Un po’ di verità sulla televisione - Considerazioni a margine di L’egemonia sottoculturale
di Toni Muzzioli


«Dal meridione venne Simonetta, un salernitano grasso, con i baffi: aveva sposato una ragazza della nostra città, e gli avevano trovato quella sistemazione, come responsabile del lavoro culturale. Per prima cosa si fece compilare un elenco degli intellettuali cittadini, degli avvocati, dei medici, degli insegnanti, dei professionisti, e andò a presentarsi a tutti. A Marcello strinse la mano con calore, ed entrò subito in argomento “Come forse lei sa,” gli disse, “c’è oggi in Italia la crisi del libro”. (...)
Simonetta fece venire un intellettuale da Roma, per una riunione a cui invitò una trentina di persone, professionisti, avvocati, insegnanti, medici. L’intellettuale era un giovane bello, biondo, alto e pallido. Marcello lo presentò e lui cominciò a parlare, in piedi, a bassa voce: teneva sul tavolo, davanti a sé, il foglietto degli appunti e l’orologio. Spiegò quale sia l’ufficio di una biblioteca in un paese civile e moderno. La biblioteca italiana di solito si limita alla conservazione del glorioso patrimonio bibliografico e anche nei registri del comune il bibliotecario vien definito “conservatore della biblioteca”. Un patrimonio ricchissimo, senza dubbio, ma sterile, ove non si proponga la diffusione della lettura e del sapere. Una biblioteca veramente moderna deve proporsi di andare incontro al lettore, invitarlo alla lettura, presentandogli il libro aperto. (...)
Prese subito la parola Simonetta, e disse che approvava la relazione del nostro gradito ospite e che lo ringraziava a nome di tutti. Ripeté che una biblioteca moderna deve proporsi la diffusione del libro, e che quindi noi dovevamo, lì in biblioteca, prendere tutta una serie di iniziative in questo senso: letture, conferenze, dibattiti, diffusione del libro popolare.» (1)

Così in un suo gustoso libro, Il lavoro culturale, Luciano Bianciardi tratteggiava nel 1957 l’attività di un funzionario periferico del PCI dedito, appunto, al lavoro culturale nell’Italia del dopoguera (nel caso specifico, ci troviamo a Grosseto). Fu anche grazie a persone come questa, ad attività come queste, che il principale partito comunista d’Occidente si poté così profondamente radicare nel tessuto sociale e culturale italiano. Erano tempi, quelli, in cui non andavano di moda i partiti “leggeri” o “liquidi” che piacciono tanto oggi. I partiti erano ben strutturati e capaci di compenetrarsi con le realtà territoriali e periferiche. Il PCI, in specie, ereditava dalla tradizione terzinternazionalista un vero e proprio culto dell’organizzazione e dal pensiero di uno dei suoi fondatori, Antonio Gramsci, una particolare sensibilità per le forme della penetrazione delle idee nei corpi sociali, tema che il grande rivoluzionario sardo aveva contrassegnato nella sua riflessione carceraria con il titolo di “egemonia”. (2) Fu dall’alleanza tra questi due elementi, e dalla concreta traduzione e adattamento politico-culturale che ne seppe fare Palmiro Togliatti e il suo gruppo dirigente a partire dalla Liberazione, che nacque la particolare forza del partito italiano, il quale, a differenza dei tanti “partiti fratelli” europei (PCF, PCE, KKE greco ecc.) non solo non rischiò mai l’emarginazione, ma ebbe sempre, dal 1945 fino al suo scioglimento, la preminenza nel complessivo schieramento di sinistra, fino a diventare molto più di un semplice partito ma diremmo una comunità civica vasta e ramificata, dotata tra l’altro di un rapporto molto stretto (che spesso peraltro viene eccessivamente enfatizzato) col mondo della cultura e degli intellettuali.
Oggi, com’è noto, viviamo letteralmente in un altro mondo: lo stato in cui è ridotta la politica, a destra come a sinistra, tra condotte affaristico-corruttive, personalizzazione estrema e prassi tecnocratica, è sotto gli occhi di tutti. Ma non è certo venuta meno la produzione di egemonia, è solo passata in mano ad altri e si avvale di nuovi e diversi (e assai più efficaci) strumenti.
Che dire, dunque, se saltasse su qualcuno e dicesse che, in fondo, il ruolo un tempo svolto in Italia, con notevole successo, dal PCI e dalla sua organizzazione culturale è oggi passato nelle mani del mondo della televisione e dei suoi artefici? Che personaggi come Maria De Filippi, Alfonso Signorini, Bruno Vespa, Simona Ventura sono i nuovi intellettuali organici? Di primo acchito apparirebbe una follia! Come paragonare persone come quelle descritte da Bianciardi ai nostri conduttori del piccolo schermo? Impossibile. Forse che questi ultimi si occupano di biblioteche pubbliche o diffusione della lettura e del sapere? Li vediamo forse prendere contatti con insegnanti e intellettuali? Organizzare dibattiti e conferenze? Sono essi militanti o dirigenti di un partito? Conducono forse la vita modesta e austera dei funzionari di un tempo, consumata tra interminabili riunioni serali, direttivi di sezione, pasti in trattoria? No di certo. Non si potrebbero immaginare mondi più lontani. Insomma, l’impresa sembra impossibile. Forse la provocazione di un malintenzionato. A meno che... A meno che non si tralasci l’estetica (e l’etica), certo molto diversa, e si pensi alla funzione sociale degli uni e degli altri: quella di costruire e riprodurre un’egemonia culturale, nel senso gramsciano ora richiamato. Nell’un caso, l’egemonia di un partito operaio di opposizione in una nazione uscita dalla guerra; nell’altro quella potentissima del neoliberismo e della società dei consumi in una società industriale avanzata all’inizio del XXI secolo.
A tentare l’operazione, a sostenere che i conduttori di programmi televisivi di vastissimo ascolto altro non fanno che realizzare un grandioso programma di egemonia culturale ispirato alla nuova ortodossia economica e sociale, in Italia personificata dal berlusconismo, è stato Massimiliano Panarari, docente di Analisi del linguaggio politico all’Università di Modena e Reggio Emilia, in L’egemonia sottoculturale, (3) un libro documentato, acuto e – ciò che non guasta affatto – molto divertente. Il libro è già stato commentato sulla “Frusta”, con la consueta intelligenza, da Alfio Squillaci. Qui, oltre a ripercorrere in breve la rassegna degli “orrori televisivi” analizzati da Panarari, si proporranno alcuni percorsi di riflessione che la lettura del libro può suggerire.


Egemonia in questione

Un merito fondamentale dell’Egemonia sottoculturale è il richiamare l’attenzione, fin dal titolo, appunto su questo concetto gramsciano, uno dei tanti “bambini” gettati via insieme all’acqua sporca quando la sinistra italiana credette di rinascere al liberalismo e alla “democrazia”.
Troppo spesso, infatti, si pensa che, eclissatisi i grandi partiti di massa e le “ideologie” (come si usa dire, quasi che le ideologie fossero... da una parte sola!), le società industriali avanzate siano per così dire “spoglie”, teatro di politiche neutrali, determinate unicamente dalle inviolabili leggi dell’economia di mercato. La verità è che anche queste ultime si portano dietro la loro bella ideologia (totalizzante come poche altre, del resto!) e che la “fine delle ideologie” è per l’appunto il nome in codice della scomparsa di alcune idee-forza e delle connesse pratiche sociali e la vittoria, apparentemente definitiva, di altre, che poi sono quelle del liberismo e della “mentalità di mercato”. Ora, com’è stata conseguita tale vittoria? Gli elementi che l’hanno resa possibile sono svariati: un ruolo fondamentale per esempio è stato svolto dallo shock seguito alla caduta del Muro di Berlino e al dissolvimento del blocco socialista (1989-1991); ma certo senza un lavoro poderoso di lavaggio del cervello di massa attraverso i mass-media, cominciato negli anni Ottanta e non più interrotto, la nuova dominanza dell’ideologia del Libero Mercato non sarebbe stata conseguita. Molti studi sull’affermazione del neoliberismo in USA e in Gran Bretagna, del resto, confermano il grande sforzo di tipo culturale che fu alla base del successo sia di Thatcher che di Reagan.(4)  Ed è stato un intelligente marxista britannico, Stuart Hall, ad applicare il concetto gramsciano di egemonia alla vittoria elettorale della “Lady di ferro” nel 1979, rilevando che il nuovo conservatorismo britannico aveva fatto breccia nella società grazie a un inedito mix di violento liberismo economico e riscoperta dei valori tradizionali (la britishness, le comunità locali, i “valori vittoriani” ecc.). (5)
Nel processo di affermazione del neoliberismo, e in special modo nel caso italiano, non agirono però solo le forme dirette di propaganda, ma anche e soprattutto modalità di persuasione indirette (e proprio per questo assai più pervasive ed efficaci) di cui l’esempio tipico è la televisione commerciale che, a partire dagli Stati Uniti, avrebbe uniformato via via tutto il mondo sviluppato (e in verità anche ampie porzioni delle “periferie”) in termini di modelli di vita e di consumo, nonché di estetica popolare. (6) Il suo effetto sarà di produrre un universo spettacolare condiviso come modello per la gestione della cosa pubblica, una spontanea fiducia religiosa nel potere del mercato e della merce nella risoluzione di ogni problema, una infantilizzazione di massa volta a generare un popolo di consumatori passivi da soddisfare con continua somministrazione di spettacoli/merci, e in definitiva, come ben segnalò il grande sociologo americano Neil Postman (1931-2003), la distruzione dello spazio pubblico nelle società occidentali, così come una lunga tradizione almeno dall’illuminismo in avanti lo aveva pensato e parzialmente realizzato. (7) A tutto vantaggio della piena affermazione del potere capitalistico.
Sarebbe nato ben presto, per contenuti, stile e linguaggio, un vero e proprio nuovo modello di tv, che viene oggi spesso definito neotelevisione: (8) una tv rapida e scattante («a tempo di jazz» scrisse Umberto Eco, cui si deve il termine), divertente, che abbandona i compiti educativi che all’inizio il nuovo mezzo d’informazione si era dato, una televisione che si presenta come «un grande magazzino di testi e frammenti da cui ciascuno, aiutato da un sapere sviluppato con l’esperienza delle esplorazioni precedenti, compone di volta in volta il proprio intrattenimento».  (9)
Si interpreta il cambiamento avvenuto essenzialmente in base alla polarità: pedagogia vs. divertimento, cogliendo certo il nucleo della trasformazione avvenuta, ma talvolta con il rischio di avere una visione po’ troppo unilaterale dell’una e dell’altro.
Così per esempio si esprime Pierre Bourdieu nel suo saggio Sulla televisione:

