Il doppio nella letteratura. Alcuni casi
Esempio 1
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Tutte le volte che gli altri sono d’accordo con me ho sempre la sensazione di avere torto” . Oscar Wilde

  Il doppio

Doppi, sosia, alter ego, gemelli. Sono gli ospiti silenziosi dimorano nell’Inconscio umano e governano i desideri e le paure rimosse; doppioni che ci ricordano che la coerenza e la limpidezza dell’agire umano sono l’eccezione, non certo la regola. Dall’Anfitrione di Plauto e le Metamorfosi di Ovidio, fino al più recente Fight Club di Paulhniuk, il tema del doppio, della relazione con “l’altro me”, ha sempre sollevato questioni più filosofiche che strettamente letterarie. Dalla mitologia alla letteratura, l’immaginario umano ha infatti sviluppato una relazione ambivalente con gli alter ego, tanto che già Otto Rank, nel suo Il Doppio osserva che, presso alcune popolazioni primitive, il timore di ritratti e fotografie è dovuto alla convinzione che l'immagine dell'uomo sia, di fatto, la sua anima e che potrebbe essere danneggiata da chi se ne impadronisse. La lingua tedesca ha una parola specifica, doppelgänger, per indica-

Il doppio nella letteratura. Alcuni casi
di Valerio D'Angelo
dal 12 ago 2010
re il  sosia, il doppio, la dualità dell’essere: etimologicamente, il vocabolo è composto da doppel, che appunto significa doppio, e ganger che, letteralmente, vuol dire “che se ne va”; ma il doppelgänger è più comunemente identificato, nella cultura tedesca, con la figura del “gemello maligno” e, non accidentalmente, in molte mitologie vedere il poprio doppio è considerato presagio infausto di morte; se poi il doppelgänger è avvistato da amici e parenti, allora una malattia o un grave problema di salute incombono minacciosamente sul malcapitato. La letteratura ha spesso descritto il doppelgänger, la controparte spettrale che alberga nell’animo umano, sopita e minacciosa, con un connubio di fascino e irrimediabile malignità. Di un fascino perverso è infatti circondato Dorian Gray, narcisista eternamente giovane e bello, che vede il suo alter ego, il suo ritratto, invecchiare terribilmente, caricato dal peso degli anni e dei peccati commessi dal dandy Dorian. Nemmeno il dottor Frankenstein, nell’omonimo romanzo di Mary Shelley, riesce a controllare il mostro da lui creato che in breve si trasforma in violento assassino (come già il Golem, mitica creatura d’argilla creata dal rabbino Judah Loew ben Bezabel per difendere la comunità ebraica, ma che sfugge al suo controllo e inizia a seminare terrore) mentre il quieto e stimato Dr Jekyll si sdoppia nel crudele alter ego, il signor Hyde, nell’opera Lo strano caso del dott. Jekyll e il signor Hyde di Stevenson, inaugurando una sfilza di odiosi crimini. Anche il timido e onesto signor Goljadkin de Il Sosia di Dostoevskij, soccombe, burlato e tiranneggiato, al suo “gemello” cattivo. Nei casi sopraccitati, la controparte, reale o immaginata che sia, è sempre un’entità malvagia, sviante e ingannatrice. Tuttavia, la sua affermazione, espressione della dualità esistenziale, è il presupposto stesso dell’esistenza del Bene, è la catarsi di cui il Bene ha bisogno per poter esistere: il ritratto che Dorian Gray conserva in soffitta, il mostro creato dal dottor Victor Frankenstein, il perfido Mr Hyde (è un richiamo a Thomas Hyde, studioso ottocentesco delle religioni e, appunto, inventore del termine dualismo), e il dispettoso omonimo del signor Goljadkin, sono gli altrettanti strumenti purificatori affinché, rispettivamente, il giovane Dorian rimanga perennemente attraente, il dott. Jekill riesca a isolare definitivamente il Male, il dott. Frankestein rimedia, sopprimendo la propria creatura, alla sua ubris (tracotanza, letteralmente) per aver assolto al compito di Dio/Natura della creazione della vita, e infine il signor Goljadkin possa dirsi tanto più onesto e rispettabile quanto più meschino è il suo sosia. L’Altro nasce quindi per epurare l’Io dal peso del negativo, l’esistenza dell’altro è catartica; pertanto, la distruzione del doppio indica una disperata ricerca d’immunità e indulto (reale per Jekyll, che avverte il peso dei crimini commessi dall’alter ego Hyde, e solo estetica per Gray che prova disgusto e ripugnanza per ciò che il suo quadro è diventato, espiatoria per il dott. Frankenstein). Se quindi il Bene ha bisogno dell’epurazione dal Male per essere assoluto e puro, la scissione dei due elementi costitutivi dell’animo umano (Bene e Male appunto) rompe il delicato bilanciamento, da cui il sopravvento della controparte maligna. L’unicità dell’essere è dunque inscindibile, la conflittualità è radicata nell’animo umano e estraniare dall’Io uno dei suoi caratteri è fallimentare, anzi dannoso. D’altronde, anche Calvino, ne Il visconte dimezzato, afferma la necessaria convivenza tra il Medardo cattivo e il Medardo buono, anziché la prevalenza dell’uno sull’altro. L’individuo non può dunque essere scisso (non è un caso che la parola individuo derivi dal latino individuus, da in, prefisso negativo e dividuus, cioè divisibile), in quanto le contrapposizioni Bene e Male (ma anche Passione e Ragione, Pensiero e Materia, ecc) sono un continuum coerente e, come tale, inadattabile ad una visione manichea poiché già nel Bene dimora il Male, un concetto che Stevenson coglie astutamente chiamando il suo protagonista, un rispettabile medico franco-inglese Jekyll (je kill, io uccido), quasi a rimarcare il lato oscuro e potenzialmente crudele presente nel nobile animo del dott. Jekill. Lo stesso Nietzsche dell’ Al di la del bene e del male dice infatti “Sarebbe possibile che ciò che stabilisce il valore delle cose buone e venerate consistesse proprio nel fatto d’essere ingannevolmente imparentate, agganciate a quelle cose cattive, in apparenza contrapposte, forse di essere loro addirittura essenzialmente  simili”.

