ACCENNI BIOGRAFICI 


Franz Kafka è un autore troppo noto perché non sia facile rintracciarne una biografia credibile e ben fatta. 
Per questo mi limiterò a pochi eventi utili al fine della presente trattazione. 
Franz Kafka nacque nei pressi della Piazza della Città Vecchia a Praga, in Boemia, all'epoca facente parte dell'Impero Austro-Ungarico. Fu il primogenito di una famiglia borghese di ebrei ashkenaziti. Nel 1893, fu ammesso al rigoroso liceo classico, Altstädter Deutsches Gymnasium dove studiò per otto anni, ottenendo buoni voti e completò gli esami di maturità nel 1901.  
Ammesso all'Università tedesca di Praga nel 1901, Kafka iniziò a studiare chimica, per poi passare alla facoltà di giurisprudenza dopo due settimane.  
Ottenne così il titolo di Dottore in legge il 18 luglio 1906 a cui fece seguito un anno di servizio obbligatorio non retribuito come impiegato per il tribunale civile e penale. 
Il 1º novembre 1907, Kafka venne assunto presso le Assicurazioni Generali di Trieste dove lavorò per quasi un anno. 
 Da quanto si può apprendere dalla sua corrispondenza, durante quel periodo fu particolarmente infelice, soprattutto a causa dell'orario di lavoro. 
Ogni giorno, con esclusione della domenica infatti, era impegnato dalle 08:00 alle 18:00.1 
Questo impegno gli rendeva, di fatto, estremamente difficile concentrarsi sulla scrittura, attività che, sempre maggiormente, stava assumendo importanza nella sua vita.  
Per questa ragione, il 15 luglio 1908 si dimise.  
Due settimane più tardi trovò un impiego più congeniale con quelle che erano le sue esigenze di scrittore, facendosi assumere all'Istituto di Assicurazioni contro gli Infortuni per il Regno di Boemia.  
Benché il padre di Kafka ritenesse che il lavoro del figlio fosse di poco conto e fatto con malavoglia, avendo come unica motivazione il guadagno di quanto gli era necessario per mantenersi, in realtà, come riporta anche Lambent Traces2, Franz si applicò con perizia e una certa abnegazione. 
Questo troverebbe conferma nella sua rapida promozione ad incarichi di maggiore responsabilità. 
Tra le sue principali attività vi erano: l'elaborazione delle richieste di risarcimento, la scrittura di relazioni e la contrattazione come gli imprenditori i quali ritenevano che loro imprese fossero state inserite in una categoria di rischio troppo elevata, fatto che gli comportava un premio assicurativo maggiore.  
Kafka arrivò, proprio per la qualità del suo lavoro e le sue capacità, a compilare la relazione annuale dell'istituto assicurativo per molti anni. 
Inoltre risulta che i suoi rapporti furono sempre ben accolti dai suoi superiori come ricorda l’amico Max Brod.3 
L’aspetto rilevante non è però, ai fini della mia riflessione, la perizia lavorativa di Kafka bensì la sua conoscenza della macchina burocratica della quale fu parte per un lungo periodo tanto da penetrarne, con il suo sguardo acuto, i limiti e le assurdità. 


PER UNA POSSIBILE CHIAVE INTERPRETATIVA  

Milan Kundera nel suo I Testamenti Traditi sostiene che: «Nonostante l’astronomico numero di testi che ha prodotto, la kafkologia, non fa che elaborare con infinite varianti, un unico discorso, un’unica speculazione, e questa ogni giorno indipendente dall’opera di Kafka, si nutre ormai solo di sé medesima. Mediante un incalcolabile numero di prefazioni, postfazioni, note, biografie e monografie, conferenze e tesi essa produce e tiene in vita la propria immagine di Kafka sicché l’autore noto al pubblico come Kafka non è più Kafka, ma il Kafka kafkologizzato.»4  
Tuttavia come afferma Chiusano: «Kafka, che pur fa capire subito che non si concederà mai ad un’ermeneutica che offra un minimo di speranza ai cacciatori di significati, al tempo stesso però ti costringe ad affrontare quella vana fatica, a cercare sotto e oltre le ceneri narrative, a illudersi, povero te, di trovare la chiave, quella benedetta chiave interpretativa di Kafka che da decenni tutti si ostinano a cecare, che i più ingenui hanno sostenuto più volte di aver trovato, e che i più fini sanno ormai da tempo che non si troverà mai, e per il semplice fatto che non esiste.»5 
Lo stesso Kundera non riesce a non abbozzare una chiave interpretativa dell’opera di Kafka per quanto apparentemente minimalista: «Credo che il modo, non soltanto mio, ma dei cechi in generale, di capire Kafka è sicuramente diverso da quello vostro. Per noi Kafka è uno scrittore realistico perché la sua è una visione lucida della realtà. Nessuno di noi legge i suoi libri come se fossero delle allegorie. Inoltre siamo molto più sensibili al suo humour. La specificità dello humour di Kafka è che una certa comicità accompagna l’uomo in tutte le sue azioni.»6 
Anche Max Brod aveva sostenuto, per certi versi, un concetto analogo: «Sovente gli ammiratori di Kafka, che lo conoscono soltanto per aver letto i suoi libri, hanno di lui una immagine totalmente falsa. Pensano che dovesse apparire ai suoi amici come una persona triste, anzi disperata. Era esattamente il contrario».7  
Lo stesso Baioni ha affermato l’importanza dell’aspetto biografico nell’opera di Kafka asserendo che: «L’opera di Kafka si chiarisce e non di rado si 
ridimensiona nel contesto della sua biografia».8  
Ebbene anch’io non sono riuscito a sottrarmi a quest’attività d’interpretazione cercando di dimostrare lo stretto rapporto tra l’esistenza di Kafka e la sua opera andando ad indagare il rapporto tra le donne della sua vita e i personaggi femminili dei suoi romanzi con risultati, che oserei definire, interessanti9. 
Ultimamente Luigi Ferrari, nel suo Alle fonti del kafkiano 10, sostiene una interpretazione dell’opera kafkiana “realistica”, proponendo un viaggio dentro il pensiero di Kafka «scrittore del lavoro, dell’economia e della realtà». 
Nel primo capitolo del suo scritto (Il Lavoro) Ferrari affronta la relazione tra i temi di alcune opere fondamentali di Kafka (Le Metamorfosi, Il Digiunatore e Il Castello) e le approfondite conoscenze sull’organizzazione del lavoro dello scrittore boemo che il letterato aveva acquisito negli anni trascorsi come dipendente dell’Istituto di assicurazione contro gli infortuni., così come si possono dedurre da varie «relazioni tecniche» prodotte negli anni di sevizio.
 Ferrari rifiuta l’immagine di Kafka come «povero travet scadente e svogliato, con il solo esclusivo interesse per la letteratura»11, se vogliamo un po’ alla Pessoa, che l’autore praghese, ancora prima dei suoi esegeti, aveva voluto trasmettere per proporre quella di un impiegato attento e capace soprattutto interessato allo studio tecnico, psicologico, legale e gestionale della prevenzione degli infortuni e, in senso lato, dell’organizzazione del lavoro. 
Per Ferrari i protagonisti delle opere di Kafka sono investiti, pur nei termini onirici che ne caratterizzano l’esperienza, dai processi e dalle condizioni che Kafka conosceva bene: l’interscambiabilità e fungibilità dei lavoratori nella produzione capitalistica; la perdita di senso dell’attività lavorativa del singolo; la sempre possibile e incombente sua «superfluità» e irrilevanza; l’immiserimento della vita interiore del lavoratore, il «vuoto mentale» che si produce in chi subisce le durezze di luoghi di produzione. 
Interessante, ai fini della presente trattazione, appaiono poi alcune delle considerazioni condotte nel terzo capitolo (Le Organizzazioni), che verte sull’analisi kafkiana delle forme del potere organizzativo, così come si mostra in opere quali: Il Processo, Il Castello, La Colonia Penale.  
In questo capitolo, Ferrari capovolge l’interpretazione di Kafka come esegeta delle strutture organizzative totalitarie, monolitiche e impenetrabili nelle loro logiche occulte, mostrando come in realtà egli parli delle grandi organizzazioni come strutture deboli o meglio, indebolite, dal «brulicare», al loro interno, di interessi individuali e privati, da procedure vaghe e imprecise, da disordine organizzativo e resistenza al cambiamento, anticipando riflessioni che solo oggi l’evoluzione del lavoro e delle organizzazioni ha reso del tutto attuali. 
Lasciando Ferrari per richiamare l’analisi di Albrow12 sulla burocrazia è possibile ritrovare tre macro aree semantiche tra di loro molto diverse: la burocrazia intesa come quarta forma di potere accanto alla democrazia, all’aristocrazia e alla monarchia; la burocrazia come sinonimo di mala Amministrazione e disorganizzazione; la burocrazia intesa come forma razionale di organizzazione volta alla massimizzazione dell’efficienza. 
Kafka sembra attratto dalla seconda area riuscendo, con il suo sguardo affilato, a scovare nell’organizzazione i suoi punti deboli, le sue anomalie, i suoi riti assurdi che amplifica fino a renderli surreali, grotteschi e in un certo senso, allegorici dei limiti insiti in ogni potere, sia esso divino o terreno. 
Come nota Sartre13 l’eccezione diviene regola e questo trasporta gli scritti di Kafka in un apparente fantastico. 
Ciò che però Sartre non sembra considerare, anche per non averne mai fatta esperienza diretta come Kafka, è il fatto che queste anomalie, spesso apparentemente assurde, sono nella realtà, meno rare di quanto ci si ostini a pensare.  

