Humanae litterae, humanae scientiae
Esempio 1
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Negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando la cultura italiana, uscendo dall’isolamento in cui l’aveva confinata l’autarchia fascista, riaprì i suoi canali di comunicazione con la cultura d’Oltralpe, cominciò a farsi timidamente strada anche da noi l’idea di una cultura scientifica non riservata all’uso esclusivo da parte degli addetti ai lavori, bensì rivolta ad un più vasto pubblico, del cui patrimonio culturale essa avrebbe dovuto far parte a fianco e complemento della cosiddetta cultura umanistica.
A porre l’accento su tali nuovi intenti, fu anche proposto il termine Umanesimo Scientifico, nella speranza di guadagnare agli studi scientifici quella medesima dignità che la tradizione culturale nazionale aveva fino allora riservato agli studi filosofico-estetico-letterari.
Sorsero le prime riviste scientifiche a carattere largamente divulgativo e interdisciplinare, rivolte soprattutto ai giovani, nell’intendimento di sensibilizzare la loro coscienza ad una nuova visione meno tecnicistica delle discipline scientifiche e maggiormente carica di significati umani. Non mancavano in Italia riviste a contenuto interdisciplinare, o che comunque offrissero una visione delle discipline scientifiche integrata entro un contesto culturale più ampio di quello offerto dagli aspetti puramente tecnicistici. Si ricordino, per esempio, la prestigiosa rivista internazionale di sintesi scientifica “Scientia”, fondata nel 1907 dal  grande matematico Federigo Enriques e    dal
  filosofo e psicologo E. Rignano, “Nuova Antologia”, “Il Veltro”, “Civiltà delle macchine”, ed altre ancora. Nel più ristretto ambito delle matematiche, ma decisamente orientata a presentare anche gli aspetti storico-filosofici della materia, si ricordi poi il glorioso “Periodico di Matematiche” fondato in Roma nel lontano 1886 da Davide Besso e diretto successivamente da matematici illustri quali Federigo Enriques, Oscar Chisini e, negli anni Settanta, da Bruno De Finetti. Tuttavia, si trattava di riviste ad alto livello, destinate, non tanto per espressa volontà, quanto per naturale selezione, ad una cerchia ristretta di studiosi, più che ad un vasto pubblico di livello culturale medio. “Endeavour”, rivista trimestrale pubblicata per segnalare il progresso della scienza al servizio dell’umanità, usciva nel 1942, per iniziativa della società Imperial Chemical Industries Limited, in cinque lingue: inglese, francese, italiano, spagnolo e tedesco. Era sicuramente interdisciplinare, ma limitata all’ambito scientifico e tecnologico, e inoltre era espressamente rivolta ai ricercatori. L’unica rivista scientifica, di cui ho conoscenza, che potesse vantare una buona divulgazione e nello stesso tempo un’ottima diffusione a livello nazionale, era “Sapere”, fondata nel 1935 da Carlo Hoepli. Nel 1948, pubblicato in nove edizioni nazionali, usciva il “Corriere”, per cura dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO). L’anno dopo, nel 1949, appariva “Illustrazione Scientifica”, per i tipi della casa editrice Garzanti, che, per i contenuti, si poneva allo stesso livello divulgativo di “Sapere”. Nel 1952, per iniziativa di Roberto Giannarelli e Biagio Giannelli, e successivamente sotto la direzione anche di Roberto Spinoso e Salvatore Nicotra, usciva “La scienza e i giovani”, edita da Le Monnier, che larga diffusione ebbe presso le nostre scuole secondarie superiori e che più di ogni altra si sforzò, negli anni del dopoguerra, di curare agli occhi dei giovani la nuova immagine più “culturale” della scienza.

