Il borghese e l’immensità – Goethe, Flaubert, Werther e le tartine


Com’è noto, Goethe ebbe una fase romantica che coincise con l’adesione allo “Sturm und Drang” (tempesta e impeto). E’ la stagione giovanile del  Werther . Successivamente egli si distaccò dal movimento romantico e assunse verso di esso un atteggiamento severo di dissenso quando non polemico. Goethe aveva optato definitivamente per  il contenimento “classico “ delle passioni, il controllo sapiente delle  emozioni, l’irreggimentazione colta della sensibilità. Occorre, secondo lui, saper accettare i limiti della finitezza, anche filistea dell’esistenza (Goethe fu responsabile a Weimar, tra l’altro, delle miniere,  a comprova che “si può essere poeti e pagare l’affitto”, come diceva Paul Valéry). Ma al di là delle formule stilistico-epocali (classicismo, romanticismo, decadentismo) resta la sostanza morale del suo atteggiamento.

Ancora oggi, attorno a noi, vi sono individui che vivono senza rete, sfrenatamente, “romanticamente”, le proprie passioni, in una permanente dilatazione e dispersione del proprio Io nel mondo, facendo strazio di ogni confine, sfidando ogni infinito, rifiutandosi di vivere nella finitezza di ogni limite, limite che potrebbe essere (faccio solo alcuni esempi) una vita stabile di coppia, anche un lavoro ordinario e senza ambizioni tranne quella di un dovere assennatamente ed esattamente compiuto.

E’ il limite – il finito e la finitezza-, che soli ti possono dare il brivido dell’infinito, dell’illimitato.

Flaubert lesse il Werther ovviamente e ne fu molto impressionato. A tal punto che questo libro entrerà nella sua opera e nella sua corrispondenza privata e vi sarà ricordato più volte. Perché? Flaubert era un romantico antiromantico e aveva capito la lezione di Goethe. C’è già, infatti,  nel Werther,  il Goethe olimpico e classico, antiromantico che si preannuncia – il quale, con questo libro, sembra pagare, prima di distaccarsene per sempre,  il tributo al sentimento amoroso della sua generazione, quella degli amori al chiaro di luna e degli amanti suicidi (Kleist). Procede in questo romanzetto pertanto all’ abbassamento stilistico del sentimento amoroso in un quadro domestico e ordinario (Lotte e le tartine). Sia Lotte che le tartine  torneranno ne L’Educazione sentimentale, nella prima scena come nell’ultima, la più straziante e la più “romantica”. Nella prima Madame Arnoux è ritratta in un quadro ordinario  mentre ricama (Frédéric, il protagonista “Guardava il suo cesto da lavoro con  stupore, come ad una cosa straordinaria”) e la donna è  alle prese con la fantesca e i capricci della figlia bambina. Nell’ultima Frédéric dice alla sua  sempre amata e mai posseduta Madame Arnoux: – “Tutto ciò che si biasima come esagerato in amore voi me lo avete fatto provare. Ho capito infine la scena di Werther che non disdegna le tartine di Charlotte”.

Goethe,  Werther e le tartine torneranno in una bellissima lettera  scritta nella notte del  21 -22 agosto 1853 alla sua amante Louise Colet. Qui il fatto che  Goethe, dopo aver finito di scrivere il Werther -  quasi un  tributo pagato dallo scrittore tedesco alla tempesta e all’impeto, all’infinito amoroso-, si  sposi  con “sa servante” fa scaturire  queste parole alla penna di  Flaubert:  « Bisogna recitare  durante la propria esistenza due parti: vivere da borghese e pensare da semidio. La soddisfazione del corpo e della testa non hanno nulla in comune. Se si incontrano mischiate, prendile e conservale. Ma non le cercare mai insieme, perché sarebbe sbagliato, e questa idea della felicità, del resto, è la causa quasi esclusiva di tutte le sciagure umane. Teniamo il fondo del nostro cuore per spalmarlo come una tartina, il succo intimo delle passioni per metterlo in bottiglia: conserviamo una riserva di  sublime per i posteri. Sappiamo cosa perdiamo  ogni giorno a causa degli sgocciolii del sentimento?».

