicurata la mobilità sociale - “l’american dream” - come sistema di valori condiviso, come base morale,  gli individui vi fanno  piani consapevoli per acquistare gli elementi necessari per muovere verso l'alto. [BENDIX,R. - LIPSET,S.M.- 1972, (a cura di) Classe, potere, status. La mobilità  sociale, Padova pagg., 136-138]. Memorabile è rimasto il discorso del Presidente Kennedy sulla “nuova frontiera” in cui esortava gli  americani ad avere come orizzonte i propri sogni e come limite le proprie capacità, i propri meriti.
Che si tratti di regole o di sogni, nei fatti, ogni individuo per muovere verso l’alto si “attrezza” a fare piani consapevoli di ascesa sociale in relazione al sistema generale delle regole del gioco della propria società: se essa chiede istruzione,  meriti, va in quella direzione, se essa chiede relazioni, rendite di posizione, familismi, agisce di conseguenza.

Com’è la situazione in Italia? Una recente indagine, promossa da  Federmanager con Fondirigenti ed eseguita da PublicaRes del gruppo SWG su un campione significativo di dirigenti: “La classe dirigente e il principio del merito”, i cui risultati sono pubblicati da “Progetto Manager” supplemento del Sole 24 ore del 28 maggio 2008, fa emergere un quadro dove il valore del merito “corre il rischio di restare prigioniero di affermazioni di principio”.

«In sintesi le principali asserzioni sul rapporto tra management e merito si allineano su alcune peculiarità:
Il merito agli altri. Il tema del merito è valutato, a parole, positivamente dalla maggioranza della classe dirigente italiana, ma appare più restia ad applicarla alla propria categoria;
Il merito è strategico per l’Italia. La maggioranza degli intervistati è cosciente che solo con lo sviluppo delle forme meritocratiche il nostro paese può affrontare le sfide globali;
Un sistema meritocratico non darwiniano, ma con tutele e opportunità. La centralità si gioca sulle capacità di far alimentare il capitale sociale;
Fare parte di un clan. Questo conta, in qualche modo di più che avere delle conoscenze importanti. L’appartenenza clanica garantisce maggiormente la carriera e la assicura molto di più della tendenza a dire sempre di sì, a essere supini nei confronti di chi comanda;
Le sfide, per il mondo manageriale, si sostanziano in un set semplice di interventi, tra cui si devono segnalare due temi:
1. il sostegno alle imprese che fanno innovazione e formano i manager;
2. la necessità di puntare sui talenti, con la capacità di estrarre il meglio dal mondo giovanile.»

Il quadro che ne viene fuori, benché finalmente veritiero, è davvero desolante. Dalle dichiarazioni de “il merito agli altri” - che riecheggia in senso contrario la battuta per la quale gli “italiani sarebbero sempre gli altri” - alle altre considerazioni che emergono nel prosieguo dell’articolo, ma  solo di principio, che sì in effetti, il merito ci vorrebbe perché si avrebbe una migliore classe dirigente, aumenterebbe la competitività del Paese e ci sarebbe una selezione dei veri talenti, ci conferma che « i calci in bocca presi dal merito paziente» (Shakespeare, Amleto) non cessano di essere inferti nel nostro Belpaese, e che il riconoscimento del talento, del merito, delle capacità è solo di facciata e meramente ipocrita nel senso dato da La Rochefoucauld all’ipocrisia come «l’omaggio che il vizio rende alla virtù». Nei fatti in Italia, e basta scorrere le biografie dei nostri   manager, vige una sorta di patriziato industriale (assicurativo, bancario) dove quando non sono in gioco incroci endogamici familistici, valgono le regole del clan, delle cordate, degli amici degli amici. E questo non solo nel mondo della politica o del giornalismo, dove queste regole non scritte determinano le traiettorie di molti destini sociali. Si potrebbe anzi aggiungere parafrasando una vecchia battuta che circolava in RAI molto tempo fa: « Assumiamo un democristiano, un socialista e uno bravo per  far funzionare tutto e pagare lo stipendio agli altri due», che anche nelle imprese vige qualcosa di simile e si assume e si promuove pertanto un familiare, un amico e uno bravo. Quest’ultimo, oltre che  lavorare per gli altri, avrà in sovrappiù il compito di sottolineare nei convegni  e nei sondaggi il valore del merito...
(Solo dopo aver scritto questa nota, ho letto il bel libro di Abravanel sulla Meritocrazia).