    Ma l’eco ancora viva dell’idealismo crociano-gentiliano, il peso, peraltro non privo di grande fascino, della plurisecolare eredità della cultura classica, nonché la forte presenza della Chiesa cattolica, con il suo culto della classicità e la sua non celata avversione al progresso scientifico, non consentirono di far posto, senza opporre resistenza, all’idea di una cultura diversa e più completa rispetto a quella che fino allora era stata considerata come unica cultura possibile, vale a dire quella umanistica. Mentre è universalmente riconosciuto il fiorire in Italia di una civiltà letteraria, che ha saputo influenzare non soltanto la sensibilità e il gusto nazionali, ma anche la cultura europea, non si sono verificate, per ragioni storiche, le condizioni favorevoli all’affermarsi di un’analoga civiltà scientifica. Esclusa la parentesi galileiana, in Italia, infatti, si sono avuti numerosi nomi illustri nel campo della scienza, e particolarmente in quello delle scienze matematiche e fisiche, ma si è sempre trattato di personalità, spesso geniali, il cui operato è rimasto isolato e confinato nel ristretto ambito accademico e di settore. È mancato, insomma, l’inserimento dell’opera dei nostri scienziati in movimenti culturali di portata tale da coinvolgere non soltanto una più larga schiera di uomini di pensiero, ma anche la sensibilità popolare, a differenza di quanto è accaduto fuori d’Italia. Si pensi, invece,per esempio,alla diffusione della scienza in Francia ai tempi del grande
matematico Henry Poincaré e ai movimenti epistemologici fioriti nei paesi anglosassoni ai primi del Novecento (il Circolo di Vienna, la Scuola di Berlino, eccetera), laddove cioè l’eredità classica e l’influenza della Chiesa cattolica erano meno condizionanti che in Italia.  
Una siffatta egemonia, praticamente incontrastata, per le ragioni dianzi accennate, da una valida controparte che ne ridimensionasse i termini e arginasse gli eccessi, ha indotto, per reazione, molti degli spiriti più illuminati a muovere critiche, a volte astiose, non tanto sul contenuto di quella cultura dominante, quanto sulle degenerazioni della sua gestione e sulle false e arbitrarie interpretazioni di una presunta, quanto ingiustificata, sua superiorità.
Un primo autorevolissimo richiamo ad una cultura alternativa a quella classica, o meglio, come vedremo oltre, complementare ad essa o ancora meglio altra faccia di un’unica cultura, ci viene da Leonardo quando, con evidente provocazione, ostentava il suo essere “omo sanza lettere”, volendo così sottolineare tutto il peso della sua formazione di scienziato-artista. Ma se è ben nota la versatilità letteraria di Leonardo attraverso la lettura dei frammenti della sua produzione letteraria, è altresì da ricordare la sua ossessiva preoccupazione di ricercare per ogni occasione il vocabolo più adatto, che lo portava a redigere interminabili elenchi di termini linguistici, che poi sottoponeva ad una minuziosa analisi. Si vedano in proposito alcuni dei manoscritti della Biblioteca dell’Istituto di Francia e soprattutto il “Codice Trivulziano”, ove Leonardo raccolse migliaia di vocaboli tratti dai “Rudimenta Gramaticae” di Nicolò Perotto e dal “Vocabulista” di Luigi Pulci, oltre molti altri, spesso di significato oscuro e ambiguo, da lui stesso coniati e ispirati all’uso parlato della lingua. A fugare, infine, ogni dubbio sulla falsità dell’autodefinizione leonardesca, si ricordi il giudizio di Francesco Flora sulla priorità di Leonardo, rispetto anche al Machiavelli e al Guicciardini, nell’affrancare la prosa dalla forma medioevale della “liturgia verbale”.
E per giungere ai nostri tempi, viene in mente quanto scriveva Cesare Lombroso nel lontano 1903: «Quanto dovranno sorridere i nostri nipoti pensando che migliaia e migliaia di uomini hanno creduto sul serio che qualche frammento di classico, studiato sbadigliando e per forza, e dimenticato più facilmente che non appreso, e peggio ancora, le aride regole grammaticali di una lingua antica, siansi credute lo strumento più prezioso per acuire l’ingegno del giovane, più che non l’esposizione dei fatti che più lo dovrebbero interessare, e più della ragione dei fatti stessi». (da “Le piaghe d’Italia” in C. Lombroso “Il momento attuale” Casa Editrice Moderna, Milano, 1903). E ancora l’Hartwich: «Il Ginnasio, monopolizzato col suo culto per le lingue morte e la sua idolatria per la grammatica, è riuscito a renderci estranei al secolo in cui viviamo».
