Su “Mediterraneo” di Eugenio Montale

Al centro dell’universo concettuale montaliano si accampa un rapporto sofferto col mondo e con le cose, spesso denunciato nei termini di un’irresolutezza esistenziale. 
   «Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia.» dichiarava Montale nel 1976. 
   Una disposizione spirituale che non è attributo ontologico dell’uomo, ma deriva anzi da una condizione di primigenia intesa con la natura: col sopraggiungere della ragione, l’esistenza umana, prima vissuta nella sua pienezza, diviene monca, scialba e dissonante: si trasforma cioè in una non-vita.  
   Il vento viene più volte invocato dal Montale quale elemento salvifico e foriero dell’energia vitale. Il desiderio di vita si scontra, nella poesia Corno inglese, con un’amara riflessione  sull’impossibilità di ripristinare l’accordo perduto:

Il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.

   Ma la più compiuta espressione di questo dramma esistenziale la troviamo in “Mediterraneo”, che costituisce la terza sezione degli Ossi e si compone di nove poesie unitariamente fuse in un unico lungo poemetto. Nei versi di Mediterraneo sentiamo vibrare un sentimento misto di rassegnazione e involutivo rimpianto, che prende forma in una natura cupa e tesa, popolata da reliquie di vita. Benché si collochi in un contesto diurno, la riflessione poetica si intride dunque di accenti e colori scuri, giacché il colloquio col mare è in realtà un soliloquio: il poeta ispeziona il proprio animo alla ricerca dei legami che lo tengano ancora avvinto a quella condizione di serenità selvaggia da cui sente di essere precipitato. 
   L’atmosfera rievoca Arsenio; e in effetti il fil rouge che collega i due componimenti può essere individuato in quella segreta volontà di autoannientamento che nel poeta coincide con l’ansia di infinito e di vera vita. 
   Come ha notato Giuliano Manacorda, in Mediterraneo «si accentua il senso di sospeso fato che incombe sull’uomo, e s’indurisce e si sgretola la natura-linguaggio in inutili macerie abissali, in aridi greppi, nell’informe rottame di un paesaggio di devastazione “fra erratiche forze di venti” cui sovrastano vortici di tempesta.»
   Il mare rappresenta l’«indifferenziato naturale», da cui l’io si è separato per assumere un volto proprio; ma si tratta di un volto smunto ed amorfo. L’aggettivo “informe”, riferito – in uno degli Ossi più noti - all’animo umano, rimanda, se inteso letteralmente, all’assenza di sostanza, alla vacuità e al silenzio interiore altrove segnalati dal poeta. Di qui la nostalgia inappagata per il mare, in cui si risolveva un tempo l’esistenza umana. Per comprendere il senso di doloroso smembramento che accompagna il poeta, potremmo pensare all’io come ad una parte anatomica recisa dal resto del corpo, in cui il sangue pompato dal cuore non può più circolare. 
   Lo spirito è quindi afflosciato, simile a un fantoccio daliniano, e anela al mare «come a un padre che possa salvarlo, trascinandolo nel ritmo della sua vita stessa.» (Spagnoletti). In quest’ottica si può spiegare il titolo dell’intera raccolta, che non si adatta ad un’interpretazione univoca. Gli ossi di seppia sono propriamente conchiglie calcificate che costituiscono lo scheletro delle seppie e si possono trovare abbandonate sulla spiaggia. Sono dunque un’“inutile maceria dell’abisso”. Il mare espelle i propri residui e continua a vivere una sua vita autonoma e misteriosa senza mutarsi in nulla. 
   La simbiosi con l’«indifferenziato naturale» è per i viventi una condizione di selvaggia irrazionalità: lo spirito di ogni creatura si fonde con quello del mare, che conserva un influsso lenitivo e abbraccia la totalità degli esseri. Lo spirito profondo del mare è evocato come “delirio” e “vaneggiamento” (si veda, oltre al settimo movimento di Mediterraneo, la splendida poesia Riviere, che presenta non pochi punti di contatto con il poemetto e in cui il tormento del poeta per la perduta intesa con la natura si stempera nei toni di una rasserenante malinconia crepuscolare). 
   Il mare è la patria sognata che attrae il poeta per mezzo di sottili richiami. Ed è anche la dimensione dell’infanzia, non soltanto in quanto luogo fisico (Montale trascorse le proprie estati nella sua casa di villeggiatura a Monterosso, da bambino), ma anche perché la felicità primitiva dell’uomo rimane inscindibilmente legata alla fanciullezza. La perdita dell’ingenuità infantile e dell’intesa con la natura coincide col passaggio all’età adulta (il pensiero è nemico dell’innocenza). Come ha eloquentemente scritto Pasternak, «Perdere la fanciullezza è perdere tutto. E' dubitare. E' vedere le cose attraverso la nebbia fuorviante dei pregiudizi e dello scetticismo.»
   L’infanzia, agli occhi del poeta, si colora d’incanto, e perciò conserva un carattere di cristallina fragilità. Contrapponendosi alla natura brulla che costituisce la sostanza della poesia degli Ossi, la fanciullezza è raccontata dal Montale come una stagione dorata in Caffè a Rapallo, dove dinnanzi a un’orchestra giovanile il poeta rimane meravigliato e attonito. 
   Nell’ottavo movimento di Mediterraneo Montale lamenta la sua “malinconia di fanciullo invecchiato che non doveva pensare” e ne La farandola dei fanciulli sul greto un passante, osservando dei bambini che giocano, sente “come un supplizio / il suo distacco dalle antiche radici”.
   È la ragione a rompere il sortilegio. Non a caso, prima che inizi il confronto col mare – nel primo componimento del ciclo – il soggetto è ripiegato su se stesso, come la figura rappresentata in un noto quadro di Füssli. Il quinto movimento chiarisce e sviluppa l’immagine:

