Perchè Gesù scelse di predicare in campagna? 
Due ipotesi a confronto: d'Holbach e Mauro Pesce con Adriana Destro.




In diversi luoghi della sua Storia critica di Gesù Cristo, d’Holbach insiste sulle ragioni per le quali, secondo le sue vedute, la  predicazione di Gesù  avvenne, per quasi tutto il triennio indicato dai vangeli, in campagna.   Ciò significa che Cristo   predicò  lontano da Gerusalemme, la città per antonomasia in una regione, la Palestina del primo secolo, per lo più a prevalente carattere rurale.
 Le ragioni che d'Holbach adduce sono molto semplici e ovviamente capziose. 
a) Nella campagna Gesù poteva operare i suoi “numeri speciali” quali erano i miracoli (teurgia e taumaturgia, ossia magia generica come la moltiplicazione dei pani e dei pesci  e magia speciale applicata al risanamento dei corpi, e anche quel numero specialissimo che è la resurrezione dei morti: ben tre nel vangelo esclusa l'autoresurrezione di Gesù).
b)C’erano poi ragioni, diciamo così, “strategiche”: occorreva preparare il campo nelle campagne (ci si scusi il bisticcio, voluto) prima del grande assalto alla città, che si concluse, come è noto tragicamente.
c) E infine, ragione da non sottovalutare, la predicazione in campagna era priva di rischi, perché il controllo dei romani  era tutto concentrato in città e l’avvento di predicatori nelle campagne li preoccupava pochissimo se detti predicatori si tenevano  lontani  dal centro del potere religioso, politico, amministrativo, ossia Gerusalemme.

Riporto alcuni brani di d’Holbach dalla Storia critica di Gesù Cristo al fine di averne un quadro testuale completo. (Cito dalla traduzione da me approntata qui sulla edizione critica a cura di Andrew Honwick - Droz Ginevra, 1997)

«Per credere ai  miracoli – argomenta d’Holbach - occorre una semplicità che si riscontra più facilmente nelle campagne che in città; del resto se il volgo si mostra incline anche nelle grandi città, i magistrati e la gente colta  fanno  diga alla credulità.  Lo stesso successe  al  nostro Taumaturgo a Gerusalemme. Forse disperò di salvare questi miscredenti; quindi nel poco tempo che restò in questa città non si contenne con loro; piuttosto li ingiuriò, anche se non era certo questo il modo di fare proseliti –  sebbene spesso i suoi discepoli ed i suoi preti  abbiano preteso di riuscire con questi mezzi, ed anche ricorrendo alle vie di fatto. (Cap.VIII)

«L'esperienza gli suggeriva  [a Gesù] che per guadagnarsi la capitale occorreva incrementare le adesioni nei dintorni, e farsi in campagna un gran numero di adepti che potessero, a tempo e luogo, aiutarlo a superare l'incredulità dei Sacerdoti, dei teologi, dei magistrati, e soggiogare alfine la Città santa oggetto dei suoi desideri. (Cap.IX) 

«Il timore  di essere arrestato aveva indotto Gesù ad abbandonare le città, dove aveva troppi nemici. La campagna diventò il suo soggiorno abituale; il popolo, conquistato dai suoi sermoni, o quantomeno  alcuni devoti e devote che aveva convertito, provvedevano alla sussistenza dell'uomo divino e del  suo seguito». (Cap. X)

«C’è da credere che la predicazione di Gesù durò così a lungo in Giudea  perché i Romani non furono troppo contrariati che un popolo irrequieto e turbolento si divertisse a seguito di un uomo come Gesù o un  presunto Messia, alla apparizione del quale affioravano le  superstizioni del  popolo. Sempre sicuri di potere schiacciare gli agitatori di  imprese eclatanti, si disinteressavano  di ciò che facevano nelle campagne dei vagabondi poco temibili per la loro autorità sostenuta da legioni agguerrite». (Cap.XIII)

«Abituato a fare i suoi numeri  in campagna e fra gente rozza, non seppe più condursi in città, né riuscire contro nemici avveduti ed illuminati». (Cap.XIV) 

Ho confrontato  queste asserzioni di d’Holbach con il libro di  Adriana Destro –Mauro Pesce – L’uomo Gesù. Giorni, luoghi, incontri di una vita, Mondadori, Milano 2008