Passaggi di fronte
È sui giornali di oggi 22 maggio la chiamata del magistrato Massimo Russo (antimafioso duro e puro, dicono)  all' assessorato alla Sanità nella giunta di Raffaele Lombardo in Sicilia, uomo politico siciliano di lungo corso e avvezzo a tutte le insidie isolane, di cui certamente non è spettatore o vittima. Il diavolo e l’acquasanta, si direbbe, a meno che il diavolo non sia proprio il diavolo e l’acquasanta non sia proprio l’acquasanta. Staremo a vedere.
I passaggi di fronte in Italia sono una costante, uno dei meccanismi privilegiati della formazione della classe dirigente, si direbbe. Sembrerebbe che per farsi notare, occorra talora agitarsi molto nello schieramento opposto, nella speranza, che è sempre una certezza  visto come vanno le cose,  di essere notato dagli avversari. È lo schema classico del garibaldino assunto nel regio esercito, dell’estremista che compiuto  il suo romanzo di formazione nell’altra sponda (per usare una celebre espressione di A.Herzen) del movimento, è già pronto per l’Istituzione: ma non da novizio, da vescovo.
Nell’800 i passaggi furono vistosi ed eclatanti: “sinistri” come Nicotera e Crispi che una volta giunti al potere inghiottirono letteralmente il proprio passato e fecero strame della loro vicenda politica passata; poi fu la volta del socialista massimalista  Mussolini, e con lui di  molti dei sindacalisti rivoluzionari ( i “sessantottini” dell’epoca) che passarono armi e bagagli nel movimento fascista.
Oggi non è difficile rimarcare che tutto il gotha del giornalismo dell’establishment italiano (Corriere e Stampa) si è formato presso il quotidiano “comunista” Il Manifesto, anzi questo giornale sembrerebbe la scuola di formazione del giornalismo moderato. In altri ambiti, non è difficile riscontrare che una volta abbandonata la lotta armata, c’è sempre pronto qualcuno, ma  di Comunione e liberazione però, che offre caritatevolmente un’opportunità all’ex terrorista (vedi il caso di Prospero Gallinari). E oggi non è infrequente che per diventare manager occorra aver fatto il sindacalista, come anche per aspirare alla gestione delle spietate Risorse umane presso le grandi aziende, sia richiesto assolutamente un periodo di neotenìa (il periodo di formazione giovanile secondo Georges Lapassade) al Centro sociale Leoncavallo. E per fare l’assessore? Gradita la frequentazione presso i disobbedienti più disobbedienti.
Perché tutto ciò?
Innanzi tutto occorre rimarcare che il fenomeno è registrato sempre in una direzione: garibaldini che si intruppano nel regio esercito, e quasi mai “truppe regolari” che abbandonano lo schieramento per infrattarsi coi briganti. Una ragione ci sarà, ed escludo che sia di tipo ideale o idealistica.
Ma più in generale, tutto ciò accade perché non c’è un sistema stabile e ferreo di formazione della classe dirigente: la quale avviene non per certa schedulazione dei talenti, secondo principi  rigidi di formazione presso Istituzioni stabili, prestigiose e consolidate. Certo, c’è anche l’italica incapacità dello “star fermi”, tipico della nostra vicenda storica nazionale risalente almeno alla Controriforma,  e infine c’è quanto sottolineava Galli della Loggia l’anno scorso sul Corriere: una saldatura implicita tra moderati e rivoluzionari, nei fatti una legittimazione reciproca.