«La televisione degli anni Cinquanta si presentava come culturale e si serviva in qualche modo del proprio monopolio per imporre a tutti prodotti che avevano pretese culturali (…) e per formare i gusti del grande pubblico; la televisione degli anni novanta mira a sfruttare e a blandire quei gusti per raggiungere l’audience più ampia offrendo ai telespettatori prodotti grezzi, che hanno come loro paradigma il talk show, scene di vita, esibizioni senza veli di esperienze vissute, spesso estreme e tali da soddisfare una sorta di voyerismo e di esibizionismo …»  (10)

Un’ottima sintesi, questa di Bourdieu; e però anch’essa in definitiva legata all’idea che solo la televisione di un tempo (quella «pedagogico-paternalistica», come Bourdieu la definisce poco oltre) formasse gusti e opinioni, mentre quella attuale tenderebbe piuttosto ad assecondare e blandire pulsioni e tendenze diffuse (la “pancia”, come si usa dire). Il che è certamente vero; ma – viene da chiedersi – i «gusti del grande pubblico» sono sempre indipendenti dal sistema mediale o non ne sono spesso determinati? (11) E poi: è certamente vero che la televisione attuale non dichiara alcuna intenzionalità educativa, proponendo in prevalenza divertimento e intrattenimento (la stessa missione informativa così cara all’onnipresente cultura liberale è oggi declinata nella forma dell’infotainment, l’abominevole neologismo con cui oggi si indicano i “contenitori” di notizie e informazioni); (12) ma si può davvero sostenere che l’immane potere manipolativo del mezzo televisivo non ottenga comunque effetti “formativi” e dunque di fatto “pedagogici”? Intendo, ovviamente, una pedagogia della società dei consumi, della subalternità ai luoghi comuni più vieti, del conformismo vissuto felicemente, dell’antintellettualismo vantato come autenticità, della competizione come stile di vita, dell’imbecillità vitalisticamente rivendicata… Ed è precisamente quello che fa la televisione di oggi. Non sono del resto solo le istituzioni scolastiche ad esercitare una funzione educativa sui cittadini: come scriveva vent’anni fa Cornelius Castoriadis, «i muri della città, i libri e gli spettacoli educano – ma oggi soprattutto diseducano – i cittadini. Paragonate l’insegnamento che i cittadini ateniesi (donne e schiavi compresi) ricevevano dalle tragedie con il tipo di conoscenza oggi consumata dallo spettatore di trasmissioni come “Dinasty” o “Chi l’ha visto?”». (13)
La televisione forma ed educa, spesso involontariamente (ma anche volontariamente, se si pensa al grande lavoro culturale che sta dietro le produzioni televisive). Ed esercita il proprio potere in modo particolarmente efficace nei confronti dei settori “deboli” della società: i bambini, come denunciò l’ultimo Popper;(14)  i ceti popolari, mediamente meno dotati di strumenti critici; le donne che ancora risentano soprattutto per motivi anagrafici di un minore grado di istruzione, o di minori livelli di socializzazione in quanto casalinghe ecc.
Scriveva Erich Fromm che una data società produce, attraverso le agenzie a ciò preposte, il tipo di uomo di cui necessita, il carattere sociale necessario alla sua riproduzione. Fromm pensava principalmente alla famiglia;(15)  oggi alla famiglia si affiancano, potentemente, la televisione e i computer con tutto l’insieme di informazioni, servizi, e sollecitazioni cui permettono di accedere (mezzi con cui i bambini hanno un rapporto oggi molto “intimo”, al punto da scalzare talvolta la famiglia nei suoi ruoli tradizionali). (16)  Il tipo umano che queste agenzie oggi devono riprodurre è quello più adatto a integrarsi nel modello di società fondata su: competizione estrema, incertezza continua, mercificazione generale, coazione al cambiamento continuo di ruoli e professioni, centralità di una dimensione individuale apparentemente “emancipata”, ma in verità sempre più vuota e gregaria (“individualismo senza individui”, si potrebbe dire),(17) accettazione acritica ed esaltazione dello sviluppo tecnologico e del suo frenetico ritmo di crescita. Un capitalismo tecno-nichilista, come è stato di recente definito,(18)  che non richiede al soggetto adesione “ideologica”, ma semplice passiva condivisione di un orizzonte dato, considerato come insuperabile e “destinale”, compatibile perfino con variegate forme di “adesione critica”, purché confinate alla sfera morale o “sentimentale” e accompagnate dal chiaro riconoscimento della inevitabilità della organizzazione sociale presente.
È questo il ruolo che svolge, egregiamente, la neotelevisione in tutto il mondo, strumento perfetto di egemonia del neoliberismo su masse impoverite, confuse e frammentate e allo stesso tempo immerse nel flusso inarrestabile di  sollecitazioni consumistiche (destinate d’altro canto e restare sempre più spesso puramente virtuali...) cui il capitalismo globale le sottopone.