DAVANTI ALLA LEGGE 

«Davanti alla Legge c'è un guardiano. Da questo guardiano arriva un uomo di campagna e chiede che lo si lasci entrare nella Legge. Ma il guardiano dice che al momento non può concedergli di entrare. L'uomo riflette e poi chiede se allora potrà entrare più tardi. "Può darsi - dice il guardiano - ma adesso no". Poiché la porta della Legge è, come sempre, aperta e il guardiano si fa da parte, l'uomo si china per guardare attraverso la porta nell'interno...»14. 

Inizia così uno dei più celebri racconti di Kafka dalle mille sfuggevoli interpretazioni. 
Storia di un uomo immobilizzato in un luogo di transito senza conoscere la parola magica per poterne uscire o comunque per passare oltre. 
Per quanto il contadino, infatti, tenti anche attraverso la corruzione di avanzare nel suo cammino verso la Legge per lui non c’è scampo. 

«Ormai non gli resta più molto da vivere. Prima della morte, tutte le esperienze di quegli anni si condensano nella sua testa in una domanda, che fino allora non ha mai rivolta al guardiano. Gli fa un cenno, poiché non può più raddrizzare il suo corpo che si sta irrigidendo. Il guardiano deve chinarsi verso di lui, poiché la differenza di statura si è molto spostata a sfavore dell'uomo. "Che cosa vuoi sapere ancora?" chiede il guardiano, "sei insaziabile". "Tutti aspirano alla Legge", dice l'uomo, "come mai, in tutti questi anni nessuno ha chiesto di esservi ammesso oltre me?" Il guardiano capisce che l'uomo è alla fine, e per raggiungere il suo udito che sta venendo meno, gli urla: "Qui nessun altro poteva ottenere di esservi ammesso, perché questa entrata era destinata solo a te. Adesso vado a chiuderla"»15. 

Stante l’apparente difficoltà di cogliere un significato compiuto di questo racconto non è mancato chi ha cercato di interpretarlo attraverso una chiave metafisico – religiosa16. 
Ad esempio supponendo l’impossibilità dell’uomo di giungere a Dio o alla Giustizia che, secondo alcuni studiosi, è realmente inottenibile17.  
Molto più materialmente e semplicemente, io ritengo che questa situazione ricordi quella di molti richiedenti di fronte agli uffici di un’amministrazione pubblica18.  
Facciamo alcuni semplici esempi. 
Un onesto lavoratore di una pubblica amministrazione di uno Stato X (che potrebbe essere tranquillamente l’Italia) si ammala gravemente. 
Purtroppo la sua malattia lo rende invalido al 100 %. Invalidità certificata da una Commissione Medico - Statale (diciamo ASL – INPS per rimanere in Italia). Venendo meno la sua capacità lavorativa dovrebbe spettargli la pensione. Ma essendo un lavoratore pubblico il giudizio della prima commissione non è sufficiente ma è necessario quello di una seconda commissione sanitaria che partendo dagli stessi dati può, tuttavia, decidere in modo difforme ritenendo abile l’uomo o almeno parzialmente abile destinandolo ad un lavoro dequalificato. 
Per non rischiare la dequalificazione l’uomo, pur oggettivamente menomato nel fisico e provato nella mente, continua la sua attività peggiorando lo stato di salute e mettendo a rischio la qualità del suo lavoro e, in alcuni casi, l’incolumità di chi collabora con lui o è a lui sottoposto. 
L’uomo si viene così a trovare in una situazione di mezzo impossibilitato a giungere a quella Legge/Giustizia che pure gli spetterebbe. 
Non sarebbe del tutto fuori luogo o arbitraria l’immagine di un uomo sconsolato seduto su una dozzinale panca di una sala di attesa dove aspetta una improbabile svolta del suo destino. 
Verosimilmente nessuno dei soggetti coinvolti in questa “pratica”, dai medici agli impiegati, ritiene di operare contro il proprio dovere, non rendendosi conto dell’assurdità della situazione. A tale proposito e tornando a Kafka ritengo interessante il confronto che nasce tra Joseph K. e il sacerdote che avviene nel Duomo dopo la narrazione della storia19.  

«Dunque il guardiano ha ingannato quell'uomo», disse subito K., avvinto dalla storia. «Non essere precipitoso», disse il sacerdote, «non accettare senza averla verificata l'opinione altrui. Ti ho raccontato la storia secondo il testo delle Scritture. D'inganno non si parla». «Ma è evidente», disse K., «e la tua prima interpretazione era giustissima. Il guardiano ha detto le parole liberatrici solo quando all'uomo non potevano più servire». «Prima non gli era stato chiesto niente», disse il sacerdote, «e tieni anche presente che era solo un guardiano, e come tale ha fatto il suo dovere». «Perché, credi che abbia fatto il suo dovere?», chiese K., «non l'ha fatto. Forse il suo dovere era di respingere gli estranei, ma quest'uomo, al quale era destinata l'entrata, avrebbe dovuto farlo passare». «Tu non hai abbastanza rispetto per la Scrittura e alteri la storia», disse il sacerdote. «Circa l'accesso alla Legge, la storia contiene due importanti dichiarazioni del guardiano, una all'inizio, una alla fine. Il primo passo dice che lui, al momento, non può concedergli di entrare, e l'altro: questa entrata era destinata solo a te. Se fra queste due dichiarazioni ci fosse contraddizione avresti ragione tu, e il guardiano avrebbe ingannato l'uomo. Ma contraddizione non c'è. Al contrario, la prima dichiarazione allude persino alla seconda. Si potrebbe quasi dire che il guardiano è andato oltre il suo dovere, in quanto ha lasciato intravedere all'uomo una futura possibilità di accesso. A quel tempo, sembra che il suo dovere sia stato solo quello di respingere l'uomo, e infatti molti interpreti della Scrittura si meravigliano che il guardiano abbia fatto quell'allusione, perché lui pare amare la precisione ed esercita con rigore il proprio ufficio. Per anni non abbandona il suo posto e chiude la porta solo all'ultimo, è pienamente consapevole dell'importanza del suo servizio, perché dice: "Non sono che l'ultimo dei guardiani", non è un pettegolo, perché in tutti quegli anni si limita, com'è scritto, a domande indifferenti, è incorruttibile, perché di fronte a un regalo dice: "Lo prendo solo perché tu non pensi di aver tralasciato qualcosa", quando si tratta di adempiere al proprio dovere non si lascia né commuovere né esasperare, perché dell'uomo si dice che "stanca il guardiano con le sue preghiere", infine anche il suo aspetto fa pensare a un carattere pignolo, il gran naso a punta e la barba tartara nera, lunga e sottile. 
Può esserci guardiano più coscienzioso? »20. 