Scriveva infatti Galli della Loggia sul Corriere del 31 maggio 2007:
«Ma perché solo in Italia (forse in Irlanda c' è stato qualcosa di analogo) si è avuto quel particolarissimo rapporto insieme di scontro ma anche di contiguità e di occulto supporto, tra l' ala liberal-legalitaria da un lato e l' ala democratico-rivoluzionaria dall' altra. Un rapporto che non finì nel 1861. Dicono nulla i nomi di Aspromonte e di Mentana? Significa qualcosa il fatto che pure dopo quella data governi legali devoti formalmente allo Stato di diritto, come erano i governi italiani dell' epoca, appoggiassero sottobanco il reclutamento e le operazioni di bande armate irregolari (i garibaldini), salvo poi sconfessarle ipocritamente al verificarsi del loro insuccesso e magari arrestarne i promotori?»

Berlusconi e le viscere degli italiani
Mentirei se dicessi che non sono angosciato all’evenienza, tutt’altro che remota oggi  20 marzo 2008,  che Silvio Berlusconi vinca le prossime elezioni e governi il mio Paese per altri cinque anni. Sull’uomo s’è scritto tutto o quasi tutto. Ma su una cosa non si è insistito abbastanza: che egli  interpreta il fascismo endemico degli italiani. Un fascismo non più politico, o meglio (anzi peggio), pre-politico, estetico, morale, antropologico, ma consustanziale al “carattere degli italiani”, che trova proprio nel fascismo la sua base morale.  Il fascismo non come “rivoluzione”, ma come “rivelazione”, che rivela gli italiani a se stessi. Nell’attuale congiuntura politica ci viene detto da molti pulpiti:  “basta con questo antiberlusconismo ossessivo e inconcludente”, “basta con la fissazione di contrastare un uomo e di aggregarsi contro qualcuno e non per qualcosa”. Ora, a me pare evidente che almeno in un periodo della nostra storia, la Resistenza, gli italiani (non tutti, ma una significativa minoranza, ché i bigi ci sono sempre stati e sono rimasti a guardare come si svolgeva la battaglia) di diverso orientamento politico e ideale, monarchici, socialisti, azionisti, cattolici, si sono uniti non per, ma contro qualcosa, il fascismo, avendola vinta, fortunatamente. Cosa c’è di “poco politico” nel coalizzarsi contro un nemico, quando esso porta tutti i segni di una minaccia che può rivelarsi devastante per il nostro futuro collettivo?. C’è solo da ripetersi ancora, per essere più chiari: Berlusconi è una minaccia per il nostro Paese? Io dico di sì. Unirsi per farvi fronte è dunque una attività segnatamente politica.
Ma non succederà: pochi vedono ormai   Berlusconi come una minaccia incombente: l’abbiamo già sperimentato e non è successo niente, davvero, nel senso più tragico del termine; non si è avverata peraltro la profezia di  Montanelli che vedeva una disintossicazione degli italiani dopo un quinquennio. No, Berlusconi ha preso le viscere degli italiani e le torce a suo piacimento. Agli italiani sta bene così, pare. A me no. Ma cosa posso fare io che ho a disposizione solo un voto? Ho visto che solo uno choc collettivo può portare i connazionali a snebbiarsi dall’infatuazione per un capo, che in questo caso interpreta il fascismo possibile dei giorni nostri: quello videocratico. Questo choc scattò sotto il fascismo politico quando il duce li portò con le scarpe di cartone nelle sabbie dell’Africa o nelle nevi della Russia. Ma ci si può augurare il disastro del proprio Paese? No, di certo: da qui l’angoscia, la rabbia e l’impotenza.