L’Io e gli Altri 
Tuttavia, anche ricondurre tale letteratura a un’interpretazione strettamente hegeliana, che vede nel bilanciamento degli opposti (o superamento delle contraddizioni), l’avvicinamento alla Verità, sarebbe riduttivo. La copia infatti non necessariamente si configura come doppelgänger, ma talvolta è solo inconscio, paura o desiderio rimosso. L’Altro è cioè l’“Incosciente Rimosso” che trova nello sdoppiamento uno spazio autonomo, liberato dal soggetto cosciente. È evidente l’influenza che, sul finire del XIX secolo, le teorie freudiane sull’inconscio e il disturbo di personalità esercitavano nei circoli intellettuali europei. L’identità del soggetto è infatti un complesso di fattori naturali (oggi diremmo genetici) e ambientali, come già Freud, e Jung più di lui, aveva notato. Esemplificativo è il caso del protagonista de Il fu Mattia Pascal di Pirandello: approfittando di un equivoco, Mattia Pascal si crea un’altra identità, quella di Adriano Meis, cercando così di sfuggire a quei paradigmi sociali che il protagonista vive come opprimenti, incarnati dalla figura e dal ruolo del marito, dal lavoratore, dal figlio ecc, vedendo nella creazione ex novo di un’altra identità un anelito di libertà, ma accorgendosi presto che l’identità non è prescindibile dal contesto ambientale, ovvero le maschere sociali (il ruolo che la collettività attribuisce al singolo) si ripropongono continuamente all’individuo. Sfuggirvi è possibile solo sfuggendo alla socialità. Stessa sorte tocca al protagonista di Uno, nessuno, centomila, che da un’osservazione apparentemente banale della moglie sulla leggera devianza del proprio naso, inizia a sfatare la sue certezze circa il proprio Io e la sua immutabilità (nel suo primo esperimento, ad esempio, distrugge l’immagine di persona composta e rispettabile che aveva, facendo boccacce all’impiegato di banca), convincendosi quindi che l’identità è mutevole quanto lo sono le opinioni altrui: egli è Uno per se stesso, Centomila per le convinzioni che gli altri hanno di lui, e quindi, in sostanza, è Nessuno, è un singolo privo un’identità assoluta, fissa e immutabile. Così, in termini kantiani, l’identità è sempre fenomenica (cioè quella che appare, che si mostra agli altri) e mai noumenica (esistente di per se). L’identità è dunque un connubio di alterità: non essendo univoca, l’identità è formata dalle aspettative che l’Altro nutre verso il soggetto. Cooley, uno dei padri della psicologia sociale, utilizza il concetto di rispecchiamento per analizzare la formazione del se: “Quando noi vediamo il nostro volto, la nostra figura e i nostri abiti in uno specchio e siamo interessati ad essi in quanto nostri e siamo più o meno compiaciuti di essi ... allo stesso modo, nell’immaginazione, noi percepiamo nella mente altrui pensieri sulla nostra immagine, sui nostri modi, sui nostri ricordi, sulla nostra realtà, sul nostro carattere, sui nostri amici, e così via, e ne siamo variamente influenzati”.