Nessuno può dire quale delle due opzioni di vita  - la “romantica” e la borghese – sia quella più desiderabile. La penso come Moravia a tal proposito che diceva: una vita vale l’altra, perché in fondo son tutte sbagliate. C’è un “però” ampiamente verificato… però: che spesso i fallimenti dei “romantici” li pagano gli altri, i prossimi, i parenti, i congiunti, i figli, tutti coloro che non hanno dilapidato il loro capitale emotivo e che, come diceva Orazio – il cantore dell‘aurea mediocritas, con la sua formula del “sibi constet”, sono rimasti in sé, non sono usciti fuori da/di sé, chiusi nell’ambito di un assennato, “classico”, filisteo, “umano troppo umano” recinto di esistenza ordinaria.
E spesso sono conti salatissimi che si pagano a rate tutta la vita.


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Il piccolo borghese e l’immensità - La lotta contro il quotidiano. Il caso di Emma

Una delle acquisizioni spirituali permanenti  della lettura di  Madame Bovary è che quel romanzo perfetto  ha reso immortale, e da allora in poi paradigmatica, la lotta tra l’ideale e il reale, tra l’infinito e il finito, tra ciò che noi vorremmo essere e ciò che noi effettivamente siamo. Ha reso palese il dissidio fra una vita “altra” che spesso non è che una vita “alta” – cioè al disopra della mediocrità della vita di tutti i giorni – e l’umile scenario in cui essa  si svolge effettivamente. Nel caso di Emma era l’astanteria di un medico di provincia piuttosto mediocre e grigio, nel nostro caso può essere la catena corta che ci lega a un ufficio, una fabbrica,  un’occupazione non voluta, subìta e di ripiego, come lo sono la stragrande maggioranza delle occupazioni. Oppure una condizione matrimoniale che non è la nostra.

Ma noi tutti viviamo questa esperienza come una insoddisfazione latente. Sappiamo ciò che non vogliamo ma non sappiamo esattamente ciò che vogliamo. Fin quando tutto ci appare drammaticamente chiaro. Emma Bovary va al ballo della Vaubyessard e scopre il gran mondo.  Al ritorno, dice Flaubert, era come se si fosse aperta una crepa nella sua vita, uno spartiacque tra ciò che era prima e ciò che sarà dopo questa “esperienza fondamentale”. Era avvenuto l’incontro con il mondo lungamente sognato nei romanzi, aveva visto nell’ immediato ciò che fino ad allora era desiderio mediato. Non occorre conoscere nei dettagli la teoria del desiderio mimetico di René Girard per intuire come funziona il dispositivo del desiderio. Apuleio  diceva: “Quod nemo novit paene non fit” , ciò che nessuno sa quasi non esiste, perché le cose esistono in sé e per sé, ma è solo il momento  in cui apprendi  che esistono, che le scopri  che esse vengono, per così dire, al mondo.

Emma va alla Vaubyessard:  vede e sa. Ma ciò che acuisce il dramma di Emma è che dopo questa esperienza del ballo non  riesce più a vivere la vita quotidiana. L’ideale ha fatto irruzione nel reale e le rende impossibile il ménage coniugale. Ha scoperto l’infinito al di là della siepe del quotidiano: come potrà adattarsi al tran tran di tutti i giorni quando ha visto il mondo?! Scopre improvvisamente la pochezza del marito, s’avvede per la prima volta che ha una nuca orrenda, e,  assalita dall’angoscia, vede tutta la sua vita come affogata nella minestra serale che è costretta a consumare con lui. E una volta sola nel suo dolore si chiede angosciata: “Dio mio, perché mi sono sposata?!