L’Italia televisiva contemporanea

Panarari traccia molto efficacemente la cronaca e la storia della neotelevisione italiana, mostrando come (anche) grazie ad essa e ai suoi prodotti di bassissimo livello culturale, cognitivo, etico ed estetico, si sia affermata nel nostro paese quella prevalenza dei valori capitalistici che si andava affermando in tutto l’orbe terracqueo a partire dagli anni Ottanta.
La sua storia comincia con l’irruzione, in un panorama televisivo dominato dalla RAI “pedagogica” e seriosa che ancora risentiva dell’impronta di Ettore Bernabei, delle nuove reti private di Berlusconi e di un nuovo linguaggio televisivo, diverso sia nei ritmi che nei contenuti, di cui un programma come “Drive in” (1983), con la sua «bulimia sessuale»(19)  e lo “sdoganamento” di tette e culi in tv per generare/soddisfare un gusto voyeristico tanto volgare quanto de-eroticizzato, è l’esempio più significativo. Ma “Drive in” significa anche – e Panarari lo nota opportunamente – l’inizio di una comicità televisiva del tutto disimpegnata e greve, fatta di tormentoni stupidi, quasi tutti a sfondo sessuale e facili a riprodursi nel quotidiano (un quotidiano che, nell’Italia degli anni Ottanta, andava facendosi sempre più vuoto di esperienze reali di impegno di massa e passioni collettive, e dunque individuali). E qui siamo di fronte all’incunabolo – per così dire – di tutto quel fiume di comicità inutile e compulsiva che da allora non ha cessato di scorrere sui nostri teleschermi fino ad oggi (si pensi alle attuali “Zelig”, “Colorado” ecc.), producendo effetti tremendi da inflazione di risate su cui anche ci sarebbe da riflettere, prima o poi (anche quando riguardano la “sinistra”: si pensi al ruolo attribuito al comico Crozza nella trasmissione “Ballarò”). Sono gli anni, questi, in cui si sta compiendo la modernizzazione qualunquistica del nostro paese, allora sotto la direzione di un partito che vantava origini nel movimento operaio, il PSI (era quest’ultimo infatti a identificarsi con l’innovazione, mentre la Democrazia cristiana tendeva a tenere un profilo più conservatore e tradizionalista), e successivamente del partito personale di Berlusconi e dell’alleanza politica intorno a lui costituitasi. (20)
Quindi Panarari prende in rassegna alcuni personaggi e prodotti della neotelevisione italiana, dedicando ad ognuno di essi pagine dure e taglienti.
Alfonso Signorini, maestro di cerimonie. Particolare attenzione viene dedicata all’esegesi della figura e del “pensiero” di Alfonso Signorini, il principale “intellettuale organico” del regime berlusconiano, che dalla torre di comando di due potentissime testate Mondadori come “Chi” e “Tv Sorrisi e Canzoni” e con una diffusa presenza televisiva, avvolge l’Italia sotto «la dolce cappa dell’egemonia sottoculturale»,(21) avvalendosi di moine, gridolini, sbattimenti di ciglia e tutta una gesticolazione da “omosessuale di corte” che tanto piace alla cultura postborghese berlusconiana (quanto poco ama le rivendicazioni dei movimenti omosessuali). Signorini rappresenta comunque solo il volto più grottesco di una realtà ben più vasta, cresciuta in questi anni: il dilagare in tv, in apposite trasmissioni ma anche in spazi teoricamente inadatti come i telegiornali, delle vicende sentimentali o “professionali” dei vip di ogni ordine e grado, da esibire perpetuamente alla plebe catodica.
Maria De Filippi, ovvero la generalizzazione del “coattume”. Davvero efficaci, le pagine dedicate al “caso De Filippi”: “Maria”, come immancabilmente la chiamano i suoi ospiti televisivi nonché seguaci, sembra dotata di «una personalità magnetica e quasi sciamanica che costruisce una comunione mistica con i suoi tanti pubblici, prima di convertirli in tribù a lei devote».(22) Programmi fortunatissimi come “Amici” e “Uomini e donne” (quello in cui le ragazze devono corteggiare i belloni detti anche “tronisti”) hanno «imposto al Paese lo “stile coatto”, nelle sue varie espressioni, come novello mainstream. Ex devianza ed ex marginalità vengono elette a paradigma e si fanno, per questa via, normalità». (23)  Molto opportuna, questa osservazione: quello che un tempo sarebbe apparso ignoranza, rozzezza, plebeismo di cui vergognarsi ed eventualmente (cercare di) “risciacquare” nell’educazione familiare o in forme autogestite di mimesi sociale risulta non solo “sdoganato”, ma direi anche additato come modello da generalizzare. Per certi aspetti, anche per coloro che ne sono estranei: l’intellettuale sarà così spinto a “intamarrirsi” almeno un po’, per non apparire datato o altezzoso. Quello proposto dalla De Filippi è «un universo di sentimenti elementari, tra urla, strilli, litigi e scenate di gelosia», (24)  di modelli di bellezza maschile e femminile sconsolatamente stereotipati, di un blaterare continuo sul nulla («flusso di incoscienza», lo chiama Panarari con battuta felice).(25) La novità è appunto che questa forma di vita, ovviamente non inventata dalla De Filippi ma da lei soltanto raccolta nelle strade, nei tinelli, nei centri commerciali e sui mille “muretti” delle periferie-dormitorio, viene ora eretta a modello e per così dire generalizzata.
Il “neorealitismo”. Quanto a generalizzazione del trash i reality show dell’ultimo decennio non hanno da invidiare niente a nessuno! Parlare reality show significa parlare di Simona Ventura e della “sua” “Isola dei famosi”, il programma in cui vecchi arnesi dello show business nostrano e improbabili “personaggi” di più recente produzione vengono “deportati” per qualche tempo in una finta isola deserta in uno scenario tropicale, per poi seguirne vicende, umori, amori, malintesi, litigi, crisi esistenziali, il tutto apparentemente spontaneo ma in verità stabilito da un dettagliato copione.
Ma l’“Isola” è figlia del “Grande Fratello”, una delle ultime “svolte” interne alla neotelevisione. Ideato in Olanda nel 1999, questo programma (nonché genere televisivo) giunse l’anno successivo nel nostro paese e in breve dilagò nei palinsesti mondiali attraverso l’esportazione del format, che è poi il modo in cui attualmente si diffonde la produzione televisiva nel mondo. Il piacere che questo tipo di programmi stimola è quello di osservare alcune persone “costrette” in un’ambiente chiuso (una casa, ma può essere anche un’isola deserta, o altre situazioni “estreme”), le loro relazioni, dinamiche, scontri ecc.: «Il GF è l’interiorizzazione ludica (e ben retribuita) del principio foucaultiano del “sorvegliare e punire”. Soltanto che questi ci godono, altro che, a essere spiati, guardati e sorvegliati (...). E la punizione peggiore è proprio l’espulsione anticipata da questa specie di Panopticon (...) per telespettatori e guardoni».  (26)
Quel che però forse è più interessante osservare è la retroazione che questo tipo di programmi ha avuto e ha sul pubblico che se ne nutre: il dilagare cioè, anche in questo caso, di modelli di comportamento, orizzonti di valori e stili di vita ispirati al più deprimente conformismo e a quell’ «individualismo selvaggio, generatore di competizione e di invidia che il neoliberalismo ha inoculato in dosi enormi nella società occidentale dagli anni Ottanta in avanti e di cui il reality show si fa pantomima e rappresentazione di tipo agonistico, con vincitori e vinti». (27)
Bruno Vespa, tra politici, modelle e assassini seriali. Grande cerimoniere della politica-spettacolo, miscelatore di informazione politica e gossip, ma anche artefice di lunghissimi cicli di trasmissioni sulla cronaca nera-che-più-nera-non-si-può: Bruno Vespa, con il suo “Porta a porta” è tutto questo. Vespa rappresenta anche il punto di sutura tra una tv vecchio stile (pura adulazione e proscinesi catodica in favore del potente di turno, meglio se appartenente al PdL) e la neotelevisione: non manca mai infatti a “Porta a porta” il mix tra politici da un lato e soubrette con chilometriche gambe accavallate, attori, calciatori, cuochi, cartomanti dall’altro. Come scrive Panarari, il programma di Vespa è «lo specchio mediatico dell’alleanza tra trono, altare e gossipopolare, per sfondare presso il largo pubblico». (28)
Il “situazionismo perverso” di Antonio Ricci. Con Antonio Ricci, siamo in presenza non tanto di un volto della tv (egli anzi non appare mai) quanto di una delle sue più significative eminenze grigie. Definito da Aldo Grasso «goliarda inveterato, illuminista paradossale, osservatore televisivo spietato»,(29)  Ricci è l’autore del già citato “Drive in” (1983-1988) e già questo basterebbe a garantirgli un posto d’onore nella vicenda della neotelevisione. Ma c’è di più. La sua trasmissione “Striscia la notizia” (in onda dal 1988), con la sua miscela di anarchica irriverenza e ordine mercatista, può essere considerato una buona sintesi della cultura del nuovo capitalismo. La parabola di figure come quella di Ricci, intellettuali di sinistra passati a servizio delle imprese della comunicazione e dello spettacolo più innovative e “trasgressive”, permette di cogliere le caratteristiche essenziali della cultura e dell’estetica postmoderna. Panarari, infatti, mette in evidenza come la carriera di Ricci nelle televisioni del Cavaliere cominci con programmi la cui carica dissacratoria era effettivamente molto forte. Il tutto dura però molto poco. Ben presto questi programmi (“Lupo solitario”, “Matrioska”…) vengono archiviati (nel caso di “Matrioska” prima di andare in onda) e nasce “Striscia la notizia”, che sarà coronata da un enorme e perdurante successo. Il programma – come noto – mette in scena una sorta di demenziale telegiornale “satirico”, presentato da comici supportati da ragazze procaci che si esibiscono in brevi balletti sul tavolo del tg (ragazze che furono denominate “veline”, con una geniale torsione semantica della parola che indica le notizie “addomesticate” imposte dai ministeri alla stampa). Denunce di truffe e furfanterie, satira degli aspetti più parossistici del baraccone politico e di quello televisivo, penose battutacce a sfondo quasi sempre sessuale, tormentoni scemi si susseguono freneticamente tutte le sere, “fidelizzando” un numeroso e variegato pubblico, che sempre più spesso e sempre più seriamente crede di assistere a uno spettacolo veicolo di informazione libera e “dalla parte dei cittadini”; ma cosa resta di tutta questa sarabanda quotidiana al povero spettatore, oltre il divertimento spesso grossolano? Si può sostenere seriamente che resti anche solo un briciolo di riflessione critica, come gli artefici di “Striscia” vorrebbero far credere? Certo che no. Al contrario, “Striscia la notizia” è la dimostrazione di come la neotelevisione disponga di efficaci mezzi per neutralizzare il dissenso verso la società spettacolare, producendo una costante critica posticcia a sè medesima: la trasmissione di Ricci propone infatti una sorta di commento satirico della tv (e spesso proprio della tv trash) inserito però nello stesso contenitore, con gli stessi tempi e lo stesso andamento coattivo (si pensi, per esempio all’impiego delle risate registrate, uno dei contrassegni più impressionanti del carattere autoritario della società dello spettacolo). Qualcosa di simile fa il gruppo di conduttori noto come “Gialappa’s Band” che, con programmi rivolti a un pubblico perlopiù giovane, urbano e istruito (“Mai dire gol” e “Mai dire Grande fratello”...), imbastisce da molti anni una sorta di controcanto comico-demenziale vuoi al mondo del calcio vuoi a quello dei reality show che in verità ha lo scopo di rafforzare l’interesse per tali prodotti televisivi (e anzi, di avvicinare ad essi fasce di pubblico più esigenti sul piano culturale).
Dietro lo spirito apparentemente “anarchico” di “Striscia la notizia” (ma la stessa cosa si può dire per molti altri prodotti neotelevisivi) si intuisce il background sessantottino e situazionista degli autori. Quello che però va anche detto – e che Panarari fa opportunamente notare – è che tale approccio viene piegato totalmente al servizio dell’aumento dell’audience, e in forme e modalità del tutto compatibili con la società dei consumi (e più nello specifico anche con il qualunquismo berlusconiano). Del resto, che le istanze radicali di liberazione dei movimenti antisistema potessero essere fatte proprie dal capitalismo stesso e diventare parte di una sua “autoriforma” era stato compreso precocemente dagli stessi esponenti del situazionismo ed è ciò che poi è effettivamente accaduto. Tutta la vena creativa, dissacrante e trasgressiva (parola chiave del momento) della neotelevisione, in effetti, è stata resa possibile proprio dalla “rivoluzione culturale” successiva al Sessantotto (contestazione delle “rigidità” della società e della famiglia) debitamente spogliata delle originarie intenzionalità politico-sociali. (30)
Ho citato, quasi “per titoli”, alcuni degli esempi che Panarari sceglie di prendere in esame per darci il (fosco) quadro della neotelevisione italiana, ma la rassegna è più ampia e se ne consiglia vivamente la lettura diretta. Si tratta certo di una scelta non esaustiva e forse anche lacunosa, sicché non sembra fuori luogo la critica di chi, come Aldo Grasso in una recensione su cui dovremo soffermarci più avanti per altre ragioni, ha notato l’assenza di Maurizio Costanzo, che ha avuto un ruolo non certo secondario nel diffondere temi e movenze dell’attuale cultura televisiva. (31)  Ma questi, in fondo, sono fatti di dettaglio. Dall’analisi di programmi e personaggi emergono, comunque, non solo la configurazione della televisione italiana berlusconizzata e la sua capacità di «diffondere pensieri debolissimi e condizionamenti fortissimi»,(32) ma più in generale i tratti della neotelevisione, dei linguaggi e delle forme che negli ultimi decenni il mezzo televisivo ha acquisito.


La neotelevisione: nuovo spirito del capitalismo e “sottocultura”

Forse, l’unico rischio che corre questo libro è una eccessiva insistenza sulla natura “berlusconiana” della egemonia sottoculturale. In verità, l’autore è consapevole che non di solo “berlusconismo” si tratta (ma di egemonia del neoliberismo e della mentalità capitalistico-consumistica, come viene ripetutamente e chiaramente affermato); eppure spesso il lettore è un po’ inevitabilmente indotto a pensare a un ruolo fondamentale delle trame del Cavaliere e della sua “cultura”, rafforzando così, del resto, una convinzione già molto diffusa. Sarebbe invece opportuno, forse, sottolineare maggiormente la dimensione “universale” dell’avvento della neotelevisione e dei suoi pericoli per la democrazia. Si tratta in effetti di un fenomeno che riguarda tutte le società capitalistiche avanzate (e limitiamo qui lo sguardo al mondo occidentale), non solo il Belpaese. Ora, è evidente che non si può in alcun modo negare il ruolo che l’impero imprenditoriale di Berlusconi ha giocato, prima e dopo la “discesa in campo”, nel produrre la degradazione del panorama televisivo, né che quest’ultima sia giunta in Italia a livelli che non si riscontrano altrove: penso per esempio allo stato complessivo dell’informazione televisiva, che in Italia è stata pressoché totalmente contaminata dalla produzione sottoculturale (gossip in particolare, ma anche cronaca nera), mentre ciò non avviene – com’è noto – in Gran Bretagna  o in altri paesi europei, dove quanto meno restano ampi spazi di informazione giornalistica seria.(33) Eppure, l’egemonia neotelevisiva non è un prodotto tipico italiano, è un fenomeno di più vasta portata e chiama in gioco trasformazioni strutturali che hanno toccato le nostre società nell’ultimo trentennio. Intendo l’emergere di un nuovo modello di capitalismo che potremmo definire, con una delle numerose definizioni che sono state avanzate, “capitalismo disorganizzato”(34)  Questa nuova fase del capitalismo si porta con sé anche la sua sovrastruttura ideologica, culturale, estetica. Al centro di essa, sta un’idea di “libertà” da tutti i vincoli che famiglia, religione, stato, cultura, comunità ecc. possano variamente implicare,(35) ciò che è il portato, in definitiva, della mercificazione generalizzata cui stiamo approdando: la libertà spettrale dell’individuo proprietario, meglio sarebbe dire del consumatore, isolato e solo di fronte all’immane raccolta di merci di marxiana memoria. Ed è proprio questo “spirito” che la neotelevisione si incarica di diffondere e radicare nelle coscienze attraverso i suoi potenti mezzi, i sempre più sofisticati linguaggi della pubblicità e le nuove modalità di produzione e trasmissione dell’informazione, così come, appunto, attraverso il recente fenomeno delle produzioni “sottoculturali”.
Si afferma così, dolcemente e impercettibilmente, il dominio totalitario della merce. Lo aveva capito, con una lucidità insuperabile e in tempi “paleotelevisivi”, Guy Debord nella sua Société du spectacle (1967):

«Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale. Non solo il rapporto con la merce è visibile, ma non si vede più che quello: il mondo che si vede è il suo mondo. (...) Mentre nella fase primitiva dell’accumulazione capitalista “l’economia politica non non vede nel proletario che l’operaio”, che deve ricevere il minimo indispensabile per la conservazione della sua forza-lavoro, senza mai considerarlo “nei suoi svaghi, nella sua umanità”, questa posizione delle idee della classe dominante si rovescia nonappena il grado di abbondanza raggiunto nella produzione di merci esige un surplus di collaborazione dall’operaio. Questo operaio improvvisamente lavato dal disprezzo totale che gli è chiaramente espresso da tutte le modalità di organizzazione e sorveglianza della produzione, si ritrova ogni giorno al di fuori di essa perpetuamente trattato come una persona grande, con una cortesia premurosa, sotto il travestimento del consumatore. Allora l’umanesimo della merce prende a proprio carico “gli svaghi e l’umanità del lavoratore”... ».  (36)

Quasi vent’anni dopo, Neil Postman, riferendosi a un mondo di prodotti televisivi ormai simile a quelli attuali, aveva a sua volta considerato l’effetto della tv commerciale americana sulla cultura e sulla qualità del dibattito pubblico, vedendone chiaramente il nesso con le nuove forme del potere nelle società contemporanee. Postman, nel suo Divertirsi da morire, distingueva due modelli di società totalitarie, esemplificati rispettivamente da 1984 di Orwell e dal Mondo nuovo di Huxley: nel primo la società totalitaria si realizza attraverso l’erezione di un sistema carcerario e asfitticamente disciplinare; nel secondo, paradossalmente, attraverso il pieno scatenamento dei piaceri, dei divertimenti ecc. (piaceri e divertimenti, ovviamente, scientificamente pianificati ed opportunamente erogati). Sicché nell’un caso si otterrà una situazione di dura sottomissione a un sistema di potere disciplinare, nell’altro la (apparente) soddisfazione permanente dei propri desideri. (37)  Una forma di “totalitarismo soft”, insomma, tanto più difficile da contrastare in quanto pervasivo e apparentemente innocuo, anzi apportatore di benessere per tutti.


Ideologia postmoderna e interdizione della critica

Di fronte all’Egemonia sottoculturale, la levata di scudi della cultura dominante non ha tardato a scattare. Tralasciando le posizioni più banali e corrive, mi sembra significativa la reazione di un autore serio quale Aldo Grasso. Recensendo il volume sul “Corriere della sera”,(38)  il critico televisivo sceglie per liquidarlo una strada obliqua: da un lato, cioè, mostra di capire benissimo (e anche di condividere largamente) il background dei ragionamenti di Panarari, dall’altro lo schernisce per la “sproporzione” tra la panoplia filosofica e sociologica mobilitata dall’autore e la povertà culturale del fenomeno analizzato («la sproporzione fra il plotone d’esecuzione e i condannati a morte è così forte da far sorgere qualche sospetto»). In altre parole: c’era bisogno di scomodare Gramsci e Foucault per dire che il “Grande Fratello” fa schifo? O Simmel per inorridire di fronte alle riunioni di famiglia ordite dalla De Filippi? Chi ha studiato lo sa, noi lo sappiamo bene – dice tra le righe Grasso – ma che bisogno c’è di tirar fuori tutta la vecchia armatura ideologica di un tempo? Forse allo scopo di riproporci un approccio “ideologico” alla politica culturale?
In conclusione, infatti, Grasso finisce per stroncare il libro di Panarari perché – secondo la migliore tradizione della sinistra postmoderna – va bene contestare la degenerazione della tv commerciale, purché nessuno osi mettere in discussione il progresso avvenuto e irreversibile (ci si limiterà, semmai, a invocare un mercato pluralista, con un offerta più variegata, capace di soddisfare i palati più fini del “ceto medio riflessivo”!). Il ritorno alla televisione pedagogica di un tempo è come di consueto esecrato come il peggiore di tutti i mali, tanto più se proposto da un “nostalgico dell’egemonia”, figura che Grasso vede pericolosamente dilagare «negli stucchevoli dibattiti sul ruolo di guida della critica (…) o sul primato della politica», nella «rinascita di “Alfabeta2” (già era noiosa  e supponente “Alfabeta1”, quella fondata da Nanni Balestrini) con la chiara pretesa di indirizzare i lettori nei soli sentieri percorribili dalla Cultura…».
Si può criticare anche duramente il decadimento dell’offerta televisiva; si possono sbertucciare autori e soprattutto protagonisti del mondo dello spettacolo; si può rilevare la loro pochezza (il che tra l’altro permette a chiunque di sentirsi a buon mercato un luminoso intellettuale….). Non si può, invece, mettere in discussione il sistema mediale in quanto tale, men che meno poi facendo riferimento a un sistema di valori alternativo. In tal caso, si subiscono inesorabilmente le accuse di passatismo, rifiuto della modernità, tecnofobia, aristocraticismo ecc. Come al solito nella cultura postmoderna, anche nelle sue espressioni più serie, gli spunti critici nei confronti di singoli aspetti della realtà si accompagnano alla delegittimazione di ogni prospettiva interpretativa “totalizzante” in quanto inevitabilmente “ideologica” (e dunque peggiore del male che intende curare). Il risultato è che quegli stessi spunti critici restano inevitabilmente parziali e in definitiva innocui. Alla cultura dominante poi non garbano per niente le critiche al sistema comunicativo e massmediale in nome di qualsivoglia concezione della cultura o dei “valori”, sistematicamente derubricate a viete forme di reazione antimoderna o bacchettona, come la recensione di Grasso ben documenta.
Argomenti come quelli visti ora sono diffusissimi tra sociologi e “mass-mediologi”, in particolare di sinistra o sedicenti progressisti. Ognuno di noi li può ascoltare quotidianamente in tv o sui giornali. Facciamo comunque qualche esempio: Jean-Noël Jeanneney, in una Storia dei media  peraltro piuttosto interessante, nella quale si dimostra preoccupato per le derive liberiste dell’industria radiotelevisiva, liquida senz’altro come «banalità diffuse» alcune preoccupazioni che sono state in questi anni sollevate (tra l’altro da Bourdieu) in merito al carattere “accelerato” dell’informazione televisiva. È stato in effetti osservato, nonché documentato in forme scientificamente inoppugnabili, che la televisione attuale tende a ridurre progressivamente lo spazio concesso a ogni notizia o servizio giornalistico (oggi raramente superiore ai pochi minuti), con conseguenti effetti di semplificazione/banalizzazione delle informazioni, ma anche con pesanti ripercussioni sul modo di parlare dei politici, che devono concentrare in pochi secondi il proprio messaggio e sono dunque spinti ad essere ulteriormente semplificatorî e demagogici. Ebbene, rispetto a quest’ultima osservazione la risposta di Jeanneney è che non c’è niente di cui preoccuparsi, perché fin dai tempi di Giulio Cesare i politici sono soliti cavarsela con brevi frasi cretine ad effetto!(39)   A levare lamentazioni di questo genere sarebbero in definitiva coloro che, per eccesso di tecnofobia, non riescono a vedere potenzialità e opportunità dell’universo multimediale. Quest’ultimo dev’essere visto come segno del progresso tecnologico, intrinsecamente benigno e portatore di crescita culturale individuale e collettiva.
La sociologia della comunicazione dominante tende in effetti a screditare come apocalittico e “vetero-francofortese” ogni approccio teorico ai mass-media fondato sul tema della manipolazione: lo spazio mediale è visto, infatti, come luogo di interazione, di continua negoziazione tra emittenti e riceventi; un luogo in cui questi ultimi, non più solo passivi oggetti del flusso comunicativo, reagirebbero attivamente agli stimoli, talvolta apprezzando, talaltra rifiutando ciò che viene loro somministrato, e comunque costruendovi autonomamente la propria identità di cittadini e di consumatori… Così possiamo leggere in un’importante opera di reference francese sull’argomento:

«Le trasmissioni della tv-verità non sono meramente divertimenti leggeri, ma dialoghi conflittuali sulle identità di genere e sull’ideologia individualistica che contribuiscono a un riconoscimento e a una valutazione collettiva dei grandi problemi di costume delle società contemporanee. (…) I media possono anche scadere nel cattivo gusto e servire interessi parziali, ma in primo luogo fanno parlare tutti, aiutando la formazione di una comunità democratica. (…) Gli effetti di democratizzazione sono a un tempo più strutturali e più massicci di tutti gli altri». (40)