Gli inconfutabili progressi in campo scientifico, tuttavia, imposti all’attenzione del grosso pubblico attraverso svariate manifestazioni spesso spettacolari (le applicazioni militari e civili dell’energia nucleare, le nuove applicazioni delle radio-telecomunicazioni, gli elettrodomestici, e tutte le altre “meraviglie” della scienza e della tecnica) non consentivano più di ignorare una realtà culturale che ormai aveva raggiunto una presenza fenomenologica, nella vita di tutti, troppo rilevante, per passare ancora inosservata.
Le nuove frontiere della Fisica, e in particolare lo sconfinamento in essa di temi tradizionalmente di pertinenza della speculazione filosofica (i nuovi concetti di tempo e spazio, di contemporaneità, il determinismo e il probabilismo, il continuo e il discontinuo, eccetera), il rafforzarsi della coscienza delle proprie metodologie da parte della scienza tutta e il suo conseguente porsi sempre più come ricerca metodologica, e non più come mera collezione di dati sia pure razionalmente organizzati, hanno finito con l’offrire anche al grosso pubblico una nuova immagine della scienza, meno legata agli aspetti tecnico-applicativi, ma più filosofica, mettendo in luce peraltro la sua capacità di coinvolgere l’uomo in problematiche di più ampio respiro, cioè, in ultima analisi, mettendo in luce il suo poter essere cultura.
Si è allora cominciato a parlare di due culture: l’estetico-letteraria, od umanistica, e la scientifica, viste dai più come contrapposte, da alcuni, più possibilisti, come complementari, e da pochi, infine, come un’assurda e artificiosa dicotomia di un’unica cultura intrinsecamente inscindibile nei suoi componenti, pena il rischio di perdere la sua identità.
«La cultura è il sistema di idee vive che ogni epoca possiede. Meglio: il sistema di idee a partire dalle quali vive ogni epoca», dice il filosofo spagnolo José Ortega Y Gasset (J.O.Y.Gasset, “Mision de la Universidad”, 1930, in “Obras  Completas). 

Come tale, la cultura non può identificarsi né con la scienza né con l’esercizio delle facoltà verbali vantato dalle discipline sermocinali. Non esiste né una cultura letteraria, né una cultura scientifica, bensì "la cultura", che di per sé è generale, anche se non necessariamente generica, potendo raggiungere diversi livelli di approfondimento, se è vero che la cultura è la necessità inderogabile, propria di ogni uomo, di crearsi un’immagine intellettuale del mondo circostante nei suoi più variegati aspetti (fisici, sociali, economici, giuridici, politici, religiosi, eccetera), nonché un repertorio di idee che gli consentano di capire il mondo (nel senso del termine latino capere = prendere, afferrare) e regolare la propria condotta in esso. In tal senso, la cultura è "rappresentazione" del mondo in cui viviamo, in altri termini sostituzione del reale con modelli mentali. E non può essere altrimenti, poiché tutto ciò che ci circonda è mediato alla nostra mente attraverso modelli di vario tipo, ovvero "oggetti mentali" che necessariamente dobbiamo sostituire agli "oggetti reali", per essere elaborati dal nostro cervello. Né tantomeno è accettabile, a rigore, sentire parlare di cultura matematica, cultura fisica, cultura medica, cultura letteraria, cultura filosofica, anche se nell’uso quotidiano tutti noi lo facciamo. Sarebbe più corretto parlare di "erudizione" nelle scienze matematiche, fisiche,   in  letteratura,  in filosofia,  e  così  via,  intendendo  indicare  con  tale 
dizione una circoscritta, anche se approfondita, collezione di conoscenze, una parte delle quali soltanto può essere estratta come cultura e quindi come contributo alla "formazione dell’immagine del mondo".
L’avvento delle nuove tecnologie informatiche, sollevando l’uomo dalle fatiche più routinarie e manuali, ripropone oggi, in nuova chiave, l’idea di un secondo Rinascimento, centrato questa volta non più sul culto dei classici antichi, bensì sul nuovo culto delle scienze matematiche (non si sottovaluti il rischio, tuttavia, di riproporre nel futuro, quasi per nemesi storica, una situazione duale di quella passata).