Gli amici condannati per mafia vent'anni dopo
Sono nato a Catania in un quartiere ultrapopolare. Quand'ero piccolo la gente per bene e la gente per male vi viveva a contatto di gomito, nello stesso stabile, nello stesso isolato. Eravamo mischiati: chiddi boni e chiddi tinti. Ad altri siciliani è toccata la stessa sorte, come raccontava Giovanni Falcone in «Cose di cosa nostra». Tutti sapevamo di quelli che lavoravano onestamente e di quelli che "lavoravano" disonestamente. Bastava affacciarsi alla porta di casa e tutto si sapeva. Vita, miracoli e spesso morte di Tizio e di Caio. Adesso il mio quartiere dove ogni tanto ritorno -vivo infatti altrove, in Lombardia, da più di 30 anni -, apprendo che è ad altissima densità mafiosa. «Te lo ricordi il Tale?» mi chiedono d'estate, tra un bagno di mare e l'altro: «Oh come no», rispondo «ci giocavo a pallone!» «E' diventato capocosca, gli hanno dato tre ergastoli, adesso fa il pentito». Poi mi rievocano il Talaltro e anche qui, omicidi plurimi, ergastoli, lupare bianche ...
Quand'ero piccolo mia madre mi diceva:  «Con il Tale non ci giocare!». Io replicavo: «Perché?» «Picchissu», non mi rispondeva mia madre con quella formula dialettale intraducibile. Le disobbedivo e ci giocavo, invece. Bene, vent'anni dopo quel Tale venne condannato per mafia. Come faceva a saperlo mia madre? Mah! Si sarà affacciata dalla finestra, e avrà visto...
Certo, poi cominciai a frequentare perfidi filologi romanzi e torbidi epistemologi; perdevo i miei giorni dietro dissennati filosofi e dissipati sociologi. Quali loschi affari ho combinato con chiacchierati italianisti, e quante pizze  ho consumato con discussi uomini di teatro...
Sarà per questo che non sono diventato Presidente del Senato?

L'ostensione di Padre  Pio
I monsignori non hanno esitato; i monsignori hanno osato; i monsignori hanno voluto strafare. L'ostensione del cadavere del celebre Padre Pio sospinge l'Italia alla temperatura morale dei secoli più bui della sua storia,  ne aggrava l'immagine di crisi, e acuisce il senso di smarrimento di chi la osserva. I monsignori nel passato hanno cercato di resistere alle pressioni popolari della religiosità "magica" del profondo Sud. Questa volta - seppur sembrino defilate le alte gerarchie vaticane che hanno mandato "solo" un cardinale non di primissimo piano - nei fatti "la tirannide   de li scellerati preti" (Guicciardini) ha celebrato una sua vittoria incontestabile in termini di clamore mediatico, che chissà quanto gioverà alla spiritualità cattolica. E tutto ciò non assecondando ma anticipando le masse devote.  Questo è un fatto da rimarcare: le masse devote in preda al loro destrutturato pensiero "magico-sacramentale" se ne stavano piuttosto tranquille in questa circostanza. Normale era l'afflusso dei pellegrini in quella incredibile Lourdes pugliese di San Giovanni Rotondo ( normale ma abnorme pur sempre ove si consideri che a due passi da lì, a Monte Sant'Angelo, uno dei luoghi più intensi della spiritualità cristiana medioevale, c'è solo silenzio e un lento sgocciolare di ceri). Sono stati i monsignori locali a rilanciare il "fenomeno", tenendo sotto scacco probabilmente sia le alte gerarchie vaticane che le masse dei fedeli. Segno ulteriore, se altri non ce ne bastassero, della ulteriore "disgregazione" del nostro perduto e amato Sud, ormai ostaggio permanente delle mafie, delle camorre, delle 'ndranghete, e dei monsignori. Ma segno anche di impudenza dei monsignori locali. Il Vaticano ha dovuto abbozzare (oso supporre, oso sperare, oso credere) come qualsiasi Segreteria di partito nazionale davanti al piccolo, ma potentissimo collettore di voti, capataz politico meridionale, .

Note setembre-ottobre 2009
Associazionismo contro la legge
Il fatto che Berlusconi abbia chiamato Marrazzo per comunicargli che c’era un video   circolante che lo ritraeva con dei trans, piuttosto che rivolgersi alla magistratura – visto che era palese lo scopo estortivo del filmato -, mi ha ricordato la consuetudine che hanno gli automobilisti italiani nel lampeggiarsi quando si incrociano lungo le statali per segnalarsi la presenza nei paraggi di un posto di blocco della Polizia. Il coalizzarsi contro la norma non è forse uno degli elementi peculiari  della moral basis italiana?