È poi possibile ravvisare, in numerose opere letterarie, la nota “seconda topica” freudiana di Io, Es e Super-Io. Qui la creazione dell’Altro me è dunque la proiezione delle paure o delle aspirazioni del soggetto. Numerosi sono appunto i casi letterari che trattano, con un’accuratezza quasi medico-psicanalitica, i disturbi si personalità. Tra tutti Sybil, il bestseller scritto nel 1973 da Flora Rheta Schreiber, ispirato al vero caso di Sybil, donna affetta dal disturbo di personalità multipla (ne aveva ben 17 diverse), e forse eccessivamente “reale” per essere considerato un pezzo di letteratura. Al di la infatti delle implicazioni più propriamente psicanalitiche, è stimolante notare come la letteratura, dal finire del XIX secolo a oggi, abbia pretestuosamente utilizzato la figura del doppio, forse meglio della doppia personalità, facendone un prototipo della mentalità sociale dominante, o al contrario, una sorta di nemesi. Per semplicità analitica, consideriamo solo due casi. Il primo è il già citato signor Goljadkin, protagonista de Il Sosia di Dostoevksij: un piccolo burocrate russo, rispettabile e perbene, vede la sua vita sconvolta dalla comparsa di un suo omonimo, il signor Goljadkin “junior”, infimo e dispettoso, che rovina la reputazione dello stimato “vero” signor Goljadkin. In realtà, il protagonista, escluso dalla media borghesia russa in seguito alle troppo sollecite attenzioni dedicate ad una giovane nobile, s’inventa un sosia che gli complica la vita, un doppio, bieco e meschino, responsabile dei suoi fallimenti, lavorativi (il sosia ad esmpio gli ruba un’importante pratica d’ufficio), amorosi (è il sosia che insinua le signore, non certo lui), e sociali (il gemello cattivo lo mette in cattiva luce con i colleghi, i conoscenti, finanche con il suo servo). Nel suo farfugliare, il signor Goljadkin si ripete, e si convince, di essere un gentiluomo onesto, reso vittima dal nemico invidioso, il signor Goljadkin “junior” appunto. Qui, il protagonista scarica sul suo fittizio alter ego le frustrazioni sofferte a causa dell’esclusione sociale, è il gemello cattivo il responsabile del suo isolamento, della scarsa stima altrui nei suoi confronti, della diffidenza di cui è circondato. Solo proiettando sul suo doppio i difetti che gli sono propri, il piccolo borghese può dirsi pulito. Il signor Goljadkin si percepisce (lo si capisce nel suo vagheggiare mentale) come una persona stimabile, tutta d’un pezzo, un funzionario capace e meritevole, perfino un buon padrone per il suo servo, cioè incarna appieno le aspettative che la borghesia zarista nutriva nei confronti dell’individuo; egli è il prototipo sociale (o meglio si considera tale) del gentiluomo esemplare del buoncostume del tempo. Il signor Goljadkin si vede quindi come la “summa” dei modelli comportamentali al tempo socialmente plausibili, anche se è azzardato parlare di Super-Io freudiano, proprio perché il protagonista si percepisce tale (cioè come l’insieme delle aspettative che la società zarista nutriva verso l’individuo), ma nei fatti non lo è. Sicuramente invece il suo alter ego è un Es, è l’antisocialità, è l’insieme dei difetti più biasimevoli: è avido, approfittatore, subdolo, manipolatore. L’altro esempio invece è Fight Club di  Chuck Paulhniuk: la voce narrante è un giovane yuppie insoddisfatto che vive scontento e solo in un mondo consumista, fino a quando conosce Tyler Durden, moderno profeta metropolitano che lo coinvolge nella sua ribellione al sistema e nella lotta ad un mondo mercificato. Tyler Durden è tutto ciò che la voce narrante vorrebbe essere: è astuto, coraggioso, divertente e arguto, ma soprattutto libero, mentre il protagonista si sente anonimo e debole, capace solo di desiderare cose e aver bisogno di cose. Ma Tyler Durden altro non è che l’alter ego del protagonista, è il suo doppio che agisce quando il protagonista dorme. Tyler è quindi l’ottativo del protagonista, è ciò che il protagonista non riesce ad essere; egli si ribella all’alienazione e al senso di vuoto che vive il protagonista (e come lui i tanti paria appartenenti al mondo impiegatizio), in un mondo dominato da frenetiche attività produttive, dove la felicità è un sinonimo di consumo. Tyler sfugge ai dettami del sistema, agli imperativi della società capitalista svuotata di ogni passione autentica e, all’accumulazione della merce preferisce gli incontri clandestini di boxe, sognando la totale distruzione della civiltà, di tutti quei beni materiali da cui invece il protagonista era dipendente. 


Valerio D'Angelo

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Esplicita metafora della lotta fra il bene e il male, "Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde" è soprattutto un attacco diretto contro la repressiva e puritana letteratura inglese del periodo vittoriano. Il Dr. Jekyll, uomo retto, onesto, generoso, decisamente 'positivo' e Mr. Hyde, crudele, vizioso, violento, sono due caratteri universali. L'indagine psicologica di Stevenson si spinge oltre: Jekyll fragile, incerto, drammaticamente lacerato fra impulsi contrastanti è costretto a celare quegli istinti che Hyde soddisfa in modo macroscopico. Nel "Ladro di cadaveri", l'atmosfera stregata e la tensione macabra vengono affidate a un particolare inquietante: la pioggia scrosciante che fa affiorare un corpo chiuso in un sacco. L'arte straordinaria dell'autore rende anche questo racconto un breve capolavoro.

Una coppia incontra i propri Doppelgänger - Dipinto di  Dante Gabriele Rossetti intitolato "How They Met Themselves" (1864)
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