Alla luce delle precedenti riflessioni, suscita qualche perplessità, massimamente in chi non abbia esclusiva dimestichezza con il mondo letterario, sentire usare ancora il termine Umanesimo riferendolo, senza alcuna esitazione, alle sole "humanae litterae" e caricandolo di significati che ben oltrepassano la sua origine storica e pertanto oggi inaccettabili.
Dice Francesco Guarini: "Il sapere e la virtù sono propri dell’uomo e perciò gli antichi li dissero humanitas". E "studia humanitatis" o "studia humaniora", cioè quelli più degni dell’uomo, furono chiamati gli studi delle "humanae litterae", ovvero delle lingue per eccellenza, il greco e il latino, "quae exhornant et perficiunt hominem" (Coluccio Salutati), vale a dire che arricchiscono e perfezionano l’uomo.
A tal punto è naturale domandarsi perché "il sapere e la virtù" fossero riferiti soltanto alle "humanae litterae". Forse che siano sufficienti queste per raggiungere l’uno e l’altra? E la scienza non è sapere, e non rende l’uomo "virtuoso" nel senso del Guarini, cioè fiducioso nelle proprie forze e non obliterato in Dio, come l’uomo medioevale? Certamente l’uso del termine Umanesimo, in quel senso restrittivo, ha una sua origine storica e soltanto in tale origine la sua giustificazione. La riscoperta, in parte sotto l’aspetto quantitativo, ma soprattutto sotto quello qualitativo (nascita della filologia come critica testuale), degli autori classici, greci e latini, durante tutto il secolo XV, non fu accompagnata che in minima parte dalla riscoperta della scienza antica. Questa, peraltro, si era arenata, per quanto riguarda le scienze fisiche, alle paludose posizioni aristoteliche, che, com’è noto, non incoraggiavano ulteriori ricerche, e, per quanto riguarda le scienze matematiche, alle grandi conquiste della Scuola Alessandrina di Euclide, Archimede, Apollonio e Diofanto, che tuttavia erano poco e mal conosciute. Si pensi, per esempio, alle false interpretazioni di Leonardo a proposito della quadratura del cerchio data da Archimede: Leonardo non afferra la distinzione tra l’espressione teorica esatta dell’area del cerchio e il calcolo approssimativo di essa, dato dal sommo Siracusano. La riscoperta del ricco materiale scritto dei prosatori, dei poeti e dei filosofi antichi, greci e latini, certamente non poteva non polarizzare, assieme a un vago sentimento nostalgico della passata grandezza, l’attenzione degli spiriti migliori dell’epoca. Da qui il formarsi tenace del "pregiudizio classico o come meglio potrebbe dirsi l’archeofilismo, per cui nulla ci par buono se non è vecchio" (C. Lombroso op. cit.). È naturale, quindi, che la rivalutazione della "dignità umana" (humanitas) avvenisse attraverso la lettura e lo studio meticoloso, fin quasi maniacale, della produzione letteraria greco-latina. L’etichetta "humanae litterae", a questa assegnata, testimonia il sentimento di orgogliosa rivalutazione delle proprie capacità terrene, che l’uomo dell’epoca pensava di potere riconquistare attraverso lo studio dei classici, dopo la lunga parentesi ascetica medioevale.

Se l’uomo del Quattrocento era ampiamente giustificato nella sua concezione dell’Umanesimo, appare quanto meno anacronistico e fazioso riferire oggi a tale termine il medesimo significato di allora. Eppure, ancor oggi, nessuno o quasi sfugge all’uso di espressioni ricorrenti quali "discipline umanistiche" o "educazione umanistica", attribuendo loro il significato di studi liberali, colti e raffinati che gli si dava un tempo. In tale accezione, quei termini sono usati per indicare la funzione formativa che nobilita quelle discipline, in contrapposizione alle discipline tecnico-scientifiche, alle quali è attribuito un ruolo secondario di istruzione settoriale, di tipo professionale e tecnico, tanto che molti assegnano alle prime il carattere privilegiato di cultura, concedendo alle seconde un ruolo più semplice e limitato di formazione tecnico-scientifica, indirizzata unicamente al conseguimento di capacità esecutive specifiche (si vedano in proposito le obiezioni precedentemente sollevate).