Tali riflessioni echeggiano le considerazioni sulla responsabilità dei funzionari diventate centrali soprattutto dopo la seconda guerra mondiale che ha mostrato, in molti casi, come efficienza ed etica spesso mal si coniugano negli apparati amministrativi statali. 21  
Troppo facile, in questo senso, ripensare alla figura di Eichmann tanto ben descritta da Hanna Arendt nel suo: La banalità del male22. 
Proprio la Arendt non manca di sottolineare come l’opera di Kafka debba essere interpretata come una analisi della burocrazia e del sul suo potere, soprattutto a partire da Il Processo. 
«Già subito dopo la pubblicazione si comprese che Der Prozess conteneva implicitamente una critica alla burocrazia governativa della vecchia Austria, le cui numerose nazionalità, in conflitto fra di loro, venivano rette da un'uniforme gerarchia di funzionari. Kafka, impiegato in una società di assicurazioni sociali ed amico di ebrei dell'Europa Orientale ai quali doveva procurare i permessi di soggiorno per l'Austria, conosceva esattamente la situazione politica del suo Paese. Sapeva bene che se uno s'impigliava nella rete dell'apparato burocratico non aveva più scampo. Il dominio della burocrazia aveva come conseguenza che l'interpretazione della legge degenerasse in uno strumento d'arbitrio, mentre un assurdo automatismo nei gradi inferiori dei funzionari suppliva alla cronica inettitudine degli interpreti della legge, un automatismo cui venivano praticamente demandate tutte le vere decisioni».23 

Il problema non sta nei livelli impiegatizi inferiori, si pensi al guardiano che viene definito “pignolo e coscienzioso”, ma nella Legge stessa e nei suoi interpreti incapaci di darle un senso e creando, spesso maldestramente, situazioni assurde senza una apparente, possibile soluzione. 
Che ciò sia un pericolo della burocrazia si ritrova, per certi versi, ben rappresentato nel film di Ken Loach: I Daniel Black 24. 
Daniel, cinquantanovenne carpentiere dalle mani magiche, è colpito da un attacco cardiaco che lo rende inadatto a riprendere il suo lavoro. 
L’impossibilità di lavorare non è però sufficiente a fargli ottenere un sussidio per malattia o la pensione. Chi invece potrebbe dargli il sussidio di disoccupazione pretende da lui che sia attivo nel cercare un lavoro superando, oltre le difficoltà fisiche, anche il suo analfabetismo informatico. 
Lo stesso dicasi per Katie, la donna conosciuta da Blake. 
Kate è una madre single di due bambini, che i servizi sociali hanno spostato da Londra a Newcastle, l’unico posto dove era disponibile una casa popolare. Una giovane donna, anche lei alle prese con una ottusa burocrazia che, per cavilli formali, gli nega ciò che gli spetterebbe di diritto. 
Una donna che l’Amministrazione, con le sue assurde regole, avvolge e stritola come fa un pitone con le sue vittime. 
 Burocrazia che, anche in questo caso, opera nel rispetto delle norme ma che conduce, proprio per questo, ad una situazione di stallo. 
Ma torniamo a Kafka e al Processo. 
Nel capitolo settimo troviamo il colloquio tra Joseph K. e il pittore Titorelli. A lui si rivolge K. per chiedere un aiuto che si potrebbe definire informale o comunque al di fuori dei canoni previsti dalle norme. 
Così risponde il pittore: «Ho dimenticato di chiederle, in primo luogo, che specie di assoluzione desidera. Ci sono tre possibilità, l'assoluzione vera, l'assoluzione apparente e il rinvio.»25 
Dopo aver precisato che non conosce casi di assoluzioni vere o definitive passa poi a descrivere le altre due ipotesi. 
«L'assoluzione apparente e il rinvio» disse il pittore. «Sta a lei quale scegliere. L'una e l'altra si possono ottenere con il mio aiuto, certo, non senza sforzo, la differenza sotto questo aspetto è che l'assoluzione apparente richiede un impegno concentrato ma limitato nel tempo, il rinvio uno molto più leggero ma prolungato.»26 
Entrambe hanno in comune un aspetto: la temporaneità. 
Ottenendo l’assoluzione apparente si è liberi solo, come precisa la stessa esplicitazione, in apparenza. 

«O, per meglio dire, temporaneamente libero. I giudici di rango inferiore, di cui fanno parte quelli che conosco io, non hanno, infatti, il diritto di assolvere definitivamente, questo diritto ce l'ha solo il tribunale supremo al quale né lei né io né nessuno di noi tutti può assolutamente arrivare. Come si presentino lassù le cose non lo sappiamo, e nemmeno, sia detto per inciso, vogliamo saperlo. Fatto sta che i nostri giudici non hanno il grande diritto di liberare dall'accusa, hanno però di certo il diritto di sciogliere dall'accusa. Cioè, se lei viene assolto in questo modo, per il momento è sottratto all'accusa, ma questa continua a pendere sopra di lei e basta che arrivi un ordine superiore perché entri subito in vigore. Dal momento che sono in così buoni rapporti con il tribunale, sono anche in grado di dirle che nelle prescrizioni per le cancellerie del tribunale la differenza fra l'assoluzione vera e l'apparente vi compare come puramente formale. Nell'assoluzione vera gli atti processuali devono essere totalmente eliminati, scompaiono del tutto dal procedimento, non solo l'accusa ma anche il processo e persino la sentenza vengono distrutti, tutto viene distrutto. Nell'assoluzione apparente è diverso Nel fascicolo degli atti non è avvenuto nessun cambiamento, tranne che è stato arricchito della dichiarazione d'innocenza, dell'assoluzione e della motivazione dell'assoluzione. Ma per il resto rimane nel procedimento, viene trasmesso, come richiede il movimento ininterrotto delle cancellerie, ai tribunali superiori, ritorna a quelli inferiori, secondo un moto pendolare con oscillazioni più o meno grandi, con arresti sporadici più o meno lunghi. Queste vie sono imprevedibili. Visto dal di fuori, si può talvolta avere l'impressione che tutto sia stato dimenticato, che gli atti siano andati persi e l'assoluzione sia piena. Ma chi è addentro non ci crede. Gli atti non vanno mai persi, il tribunale non conosce dimenticanza…».27 

Il rischio è quello di essere richiamati, incarcerati da un momento all’altro. 
Insomma che il processo riprenda il suo corso. 
Non dissimilmente avviene nel caso di rinvio. 
«Il rinvio consiste nel mantenere permanentemente il processo nella fase più bassa. Per ottenere questo, è necessario che l'imputato e chi lo appoggia, ma in specie chi lo appoggia, si mantengano in contatto personale ininterrotto con il tribunale».28 
Lo svantaggio è un altro.  
Il processo non può stagnare senza che ci siano dei motivi, anche solo apparenti. Nel processo si deve quindi avere almeno l'impressione che succeda qualcosa. Perciò, di tanto in tanto, si devono prendere svariati provvedimenti, l'imputato deve essere interrogato, si devono fare indagini, perquisizioni e così via. Bisogna, cioè, che il processo venga fatto continuamente circolare nell'ambito ristretto in cui è stato artificiosamente racchiuso. Questo comporta naturalmente certi fastidi per l'imputato che però, a detta del pittore, non si devono immaginare troppo gravi. 
Ciò che sorprende è soprattutto l’impossibilità di arrivare ad una sentenza definitiva, così come il contadino non può accedere alla Legge ma rimane sempre in un limbo senza speranza. 
Tornando al lavoro di Kafka incentrato, come detto, sull'elaborazione delle richieste di risarcimento, sulla scrittura di relazioni e sulla contrattazione come gli imprenditori che ritenevano di pagare un premio assicurativo eccessivo, è probabile che la maggior parte delle sue decisioni dovessero essere avallate da uno o più superiori gerarchici. 
Si pensi, in questo senso, alla concezione burocratica sostenuta da Weber per il quale, con buona approssimazione, la Burocrazia è costituita da un complesso di funzionari che obbediscono a doveri d’ufficio; in una precisa gerarchia; con precise competenze. In qualsiasi apparato di questo tipo si ha una centralizzazione delle decisioni verso i livelli gerarchici superiori. 
A ciò si deve aggiungere che ogni membro deve avere: comportamenti individuali regolati da procedure e norme predeterminate e che vi deve essere un’assoluta · impersonalità delle relazioni interpersonali. 
Ognuno deve svolgere il proprio compito rimandando ad altri, se non di propria competenza, la decisione finale. 
Questa concezione gerarchica, questa impossibilità del singolo richiedente di raggiungere con le sue suppliche i gradi più altri della burocrazia ricorda la posizione del contadino impedito a procedere verso la Legge (ad esempio verso il giusto risarcimento) perché come ricorda il Guardiano: «Ma bada io sono 
potente. E non sono che l'ultimo dei guardiani. Di sala in sala, però, ci sono altri guardiani, uno più potente dell'altro. Già del terzo non riesco più nemmeno io a reggere la vista».29 
La concezione gerarchica non è però solo legata all’amministrazione in generale e a quella asburgica in particolare, ma se ne parla anche nella Bibbia e Kafka forse ne era a conoscenza. 
Si tratta di un passo dell’Esodo. 
Mosè chiede: «Che cosa posso fare con questa gente?». 
E Ietro, suo cognato, gli risponde: «Perché siedi tu solo e tutto il popolo ti sta attorno dalla mattina alla sera? Non va bene così…scegli fra il tuo popolo uomini capaci, timorati di Dio, uomini leali e sdegnosi di lucro e stabiliscili nel popolo come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine, affinché comandino in ogni occorrenza e riferiscano a te soltanto le questioni di maggiore importanza ma risolvano loro le cause più piccole, così il peso che grava su te sarà alleggerito»30. 
Invertendo la narrazione se inizialmente ogni singolo membro del popolo di Israele poteva raggiungere Mosè (la Legge) per sottoporsi al suo giudizio, dopo le modifiche occorse, la strada è impervia poiché si frappongono una serie di giudici inferiori (come nel Processo) salvo poi lasciare la decisione finale, almeno delle cause più rilevanti, a Mosè. 
Ma per ognuno la causa più ragguardevole non è quella che lo riguarda? Non voglio proseguire oltre ma credo di aver fornito alcuni spunti che meritino un’ulteriore riflessione e che diano una possibile chiave interpretativa dell’opera di Kafka o, almeno, di parte di essa.  