Se poi passiamo dal mondo televisivo a quello dei media digitali, troviamo atteggiamenti simili. Anche in questo ambito – e spesso dalle parti della sinistra più che altrove – è molto diffusa la reazione scomposta a ogni accenno di critica, subito tacciato di conservatorismo. Un solo esempio tra i tanti, tratto dalle pagine culturali del “manifesto”. Appena informato dell’uscita di un libro che accusa il cosiddetto “web 2.0” di manipolare la folla degli internauti venendo meno in definitiva alle originarie promesse di libertà e autonomia della Rete,(41)  il “quotidiano comunista” reagisce subito con l’artiglieria: ben due articoli (uno di Bendetto Vecchi, responsabile delle pagine culturali) demoliscono senza troppi complimenti il saggio, liquidato come espressione di una asserita «ondata neoaristocratica» che sarebbe ostile allo straordinario potere liberatorio della Rete cooperativa e partecipativa.  (42)
Ciò che mi pare emergere, da posizioni come quelle esemplificate, è una sorta di interdizione della critica alla cosiddetta “società dell’informazione”:  ciò che passa come “innovazione” (in particolare tecno-scientifica) viene automaticamente escluso dal novero dei possibili oggetti di polemica e di critica, salvo non voler fare la parte dei conservatori o, peggio, dei reazionari, o comunque di gente intellettualmente poco raccomandabile.(43)   Il problema è che questa visione è largamente penetrata anche nella sinistra; in particolare anzi nella sinistra, perché essa, per riflesso pavloviano, è costantemente propensa al “nuovo” e al futuro e parimenti timorosa delle accuse di conservatorismo, anche quando palesemente fasulle!
Tornando poi allo specifico televisivo, una convinzione diffusa è che, in sostanza, la televisione attuale stia subendo sì una drammatica involuzione, ma non avrebbe poi tutto quel potere di manipolazione che le si attribuisce, che anzi il suo pubblico si starebbe facendo sempre più smaliziato e che, infine, l’accesso – soprattutto da parte dei più giovani – alla Rete costituirebbe un contraltare molto forte al potere televisivo, ormai declinante. Ora, tutto questo a me sembra frutto di una tremenda ingenuità, che muove però anche da un disarmo intellettuale della cultura di sinistra (anche “radicale”!), soprattutto dalle parti di quel “ceto medio riflessivo” caro a Paul Ginsborg. Quest’ultimo tende in effetti a non guardare più fuori dalle ampie finestre dei propri loft e risulta del tutto incapace di vedere gli abissi di ignoranza e miseria culturale che ancora esistono nelle nostre sedicenti “avanzate” società,(44)  dove la televisione, anche nelle sue manifestazioni più mostruose e kitsch, continua a costituire l’agenzia informativa (e formativa) principale, e la stessa Rete, quando entra, non gioca certo quel ruolo di informazione libera e autonoma di cui ci si riempie troppo spesso la bocca. Del resto, pseudo-teorie come quelle della società dell’informazione e, da ultimo, della società della conoscenza o dell’apprendimento, identificando indebitamente alcuni aspetti dello sviluppo tecnologico con il progresso culturale, hanno proprio l’effetto inevitabile di oscurare questa realtà.


Un bene pubblico da difendere (o forse da ricostruire)

Il libro si conclude con un breve capitolo dedicato alle proposte per uscire dal predominio della sottocultura televisiva berlusconiana. Dopo avere giustamente criticato un centro-sinistra subalterno anche in questo campo, Panarari propone di passare senz’altro al contrattacco sullo stesso terreno della produzione di «architetture simboliche alternative»,(45)  e allo stesso tempo di produrre “anticorpi” per l’autodifesa spettacolare, ma anche di riprendere a ragionare, in campo televisivo, in termini di una cosciente «pedagogia di massa» (tanto per non lasciarla – ripetiamolo ancora una volta – alle agenzie che oggi la esercitano assai efficacemente a tutto vantaggio dell’istupidimento collettivo).(46
Sarà necessario, a questo fine, non abbandonare, anzi rilanciare con convinzione la battaglia per la difesa e la riqualificazione del servizio pubblico televisivo, anche contro le sirene di certo falso radicalismo intellettuale per cui le nuove frontiere della multimedialità implicherebbero una rottura radicale con il passato “novecentesco”. Perché in realtà solo un servizio pubblico vitale e democraticamente controllato, presieduto da un’intelligenza politico-culturale nutrita di saperi tecnici e scientifici ma anche di sensibilità sociale, può invertire la rotta,(47)  anche se può sembrare impossibile, data la situazione penosa in cui versa. Oggi infatti il servizio pubblico televisivo è totalmente colonizzato (anche per via del sistema dei format prodotti esternamente da agenzie capitalistiche globali esclusivamente interessate alla massimizzazione dell’audience) dai criteri di funzionamento delle reti Fininvest e dalla loro produzione “sottoculturale”. Ciò porta molti osservatori a nutrire poca fiducia nella riformabilità del sistema. Può darsi che questa sfiducia sia fondata; è però anche vero che la tutela della natura pubblica del servizio resta una condizione essenziale per un superamento della tv-spazzatura, e inoltre andrebbe sottolineato che le poche isole di tv intelligente si trovano, non a caso, proprio nella RAI. Nella sua già citata recensione, Alfio Squillaci tesse le lodi dei programmi sulla storia dell’arte di Philippe Daverio; io dal canto mio aggiungerei “Geo&Geo”, trasmissione pomeridiana dedicata ai temi della natura e dell’ambiente diretta da Sveva Sagramola, o la benemerita attività della “famiglia Angela”, che dimostra che si può fare una televisione di divulgazione e informazione scientifica popolare e rigorosa, senza nulla concedere alla spettacolarizzazione o all’infotainment, per non parlare di “Report”, o del bravissimo Riccardo Iacona. Rafforzare queste isole, estenderle e farle diventare egemoni e trainanti nella complessiva offerta della televisione italiana, e poi innovare e inventare nuove trasmissioni capaci di integrare informazione e approfondimento, rafforzare l’informazione locale o quella per la popolazione straniera immigrata (penso alla cruciale questione dell’apprendimento della lingua, ma anche alla diffusione della conoscenza sulla nostra storia e cultura), questo e molto altro sarebbero dei compiti degni di una politica che volesse ritrovare un po’ di coraggio e di autonomia (al di là della occupazione “partitocratica”, nella quale riesce ancora benissimo, ma dietro la quale oggi si vede solo l’abdicazione dell’intero “arco incostituzionale” al Dio Mercato). Sono indicazioni assai generiche – si dirà – ed è vero, così come del resto solo brevi cenni si trovano nel libro di Panarari. La discussione infatti è ancora tutta da fare e attende l’intervento e la partecipazione degli esperti e dei tecnici del campo mediale e di tutti gli intellettuali.
Qualche voce interessante, del resto, comincia a farsi viva. Alcune buone idee per una possibile re-invenzione del servizio pubblico radio-televisivo sono state proposte, di recente, da Gilberto Squizzato nel volume La tv che non c’è. Dopo avere denunciato la scarsa chiarezza esistente in Italia in merito a ruolo e funzioni del servizio pubblico, Squizzato propone cinque «idee di fondo» (che qui riporto per titoli ma che l’autore argomenta distesamente): «1. L’offerta di un’informazione vera e completa come garanzia di esercizio della democrazia»; «2. La difesa e la piena presentazione delle tre identità della nazione» [Squizzato intende la triplice appartenenza degli italiani di oggi a una cultura regionale, alla nazione italiana e all’Europa]; «3. La partecipazione anche per via mediatica ai “grandi eventi” di interesse nazionale»; «4. Il racconto e la condivisione dell’immaginario, sia passato che contemporaneo» [il riferimento qui è al cinema]; «5. La sperimentazione e la ricerca di nuovi linguaggi, di nuove forme espressive, di nuovi formati».(48)  Una RAI rifondata su simili basi sarebbe «una tv “civile”, sottratta all’inutile imitazione delle tv commerciali e perciò autorizzata a esigere il canone dei cittadini in cambio di un reale servizio».(49)
Idee di radicale riforma della televisione pubblica, queste, che, come si diceva, molti tendono oggi a considerare utopistiche, strutturalmente impossibili, quando invece sono semplicemente incompatibili con il modello sociale ed economico di ferrea osservanza neoliberista che i paesi europei stanno purtroppo continuando ad autoimporsi dagli anni Novanta (e che oggi stanno addirittura inasprendo per “uscire dalla crisi”!), un modello che per tutti gli ambiti dell’economia – dalla cantieristica alla comunicazione, dalle ferrovie all’acqua – chiede un’unica e semplice cosa: che sia assicurata la “libertà di impresa” (che poi, tra parentesi, vuol dire la libertà del capitale monopolistico) e la non-ingerenza del pubblico. E noi europei (non solo noi italiani) non sembriamo neppure più in grado di immaginare che un altro modo di organizzare l’economia, o anche solo un settore dell’economia, sia possibile.
Dovremmo forse, allora, guardare fuori dal vecchio continente, all’America Latina, che si è dimostrata in questi anni capace di andare oltre il neoliberismo e il Washington consensus e dalla quale giunge il bellissimo esempio dell’Argentina: qui, ad aprile 2011, è entrata nella sua fase definitiva di applicazione una legge per la regolamentazione di tutto il comparto informativo (carta stampata, radio e tv) che pone le condizioni per un deciso ridimensionamento dello strapotere dei monopolisti dell’informazione in favore del pubblico e della cittadinanza (ben oltre, dunque, la sola questione dei conflitti di interessi, che pure noi non siamo in grado di scalfire, non dico risolvere).(50)  Questa legge, approvata dal parlamento nel 2009 e oggi sostenuta fortemente dalla presidenta Cristina Kirchner (contro una resistenza durissima, non a  caso, degli oligopolisti), impone quello che viene definito sistema dei “tre terzi”: l’insieme del settore privato non potrà possedere più di un terzo dei mezzi di iformazione, lasciando i restanti due terzi rispettivamente allo stato (servizio pubblico) e al “sociale” (media prodotti da cooperative, associazioni, partiti, sindacati...).
Ora, ci si potrebbe chiedere se e come una legislazione di tal genere possa avere effetti positivi sulla qualità della programmazione televisiva, quanto possa contrastare insomma la egemonia sottoculturale. Sembra evidente che gli effetti potrebbero essere notevoli, dal momento che si andrebbe ad agire sulle cause profonde dell’attuale degrado culturale delle produzioni televisive, il controllo dell’informazione da parte di pochi monopolisti assetati di profitti, garantendo per via politica la rappresentazione della pluralità dei punti di vista sociali e culturali.