Dalla mia la tua musica sconcorda,
allora, ed è nemico ogni tuo moto.
In me ripiego, vuoto
di forze, la tua voce pare sorda.

   Avvenuto il distacco, gli esseri viventi divengono, come gli ossi di seppia, “mezzo, non fine”, “stente creature perdute in un orrore di visioni”. Immagini che comunicano un senso di precarietà e terrificante ubriachezza, quasi che il primitivo incanto si fosse rovesciato in una spaventosa allucinazione.
   Tutti gli oggetti naturali ritratti nel terzo movimento sono protesi all’abbraccio ricompositivo del mare, in cui si scioglierà l’esistenza dei singoli individui. Il tutto si risolve in una tensione discensiva, talché l’idea di morte e decomposizione si associa macchinalmente al senso del ruere, del precipitare, su cui è imperniata tra l’altro la poesia Clivo. La ventura delle venture, ciò verso cui sono protesi tutti i viventi, è la diluizione nei colori, l’esaurimento nella luce, che in Montale è un reame metafisico di serenità; e i colori, come in un quadro di Kandinskij, si trasformano in musica. 

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

   Questo era stato anche il desiderio del poeta adolescente, che cominciava ad assaporare l’amarezza della vita. 

Oh allora sballottati
come l’osso di seppia dalle ondate
svanire a poco a poco;
diventare
un albero rugoso od una pietra
levigata dal mare; nei colori
fondersi dei tramonti; sparir carne
per spicciare sorgente ebbra di sole,
dal sole divorata…
                                              Erano questi
riviere, i voti del fanciullo antico
che accanto ad una ròsa balaustrata
lentamente moriva sorridendo.
   