IL CASTELLO 

Il signor K. è un uomo di cui non si sa quasi nulla. 
Non ha una storia, un passato, un amore o un dolore che porta con sé. 
Si sa solo che è un agrimensore e che ha ricevuto, probabilmente, una proposta per esercitare il suo mestiere dai funzionari del Castello. 
Il Castello che sovrasta un villaggio è in parte altero e regale e in parte malconcio e diroccato. 
Ma l’agrimensore trova da subito un intoppo. 
La sua nomina o chiamata, che dir si voglia, pare non trovare conferma. Più che un errore però, si affretta a precisare il Sindaco in seguito alle insistenze di K., si tratta di un equivoco, giacché: 
«Uno dei principi che regolano il lavoro dell'amministrazione è che non si deve mai contemplare la possibilità di uno sbaglio. [...] Errori non se ne commettono e, anche se ciò per eccezione accade, come nel suo caso, chi può dire alla fin fine che sia davvero un errore?»31.  
K. cerca così un contatto con i funzionari ma tutto sembra vano, così come era impossibile per il contadino entrare nel Palazzo della Legge. 
Questa volta però la perseveranza di K. viene premiata e dopo umilianti apprezzamenti e andirivieni inutili, alla fine l’agrimensore riesce ad avere un colloquio notturno con un funzionario che lo tratta con benevolenza e promette di occuparsi del suo caso anche se, probabilmente, non ne ha il vero potere. 
K. invece di prendere vantaggio dalla situazione si addormenta esausto mentre il funzionario gli sta ancora parlando. 
Ripresosi assiste nel corridoio dell’albergo alla divisione delle pratiche dell’ufficio. 
Divisione invero piuttosto grottesca. 
L’ultima parte del romanzo vede K. ascoltare le lamentele di Pepi, cameriera della Locanda ritornata al grado più infimo nell’organizzazione del lavoro dopo che Frida, in precedenza scappata con K., è tornata a rioccupare il suo posto nell’Osteria dei signori.  
Lo scritto si interrompe, più o meno, a questo punto. 
Secondo Max Brod, sulla cui attendibilità non mancano però dubbi32, K. sarebbe morto da lì a poco, con tutto il villaggio intorno al suo letto d’agonia, proprio mentre un messaggio del Castello gli concedeva, in via del tutto eccezionale, di lavorare nel villaggio.  
Se si prendesse come buona l’affermazione di Brod sarebbero evidenti delle somiglianze con il racconto Davanti alla Legge. 
Ad esempio l’impossibilitò di accedere, la morte che sopraggiunge nell’attesa, il continuo tentativo di superare gli ingiusti sbarramenti (soprattutto con domande e un maldestro tentativo di corruzione il contadino, con sotterfugi, lamentazioni e azioni sgangherate l’agrimensore)33 . 
Senza avventurarmi però nuovamente in accostamenti con il lavoro amministrativo, già espressi in precedenza, mi limiterò solamente a due osservazioni. 
La prima, tratta dal romanzo, si concentra su come i richiami al mondo del lavoro e della burocrazia siano frequenti e spesso deformati attraverso una lente che li fa apparire grotteschi ed umoristici. 
Mi riferisco, ad esempio, a come viene distribuito il lavoro tra i funzionari del Castello.  
Inservienti maldestri che lasciano le pratiche lungo il corridoio dinnanzi alle porte dei funzionari, senza un apparente logica spesso tra le proteste degli stessi burocrati.  

«Quella confusione di voci nelle stanze aveva qualcosa di estremamente allegro. Una volta sembrava l'eccitazione gioiosa di bambini che si preparano a una gita, un'altra il risveglio in un pollaio, la gioia di essere in piena armonia con il giorno che nasce; da qualche parte uno dei signori imitava addirittura il canto di un gallo. Il corridoio stesso era ancora vuoto, ma le porte erano già in movimento, ce n'era sempre una che veniva aperta a metà e subito richiusa, il corridoio ronzava di quell'aprire e chiuder porte, K. vedeva anche qua e là, al di sopra delle pareti che non arrivavano al soffitto, comparire e subito sparire teste arruffate dal letto. Avanzava lento, di lontano, spinto da un inserviente, un carrettino che conteneva degli incartamenti. Un secondo inserviente l'accompagnava, teneva in mano un elenco ed evidentemente confrontava i numeri delle porte con quelli degli incartamenti. Il carrettino si fermava dinnanzi a quasi tutte le porte, allora di solito la porta si apriva e le carte pertinenti, a volte un semplice foglietto - in tal caso si svolgeva un breve dialogo dalla stanza al corridoio, probabilmente si facevano delle rimostranze all'inserviente - venivano allungate nella stanza. Se la porta rimaneva chiusa gl'incartamenti venivano ammucchiati con cura sulla soglia… K. osservava tutto questo non solo con curiosità ma anche con partecipazione. Si sentiva quasi bene in mezzo a quel trambusto, guardava di qua e di là, seguiva - anche se a opportuna distanza - gl'inservienti che tuttavia si erano già ripetutamente voltati verso di lui con sguardo severo, inclinando la testa e sporgendo le labbra, e assisteva al loro lavoro di distribuzione. Lavoro che, più progrediva, meno liscio filava: o l'elenco non concordava del tutto, o gl'inservienti non riuscivano a distinguere bene gl'incartamenti o per altri motivi i signori sollevavano obiezioni; ad ogni modo capitava che qualche distribuzione dovesse venire annullata, allora il carrettino tornava indietro e attraverso lo spiraglio della porta si trattava la restituzione degl'incartamenti… Chi credeva di avere diritto agl'incartamenti era impazientissimo, faceva un gran chiasso in camera sua, batteva le mani, pestava i piedi in terra, continuava a gridare nel corridoio attraverso lo spiraglio della porta il numero di un determinato incartamento. 
Spesso, allora, il carrettino rimaneva lì abbandonato…»34

Allo stesso modo può valere la descrizione dell’ufficio del funzionario Sordini dove le pratiche stazionano indefinitamente: 

«D'altronde non sono mai riuscito a vederlo con i miei occhi, lui non può venire quaggiù, è sovraccarico di lavoro, il suo ufficio - me l'hanno descritto - ha le pareti nascoste da pile di voluminosi incartamenti, e sono soltanto le pratiche a cui Sordini sta lavorando al momento, e poiché dagli incartamenti vengono costantemente tolti e aggiunti dei documenti, sempre in gran fretta, le pile crollano di continuo, e proprio quel fracasso che si ripete a brevi intervalli è diventato la caratteristica dell'ufficio di Sordini.»35 

O peggio ancora quello che racconta il sindaco dei percorsi tortuosi che possono prendere i decreti e le nomine se non seguono la diritta via.