«In linea di principio – spiega Juan Gabriel Mariotto, uno degli artefici della legge argentina – la legge non obbliga alla qualità. La legge può aprire lo spazio a diversi fornitori di servizi che interpretino la comunicazione e l’intrattenimento sotto un’altra prospettiva e, nello stesso tempo, essa rafforza i mezzi pubblici di comunicazione. D’altro lato viene creato il Consiglio per la comunicazione audiovisiva per l’infanzia, che avrà tra i suoi compiti l’elaborazione di proposte per aumentare la qualità della programmazione rivolta ai bambini, alle bambine e agli adolescenti. È questo un impegno dello Stato.
Nello stesso tempo tutti i contenuti, sia pubblicitari, sia della programmazione, devono assoggettarsi a quanto stabilito dalla legge, cioè: non possono esserci contenuti che incitino a discriminazioni sulla razza, sul colore della pelle, sul sesso, sulla lingua, sulla religione, sulle opinioni politiche, sull’origine sociale e su tutto ciò che offende la dignità umana, l’ambiente, la salute, l’integrità dei bambini. (...) La qualità è un obiettivo che non può essere imposto per legge, ma può essere appoggiato e stimolato.»(51)

Come si dice, da metterci la firma.

Toni Muzzioli
Milano, 26 maggio 2011




1) LUCIANO BIANCIARDI, Il lavoro culturale, Milano, Feltrinelli, 1974 (1. ed. 1957), p. 65 e 69-70.

2) La nozione di egemonia, com’è noto, viene tematizzata da Gramsci nei Quaderni del carcere: si tratta di indagare i modi e gli strumenti con cui una classe è in grado di imporre e mantenere il potere sulla società, al di là del dominio politico-statuale puro e semplice. L’idea è che ogni potere sociale organico (ogni “egemonia”, appunto) non è mai solo potere “verticale” e violento, ma sempre anche capacità di dirigere un popolo, facendo penetrare nelle pieghe profonde del suo corpo idee e valori. Non a caso il termine «egemonia» è posto da Gramsci in rapporto a «dominio», ovvero al nudo governo che una classe esercita in quanto controlla lo stato e i suoi apparati: «una classe è dominante in due modi, è cioè “dirigente” e “dominante”. È dirigente delle classi alleate, è dominante delle classi avversarie. Perciò una classe già prima di andare al potere può essere “dirigente” (e deve esserlo): quando è al potere diventa dominante ma continua ad essere anche “dirigente”». In sintesi, «non bisogna contare solo sul potere e sulla forza materiale che esso dà per esercitare la direzione o egemonia politica» (ANTONIO GRAMSCI, Quaderni del carcere, a cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, p. 41).
In un volume dedicato alla riflessione sull’eredità teorica gramsciana, Alberto Burgio scrive: «Nell’egemonia (...) è contenuto un elemento di consenso (assente nella coercizione pura e semplice), che (...) rimanda a sua volta al “prestigio” del “gruppo sociale dominante”, alla “fiducia” (...) di cui esso gode presso il subalterno. (...) Per usare una coppia classica in filosofia politica, potremmo dire che l’egemonia è potere fondato sull’autorità (autorevolezza), mentre il dominio è potere fondato sulla forza» (ALBERTO BURGIO, Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno, Roma, DeriveApprodi, 2007, p. 125).

3) MASSIMILIANO PANARARI, L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip, Torino, Einaudi, 2010.
 
4) Cfr. DAVID HARVEY, Breve storia del neoliberismo, Milano, il Saggiatore, 2007, p. 51-77.

5)  In italiano si può vedere, tra l’altro, STUART HALL, Il grande spettacolo dello spostamento a destra, in ID., Politiche del quotidiano. Culture, identità e senso comune, introduzione e cura di Giovanni Leghissa, prefazione di Giorgio Baratta, Milano, il Saggiatore, 2006, p. 201-220.

6) Non si può qui non citare Pasolini, per l’efficacia con la quale ha saputo segnalare il carattere insieme indiretto e violentissimo del mezzo televisivo e la sua capacità di indurre trasformazioni sociali e antropologiche profonde: «Il bombardamento ideologico televisivo non è esplicito: esso è tutto nelle cose, tutto indiretto. Ma mai un «modello di vita» ha potuto essere propagandato con tanta efficacia che attraverso la televisione. Il tipo di uomo o di donna che conta, che è moderno, che è da imitare e da realizzare, non è descritto o decantato: è rappresentato! Il linguaggio della televisione è per sua natura il linguaggio fisico-mimico, il linguaggio del comportamento, che viene dunque mimato di sana pianta, senza mediazione, nel linguaggio fisico-mimico e nel linguaggio del comportamento nella realtà» (PIER PAOLO PASOLINI, 11 luglio 1974. Ampliamento del «bozzetto» sulla rivoluzione antropologica in Italia, in ID., Scritti corsari, prefazione di Alfonso Berardinelli, Milano, Garzanti, 2008, p. 59).

7)  Cfr. NEIL POSTMAN, Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo, Venezia, Marsilio, 2002. Il libro di Postman è fondamentale per capire l’essenza della televisione nella sua forma matura. Forse l’unico limite è il suo eccessivo “determinismo tecnologico”. La tesi centrale del libro, infatti, è che il carattere spettacolare e “distraente” della tv è intrinseco al mezzo (secondo la nota formula di McLuhan per cui «il mezzo è il messaggio»); sarebbe cioè impossibile fare della tv un uso diverso da quello che, su un inesorabile piano inclinato, le società avanzate vanno facendo. In questa tesi sicuramente c’è molto di vero, e però il rischio è che si passi sotto silenzio il nesso tra questa tv e questo sistema sociale.
Come ha scritto David Harvey, la televisione «è un prodotto del tardo capitalismo e, in quanto tale, deve essere vista nel contesto della promozione di una cultura consumistica. Ciò riconduce la nostra attenzione nei pressi della produzione di bisogni, della mobilitazione del desiderio e della fantasia, della politica della distrazione quale parte integrante dell’azione che mira a mantenere una domanda sufficientemente vivace nei mercati dei beni di consumo al fine di conservare la redditività della produzione capitalistica» (DAVID HARVEY, La crisi della modernità, Milano, il Saggiatore, 1993, p. 83-84). Se questo è vero, allora, spazi per una trasformazione, per un uso diverso della televisione ci devono essere e penso siano subordinati alla trasformazione radicale della società stessa. Certo, sapendo d’altra parte che potenzialità, limiti e pericoli del mezzo sono quelli indicati da Postman, e che quindi, per esempio, non potrà mai una comunità fare con la tv (ma per certi versi anche con il web) quel che faceva – e dovrebbe continuare a fare – con i giornali e i libri a stampa. Ragione in più per rivendicare il ruolo insostituibile della parola stampata anche dentro il XXI secolo.
 
8)Per neotelevisione (concetto introdotto da Umberto Eco nel 1983) si intende la televisione che si impone in Italia a partire dagli anni Ottanta, con il regime di concorrenza tra reti pubbliche e private, in linea del resto con quanto era accaduto o stava accadendo in altre realtà del mondo occidentale. Velocità, mescolanza dei generi, autoreferenzialità, senso di comunità e coinvolgimento dello spettatore, bisogno di un legame forte col pubblico in relazione alle necessità del mercato sono gli elementi che concorrono a produrre la nuova fisionomia della nuova televisione, come si legge nella efficace sintesi di Aldo Grasso: «La neotelevisione mira al coinvolgimento empatico del pubblico e si connota per la marcata prossimità (la dimensione del quotidiano informa in larga parte i palinsesti) e convivialità (l’insistenza retorica sullo “stare insieme”). Funzionali a queste caratteristiche di fondo risultano l’autoreferenzialità e l’esplicitazione dei processi narrativi ed espositivi (…). Ne consegue una programmazione sincretica, che dissolve cioè la tradizionale suddivisione dei generi e produce una loro continua contaminazione (…). Il rapporto paternalistico e verticistico tra emittente e telespettatore, tipico della paleotelevisione, viene sostituito dalla ricerca, da parte delle emittenti, di un rapporto fiduciario con il pubblico, essenziale in un regime di concorrenza per assicurarsi la fedeltà dell’ascolto.» (Enciclopedia della televisione, a cura di Aldo Grasso, Milano, Garzanti, 2002, p. 472)

9)  ENRICO MENDUNI, Televisioni, 5. ed. aggiornata, Bologna. Il Mulino, 2009, p. 93.
 
10)PIERRE BOURDIEU, Sulla televisione, Milano, Feltrinelli, 1997, p. 58-59.

11)  Spesso si accusa la tv di essere troppo corriva ai gusti “bassi” degli spettatori, quasi che questi non fossero essi stessi il prodotto del sistema mediale. Nella Dialettica dell’illuminismo (1947), nel celebre capitolo dedicato alla “industria culturale”, Horkheimer e Adorno avevano già visto con chiarezza questa questione: «L’impudenza della domanda retorica, “Ma guarda un po’ che cosa vuole il pubblico!”, consiste nel fatto che ci si appella, come a soggetti pensanti, a quelle stesse persone che l’industria culturale ha il compito specifico di disavvezzare alla soggettività» (MAX HORKHEIMER – THEODOR W. ADORNO, Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1966, p. 155). E qualche anno dopo (è il 1951), ancora Adorno si pronunciava su questo tema in Minima moralia: «L’industria culturale pretende ipocritamente di regolarsi sui consumatori e di fornire loro ciò che desiderano». In verità, tuttavia, «anziché adattarsi alle reazioni dei clienti, le crea o le inventa. Essa gliele inculca, conducendosi come se fosse anch’essa un cliente». Adorno ricorre poi a un divertente paragone: «... il film pratica sulla scala del trust l’odioso trucco degli adulti che, quando vogliono affibbiare qualcosa a un bambino, lo stordiscono col linguaggio che vorrebbero che quello adoperasse, e gli presentano il regalo più discutibile con l’espressione di schioccante rapimento che intendono evocare in lui» (THEODOR W. ADORNO, Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, Torino, Einaudi, 1994, p. 241). Erano anni ancora pretelevisivi, eppure si vede bene come questo giudizio sia perfettamente applicabile al mondo della televisione di oggi.
 
12)Pagine molto efficaci su questo fenomeno (anche se forse l’espressione infotainment non era ancora stata coniata) si trovano in NEIL POSTMAN, Divertirsi da morire, cit. Già osservando la tv americana degli anni Ottanta (il libro è del 1985), Postman osservava che l’intrattenimento e la distrazione (e la rassicurazione) costituivano la nota dominante dei telegiornali: «Qualsiasi telegiornale incomincia, finisce, e talvolta è anche inframmezzato, con gradevoli musichette. Ho trovato finora pochissimi americani che se ne meraviglino, prova evidente della scomparsa della demarcazione fra discorso pubblico serio e intrattenimento. (…) Questa percezione dei notiziari come rappresentazioni drammatiche stilizzate, il cui contenuto è stato predisposto per intrattenere, è rafforzata da parecchi elementi, compreso il fatto che la durata media di ogni notizia è di quarantacinque secondi. Non sempre si può dire che brevità coincida con banalità, ma in questo caso sì. Non è possibile dare senso di serietà a un avvenimento, se tutto quello che lo riguarda si esaurisce in meno di un minuto. (…) Il risultato è che gli americani sono i più intrattenuti e i meno informati fra tutti i popoli del mondo» (p. 125 e 129).