Invero tutte le Emme di questo mondo (e noi tutti siamo Emma Bovary!) hanno – indipendentemente dagli stimoli della vita brillante che i giornali oggettivamente di destra si industriano ad illustrare (lo chiamano gossip, ma è una forma raffinata di sublimazione oppressiva) al solo scopo di farle sognare e rosicare per meglio controllare-, hanno, dicevo, un solo problema: la gestione del quotidiano. E non è un problema da poco. Occorre  la forza d’animo,  lo spirito incrollabile di un anacoreta, l’eroismo di un Sisifo  per affrontare  tutti i santi giorni la gestione  - i latini le chiamavano le “cure” – del vivere, del semplice mantenersi in vita. È il quotidiano che tempra le coppie o le fa sbriciolare.

Il destino assegnato da Flaubert al suo personaggio è implacabile: chi nutre una visione erronea di se stesso, del proprio reale capitale intellettuale, non può avere altro risultato che la bancarotta dell’Io.  Madame Bovary  disegna la traiettoria di questo fallimento umano: vista ex post la vicenda di Emma suscita in noi raccapriccio più che pena. Eppure è proprio nell’uscire fuori “da” sé, nel concepirsi diverso da ciò che si è, dall’insoddisfazione “di” sé, da un sano bovarismo diremmo, che nasce il movimento e il cambiamento. A ben vedere, il “proprio” dell’uomo è essere scontento della propria condizione. È in ciò che si distingue da tutte le altre specie. C’è sempre un “momento Bovary” nella nostra vita, dunque, un momento in cui non sopportiamo e non ci sopportiamo. Ma proprio da lì può nascere la nostra riuscita o il nostro fallimento: è a partire da lì che ci potrà accadere di uscire fuori “da” noi ma anche “di” noi, ahimè, ossia di fallire se ci proiettiamo senza adeguati capitali intellettuali e morali fuori dai confini noti e abituali. Ma occorre sapere non solo ciò che vogliamo, ma chi siamo: avere contezza delle nostre capacità morali e intellettuali.

Flaubert in una lettera ricorda all’amico Le Poittevin il verso di Orazio (“Ars poetica”, vv. 126-127): «Sibi constet»: «Sii in armonia con te stesso», ovvero «Stai, resta in te», «Non tentare strade fuori di te». Ma quale avventura umana potrebbe nascere da questa formula? È solo tentando l’uscita fuori “da” se stessi che potrebbe giungere il guadagno o la perdita “di” se stessi. Solo tentando una sortita dai nostri confini, dai nostri limiti potremmo “diventare ciò che siamo”, ossia realizzarci pienamente. Ma è proprio il rischio del fallimento che ci induce a «restare in noi», col risultato che invece di rischiare un fallimento grandioso e definitivo, preferiamo un piccolo ma implacabile fallimento a rate.




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Gustave Flaubert
Flaubert  in Rete:

<<< Gustave Flaubert. Sito "storico" di Jean-Benoît Guinot. Completo, accurato, affettuoso. Resta ancora un imprenscindibile punto internet su G.Flaubert. In francese

<<< Gustave Flaubert a cura dell'università di Rouen. Accademico, quasi sito ufficiale. In francese
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Dal febbraio 2000 anche questo sito ha dedicato numerose pagine a Gustave Flaubert:



dal 15 maggio 2013
Il dizionario delle Idee credute: il "credo" di Flaubert;

Una gita a Croisset;

Il pappagallo di Flaubert;

Un cuore semplice

Madame Bovary (letture di P.P.Pasolini e C.Baudelaire);

Salammbò

I colori di Flaubert (saggio sul simbolismo cromatico nelle opere giovanili di Flaubert );

Roland Barthes interpreta Bouvard et Pécuchet;

Link su  Flaubert

Un saggio di A. Gonzi sulla nascita della teoria del bovarismo in J de Gaultier


"Madame Bovary" fu salutata dalla critica come una delle più importanti creazioni letterarie del tempo e la sua fortuna editoriale ne conferma ancora oggi il grande valore. Il suo antiromanticismo, sia ideologico
(la demistificazione degli ideali della protagonista) sia formale (l'adozione di uno stile 'impersonale', di una narrazione 'documentaristica') aprì la strada al naturalismo di Zola. Il romanzo svela una figura di donna inquieta e insoddisfatta, divenuta simbolo di insanabile frustrazione sentimentale. Per il suo contenuto, giudicato scandaloso dalla magistratura, il libro fu processato per oltraggio alla morale e alla religione.