«Ad ogni modo posso raccontarle la storia fin d'ora, anche senza i documenti. A quel decreto di cui le dicevo noi rispondemmo, ringraziando, che di agrimensori non avevamo bisogno. Ma pare che la risposta non sia giunta alla sezione di provenienza, che chiamerò A, bensì, erroneamente, a un'altra sezione B. La sezione A rimase quindi senza risposta, ma purtroppo anche la sezione B non ricevette una risposta completa; vuoi che il contenuto del plico sia rimasto qui da noi, vuoi che sia andato smarrito per strada - non certo nell'ufficio della sezione, questo lo garantisco io -, sta di fatto che alla sezione B arrivò soltanto un plico con la semplice annotazione che il documento in esso contenuto, ma in realtà purtroppo mancante, concerneva la nomina di un agrimensore. Intanto la sezione A aspettava la nostra risposta; aveva, sì, preso nota della faccenda, ma come è comprensibile che spesso accada, e anche legittimo, tenuto conto della precisione di queste procedure, il relatore contava su una nostra risposta e sul fatto che lui poi avrebbe nominato l'agrimensore, oppure, se necessario, avrebbe continuato a corrispondere con noi in merito alla cosa. Di conseguenza, trascurò le sue note e finì per dimenticare tutto. Nella sezione B il plico vuoto giunse nelle mani di un relatore famoso per la sua coscienziosità, Sordini, un italiano; persino io, che pure sono addentro alle cose, non mi spiego come mai si lasci un uomo con le sue capacità in una posizione quasi subalterna. Naturalmente questo Sordini ci mandò indietro il plico vuoto perché lo completassimo. Ma ormai da quel primo scritto della sezione A erano già passati molti mesi, o addirittura anni; e si capisce, poiché se una pratica imbocca la strada giusta, com'è la regola, arriva alla sua sezione al più tardi entro le ventiquattr'ore e viene sbrigata il giorno stesso; ma se per caso sbaglia strada - e data la perfetta organizzazione deve mettercela proprio tutta per cercare la strada sbagliata, altrimenti non la trova - allora, certo, la cosa va molto per le lunghe. Perciò, quando ricevemmo la nota di Sordini, avevamo un ricordo solo molto confuso della faccenda, a quel tempo eravamo soltanto in due a svolgere il lavoro, Mizzi e io, il maestro non mi era ancora stato assegnato e conservavamo una copia solo degli affari più importanti; in breve, potemmo solo rispondere molto vagamente che non sapevamo nulla di quella nomina e che qui da noi non c'era bisogno di un agrimensore». 36

Per quanto, infine, (non) funzionino i controlli che ogni amministrazione dovrebbe avere per evitare gli errori valga la domanda posta dall’agrimensore:  

«Mi permetta d'interromperla con una domanda, signor sindaco», disse K., «lei prima non aveva parlato di un ufficio di controllo? Stando alla sua descrizione del sistema amministrativo c'è da sentirsi male all'idea che questo controllo possa mancare». 
«Lei è molto severo», disse il sindaco. «Ma moltiplichi per mille la sua severità e non sarà ancora niente in confronto a quella che l'autorità applica a se stessa. Solo un forestiero poteva fare una domanda come la sua. Se c'è un ufficio di controllo? Ci sono solo uffici di controllo. Certo, il loro compito non è scoprire degli errori nel senso grossolano della parola, perché errori non se ne commettono e anche quando se ne commette uno, come nel suo caso, chi può dire alla fin fine che sia un errore?». 
Sarebbe proprio nuova!», esclamò K. 
«Per me è una cosa molto vecchia», disse il sindaco. «Io sono convinto quanto lei che ci sia stato un errore, e Sordini ne è stato così disperato da ammalarsi gravemente, e i primi uffici di controllo a cui dobbiamo di aver scoperto l'origine dell'errore riconoscono l'errore anche in questo. Ma chi può affermare se i secondi uffici di controllo giudicheranno allo stesso modo, e così i terzi e i successivi?». 37

Ritornano così le parole del guardiano della Legge che avvisa il contadino degli ulteriori guardiani che dovrà affrontare se entrerà nella porta. 
Guardiani dall’aspetto spaventoso e dal comportamento imprevedibile che si frappongono tra il contadino e la sua meta. 
La gerarchizzazione, la frammentazione e a tortuosità del cammino sono tratti tipici dell’amministrazione e in particolare di quella di inizio novecento che assume una dimensione e un ruolo fondamentale negli Stati.  
Mi tornano alla memoria le riflessioni di David Foster Wallace nello scritto dall’autoironico titolo: Alcune considerazioni sulla comicità di Kafka che forse dovevano essere tagliate ulteriormente.38 
Wallace sosteneva che buona parte degli scritti di Kafka fossero caratterizzati da un particolare umorismo. Un umorismo per nulla sottile, o meglio “antisottile”: «La comicità di Kafka dipende da una sorta di letterarizzazione radicale di verità solitamente trattate come metafore. (…) È sempre anche tragica, e questa tragicità è sempre anche una gioia immensa e riverente. (…) Il suo in definitiva è un umorismo religioso eroicamente sano».39 
La conclusione di Wallace è che le storie di Kafka sono una specie di porta che si apre verso l’esterno: e questo è il comico.  
Alla base del comico vi è sempre e comunque il vero o meglio il reale che poi viene trasformato. 
Per sostenere questa affermazione mi allontanerò da Kafka per citare un autore apparentemente assai distante dallo scrittore praghese per stile narrativo: Piero Chiara. 
Di Chiara mi voglio soffermare sul romanzo Vedrò Singapore? 40 
La storia è ambientata nel 1932 e sullo sfondo viene descritta l’amministrazione giudiziaria del nord est d’Italia da poco separatasi dall’Impero Austro Ungarico così come l’amministrazione ceca aveva da poco (entrambe dopo la prima guerra mondiale) raggiunto la sua autonomia. 
Lo scritto inizia da Pontebba in provincia di Udine nell’alta Carnia dove l’io narrante era stato inviato di prima nomina come Volontario di Cancelleria. Tuttavia la permanenza dura poco e subito arriva il trasferimento ad Aidussina, «la sede più disagiata di tutto il territorio della Corte d’Appello di Trieste e forse di tutta Italia» 41. 
Subito però lo spostamento forzato presenta un’anomalia. Anche se il regolamento prevede un mese di licenza in caso di trasferimento, in questi territori è possibile per l’Amministrazione operare con poteri straordinari superando ogni norma. Siamo di fronte ad un potere arbitrario, che può tutto senza alcuna giustificazione, non dissimile a quello descritto da Kafka e lontano dai principi di uguaglianza e imparzialità che dovrebbero dominare l’amministrazione pubblica. 
Ma com’è l’Amministrazione raccontata da Chiara? 
Sicuramente dalla dubbia moralità e poco efficiente. 
Falsi pretori dai nomi sospesi tra il comico e il volgare che vengono scoperti nel loro inganno solo per una casuale ispezione nella quale sono trovati a giocare a carte invece di svolgere il loro compito, tavolaristi che nascondono nei locali della prefettura una amante e la mantengono regolarmente, procuratori delle imposte di rara bruttezza che hanno storie d’amore con servette procaci e appetitose fino al colpo apoplettico eccetera, eccetera, eccetera.  
Similmente la Legge (in questo caso i dati catastali) rimangono del tutto nascosti e celati, non solo agli utenti ma anche agli stessi impiegati in quanto legati al sistema asburgico del tutto sconosciuto agli italiani. Per questo si vanno a ricercare vecchi tavolaristi formati sotto l’Impero Asburgico e nati in zone di confine ai quali affiancare dei giovani impiegati per conoscere quei disegni e quei simboli apparentemente indecifrabili.  
La situazione non migliora neppure quando un nuovo trasferimento porta l’io narrante a Cividale del Friuli. 
Anzi qui avviene un fatto degno del miglior Kafka. 
Il personaggio principale trasferito, per demerito, in un ufficio nel sottotetto decide di trasformarlo, in un’alcova dove consumare i suoi incontri amorosi facendo stendere la donna sui registri generali delle cause penali. 
Tuttavia proprio nell’ultimo incontro avviene qualcosa di inaspettato.  
Per quanto fosse orario di chiusura e la porta fosse chiusa a chiave venne forzatamente aperta. 
«Balzai in piedi, ma prima di voltarmi per far fronte al gruppo chiusi rapidamente i registri generali sulla Anna che vi rimase dentro come un wurstel in un filoncino di pane. Afferrai dalla sedia vicino il suo bolerino che mi servì da perizoma e mossi un passo avanti per far scudo alla ragazza. Solo allora riconobbi nel maestoso signore di fianco al pretore Anatriello l’Alto Commissario Speciale per la Giustizia Gennaro Mordace.» 42 
La scena poi prosegue tra richieste d’immediati arresti e imbarazzati allontanamenti dalla Prefettura. 
Tali avvenimenti smitizzano i luoghi sacri della giustizia mostrando i suoi accoliti e i suoi riti sotto una lente deformante.43 
Desacralizzazione che si compie totalmente quando l’io narrante incontra, in una casa di tolleranza, l’Alto Commissario schiavo anch’egli, dietro la maschera di severità, dei suoi impulsi sessuali come un uomo qualunque. 
Atteggiamento quello dell’Alto Commissario simile a quello dei burocrati del Castello che “regnano” nei loro inaccessibili uffici, ma scendono nel villaggio per frequentare una delle due osterie e che non mancano di avere incontri amorosi con le giovani del paese, impossibilitate a negarsi pena l’essere perseguitate ed emarginate come avviene ad Amalia e alla sua famiglia. Le somiglianze potrebbero continuare passando al sottobosco, all’intorno del Palazzo della Giustizia in Chiara, del Castello in Kafka. 
Come non accostare, ad esempio, la cassiera del caffè Longobardo a Cividale, la bella Brunilde, a Frida? Donne in cui l’eros, la cupidigia e l’incerta moralità si combinano amalgamandosi in una miscela assai volatile. 
Utilizzando una metafora sembrano due pittori che, con stili e sensibilità diverse, rappresentano lo stesso modello. 
Per entrambi il modello è la vita. 
Per Kafka essa deve essere osservata, irrisa evitando però, per quanto possibile, di lasciarsi coinvolgere dagli avvenimenti. 
Per Chiara invece la vita, che cerca di descrivere, è quella di cui lui stesso è parte: orribile ma sopportabile.  
Modello che nelle narrazioni sopra descritte si declina nel mondo della burocrazia e dell’amministrazione pubblica d’inizio novecento rappresentate di là dal velo perbenistico e luccicante con la quale erano ammantate e presentate agli occhi ingenui dei cittadini. 