13)  Intervista apparsa su “Esprit”, settembre 1991, cit. in ZYGMUNT BAUMAN, Il disagio della postmodernità, Milano, Bruno Mondadori, 2002, p. 157-177.

14) Il celebre intervento di Popper “contro la tv”, dettato pochi mesi prima di morire nel 1994, è un commento allo studio di uno psicologo, John Condry, sugli effetti della tv sui bambini. Condry avvertiva infatti che il bambino difficilmente guarda la televisione con quegli atteggiamenti di “sospensione incredula” o di distacco critico che possono essere adottati dagli adulti; giacché, per ottime ragioni bio-evolutive, si relaziona a ciò che tocca vede e sente intorno a sé con il fine principale di apprendere, e non già di farsi quattro risate o di provare emozioni forti... Di qui la preoccupazione – condivisa e rilanciata da Popper – che la lunga esposizione dei bambini ai programmi televisivi, spesso carichi di violenza estrema e sovrabbondante, potesse influenzarne i comportamenti. Il contributo di Popper (Una patente per fare tv) e il saggio di Condry si trovano in: KARL R. POPPER, Cattiva maestra televisione, nuova ed. aggiornata, a cura di Giancarlo Bosetti, Venezia, Marsilio, 2002 [1. ed. 1994].
Un buon libro che riflette su questo tema, senza peraltro demonizzare il mezzo televisivo (nota infatti che talvolta la tv è stata usata, con successo, per influenzare i bambini in direzione dell’alfabetizzazione o dell’educazione alimentare), è: ANNA OLIVIERO FERRARIS, Tv per un figlio, Roma-Bari, Laterza, 1995.

15)  Si tratta di uno degli elementi-cardine di tutta la riflessione di Erich Fromm, che egli svilupperà nel corso della sua vita. Già in uno dei suoi primi scritti (apparso nel 1932 sulla “Zeitschrift für Sozialforschung”) egli, criticando la tendenza “individualistica” della psicoanalisi, osservava che tale limite poteva essere superato prendendo in considerazione la famiglia, come luogo in cui il soggetto comincia ad essere influenzato dai caratteri della società alla quale dovrà adattarsi (cfr. ERICH FROMM, Metodo e funzione di una psicologia analitica sociale, in ID., La crisi della psicoanalisi, Milano, Mondadori, 1971, p. 159). Molti anni dopo, ribadirà che i genitori sono gli «agenti della società» incaricati di «creare la matrice socialmente desiderabile del carattere sociale»; ma aggiungerà anche che «il caratterte sociale è rafforzato da tutti gli strumenti di influenza di cui una società dispone: il suo sistema di istruzione, la sua religione, la letteratura, le sue canzoni, il suo umorismo, le sue consuetudini...» (ID., L’applicazione della psicoanalisi umanista alla teoria di Marx, in L’umanesimo socialista, a cura di Erich Fromm, Bari, Dedalo, 1971, p. 259).

16)  Neil Postman ha sostenuto che il mezzo televisivo ha decisamente “fatto fuori” la famiglia nel compito educativo. Inoltre, poiché l’infanzia nell’Europa moderna e borghese si è lentamente “costituita” come realtà sociale grazie anche a sistemi di protezione e selezione informativa garantiti dall’ambiente famigliare e poiché la tv abolisce inevitabilmente ogni possibile filtro al flusso di informazioni, spettacoli e immagini diretto ai minori, secondo Postman l’era televisiva comporta anche la fine dell’infanzia. Cfr. NEIL POSTMAN, La scomparsa dell’infanzia. Ecologia delle età della vita, Roma, Armando, 1984.

17)  «... quanto meno individui abbiamo, tanto più individualismo» (ISTITUTO PER LA RICERCA SOCIALE DI FRANCOFORTE, Lezioni di sociologia, a cura di Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, Torino, Einaudi, 1966, p. 61).

18) Cfr. MAURO MAGATTI, Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Milano, Feltrinelli, 2010.

19)  MASSIMILIANO PANARARI, L’egemonia sottoculturale, cit., p. 26.

20) Ha osservato Stefano Bartezzaghi che quello introdotto negli anni Ottanta da Berlusconi è «un linguaggio televisivo caratterizzato da un deciso aumento del ritmo, dalle interruzioni pubblicitarie, dalle note dominanti dell’intrattenimento e dell’immagine (nettamente prevalenti su cultura e linguaggio). Spensieratezza, consumismo, nessun imbarazzo nel produrre una comicità fondata in gran parte su stereotipi sociali e sessuali: il berlusconismo si rappresentava già come mondo. La tv non era più una finestra sull’esistente, un’inquadratura cioè dichiaratamente limitata e parziale; nulla di quanto ne fosse escluso aveva importanza: l’inquadratura era diventata il mondo stesso» (STEFANO BARTEZZAGHI, Il nuovo, il solare, il vero nella semiotica del berlusconismo, “MicroMega”, n. 2-2011 [Berlusconismo e fascismo (2)], p. 212).

21)MASSIMILIANO PANARARI, L’egemonia sottoculturale, cit., p. 35.

22) Ivi, p. 73.
 
23)Ivi, p. 76.

24)  Ivi, p. 81.

25) Ivi, p. 81.

26) Ivi, p. 99.

27)  Ivi, p. 100.

28) Ivi, p. 112.

29Enciclopedia della Televisione, cit., p. 612.

30  In verità la cultura del Sessantotto europeo e americano univa una forte enfasi sulle libertà individuali e i diritti civili con le tradizionali istanze di giustizia sociale del movimento operaio. E dapprima il vecchio e il nuovo, per così dire, si tennero per mano, pur tra difficoltà e contraddizioni. Ciò che la nuova cultura capitalistica tra anni Settanta e Ottanta ha saputo fare con grande successo è stato assumere la prima componente (la spinta alla “libertà” e all’innovazione sociale e culturale), dopo averla messa decisamente in contrasto con la seconda, e conquistarsi su questa base un solido consenso da parte delle (allora) giovani generazioni, giunte talvolta per questa via alla conclusione che l’obiettivo (o comunque l’unico obiettivo razionale, in senso hegeliano) delle loro lotte sia stata in definitiva la “modernizzazione” (capitalistica). Si veda, a questo proposito, DAVID HARVEY, Breve storia del neoliberismo, cit., p. 54-55.
I sociologi francesi Boltanski e Chiapello, dal canto loro, hanno posto l’accento sulla “critica artistico-culturale” alla società industriale propria delle avanguardie artistiche prima e del Sessantotto poi quale ingrediente essenziale del “nuovo spirito del capitalismo”, che oggi vediamo così ben rappresentato (e propagandato) dal sistema mediale (cfr. LUC BOLTANSKI – EVE CHIAPELLO, Le nouvel esprit du capitalisme, Paris, Gallimard, 1999).

31) «Invece di spogliare Maria De Filippi (…) – scrive Grasso – non sarebbe stato più corretto utilizzare questo portentoso armamentario teorico per alzare il tiro ed esaminare magari Maurizio Costanzo, in particolare il suo rapporto con la sinistra, con Berlusconi, con le lobby, con il trash?» (ALDO GRASSO, Voglia di egemonia. Quelli che evocano Gramsci per combattere gossip e vip, “Corriere della sera”, 22 agosto 2010, p. 35). Simile osservazione nella recensione di Marcello Veneziani apparsa sul “Giornale”, dove si calca la mano – non senza qualche ragione – sul ruolo giocato da tanti protagonisti “di sinistra” dello show business nella costruzione dell’universo estetico trash, nonché sul carattere “epocale” della sottocultura televisiva. Il tutto però è reso ridicolo dall’intento principale dell’articolo, che è quello di scagionare il Cavaliere e la cultura berlusconiana, perché il declino è cominciato con la società di massa come diceva il buon vecchio Ortega y Gasset e con le minigonne del Sessantotto (che ci vuol fare, signora mia!), mentre i «predicatori dell’Italia perduta» come Panarari in fin dei conti sono i soliti intellettuali fomentatori dell’odio e dell’invidia contro il povero Silvio (cfr. MARCELLO VENEZIANI, La sinistra impose in tv la sottocultura, “il Giornale”, 5 agosto 2010).
Tornando a Maurizio Costanzo, il suo ruolo nella genesi dell’egemonia sottoculturale, grazie ai suoi vent’anni di conduzione del “Maurizio Costanzo Show” (talk show di grande successo trasmesso senza interruzioni dal 1982 al 2005, per 3.600 puntate complessive e 25.000 persone ospitate), non deve essere in alcun modo sottovalutato, soprattutto per quanto riguarda lo “sdoganamento” del trash e delle bizzarrie connesse allo stile di vita, e il populismo estetico ed epistemologico profusi a piene mani. Con populismo estetico intendo, sulla base di quanto sostenuto da Frederic Jameson (cfr. Il postmoderno o la logica culturale del tardo capitalismo, Milano, Garzanti, 1989, p. 8-12) e da altri studiosi del postmodernismo, il venir meno della demarcazione tra cultura alta e cultura bassa; con populismo epistemologico, forse una variante del primo, mi riferisco alla tendenza, tipica della cultura contemporanea e postmoderna, a porre sullo stesso piano, in virtù di una sorta di malintesa contestazione del principio d’autorità, esponenti delle scienze e rappresentanti delle più stravaganti teorie immaginabili. Così al “Maurizio Costanzo Show”, il borgataro semianalfabeta poteva essere presentato come un saggio da ascoltare con attenzione; la gioviale pornodiva poteva umiliare tra gli applausi la timida scrittrice; l’astronomo era costretto a “confrontarsi” con l’ufologo, il filosofo con la cartomante, l’archeologo con il sensitivo ecc. (e chi ha visto anche per breve periodo quella trasmissione sa bene quanto questo tipo di situazioni fosse frequente). Il fine immediato di tale impostazione (e ciò vale ovviamente per moltissime altre trasmissioni della neotelevisione, passate e presenti) consiste certamente nello sfruttare le enormità sostenute e quindi l’interesse dello spettatore attratto dalla “stranezza”; ma un effetto secondario è quello di sostenere, secondo una tipica movenza postmoderna, la piena legittimità di qualunque baggianata. È evidente l’effetto potente in termini di relativismo che tale “diseducazione” deve aver prodotto in un vasto pubblico, ponendo molti mattoni alla costruzione della sottocultura di massa e, più in generale, alla svalutazione della verità e dei valori culturali.