Madame Bovary
(Sinossi e commento)

Romanzo di Gustave Flaubert (1857 in volume, 1856 in rivista).



Charles Bovary sposa Emma Rouault, figlia  di un ricco agricoltore normanno. Donna sensibile e romantica, la giovane si annoia ben presto a languire a contatto con la vita che si svolge nel   gabinetto medico del marito, nel villaggio di Tostes.
Un ballo al castello della Vaubyessard le rivela che un'altra vita, lussuosa ed appassionata, è possibile. Deperisce, e Charles le fa cambiare aria,  a Yonville.
Emma va incontro ugualmente a  disgusto, noia, depressione, fino a che s'innamora di Léon giovane di studio di un notaio, che tuttavia parte per Rouen; diventa allora l'amante di Rodolphe, un cinico dongiovanni che si stanca rapidamente dei suoi modi esaltati e romantici. Abbandonata, si getta in una vita disordinata, ritrova Léon, di cui ritorna amante, si indebita e finisce per avvelenarsi con l'arsenico.
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Opera ispirata da un fatto di cronaca,  descrive con tocchi precisi e molecolari  la povera vita provinciale, la piattezza dell'
adulterio piccolo-borghese, dei luoghi ordinari, degli esseri mediocri, deboli o volgari, la cui vita è votata al fallimento, Madame Bovary porta a compimento il programma della scuola realista. Questo è  tuttavia soltanto un aspetto: il segreto del libro è  altrove, nella costruzione di un universo sociale e morale privo di senso, dove tutto si equivale (il matrimonio e l'adulterio, il quotidiano e lo slancio verso il sublime) e dove il farmacista volterriano  Homais finisce per somigliare al curato Bournisien.
È un libro che oscilla superbamente tra il lirismo più morbido e lo scetticismo più graffiante. Una stessa fluttuazione è mostrata  dall'istanza narrativa di fondo, dove l'adozione dello stile indiretto libero impedisce  di sapere chi parla: così scompare l'illusione realistica a favore di un procedimento artistico che è impersonale innanzi tutto  perché non svela al lettore qual è veramente il punto di vista dell'autore (che nelle prime battute è dentro il romanzo come voce narrante, per poi inabissarsi nella narrazione onnisciente), il quale si limita perciò a  rappresentare una vita, che è epitome di tutte le vite, dibattuta com'è tra l'aspirazione verso un ideale luminoso e irraggiungibile  e gli scacchi cocenti del reale. 
L'ironia, quando non il sarcasmo intellettuale e morale,  infine, svuota ogni discorso, in particolare con l'adozione di luoghi comuni, frasi fatte e ridicolizzazioni mimetiche (si veda la scena dei "comizi agricoli",  in cui  tutta una tradizione "alta" del senti-mento amoroso viene derisa e "abbassata stilisticamente" in un contesto di fiera bovina); il tutto fuso  in un crogiolo  stilistico che, con effetti contrastati,  raggiunge temperature  altissime di rara raffinatezza artistica nel cui ambito  si inscrivono  la morte del senso e il trionfo della stupidità (bêtise), e dove tutto è osservato  dal punto di vista di "una farsa superiore."