CONCLUSIONE 

Penso di aver portato elementi sufficienti ad istillare il dubbio che dietro alle descrizioni di Kafka vi fosse la rappresentazione ironica di alcuni tratti di quella amministrazione della quale era parte.  
Nell’intero mondo kafkiano si rispecchierebbe la società asburgica nella fase del suo declino, con la sua burocrazia lenta, elefantiaca, emanazione di un potere imperscrutabile.  
La legge rifletterebbe i principi in base a cui operano gli uffici pubblici, dove le pratiche subiscono interminabili rinvii e assurde complicazioni, magari vengono perse e ogni volta si deve ripartire da zero, come nel caso dell’agrimensore K. 
Questo mentre intere vite vengono intralciate, si consumano, vengono ingiustamente colpevolizzate. 
 Ogni certezza del diritto, ogni fiducia nella giustizia vengono messe a dura prova; ogni ragione si perde e si lascia la terra sicura delle regole per un luogo paludoso dove regna l’incertezza. 
Kafka rappresenta questo mondo alternativo squarciando il velo dell’apparenza attraverso l’ironia.  
Sull’ironia dello scrittore praghese valgano ad ulteriore conferma le parole dell’amico, che tenne l’orazione funebre di Kafka il 19 giugno 1924, Johannes Urzidil. 
Nel suo scritto Di qui passa Kafka42, Urzidil sostiene che l’ironia era la caratteristica di Kafka: «Quasi tutto in lui era ironia. (…). Aveva l’ironia dello sguardo rivolto su di sé con malinconica serietà».  
Per Urzidil quello di Kafka era un “umorismo realistico” che, proprio nei contesti più seri, accentuava con fare irriverente e beffardo: «La satira di Kafka coglie l’insensatezza, ciò che è intricato e inattingibile, doloroso per natura, e che egli insegue con precisione sadica e spietata. Talvolta ciò che è doloroso viene mostrato in una maniera così esclusivamente bizzarra da non lasciare insorgere alcuna compassione»43. 
Un delle particolarità di Kafka sarebbe dunque quella di cogliere l’inesattezza e di mostrare l’anomalo e le sue conseguenze portandole fino agli estremi esiti che assumono contorni a volte comici, a volte grotteschi. 
Tale capacità di osservazione e descrizione viene applicata al mondo che lo circonda, compreso il lavoro, che diviene fonte di ispirazione per alcuni dei suoi scritti o parte di essi. 
 Kafka, come ci ricorda sempre Max Brod 44, era stato, fin da ragazzo, di una coscienziosità precisa e scrupolosa. Era maniacalmente attento ai più piccoli aspetti della vita e della realtà.  
Questo ipersensibilità, come nota Calasso45, porta Kafka ad essere comico perché il comico è minuzioso.  
Lo stesso Calasso, riporta che questa è la regola di Kafka che formulò, ma subito cancellò, ne Il Castello (il passo si può leggere nell’apparato del romanzo): «Il comico vero è senz’altro il minuzioso»46.  
Calasso sostiene, a ragione, che questa regola è stata applicata in tutti i suoi scritti: «Di qualsiasi cosa si tratti, basta essere puntigliosi, esigenti nel precisare i passaggi, inflessibili nel seguirne le fasi e il comico erompe. Invincibile, sovrano»47. 
In Kafka però tali descrizioni assumono agli occhi del lettore, proprio per la loro forma e la loro capacità di penetrare nella realtà, la forma del mythos e cioè la narrazione fantastica applicabile a un numero ennesimo di casi e situazioni. Una volta descritti i punti cardine e le anomalie di un’organizzazione questi possono essere applicati ad ogni struttura sia essa celeste od umana. 
Il mythos, così come in origine48, si fa spiegazione vera, allo stesso modo del logos (e cioè della parola sulla quale si è riflettuto tipica della filosofia), con l’aggiunta della charis e cioè del godimento e della bellezza tipiche della narrazione49.  
Sarebbe tuttavia presuntuoso ridurre il molteplice kafkiano ad un solo aspetto. La vita di ogni uomo è, infatti, un insieme di esperienze, conoscenze, elaborazioni e rielaborazioni costanti e continue. 
L’uomo non è ad una dimensione ma è un insieme eterogeneo sempre sollecitato dagli accadimenti esterni e dai fatti della vita. 
E da questi nascono le ispirazioni di ogni scrittore mai riconducibile esclusivamente ad una sola fonte50. 
Rimane aperta un’ultima questione. 
Come è noto Kafka chiese all’amico Brod di distruggere i suoi scritti una volta morto. 
Brod non lo fece salvando un’opera unica ma tradendo, come sostiene Kundera, la volontà di Kafka ed assumendosi così, in ultima analisi, tutte quelle responsabilità che l’autore praghese aveva, in qualche modo, voluto allontanare da sé. 
Ma perché Kafka avanzò questa richiesta? 
Solo una forma di disperazione contro il proprio destino? 
In un racconto, parlando del misterioso Odradek, Kafka scrive: «Invano mi domando: che sarà di lui? Chissà se può morire? Tutto quello che muore ha avuto, prima, in certo modo uno scopo, un'attività in cui si è logorato; mentre tale non è il caso di Odradek. Lo vedrò dunque un giorno rotolare giù per le scale, davanti ai piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli, trascinandosi dietro il suo filo di refe? È chiaro che non reca danno a nessuno; ma l'idea che possa anche sopravvivermi mi è quasi angosciosa.»51 
È sbagliato ipotizzare che l’idea che i suoi scritti gli sopravvivessero gli fosse quasi angosciosa52? 
Ma quale avrebbe potuto essere il motivo di tale pensiero? 
Le spiegazioni possono essere diverse e vanno dall’influenza religiosa collegata alla concezione ebraica del peccato e della colpa, al timore di aggiungere qualcosa a quel mondo per lui incomprensibile e dominato dall’incomunicabilità. 
Come ha sostenuto Giuseppe Carotenuto: «L'uomo (per Kafka) è condannato a vivere nel mondo, tra gli uomini, nella più completa incomprensione. Questo stesso senso lo ritroviamo nella prosa Il messaggio dell'imperatore, in cui, nonostante tutti gli sforzi compiuti, l'uomo non riesce a comunicare al di fuori dell'angusta stanza dell'io. Alcuni anni dopo scriverà nel diario: «Ogni parola rigirata nella mano degli spiriti -- questo slancio della mano è il loro movimento caratteristico -- diventa una lancia rivolta contro chi parla». Chi o cosa sono questi spiriti? Quale è la loro funzione? Nello scrivere, come nel comunicare in genere, ci sono: colui che manda il messaggio, colui che lo riceve e il messaggio stesso. Gli spiriti si posizionano tra l'emittente, la fonte del messaggio e il ricevente e, come le interferenze distorcono un segnale; così gli spiriti rendono il messaggio ambiguo, diverso, trasformandone il contenuto. Quegli stessi enti negano anche il contatto con il cielo: questo è l'altro significato della prosa Il messaggio dell'imperatore. Tra l'uomo e Dio, come ormai sappiamo, sono posizionate le immense schiere della burocrazia del tribunale che si oppongono ad ogni tipo di comunicazione e di contatto. Ogni messaggio, ogni preghiera, debbono avere la forza di attraversare questa muraglia di accaniti e ostili burocrati.»53 
Sicuramente il timore che i suoi scritti potessero essere mal interpretati, andando ben oltre la sua intenzione e la sua volontà venendo, in un certo senso, deformati ed utilizzati con finalità diverse da quelle per le quali erano stati composti, poteva essere un deterrente molto forte per spingerlo a non desiderare che nulla gli sopravvivesse. Nessuna sua opera doveva essere posta alla mercé dei lettori o degli interpreti/esegeti che si sarebbero avventurati tra le pieghe dei suoi scritti alla ricerca di possibili pertugi così come avviene nella Tana, l’unico racconto incessantemente drammatico dello scrittore praghese, come ha notato Alfonso Pasti54, in cui s’immagina una sorta di talpa intrappolata nel suo ricovero (una delle tante bestiole nelle quali, come ha notato Canetti, Kafka si incarnò).  
L’angosciante racconto, scritto alla vigilia della morte, narra di un essere che cerca di costruire un rifugio perfetto, così da potersi proteggere efficacemente dai suoi nemici invisibili, dei quali però non si ha mai una prova tangibile d’esistenza.  
Sembra quasi il tentativo di chiudersi o rinchiudersi in un luogo da dove poter escludere la realtà incomprensibile e tumultuosa. 
Quella realtà che a lungo Kafka aveva inseguito per svelarne l’assurdità. 
A tale proposito Cantoni sostiene che l’opera di Kafka era: «un modo di inseguire la sempre ambivalente o polivalente realtà respingendo ogni interpretazione diversa data alla sua opera»55.  
Probabilmente56 Kafka disse a Janouch: «Edschmid parla di me come se io fossi un costruttore invece sono soltanto un copiatore molto mediocre e pasticcione. Edschmid afferma che inserisco miracoli in avvenimenti comuni. È un grave errore da parte sua. Le cose comuni sono per sé stesse miracoli lo non faccio che registrarle. Può anche darsi che io illumini un pochino le cose come fa l’operatore delle luci su un palcoscenico semibuio. Ma non è esatto. In realtà il palcoscenico non è affatto buio, è inondato dalla luce del giorno. Perciò gli uomini chiudono gli occhi e vedono così poco».57 
Tenuto conto del probabile desiderio di Kafka che il senso dei suoi scritti non fosse travisato acquisterebbe un qualche valore il tentativo qui intrapreso di riportare l’opera kafkiana nel suo giusto alveo interpretativo, interrompendo quella pletora di tentativi fatti da esegeti, più o meno improvvisati, che inondano gli scaffali delle librerie come sostiene Kundera o che fanno della sua opera solo uno spunto per sostituire i propri pensieri a quelli dell’autore praghese forzandone il senso fino a smarrirlo. Se così non fosse allora come suggerisce Todorov rifendendosi a La metamorfosi, ma che può essere applicato a tutta l’opera di Kafka: «A prima vista si è tentati di attribuire un senso allegorico a La metamorfosi; ma non appena si cerca di precisare questo senso, ci si trova davanti a un fenomeno molto simile a quello che abbiamo osservato con Il naso di Gogol…Si possono certamente proporre diverse interpretazioni allegoriche al testo, ma esso non offre nessuna indicazione esplicita che confermi l’una o l’altra di esse. Lo si è detto spesso a proposito di Kafka: i suoi racconti debbano essere letti innanzi tutto in quanto racconti: al livello letterale.»58  