Il crocifisso rimosso
Uno dei capisaldi del mio quieto ateismo (non laicismo, né agnosticismo, ma proprio ateismo,  poiché poggia su una base di meditato razionalismo critico) è quello dell’indifferenza incredula. Sono solito infatti definirmi “ateo non praticante”. Ciò che mi distingue dagli atei praticanti (Odifreddi, Onfray) di cui condivido però sul piano teorico tutti gli argomenti  è mostrarmi indifferente e dunque tollerante verso le convinzioni e le pratiche religiose dei credenti che mi circondano. So con Voltaire e Freud che la religione è una illusione necessaria. Non si riuscirà mai a portare le masse dei creduli su un terreno di razionalismo critico. Non sperava in questo neanche il “papa” degli atei, d’Holbach.
Perciò non mi disturba il crocifisso e non mi batterei  perché venga  rimosso dai luoghi pubblici, se la maggioranza dei connazionali vede in esso un simbolo identitario, una tradizione culturale un  conforto spirituale. Allo stesso modo non mi sarei battuto contro l’introduzione delle cosiddette “radici cristiane” nello statuto della Carta costituzionale europea. Anche perché risponde alla verità storica.
Vedo l’ateo militante come un soggetto che declina, nell’attitudine isterica del  negare ossessivamente, una forma di “personalità religiosa”. E non c’è nulla di peggio della religione atea o deista (ricordarsi di quella sbandata presa dal deismo settecentesco e rivoluzionario con il culto dell’Essere Supremo). L’ateismo di massa non è nella mia prospettiva, anche perché comporterebbe un’attività di proselitismo da “non-credente credente” che mi ripugna. Vorrei il più possibile ridurre le ragioni di conflitto con i credenti  e avvalermi ancora delle manifestazioni pubbliche (anche dei riti, che peraltro non frequento) di una Grande Illusione qual è il Cristianesimo, che funziona oltretutto, per le masse degli ignari, come una grande agenzia etica.
Diversamente mi pongo, quando il credente vuole impormi come morire (testamento biologico) o come nascere (fecondazione assistita). In questo caso esco dal mio quietismo incredulo, risveglio le mie opinioni e mi batto con durezza contro questo sconfinamento nella mia coscienza. Se posso tollerare le manifestazioni pubbliche della fede non accetto alcuna invasione nel  mio foro interno.

Associazionismo contro la legge
Il fatto che Berlusconi abbia chiamato Marrazzo per comunicargli che  circolava un video    che lo ritraeva con dei trans, piuttosto che rivolgersi alla magistratura – visto che era palese lo scopo estortivo del filmato -, mi ha ricordato la consuetudine che hanno gli automobilisti italiani nel lampeggiarsi quando si incrociano lungo le statali per segnalarsi la presenza nei paraggi di un posto di blocco della Polizia. Il coalizzarsi contro la norma non è forse uno degli elementi peculiari  della moral basis italiana?

Il suk latino
Sul “Riformista” del 25 settembre 2009 il “destro” Filippo Facci nell’articolo “Questa Italia in cui tutto è vietato” s’industria a interpretare  i recenti provvedimenti del governo (il maestro unico, il 7 in condotta, i divieti di trasferta negli stadi, la politica contro gli immigrati, la lotta all’accattonaggio, ai rom ecc) come il fischio che segna la fine della ricreazione piuttosto che come la nascita di un autoritarismo italiano (come farebbe invece, a detta di Facci,   Michele Ainis sulla “Stampa” che, pare, citi all’uopo anche Adorno e la “personalità autoritaria”).
Facci argomenta che tutto ciò che è vietato da questo governo, era vietato da sempre, e che piuttosto è cambiata l’intonazione dei divieti, magari impressi in  maniera sgangherata da questa destra al governo. «Ciò che è finito, più che liberalismi e libertarismi estinti in ogni dove, è quel suk latino dove ogni accomodamento e mediazione italiana poteva trovare spazio». E prosegue: «Certo autoritarismo italico additato da Ainis, è l’assoluta normalità di altre nazioni».
Dico subito che sono d’accordo con questa impostazione di Facci. La legge e l’ordine sono i presupposti di qualsiasi governo. Solo nel nostro Paese, per mero paradosso, sono diventati un programma di destra. È un Paese così sregolato e anarchico il nostro (“ognuno fa tuono a sé”, ricordava Leopardi già nel 1826!) che ogni rappel à l’ordre  fa gridare all’avvento di uno stato autoritario. Mi affretto ad aggiungere che il suk latino non è nel programma di nessuna sinistra storica (diverso è il discorso della sinistra freak antropologica, quella del “proibito proibire”  venuta fuori da alcune derive del ’68). Gramsci fondò un giornale intitolato “Ordine nuovo”, nuovo sì  ma ordine, mica “casino vecchio”. E non era nell’idea di Lenin che la rivoluzione consistesse nel far baldoria nelle cantine dello zar, se è vero come è vero, che si è instradato lungo il percorso di un “dispotismo orientale”, di cui l’autocrate Putin è l’ultimo erede.
Ma nella vulgata di certa sinistra immaginaria - questo è però da dire -, l’idea del suk latino ha avuto grande presa. Se ne sono accorti i sindaci di sinistra (a partire da Cofferati a Bologna) molto prima che la tirata di redini venisse invocata dall’elettorato e diventasse prassi di governo. Ma forse ciò è accaduto troppo tardi.