Ma la riesumazione critica della scienza antica e gli enormi progressi della scienza moderna, da Galileo ai nostri giorni, pongono a disposizione dell’uomo contemporaneo un materiale ancora più vasto di quello letterario ereditato dall’antichità classica, attraverso il quale è ben manifesta la presenza dell’uomo con il suo sapere e la sua virtù.
"Qualunque sia il criterio adottato, si giunge sempre alla conclusione che nel nostro periodo storico l’entità delle attività di ricerca scientifica aumenta di un fattore due solo ogni 40 anni. Un’altra osservazione che ha il pregio di mettere in evidenza non solo la rapidità di sviluppo, ma anche l’entità raggiunta al giorno d’oggi dalle attività di ricerca, è che il numero di giornali e riviste scientifiche che vengono stampati nel mondo era nel 1800 dell’ordine del centinaio, nel 1850 aveva superato il migliaio, nel 1900 si aggirava intorno a 10000 e nel 1960 si è giunti a circa 100000" (Edoardo Amaldi - Conferenza tenuta in occasione dell’adunanza solenne dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Roma, 1963).
Si dice spesso, a ragione o a torto a seconda di ciò che s’intende dire, che la scienza è anonima. Se con ciò si vuole affermare che la scienza non è l’espressione del modo di vedere soggettivo di questo o quello scienziato, essa è senz’altro anonima e tale dev’essere, a differenza della letteratura, che è espressione di singole individualità ed è generalmente intimamente legata alle singole culture nazionali. Al contrario, non esiste una scienza del tal scienziato o del tal altro, così come non esiste una scienza italiana o tedesca o inglese o americana. E se talvolta si sente parlare di scienza galileo-newtoniana, s’intende semplicemente indicare la scienza moderna, nata dall’opera di Galileo e Newton, in contrapposizione all’antica scienza aristotelica. Analogamente, talora le espressioni "scienza italiana" e similari sono certamente usate, ma semplicemente con riferimento ai particolari indirizzi di ricerca e quindi ai contributi dei rispettivi paesi, inseriti pur sempre nell’unico edificio della scienza, comune a tutti i popoli. In tal senso la scienza, a differenza di molta parte della letteratura, è un formidabile e granitico elemento di coesione e collaborazione fra i popoli della terra, ed è l’espressione culturale che per eccellenza sviluppa nei suoi adepti una mentalità aperta e planetaria. Se, invece, per anonimato della scienza s’intende la mancanza di paternità, l’affermazione è evidentemente falsa. Nessuna cosa, a memoria d’uomo, nasce dal nulla. Un trattato di fisica o di chimica o di medicina o di qualunque altra branca della scienza racchiude le conoscenze accumulate in secoli di ricerche, le quali hanno avuto ed hanno ciascuna un padre, al pari di un romanzo, di una poesia, di un lavoro teatrale, di un’opera filosofica. E se usualmente non vengono ricordate che le paternità più illustri, ciò è soltanto per dovere di chiarezza e semplicità. Se in un trattato si dovessero ricordare i nomi di tutti i ricercatori alle cui ricerche sono dovuti i risultati o le teorie ivi contenute, si dovrebbe continuamente interrompere la trattazione, per inserire enormi note storiche. Certamente, da questo punto di vista, il lavoro dello scienziato è molto meno gratificante di quello del letterato, che vede apposto sempre il proprio nome accanto all’opera sua, per modesta che sia.
Se si pensa a quanti anni di fatica intellettuale e anche fisica (basti pensare alle ricerche sperimentali) rendono possibile un solo risultato scientifico serio, anche se modesto, si può comprendere allora che dietro il conciso resoconto che dello stato delle conoscenze dà un qualsiasi trattato, c’è la presenza di un gravoso lavoro umano. Non esiste, dunque una scienza che non sia una scienza degli uomini, vale a dire costruita dagli uomini.
Dove, allora, oggi, più che nel faticoso contributo al progresso dell’umana conoscenza può avere l’uomo una misura della sua "humanitas", delle sue forze e nello stesso tempo un accostamento sempre più intimo a Dio, la cui opera egli si sforza con ogni mezzo di conoscere sempre più profondamente? E allora, se l’uomo rinascimentale poteva giustamente parlare di "humanae litterae", l’uomo contemporaneo, con altrettanto e forse maggior orgoglio, può parlare di "humanae scientiae".