32)  MASSIMILIANO PANARARI, L’egemonia sottoculturale, cit., p. 24.

33)  Per quanto riguarda la degenerazione dell’informazione (non solo televisiva) nel nostro paese, si può vedere MICHELE LOPORCARO, Cattive notizie. La retorica senza lumi dei mass media italiani, Milano, Feltrinelli, 2005, dove si afferma con chiarezza che «all’estero della tv italiana si parla male con assoluta concordia» (p. 9). L’autore si sofferma poi (p. 117-147), con dovizia di documentazione, sulla mutazione dei telegiornali all’insegna dell’infotainment e del connubio tra notizia e spettacolo: «si registra una tendenza globale in questa direzione, ma l’Italia è all’avanguardia visto che il tg sulle reti pubbliche italiane ospita videogiochi, spezzoni di film, cartoni animati, musica (...). Ulteriore conferma di questa osmosi fornisce la vicenda personal-professionale dei conduttori che passano gradualmente dal tg all’intrattenimento» (p. 118).

34) S. LASH – J. URRY, The End of Organized Capitalism, Cambridge, Polity Press, 1987.

35) Questa, in sintesi, la tesi di MAURO MAGATTI, Libertà immaginaria, cit. Al centro di questo importante lavoro, che porta a sintesi felice numerosi percorsi di critica della società tardocapitalistica, è la nozione di «capitalismo tecno-nichilista», in opposizione al «capitalismo societario». Se quest’ultimo (il modello nato nel dopoguerra e durato fino agli anni Settanta) si distingueva per il freno che sulla anomia del capitalismo esercitava una produzione di senso garantita da istituzioni culturali, sociali e politiche molto forti e radicate, il capitalismo tecno-nichilista rifiuta decisamente ogni limite che gli venga imposto da sfere “esterne”, o da logiche diverse (neanche necessariamente opposte) alla sua logica di funzionamento.

36)  GUY DEBORD, La società dello spettacolo, in ID., Commentari alla Società dello spettacolo e La sociatà dello spettacolo, con una nota di Giorgio Agamben, Milano, Sugarco, 1990, p. 104, 105.

37)  Cfr. NEIL POSTMAN, Divertirsi da morire, cit., p. 182-190.

38)  ALDO GRASSO, Voglia di egemonia. Quelli che evocano Gramsci per combattere gossip e vip, “Corriere della sera”, 22 agosto 2010, p. 35.
Può essere interessante osservare che sul giornale di via Solferino il volume di Panarari è stato oggetto di critiche anche fuori dallo specifico televisivo. Così, il notista economico Dario Di Vico lo chiama in causa in un articolo che polemizza contro la campagna indetta dalla Filcams-CGIL in favore di una regolamentazione delle aperture festive nella grande distribuzione, che si proponeva tra l’altro l’obiettivo di affermare una diversa cultura del consumo. Insorgendo contro lo spirito antiliberale e “pedagogico” (e figurarsi!) di tale iniziativa, Di Vico scrive, tra l’altro: «Il comunismo è rovinosamente caduto ma lo spettro del consumismo resiste nell’immaginario degli italiani. (...) È evidente che nella composita cultura di una sinistra senza pace la mobilitazione contro il consumismo si colora di mille altre valenze. È fastidio per le famiglie che affollano i centri commerciali la domenica girando intorno come se fossero dei turisti low cost, è contestazione degli stili di vita indotti dalla tv commerciale, è critica della modernità e dell’“egemonia sottoculturale” come recita un pamphlet di Massimiliano Panarari» (DARIO DI VICO, Non prendetevela con i (pochi) consumi. Dietro (tutti) gli acquisti c’è occupazione, “Corriere della sera”, 28 febbraio 2011, p. 19). Che dire? L’Egemonia sottoculturale ha davvero toccato un nervo scoperto della cultura dominante!

39)  Cfr. JEAN-NOËL JEANNENEY, Storia dei media, prefazione di Gian Paolo Caprettini e Peppino Ortoleva, Roma, Editori Riuniti, 2003 (1. ed. 1996), p. 358-59.

40)  La citazione è tratta dalla voce Médias (sociologie des), in Dictionnaire des sciences humaines, publié sous la direction de Sylvie Mesure et Patrick Savidan, Paris, PUF, 2006, p. 571.

41)  Si tratta di JARON LANIER, Tu non sei un gadget, Milano, Mondadori, 2010.

42)  Si vedano: TIZIANA TERRANOVA, Ostili al web in nome dei «sapienti», e BENEDETTO VECCHI, Il buon senso digitale a favore dell’ordine costituito, “il manifesto”, 17 ottobre 2010, p. 11 e 12.

43)  Ha scritto a questo proposito Armand Mattelart: «I discorsi di plauso alla società dell’informazione hanno trasformato in legge il principio della tabula rasa. Non c’è nulla che non sia desuetudine. Il determinismo tecnomercantile genera una modernità amnesica e priva di progetto sociale. La comunicazione senza fine e senza limiti si autonomina erede del progresso senza fine e senza limiti. (...) Ogni atteggiamento non conforme a tale positivismo viene subito etichettato come tecnofobo e antimoderno. Riaffiorano i demoni del populismo antintellettuale» (ARMAND MATTELART, Storia della società dell’informazione, Torino, Einaudi, 2002, p. 144-145).

44) I dati sull’arretratezza culturale degli italiani, ripetutamente segnalati dalle indagini, sono tali da far accapponare la pelle e sono discussi in: TULLIO DE MAURO, La cultura degli italiani, a cura di Francesco Erbani, Roma-Bari, Laterza, 2010 [1. ed. 2004]: dall’indagine più recente (2006) emerge che in Italia solo il 20,2% dei cittadini raggiunge la «piena o eccellente competenza alfabetica e numerica», mentre, oltre a un 5% di analfabetismo vero e proprio, il 74%, «pur avendo conquistato elevati titoli di studio, ha difficoltà grandi a capire o scrivere un semplice testo (…) o ci riesce assai male» (p. 241). De Mauro aggiunge che «il silenzio, il silenzio politico e giornalistico, ha accolto questi dati».

45)  MASSIMILIANO PANARARI, L’egemonia sottoculturale, cit., p. 130.

46) Ivi, p. 127.

47)   Si pensi per esempio ancora ai programmi dedicati all’infanzia. La già citata Oliviero Ferarris invoca «un controllo, diretto e puntuale, da parte dei cittadini, dei genitori, degli esperti di psicologia infantile. Sarebbe perciò opportuno che alla elaborazione dei palinsesti per l’infanzia partecipassero non soltanto i lavoratori della televisione e gli esperti in tecniche di comunicazione di massa, ma anche rappresentanti dei genitori, esperti in psicologia dell’età evolutiva e nei vari campi dell’arte e della scienza (…). Loro compito dovrebbe essere quello di mettere un freno ai programmi di basso livello e stimolare invece ciò che di positivo vi è nei campi dell’arte, della scienza e dei valori umani» (ANNA OLIVIERO FERRARIS, Tv per un figlio, cit., p. 182-183).

48) Cfr. GILBERTO SQUIZZATO, La tv che non c’è. Come e perché riformare la Rai, prefazione di Giuseppe Giulietti, con una nota di Roberto Natale, Roma, Minimum fax, 2010, p. 85-95.

49) Ivi, p. 93.

50) Cfr. MAURIZIO MUSOLINO, Ecco la legge dei “tre terzi” che rivoluziona l’informazione, “Liberazione”, 22 aprile 2011, p. 7. Il testo completo della legge (Ley 26.522 – Servicios de comunicación audiovisual) può essere letto alla URL <http://www.infoleg.gov.ar/infolegInternet/anexos/155000-159999/158649/norma.htm>.

51)  Juan Gabriel Mariotto, docente universitario, dirige il Comité federal de radiodifusión ed è tra coloro che hanno predisposto la “Legge sui servizi e la comunicazione audiovisiva” promulgata dal Parlamento argentino il 10 ottobre 2009. La citazione è tratta da GIULIETTO CHIESA, Argentina: la comunicazione non è merce ma bene comune [intervista a Juan Gabriel Mariotto], “Cometa”, n. 3 – 2010, <http://www.cometa-online.it/index.php?option=com_content&view=article&id=146:argentina-la-comunicazione-non-e-merce-ma-bene-comune&catid=35&Itemid=50>.

Esempio 1
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
Una volta il nazionalpopolare era una categoria gramsciana, i giornali e la televisione pubblica erano pieni di scrittori e intellettuali, la sinistra (si dice) dominava la produzione culturale. Oggi nazionalpopolari sono i reality show pieni di volgarità, la televisione (pubblica o privata) è quella che è, e la sinistra pure. Ma si può paragonare l'Italia di Pasolini, Calvino, Moravia con quella di "Striscia la notizia", Alfonso Signorini, "Amici" di Maria De Filippi ? La tesi provocatoria di questo libro è che il confronto non solo è possibile, ma è illuminante. Perché oggi, finita e strafinita l'egemonia culturale della sinistra, trionfa un'egemonia sottoculturale prodotta dall'adattamento ai gusti nostrani del pensiero unico neoliberale, in quel frullato di cronaca nera e cronaca rosa, condito da vip assortiti, che sono diventati i nostri mezzi di comunicazione, ormai definitivamente dei "mezzi di distrazione di massa". E il paradosso è che molte delle tecniche di comunicazione che oggi innervano la società dello spettacolo sono nate dalla contestazione del Sessantotto, dai movimenti degli anni Settanta e dalle riflessioni sul postmoderno degli anni Ottanta. E cosi, in un cortocircuito di tremenda forza mediatica, il situazionista Antonio Ricci produce televisione commerciale di enorme popolarità, Signorini dirige con mano sicura il suo postmodernissimo impero "nazional-gossiparo", i reality più vari sdoganano il Panopticon di Bentham e Foucault per le masse.

Massimiliano Panarari su InternetBookShop