Alfio Squillaci
Nessun altro romanzo più di questo, ha segnato una data; e per molte ragioni.
Il romanzo, sono le donne; genericamente scritto per loro, spesso su di loro, talvolta da loro. Le donne erano state il pubblico principale di Balzac.
Flaubert ha creato in Emma Bovary la donna francese media, la più vicina alla lettrice francese di romanzi.
In Francia, il romanzo è la provincia. Qui, sono i costumi della provincia. Non che in Francia ci siano solamente la Bretagna, la Provenza, il Béarn ecc. C'è una provincia , una e indivisibile, la provincia francese. Flaubert, con Madame Bovary, ne ha offerto la figura sintetica.
Ogni uomo incontra molte volete  nella propria vita, Madame Bovary. Ogni donna graziosa incontra dei Léon e dei Rodolphe. La realtà moltiplica intorno a noi questi personaggi, come in un gioco di specchi, ma il personaggio, che il romanzo della vita sembra presenti solo attraverso i suoi  riflessi, vive di fatto nella vita da romanzo. Esiste un livello, dal quale il romanzo domina lo stato civile: il consenso generale ha riconosciuto che Madame Bovary è quel livello.

La provincia, è la politica. Flaubert è il solo scrittore francese che abbia creato, con Homais, un tipo politico, e l'ha creato con divinazione, come Balzac aveva anticipato la società del secondo Impero. Del farmacista Homais, positivista, anticlericale, intelligente nella praitca, limitato nelle idee, si può dire: vires acquirit eundo.*  E' avanti di una generazione: la Francia della terza Repubblica, divenuta radicale, ha fatto di Homais il tipo di "sinistra" che, accordato a un capolavoro letterario, fa da contrappeso ai tipi di "destra" Tartufe e Basile.

Albert Thibaudet Storia della letteratura francese dal 1789 ai nostri giorni. vol. II. Garzanti, Milano 1974, p. 361.


* Virgilio (Eneide, lib. IV, v. 175)
lett: "Acquista le forze camminando", ovvero: strada facendo il granellino può diventare una valanga e nel nostro caso "il nostro uomo si farà strada, avrà un futuro".
(ndr)
Cathleen Schine -  Sono come lei
A sette anni di distanza dalla "Lettera d'amore", Cathleen Schine ritorna sulla scena letteraria con il suo libro più intenso e maturo. "Sono come lei" racconta la storia di tre donne, intimamente legate nel bene e nel male. Sono madri e figlie la cui vita prende una svolta inaspettata quando la passione e la malattia irrompono con forza nella loro esistenza. Elizabeth, giovane studiosa di Flaubert, viene convocata a Hollywood da un brillante produttore cinematografico che le commissiona una sceneggiatura ispirata a "Madame Bovary". Il tema dell'adulterio è un soggetto delicato e molto interessante per chi, come lei, è refrattaria a sposarsi pur essendo legata da anni allo stesso uomo. Elizabeth inizia così a guardare i sentimenti sotto una luce diversa e l'ombra del tradimento si affaccia nella sua vita. Le cose si complicano quando Greta, sua madre, una donna dolce e accomodante, le chiede di aiutarla perché la nonna Lotte, un'eccentrica e viziata ottantenne, ha scoperto di avere un tumore alla pelle del viso, quella bellissima pelle che è sempre stata il suo vanto. Greta ha dedicato tutta la vita alle esigenze della sua famiglia e soprattutto a sua madre e al marito, ma ora ha altro per la testa - un nuovo amore?-, mentre Lotte, che non intende affatto abbattersi e morire, dà del filo da torcere a tutti quanti. Quando il dramma sembra prendere il sopravvento, l'istinto vitale si rivela capace di scovare risorse insospettabili: la malattia porta scompiglio, ma non nel senso che ci si aspetterebbe. Amore e tradimento, passione e dolore sono affrontati da Cathleen Schine con la leggerezza di una commedia irresistibile ed elegante. "Volevo giocare - afferma la scrittrice - con l'idea che siamo tutte un pò Madame Bovary, così infiammabili e imprevedibili. Ma volevo anche raccontare un diverso tipo di passione: l'amore intenso e protettivo tra madri e figlie. Le famiglie sono strane e l'adulterio è tragico. L'amore non fa che complicare tutto ancora di più."
L'indolente esistenza di Frédéric Moreau, giovane inquieto e scontento, dalle vaghe ambizioni artistiche e sociali, si dipana attraverso esperienze deludenti e infelici. Una lenta usura, che non risparmia nemmeno l'amore tenero e profondo per Madame Arnoux, corrode inesorabilmente la sua sofferta e egotistica interiorità. Da qualcuno considerato il capolavoro di Flaubert, "L'educazione sentimentale" è una delle più amare denunce degli inganni e delle meschine velleitù della società borghese, è il romanzo del fallimento esistenziale di una generazione che non trova risorse contro l'ineludibile sentimento della propria disperante impotenza e mediocrità.
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Louise J. Kaplan pone al centro del testo un’ipotesi forte: le donne non sono mai state considerate perverse perché le loro perversioni non sono state cercate là dove si annidano. Sulla scorta di una ricca esperienza clinica, di testi letterari, di epistolari e biografie famose, l’autrice dimostra un teorema all’apparenza semplice: la perversione, è un meccanismo che permette di sopravvivere all’orrore di quella perdita originaria che la nostra cultura infligge a ogni essere sessuato nel momento in cui lo piega alla schiavitù dei ruoli sessuali e di genere. Se è dunque vero che determinate perversioni sono specificatamente maschili (voyeurismo, pedofilia, esibizionismo ecc.), una serie di altri comportamenti (cleptomania, anoressia, piccole mutilazioni, sottomissione estrema) non solo sono tipicamente femminili, ma vanno annoverati senza mezzi termini tra le perversioni e come tali decifrati. Madame Bovary fa testo. .
Jules de Gaultier  -  Il bovarismo