Tratto, col permesso dell' Autore, dalla rivista a stampa:  "Notizie in...Controluce" anno XI nn. 4,5 (2002)


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Scienziati e letterati non comunicano, non si amano, anzi si detestano. Lo denunciava cinquant'anni fa Sir Charles P. Snow (1905-80), fisico e scrittore inglese, in questo celebre testo polemico. Cos'è cambiato da allora? Quell'avversione denunciata da Snow, così negativa per le sorti del mondo e del sapere, è stata in qualche modo archiviata e superata? E in Italia i rapporti tra i due universi sono intanto migliorati? Gli interventi di Giulio Giorello, Giuseppe O. Longo e Piergiorgio Odifreddi mostrano come l'espressione "due culture" si sia arricchita di nuovi significati impensabili al tempo di Snow e di come inizi a soffiare un vento nuovo. 

Saggio sulle due culture
  di Luca Nicotra
Dei rapporti difficili tra filosofia e scienza nell'Italia del Novecento si è discusso infinite volte: in sede storiografica, sul piano della polemica culturale, avendo di mira case studies ben individuati o puntando a più ambiziosi modelli interpretativi che da Vico arrivano al neoidealismo, distribuendo in maniera differenziata le colpe (di Croce, di Gentile, dello spiritualismo, ma anche degli scienziati, dei matematici o dei logici che non hanno nutrito particolari simpatie per la filosofia), e infine attribuendo con vari dosaggi i meriti (di Vailati, di Enriques, di Geymonat, del neoilluminismo negli anni cinquanta e via discorrendo). Si tratta insomma di un terreno controverso, sul quale si continua a scavare con un occhio puntato alla contemporaneità, nella convinzione che non si tratti di un questione puramente storica, ma di un nodo scottante con il quale occorre fare i conti anche oggi, nonostante tante cose siano cambiate dai tempi degli pseudo-concetti crociani e dell'atto puro gentiliano.
Raccogliendo in volume studi composti nell'arco di circa due decenni, Parrini ha voluto sondare questo complesso di questioni su piani diversi. Prima di tutto prende in considerazione il contributo di alcune figure particolarmente rappresentative del trend avverso a quello che, un po' sbrigativamente (ma Parrini difende il diritto a ricorrere alle formule pur di non ridurre tutto a contestualizzazione storica), si può definire l'"orientamento storicistico e umanistico-retorico" della nostra cultura; e in questo senso Giuseppe Peano, Giovanni Vailati, Mario Calderoni, Federigo Enriques, Bruno de Finetti, Ludovico Geymonat, ma soprattutto Giulio Preti (alla cui memoria è dedicato il volume) costituiscono un punto di riferimento obbligato.
In secondo luogo Parrini discute l'impatto sulla nostra cultura filosofica di correnti come l'empirismo logico e la filosofia analitica, segnalando quali sono i motivi che ne hanno comportato una lettura parziale o distorta (come nel caso della monografia di Francesco Barone sul neopositivismo, pubblicata in prima edizione nel 1953) e mettendo in luce, al tempo stesso, quali elementi di novità sono insorti in anni più recenti, in sintonia con il panorama internazionale, sia per quanto riguarda gli sviluppi della filosofia analitica, sia per ciò che concerne le nuove prospettive che guidano oggi la rivisitazione critica di un'esperienza cruciale come quella legata al Circolo di Vienna (e qui Parrini è direttamente parte in causa: si veda il suo volume L'empirismo logico. Aspetti storici e prospettive teoriche , Carocci, 2002). Infine l'autore dedica non poche pagine a discutere il rapporto fra storiografia filosofica e dimensione teorica, nella convinzione che sia una vera e propria "anomalia italiana" la prevalenza della filosofia come storia della filosofia a discapito della filosofia come attività teorica, come argomentazione e invenzione concettuale. Quest'ultimo punto ha pure ricadute importanti sulla maniera di intendere l'insegnamento della filosofia, dal momento che l'approccio puramente storico (ormai degenerato nella confezione di manuali sempre più onnicomprensivi) sembra aver fatto il suo tempo e dovrebbe essere sostituito da una presentazione di autentici "problemi filosofici" sulla base di un metodo "storico-problematico".(...)

Massimo Ferrari

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