È un testo che intende avvalersi del punto di vista antropologico anche se come è ovvio deve fare riferimento ad  altre discipline: «alla ricostruzione storica  della società del tempo, all’esegesi storica e filologica, al confronto con molteplici dati archeologici, narrativi, letterari e religiosi» p.215.
Tuttavia, analisi antropologica o meno, «in assenza di Gesù e del suo mondo ormai scomparso, anche l’analisi antropologica si deve rivolgere a questi antichi testi scritti [i vangeli, che per Pesce non sono solo quelli canonici] prodotti da mentalità e con prospettive di un tempo passato». p.7
Da un punto di vista strettamente antropologico però Pesce/Destro non riescono a trarre, limitatamente al nostro quesito, particolari vantaggi interpretativi dall’adozione di tale angolatura, a differenza di d' Holbach, che pur conducendo la sua indagine solo attraverso la  repertazione critica dei testi evangelici, avanza interpretazioni antropologiche avant la lettre come sopra abbiamo evidenziato.  D’Holbach insiste a più riprese, come abbiamo visto, su questo fatto centrale nella predicazione di Gesù, ossia  che essa sia avvenuta  solo nei villaggi di campagna dov'era più facile incontrare, vantaggiosamente per lui, unicamente contadini e illetterati, e che, Gesù  rifuggisse scientemente la città (Gerusalemme) per paura di incontrare un uditorio di letterati e di intellettuali che lo potessero impegnare, come infatti avvenne alla fine della sua predicazione, con stressanti dispute filologiche circa i testi sacri.  In campagna   sicuramente si superava il tasso del 90-97 % di analfabetismo  della intera popolazione della Palestina   del tempo ivi comprese Gerusalemme e le altre città (1). 
Ora, Gesù arresta -  fino alla scena finale dell’ingresso a Gerusalemme -, la propria predicazione alle campagne perché teme il contraddittorio degli intellettuali (scribi) e adotta un linguaggio di tipo analogico e non concettuale  (le parabole a prevalente contenuto contadino:  la vigna, il seminatore ecc.)  proprio per mettersi in sintonia con il suo uditorio. (2)

Destro/Pesce  minimizzano  il fattore predicazione in campagna. Scrivono: «Marco dice che Gesù si muoveva per «villaggi, città e campagne» (eis kômas, poleis, agrous, 6,56), ma parla anche di villaggi-città (kômopoleis) che erano forse villaggi con struttura autonoma o città mercato. In Marco, anche la campagna sembra pensata dal punto di vista del centro abitato», p. 218. E anche: « Non bisogna comunque esagerare ipotizzando un categorico rifiuto di Gesù di recarsi nei centri urbani. La vita di villaggio è tutt’altro che semplice. Frequentare i villaggi significa immergersi in una quotidianità composita e problematica. Nelle società di villaggio e nelle aree contadine le situazioni locali sono sempre determinate da relazioni di carattere familiare personale, economico, lavorativo, spesso cariche di tensioni e che incidono notevolmente sulle singole esistenze. È fuor di dubbio che una grande varietà di stimoli e condizionamenti esista in luoghi limitati e poco estesi quali sono i villaggi. La varietà dei sentimenti e dei legami non contrasta però col fatto che i beni materiali e gli stili di vita delle persone si somiglino e abbiano molti caratteri in comune».  P. 24. Insomma  per loro non  c’è grande differenza tra città e campagna, la vita è difficile dappertutto.
Inoltre. «Potremmo quindi valutare meglio la sua [di Gesù]strategia prendendo in esame alcuni tratti generali del rapporto città-campagna. I centri urbani sono certamente poli sociali che governano, celebrano, legiferano, legittimano, e trattano la periferia in funzione dei propri interessi. Per di più, rivendicano profondità storiche che sono utilizzate per qualificare persone e gruppi in essi insediati. Agli occhi degli strati cittadini dominanti, i villaggi della campagna non sono portatori di identità e di ascendenze storiche riconoscibili. Sono solo fornitori e produttori subalterni. A tutta questa visione, Gesù sembra sfuggire e opporsi. Per lui, il luogo dell’identità giudaica è anzitutto il villaggio. Nei nuclei domestici rurali egli vedeva la base di tutta la struttura socio-culturale». P. 25

Insomma Destro/Pesce vedono  il rapporto città-campagna solo in termini giuridici, economici, amministrativi, ma trascurano proprio il punto di vista da loro  privilegiato, quello antropologico: ovvero la campagna come il luogo obiettivamente socio-culturalmente arretrato rispettato alla città, che era  proprio la prospettiva di d’Holbach. 