NOTE 

1.P.J. Glen, The Deconstruction and Reification of Law in Franz Kafka's Before the Law and The Trial (PDF), in Southern California Interdisciplinary Law Journal, vol. 17, nº 23, Los Angeles, University of Southern California, 2007; http://www-bcf.usc.edu/~idjlaw/PDF/17-1/171%20Glen.pdf 
2.L. Traces, Kafka, Princeton University Press, 2004. 
3.M. Brod, Kafka, Mondadori, Milano 1956. 
4.M. Kundera, I testamenti traditi, Adelphi, Milano 20006. 
5. I.A.Chiusano, Mostruoso raggiante castello, in Kafka. Tutti i romanzi e i racconti, Newton, Roma 1991, p. 297.  
6.M. Kundera, L’arte del romanzo, Adelphi, Milano 1988. 
7.M. Brod, Kafka, op. cit. Gli stessi concetti si possono ritrovare in: R. Hayman, Kafka. Una biografia, Rizzoli, Milano 1983. 
8.G. Baioni, Kafka. Romanzo e parabola. Feltrinelli, Milano 19973, p. 76. 
9.M. Canauz, Kafka e le donne, Atheneum, Firenze 2000. ma si veda anche: M. Canauz, Josefine ovvero una possibile suggestione per interpretare Kafka, Progetto Babele, http://www.progettobabele.it/rubriche/showrac.php?VOTO=100&IPVT=&INVT=SI&ID=5928&i d= 
10.L. Ferrari, Alle fonti del kafkiano. Lavoro e individualismo, Vicolo del Pavone, Tortona Piacenza 2014.  
11.Ibidem 
12.M. Albrow, Bureaucracy, Pall Mall Press Ltd., London, 1970; La burocrazia, trad. it. a cura di V. Mortara, Il Mulino, Bologna, 1973. 
13.J. P. Sartre, Che cos’è la letteratura? Il Saggiatore, Milano 1960. 
14.F. Kafka, Dinnanzi alla legge, in F. Kafka. Tutti i romanzi e i racconti, Newton, Roma 1991 p. 576. 
15.Ibidem 
16.G. Steiner, Una nota sul Processo di Kafka, in Nessuna passione spenta. Saggi 1978-1996, Milano, Garzanti, 1997. 
17.Si veda, ad esempio, i casi suggeriti da Christie in cui il giudizio dipenderebbe dal contesto e non dall’azione in sé. In altre parole lo stesso crimine non esisterebbe, esisterebbero invece azioni non volute, sgradite o inaccettabili, alcune persino gravissime, la cui definizione tuttavia non va data per scontata, andando invece contestualizzata all’interno di relazioni e cornici di significato più ampie. N. Christie, Una modica quantità di crimine, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano (MI) 2012. 
18.In realtà nell’opera di Kafka non mancano altri esempi di sospensioni, di luoghi o situazioni dalle quali non si riesce ad uscire, dove il personaggio rimane impigliato in una ragnatela invisibile. Mi riferisco, ad esempio, al cacciatore Gracco, cui è dedicato un racconto concepito da Kafka mentre si sottoponeva per la seconda volta ad alcune cure presso il Sanatorio di Riva del Garda. Anche in questo caso la biografia e l’esperienza sembrano rilevanti come spunti per l’opera dello scrittore praghese. Come scrive Tonelli: «Il significato della reiterazione letteraria del viaggio a Riva del Garda non è così scarso da poter essere ignorato. Si può quasi dire che i soggiorni rivani abbiano coinciso con momenti emblematici della parabola umana dello scrittore praghese: la mitologia dell’evasione (viaggio a Riva del 1909), la ricerca di un recupero psicofisico (viaggio a Riva del 1913), la coscienza dell’irresolubile precarietà della propria condizione esistenziale (viaggio immaginario della morte-vita del cacciatore Gracco)»; A. Tonelli, Ai confini della Mitteleuropa. Il Sanatorio von Hartungen di Riva del Garda – Dai fratelli Mann a Kafka gli ospiti della cultura europea, Biblioteca Civica-Museo Civico, Comune di Riva del Garda 1997. 
19.Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. «Davanti alla legge (Tedesco: "Vor dem Gesetz") è una parabola contenuta nel romanzo Il Processo (Der Prozess), di Franz Kafka. "Davanti alla legge" in qualità di racconto breve fu pubblicata mentre Kafka era ancora in vita, la prima volta nell'edizione di Capodanno del 1915 del settimanale ebraico indipendente Selbstwehr, poi, nel 1919, fu inserita nella raccolta Ein Landarzt (Un medico di campagna). Il Processo, tuttavia, non fu pubblicato fino al 1925, l'anno successivo alla morte di Kafka». 
20.Ne Il Processo fa parte del capitolo IX ed è seguita da una conversazione tra il sacerdote, che l’ha narrata, e K. Durante il dialogo i due riflettono sulle possibili interpretazioni della storia. F. Kafka, Il processo, in F. Kafka. Tutti i romanzi e i racconti, Newton, Roma 1991 p. 179.
21.Per Steiner e Baioni questo racconto avrebbe la forma tipica dell’esegesi biblica. «Abile pastiche dei modi talmudici» la definisce Steiner; «splendida esercitazione di dialettica talmudica» lo descrive Baioni. Si veda: G. Baioni, Kafka: letteratura ed ebraismo, Torino, Einaudi, 1984; G. Steiner, “Una nota sul Processo di Kafka”, op. cit. 
22.H. Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano 2013. 
23.H. Arendt, Franz Kafka: il costruttore di modelli, in Il futuro alle spalle, Il Mulino, Bologna 2011. Si noti, per curiosità, come anche la critica turca consideri realistica l’opera di Kafka, ritrovandovi molti degli aspetti presenti nella pesante burocrazia dell’Impero Ottomano. Si veda: M. Giuliani, Kafka in Turchia: declinazione di un realismo “personale” in ITINERA – Rivista di Filosofia e di Teoria delle Arti e della Letteratura, gennaio 2002.
24.I, Daniel Blake è un film del 2016 diretto da Ken Loach vincitore della Palma d'oro al Festival di Cannes 2016 ed interpretato da: Dave Johns (Daniel Blake) e Hayley Squires (Katie). 
25.F. Kafka, Il Processo, op. cit.  
26.Ibidem 
27.Ibidem 
28.Ibidem 
29.Ibidem  
30.Esodo 18,1 
31.F. Kafka, Il Castello, in F. Kafka. Tutti i romanzi e i racconti, Newton, Roma 1991 p. 301. 32 Brod ha, senza dubbio, il merito di aver protetto e fatto conoscere l’opera di Kafka, ma insiste troppo sulla sua visione religiosa attribuendola all’amico per essere considerato una fonte assolutamente attenibile. Scrive a tale proposito Cantoni: «È doveroso mettere in rilievo i grandi meriti di Max Brod, amico, biografo, conservatore e curatore delle opere kafkiane. Senza il concorso infaticabile di Max Brod noi avremmo ben poco dell’opera kafkiana. È tuttavia motivo di perplessità e di rammarico l’insistenza con cui Max Brod ha voluto fare di Kafka uno scrittore edificante, illuminato da una fede religiosa positiva, riconducibile nell’alveo della tradizione metafisica ebraica e del sionismo militante.» R. Cantoni, Che cosa ha veramente detto Kafka, Ubaldini, Roma 1970. 