Nel 1902 uscì in Francia per i tipi del Mercure de France, un singolare libro di un professore di filosofia, Jules de Gaultier,   intitolato Il bovarismo. Sulla scorta del romanzo di Flaubert   de Gaultier  tenta uno studio sugli aspetti psichici delle personalità  (era il momento giusto: nel 1900 era uscito l’Interpretazione dei sogni di Freud),  e rintraccia  in questo testo  una lois phénoménale dell’Io che sintetizza nella formula  per la quale il bovarismo sarebbe le «pouvoir départi à l’homme de se concevoir autre qu’il n’est» che traduciamo con «la facoltà concessa all’uomo di concepirsi diverso da ciò che  è».
Argomenta Jules de Gaultier  che vi sono uomini di prim’ordine che hanno sé stessi come modelli e uomini di second’ordine che imitano gli altri, che prendono personalità in prestito. Abbiamo visto che Emma “corrotta” dalla lettura dei romanzi (che la suocera vorrebbe proibirle, in quanto «avvelenano l’anima») comincia a vedere ma soprattutto a “vedersi” attraverso la lente deformante di questa percezione di secondo grado che è la lettura. Non solo la propria aspirazione all’amore è educata attraverso le eroine dei suoi romanzi (dopo il primo amplesso con Rodolphe, ritornata a casa si dice «Sì, anch’io ho un amante», sottinteso «come nei romanzi») ma tutta la sua vita psichica è improntata e diremmo stravolta, visto come va a finire, non secondo “modelli” sorgivi, che nascono dall’interno della propria anima, ma secondari, presi in prestito. Ora, ciascuno di noi elabora  la propria rappresentazione di sé stesso con modelli, che per quanto possano essere frutto di libera e spontanea elaborazione, in quanto “modelli” appunto, sono sempre presi in prestito.
Spesso in questa emulazione di un modello «altro» che in effetti è sempre un « modello alto», ossia al di là della  nostra portata, del nostro capitale intellettuale (come è il caso di  Emma Bovary, che per questo fa fallimento) andiamo incontro alla nostra rovina.  (Qualcuno di recente – Tommaso La Branca -  ha definito  questo fallimento dell’emulazione di un modello alto, trash,  e ci ha fondato su una estetica compiaciuta).
Ora, argomenta de Gaultier, questo fallimento (défaillance) della personalità è spesso accompagnato presso i soggetti affetti da bovarismo  da impotenza perché concependosi diversi da ciò che in effetti sono, e non essendolo intimamente,  essi non giungono a eguagliare il modello che si sono proposti, e tuttavia l’amor proprio proibisce loro di confessarsi questa impotenza. Per sopperire allo scacco di questo fallimento giungono ad imitare tutto del personaggio cui intendono aderire (quanti orologi al polso stile Agnelli abbiamo visto, e quanti Kennedy replicanti nello scenario politico non solo americano!). Questo vizio intimo del bovarismo li induce a supplire al talento con la postura, il gesto, il vocabolario. I personaggi e le situazioni che essi interpretano poggiano sul vuoto della loro personalità: si direbbe che essi non amerebbero mai se non avessero sentito parlare d’amore. L’effetto che   sortisce da tutto ciò è il grottesco (che per Flaubert è triste ), il trash appunto.