                <<< precede<<<precede<<<precede



Alfio Squillaci


Vedi anche:

<<< Discorso sugli italiani di G.Leopardi -  Postfazione di Alfio Squillaci
<<< Sugli italiani
<<< Sul familismo

<<< precede<<<precede<<<precede


Sugli    italiani
Esempio 1
<<<Ritorno  all'Indice Rivista

Diario italiano. Appunti sparsi  sull'Italia e gli italiani

Nella prima edizione (1986)  di questo libro Carlo Tullio-Altan lanciava un grido d'allarme sul futuro del nostro Paese rivelando una sostanziale dicotomia tra progresso tecnologico, sviluppo economico e tradizionalismo culturale in seno al quale trovare spiegazione dei fenomeni di disgregazione sociale, di malcostume, di carenza di spirito pubblico, di assenza di corresponsabilità sociale che interessavano la società italiana. Un insieme di contraddizioni che a suo avviso andava ben oltre le semplici difficoltà di una crescita distorta, spiegabile con la giovinezza delle istituzioni politiche ed economiche del Paese, penetrando profondamente nei gangli della società e permeando le mentalità dei singoli. Carlo Tullio-Altan pone l'insieme di questi comportamenti, che denomina arretratezza socio-culturale, nel lungo periodo e la tratteggia nei termini di una "sopravvivenza anacronistica" di modelli di comportamento originati nei secoli passati, tenuti in vita dalla resistenza inerziale che oppongono al cambiamento, in un contesto economico-sociale e politico-istituzionale radicalmente mutato.
Giacomo Leopardi
Dei costumi degli italiani
postfazione di Alfio Squillaci
giugno 2000
edizione in stampa digitale
50 copie su carta SVECIA ANTIQUA delle cartiere Meerssen & Palm (Olanda)
Lit.15.000

Sommario

- "L'arte di arrangiarsi"
- Le coatte
- Kutuzov e Berlusconi
- Cupio absolvi
- Lettere e professoresse
- Il cappuccino e il mercatino rionale
- Ordinazione sacerdotale
- La società chiusa e i suoi amici

- Passaggi di fronte
- Berlusconi e le viscere degli italiani
- Gli amici condannati per mafia vent'anni dopo
- L'ostensione di Padre  Pio
- Il crocifisso rimosso
- Associazionismo contro la legge
- Il suk latino


- Sulle conversioni
- Movimenti ed istituzioni nella Chiesa Cattolica
- F.Alberoni e gli intellettuali italiani
- Francesi e italiani
- Familismo italiano
- Classe dirigente/digerente
- Poliziotti idealisti?
- Gli italiani e i politici
- Antropologia e politica
- Il disprezzo per i secchioni
- Cantanti e comici, veri opinion leader
- L'assenza del romanzo
- Gli italiani sono sempre gli altri
- Gianni Brera e il lorianesimo
- Il casismo giuridico

- (Appunti anni precedenti)
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line