32.Potrà essere solo una coincidenza ma entrambi hanno un collegamento professionale con l’agricoltura e i campi. 
33.F. Kafka, Il Castello, op. cit. 
34.Ibidem 
35.Ibidem
36.Ibidem
37.D. F. Wallace, Considera l’aragosta, Einaudi, Torino 2006, p. 64, 
38.In una lettera del 1913, indirizzata alla sua prima fidanzata, Felice Bauer (cfr. Lettere a Felice 1912-1917; che Elias Canetti “smascherò” come una vera macchinazione per farsi lasciare dalla fidanzata: cfr. E. Canetti, L’altro processo. Le lettere di Kafka a Felice, 1969; tr. it. Longanesi, Milano 1973) Kafka le descrive la scena della piccola cerimonia privata, con la quale si celebrò la sua promozione e quella di due colleghi che con lui lavorano nell’Istituto di assicurazione contro gli infortuni dei lavoratori di Praga. Ne scaturisce un episodio umoristico. Gli ingredienti ci sono tutti: il Presidente, descritto come “raffinato per l’occasione solenne, tale da ricordare un po’ l’atteggiamento del nostro imperatore nelle udienze”; gli impiegati, Kafka e i due colleghi, che vedono nel Presidente un essere superiore, l’emanazione di una creatura quasi divina; il cerimoniale, formale, apparentemente e assurdamente simile a mille altri; il discorso pomposo; gli atteggiamenti un poco forzati. Ed in più c’è lui, Kafka o, meglio, il suo vero volto nascosto. Nel mezzo dell’incontro, Kafka sente prorompere dal petto un irrefrenabile bisogno di ridere. Cerca di contenersi e si sforza di mascherare con ogni mezzo quell’improvviso, liberatorio bisogno: colpi di tosse, sguardo basso e come sempre timido, risate (probabilmente esagerate) ai garbati scherzetti del Presidente. Ma, fatalmente, si giunge al momento cruciale: «Allorché dunque con larghi gesti delle mani tirò fuori alcune frasi melense, fu troppo per me; il mondo che fino a quel momento avevo ancora avuto davanti agli occhi, scomparve del tutto, ed attaccai una risata così cordiale, così forte, così priva di riguardi, come si può forse trovare tra alunni del popolo sui banchi di scuola». 
39.P. Chiara, Vedrò Singapore? Mondadori, Milano 1981. Si tratta di un romanzo fortemente autobiografico che ricorda le esperienze di Chiara che esattamente come l’io narrante nell'ottobre 1932 vinse un concorso come aiutante di cancelleria e fu inviato alla pretura di Pontebba, in Val Canale. Venne quindi trasferito ad Aidussina, presso il confine con il Regno di Jugoslavia, ma la primavera successiva passò a Cividale del Friuli. Nella cittadina incontrò un ambiente più stimolante che lo portò a sviluppare una visione critica nei confronti del fascismo 
40.P. Chiara, Vedrò Singapore? op. cit. p. 44. 
41.Ibidem pp. 170-171. 
42.Come non trovare affinità con il brano del Processo di Kafka nel quale i libri dei giudici sono testi di dubbia moralità? Si veda F. Kafka, Il Processo, op. cit. p. 204. 
43.J. Urzidil, Di qui passa Kafka, Adelphi, Milano 2002. 
44.Ibidem 
45.M. Brod, Kafka, op, cit. p. 44. 
46.R. Calasso, K., Adelphi, Milano 2002, p. 78. 
47.Ibidem 
48.Ibidem 
49.U. Curi, Prolegomeni per una popsophia, Mimesis, Milano – Udine, 2013 p. 21 e ss. Sul rapporto tra mythos logos si rimanda ad Heidegger e al suo Parmenide, Milano 1999, p. 140 e soprattutto al dialogo platonico, Protagora, nel quale il sofista Protagora dovendo rispondere ad una domanda di Socrate sull’arte politica, chiede se i suoi interlocutori se preferiscono che dimostri il suo pensiero mediante un racconto (mythos) o attraverso il ragionamento (logos) considerando entrambi funzionali allo scopo.  
50.Come scriveva lo stesso Kafka: «quando scriviamo non è che abbiamo espulso la luna…ma ci siamo trasferiti con tutto ciò che possediamo». Citazione da: M. Pasley, Scrittura e stesura del testo. Sulle genesi dei testi in Kafka, in E. Gini, Franz Kafka, Antologia critica, Led, Milano 1993, p. 60. Ciò che un uomo possiede non è chiaramente un solo aspetto, ma un caleidoscopio di emozioni, sentimenti, pensieri, esperienze.  
51.F. Kafka, Il cruccio del padre di famiglia, in F. Kafka. Tutti i romanzi e i racconti, Newton, Roma 1991 p. 581. 
52.L’idea della “sopravvivenza” considerata negativamente si ritrova anche al termine de Il Processo. «Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, i signori scrutavano il momento risolutivo. «Come un cane!», disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere». F. Kafka, Il Processo, op. cit. p. 292.  
53.G. Carotenuto, La mistica ebraica nei Quaderni in ottavo di Franz Kafka, in http://mondodomani.org/dialegesthai/gc01.htm 
54. A. Pasti, Kafka: fra umorismo e paradosso, Biobliomanie.it 
55.R. Cantoni, Che cosa ha veramente detto Kafka, Ubaldini, Roma 1970. 
56.Janouch aveva conosciuto Kafka quando aveva 17 anni. Era, infatti, figlio di un collega assicuratore dello scrittore che, vedendo la sua voglia di diventare poeta, lo aveva fatto incontrare con lo scrittore praghese. Kafka all’epoca non era celebre ma era conosciuto, da chi lo circondava, il suo amore per la letteratura. Il giovane, sembra, lo andò a trovare più volte in ufficio o lo aspettò all’uscita per accompagnarlo a casa e conversare con lui. Brod, che si adoperò per la pubblicazione dei ricordi di questi incontri, e Dora Diamant, riconobbero una certa somiglianza tra descrizioni e parole riportate dal libro e lo scrittore, ma esse non vanno considerate totalmente "autentiche". Probabilmente gli incontri ci furono, anche se non manca chi mette in dubbio che siano effettivamente avvenuti, non furono probabilmente né lunghi né numerosi. A favore dell’autenticità: G. Sommavilla, Kafka uomo religioso? In Civiltà cattolica, Anno 143 vol. IV Quaderno 3415/1992. Maggiori dubbi sono espressi, tra gli altri, da Marina Cavocchi, La certezza che toglie la speranza: contributi per l'approfondimento dell’aspetto ebraico in Kafka, La Giuntina, Firenze 1988. 
57.G. Janouch Conversazioni con Kafka, Guanda, Milano 1998 p. 36.  
58.T. Todorov, La letteratura fantastica, Garzanti, Milano 20155, p. 175.  





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Esempio 1
Esempio 1
KAFKA E LA BUROCRAZIA 
Una possibile chiave interpretativa 

Saggio di Maurizio Canauz

dal 23 gen 2015
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IL CASTELLO INDICE

1)  ACCENNI BIOGRAFICI

2) PER UNA POSSIBILE CHIAVE INTERPRETATIVA  


3) DAVANTI ALLA LEGGE  

4) IL CASTELLO 

5) CONCLUSIONE

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