L’indice bovaristico, secondo de Gaultier misura pertanto «lo scarto che esiste in ogni individuo tra l’immaginario e il reale, tra ciò che egli è e ciò che crede di essere». De Gaultier tenta anche una tassonomia del bovarismo, che rintraccia in tutti i personaggi di Flaubert, anche in quelli dell’ Educazione sentimentale delle opere successive. E ci sarebbe pertanto un bovarismo sentimentale (Emma ), uno intellettuale (Frédéric, Sant’Antonio,Bouvard e Pécuchet), uno scientifico (Homais), uno artistico (Pellerin) e così via: ma in effetti si tratta di un unico disturbo della personalità. Flaubert ha individuato un bovarismo metafisico «ha isolato nell’uomo un bovarismo irremissibile che fa dell’errore e della menzogna la legge della sua natura, un male dell’immaginazione e del pensiero che lo obbliga a disconoscere ogni realtà per cedere alla fascinazione dell’irreale».   Paul Bourget (negli Essais de psycologie contemporaine) parlerà a tal proposito dei «mali del pensiero», «il pensiero che precede l’esperienza invece di assoggettarvisi», «il male di aver conosciuto l’immagine delle sensazioni e dei sentimenti prima delle sensazioni e dei sentimenti».

Certo le suggestioni, le false rappresentazioni di sé non pervengono solo dall’interno, dallo sregolato dispositivo dell’Io, ma anche dall’esterno, dall’ambiente sociale, come abbiamo visto. Auto-suggestione e suggestione concorrono ad alimentare le false coscienze. Emma Bovary è una “idealista”, nel senso filosofico del termine, avrebbe potuto essere una grande mistica come santa Teresa o una grande artista.  Ma Emma è priva di senso”critico” (ricordiamo che “critica” deriva dal greco “crino”, separo), ignora lo scarto che intercorre tra la realtà virtuale da quella reale. «Si scorge in lei un principio di insaziabilità, un principio di rottura di ogni equilibrio, di ogni armonia, di ogni pace, di ogni riposo, un principio di fuga dove  distingueremo una delle risorse essenziali della natura umana, la fonte del movimento e del cambiamento». E già, perché Madame Bovary disegna la traiettoria di un fallimento umano: vista ex post la sua vicenda suscita in  noi raccapriccio più che pena, e tuttavia è proprio nell’uscire fuori da sé, nel concepirsi diverso da ciò che si è, dall’insoddisfazione di sé, da un sano bovarismo diremmo, che nasce il movimento e il cambiamento. A ben vedere, il proprio dell’uomo è essere scontento della propria condizione. È in ciò che si distingue da tutte le altre specie. C’è sempre un momento Bovary nella  nostra vita, dunque. Da lì può nascere la nostra riuscita o il nostro fallimento: ci potrà accadere di uscire fuori da noi ma anche di noi, ahimé. Flaubert in una lettera ricorda all’amico Le Poittevin il verso di Orazio (Ars poetica, vv 126-127): «Sibi constet», «Sii in armonia con te stesso», ovvero «Stai, resta in te»: ma quale avventura umana potrebbe nascere da questa formula? È solo l’uscita fuori da sé stessi che potrebbe portare al guadagno o alla perdita di sé stessi. Il bovarismo è dunque bene, il bovarismo è dunque male.