Mi sembra questa una considerazione di tutta evidenza, non necessitante di particolari apparati argomentativi. Fino ai giorni nostri, infatti, il maggiore e talora  unico discrimine nella formazione delle personalità e dei caratteri è stata la contrapposizione tra città e campagna, tra i fattori di socializzazione dell’urbanitas contrapposti a quelli della rusticitas. Prima della grande motorizzazione di massa e della straordinaria evoluzione del sistema  dei trasporti (aerei soprattutto) e infine della grande esplosione dei mass media, che di fatto hanno eliminato la millenaria contrapposizione tra città e contado, tra centro e periferia, il nascere in campagna piuttosto che in città faceva la prima differenza nei processi di socializzazione. I sociologi per altro verso (Simmel) hanno anche delineato in qualche modo una sorta di “personalità urbana”, ossia quel tipo di personalità frutto di una  socializzazione riccamente stimolata anche dal punto di vista sensoriale oltre che intellettuale dalla grande città, ove gli strumenti dell’alfabetizzazione (non solo scuole, ma grandi librerie e biblioteche) e della conseguente concettualizzazione  favoriscono forme più avanzate di costruzione dell’io rispetto alla campagna e ai suoi ritmi lenti, abitudinari, uniformi. Nella grande città di  Vienna diceva Musil - senza ovviamente alcun riferimento al nostro specifico discorso su Gesù - è facile scambiare un genio per un babbeo, mai un babbeo per un genio. 
 È proprio privilegiando questa prospettiva di socializzazione urbana che a nostro avviso l'ipotesi di d'Holbach è più di una capziosa illazione.

Alfio Squillaci



Note

1) G. Segalla,  La ricerca del Gesù storico, Brescia, Queriniana, 2010
: «Va ricordato che la popolazione palestinese era per lo più  analfabeta (alfabetizzati dal minimo del 3 al massimo del 10%», p.169)

2) Anche E.P. Sanders, Gesù. La verità storica, Mondadori, Milano 1995, p.25, si interroga su Gesù uomo di villaggio. La popolazione di Cafarnao secondo Sanders s'aggirava  tra i 600-1500 abitanti (p.24). 
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Esempio 1
 Chi era davvero Gesù? A chi si rivolgeva la sua predicazione? Cosa nei suoi comportamenti e nelle sue parole provocò l'entusiasmo di tanti seguaci e l'ostilità estrema di coloro che l'uccisero? In che misura il suo agire concreto fra gli uomini derivò da una crisi profonda che pervadeva non solo il suo ambiente ma anche ampi settori della società antica? Adriana Destro e Mauro Pesce si cimentano in una rilettura dei vangeli canonici e apocrifi e dei testi del primo cristianesimo attraverso le lenti dell'antropologia e della storia sociale per cercare di ricostruire lo straordinario stile di vita di Gesù, gli ambienti che frequentava, gli interlocutori ai quali era indirizzato il suo messaggio, le pratiche sociali e le forme culturali con cui dovette confrontarsi e di cui si servì per raccogliere attorno a sé quel gruppo di discepoli che poi darà origine a tante e spesso contraddittorie interpretazioni. Un libro di grande respiro che, superando vecchi paradigmi interpretativi, tenta di rispondere, con nuovi strumenti, alle tensioni conoscitive della nostra epoca. "Gesù è patrimonio dell'umanità. La sua storia ci coinvolge tutti. È necessaria pertanto una riflessione in grado di includerlo nell'ambito del dibattito intellettuale odierno. Ciò può aiutare a stabilire un contatto tra la sua vicenda e la nostra cultura, che dal cristianesimo è costantemente modellata".
 
 
 
        
 
 
    
 
  
 
     
       
 
             
dal 20 sett. 2012
L'audace, dissacrante opera illuministica di un assiduo collaboratore dell'Encyclopédie, amico di Diderot. In questo libello Holbach propugna l'ateismo non come il vezzo aristocratico di menti elevate e istruite, ma come una scelta logica dettata da una visione aspramente materialista, improntata alla critica di ogni religione e di ogni metafisica. 

Memorabile prefazione, cura e note di Sebastiano Timpanaro.

Philipp Blom’s excellent book recounts the life of Baron d’Holbach’s intellectual salon of free thinkers in 18th century Paris. The salon was regularly attended by his stalwart friends Denis Diderot, Jean Jacques Rousseau and a steady stream of eminent visitors from the 1750s right up until the French revolution. D’Holbach’s salon, then the “epicenter of intellectual life in Europe”, welcomed visitors from across the globe, from the Scottish philosopher David Hume to Benjamin Franklin. The revolutionary salon became known throughout the world as the Philosophes and Baron d’Holbach’s twice weekly meetings at his house on rue Royale Saint-Roch, were the fist port of call for any right-thinking visitor to the French capital.

Over the Baron’s generously laid table – full of excellent food and wines – anything could be discussed and generally was, particularly atheism as well as the endless and massive task of writing the Encyclopédie, (the cleverly subversive 28- volume opus) a task undertaken primarily by Denis Diderot (assiduously helped by other members of the Philosophes). This monumental work took him several decades to complete and even at one point landed him in jail.

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La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
Paul-Henri Thiry, Barone d'Holbach (8 dicembre 1723 – 21 gennaio 1789)
Si tratta della prima traduzione italiana del libro del barone d'Holbach edito per la prima volta nel 1770. La traduzione italiana è di Alfio Squillaci ed è stata condotta sulla prima edizione del 1770 e sulla  scorta dell'edizione critica di Andrew Hunwick (Droz, Ginevra 1997)xt.