Ma ritornando a De Gaultier, si pone un problema filosofico, ossia il diallele (circolo vizioso): l’odio del reale nasce dalla falsa concezione di sé stessi o è quest’ultimo che fa nascere l’odio del reale? In effetti  siamo di fronte ad una causa che diventa effetto e che diventa a sua volta causa.
Nell’intento di cogliere questa “legge psichica” del bovarismo  de Gaultier  tenta un esame psicologico della coscienza. Partendo dall’ esse est percepi di Berkley (che non cita, ma è implicito) asserisce che tutto esiste perché percepito. La coscienza psicologica degli individui è uno specchio ove vengono a riflettersi le immagini della realtà.  Ora, l’uomo è natura (ereditarietà) e educazione insieme (nature e nurture, direbbe lo  Shakespeare della Tempesta). Tramite atti cognitivi spontanei l’uomo elabora immagini-nozioni che costituiscono gli elementi base dell’accumulo della sua esperienza. Ma tramite l’educazione «il suo cervello è ormai popolato d’una quantità d’immagini-nozioni di cui gli è impossibile verificarne il contenuto, che non diventeranno mai per lui immagini reali, e che egli dovrà accettare con un atto di fede. Ciò costituisce un  vantaggio in quanto la  nozione non esigerà da colui che la riceve la spendita di energia psichica di colui che l’ha prodotta. Ma anche un inconveniente: falsa o mal formata, essa scappa al controllo dell’Io, poiché rendendo inutile l’esperienza personale, essa tende a sopprimerla: così propaga la menzogna e l’errore con la stessa forza con la quale propaga la verità».  Ci si renderà subito conto che questo è lo spazio psichico delle idee ricevute, dei “luoghi comuni”, (ci si ricordi che Flaubert era ossessionato dalle idee ricevute)  di cui tutta la nostra mente è assediata e soffocata.  È l’Ouydire (il Sentitodire ) di Rabelais. La nozione non controllata è fonte di questo particolarissimo bovarismo cognitivo e percettivo. Fa vedere le cose diverse da quelle che sono perché tramite esse l’uomo ha un «pouvoir de connaissance» che «dépasse son pouvoir de réalisation». Naturalmente natura ed educazione possono entrare in conflitto perché l’uomo  può essere sollecitato sia dall’istinto che dall’esempio, sia dall’immediato che dal mediato, diremmo. Il rischio di concepirsi diverso da ciò che si è aumenta con lo sviluppo della civiltà, ossia con l’ispessirsi dallo stadio della mediazione. Il bovarismo dunque cresce con l’avanzare della civiltà e laddove soprattutto v’è un «defaut de critique».

La falsa percezione di sé stessi inizia fin dall’infanzia, quando ci sentiamo e ci vediamo talora indiani e talora cow boy. Ma c’è anche un bovarismo del genio. Quello della falsa vocazione: Ingres il celebre pittore francese si ritenne per lungo tempo un grande violinista (da qui l’espressione violon d’Ingres per intendere i casi di fraintendimento su sé stessi, sul proprio capitale intellettuale). Ma v’è anche un bovarismo storico: succede ad intere epoche di prendere totalmente a prestito blocchi di  modelli culturali: si pensi alla Rivoluzione francese: per comprenderla occorre tenere sempre sullo sfondo la Repubblica romana, i Bruti, i Cesari. C’è un bovarismo delle epoche storiche dunque: che si concepiscono diverse da quelle che sono. E qual è il bovarismo nostro e della nostra epoca? A saperlo.
Forse siamo come le ghiande, le quali, se  pensano, certamente ambiscono a diventare delle belle e robuste querce: ma 999 su mille finiranno in pasto ai porci.
Alfio Squillaci
Per approfondimenti sulla figura di de Gaultier e il bovarismo si veda assolutamente la tesi di  Alice Gonzi

Vedi anche Il Bovarismo, di J.De Gaultier
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