   L’acqua assume una polivalenza archetipica: è simbolo di vita e di morte, di una strapotenza ancestrale, ma anche del subconscio. Dato che riflette la nostra immagine, può indicare anche un incontro con se stessi. Potremmo azzardare persino una duplice lettura in chiave freudiana: da un lato il mare potrebbe rappresentare il liquido amniotico, dall’altro un “padre” verso il quale il soggetto prova avversione e svincolandosi dal quale può affermare la propria personalità (è un’ipotesi scartata da Pietro Cataldi e Floriana d’Amely). 
   Il Mediterraneo è dunque un miraggio, che si concreta nell’immagine del tempio emerso dalle onde; suggaggio di devastazione “fraisolata nella poesia del primo Novecento e che in effetti, per il significato che potrebbe essere sotteso all’immagine, può confermare la tesi di Frare, il quale ha voluto vedere in Mediterraneo il confronto tra il poeta e il dio biblico.
   Qualunque sia l’interpretazione, non ritroviamo nel poemetto lo stesso atteggiamento di contemplazione disincantata (rilevato dal Sapegno) che il Montale assume negli altri Ossi. O meglio, l’atteggiamento rigoroso e razionale e il «delirio del nominare» (Contini) sono contemperati da una maggiore partecipazione emotiva, che necessita di forme espressive in grado di sondare un arcano indecifrabile com’è quello del rapporto col mare. Per questo alcuni versi di Mediterraneo cadono nella più impenetrabile oscurità. 
   Ma, com’è stato scritto, “assumere un’identità è una necessità etica che implica però il rischio di trovarsi espulsi dalla felicità originaria che caratterizza l’infanzia”. Di fronte alla realtà, l’uomo è chiamato ad accettare la sua non-vita: è il coraggio di non rifugiarsi nell’ombra che attribuisce un senso sia pure labile all’esistenza. Tuttavia il poeta sente che un nuovo annegamento nell’«indifferenziato naturale» comporterebbe un dolce smemoramento dell’io. Da questo squilibrio derivano il tormento e l’abbandono che permeano in particolar modo i primi cinque movimenti di Mediterraneo.
   Potremmo dire con Solmi che nel Montale è presente un “ostinato amor vitae”, ma l’immagine del poeta sarà completa solo quando si noti il coesistere di un sentimento di tendenza oppositiva, il diniego e il rifiuto nei confronti della vita stessa, che per analogia potremmo definire “taedium vitae” e che non è affatto meno rilevante.  
   Mediterraneo ha poi delle implicazioni morali e poetiche: Luperini, uno dei maggiori estimatori del poemetto, ha fatto notare che «L’uomo si separa sì dal mare, ma continuerà a portarne dentro di sé l’eco e l’insegnamento.»   
   L’insegnamento etico consiste nella “legge rischiosa del mare”: 

esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.

   L’eco è invece il riverbero del mito che permette al poeta di comporre le sue storte sillabe. E il mito è rappresentato dal mare, in contrapposizione col travagliato mondo della storia: mare che è il simbolo di un rapporto panico (si pensi all’etimologia del termine per cogliere il concetto) dell’uomo con la natura. E’ cioè, malgrado tutto, la fonte di ispirazione del poeta. 
   Si potrebbe dire che i presupposti da cui muove la poesia montaliana debbano essere rintracciati proprio nella scomparsa del panismo alcionio. D’altronde fu lo stesso Montale ad ammettere, nel 1956, i debiti poetici riconducibili a d’Annunzio.
   «D’Annunzio nella recente tradizione italiana è un poco come Hugo nella sua posterità francese, da Baudelaire in giù: è presente in tutti perché ha sperimentato o sfiorato tutte le possibilità linguistiche e prosodiche del nostro tempo. In questo senso non aver appreso nulla da lui sarebbe un pessimo segno.» 
   Devoto e Altieri notano come «Il lessico dannunziano […] accontenta il bisogno di Montale di evadere dal lessico medio e usurato della poesia, ma non collabora ad un intento eloquente e melodico.» 
   D’altro canto il Montale non scriverà più: 

I miei carmi son prole
delle foreste,
altri dell'onde,
altri delle arene,
altri del Sole,
altri del vento Agreste.

   La sua poesia è “lamentosa letteratura”, fatta di “lettere fruste dei dizionari”. Anche nello stile si ripercuote dunque l’irrimediabile perdita dei contatti con la natura.

Io che sognava rapirti
le salmastre parole
in cui natura ed arte si confondono…

O ancora:

La più vera ragione è di chi tace.
Il canto che singhiozza è un canto di pace.

   Versi in cui scopriamo un’ascendenza crepuscolare e più specificatamente corazziniana, come hanno rilevato il Cataldi e la d’Amely.
   In definitiva sarà proprio la molteplicità dei motivi e dei significati che percorrono sotterraneamente Mediterraneo a darci l’idea della monumentalità e del valore del poemetto, in cui persino i versi indecifrabili, come quelli che concludono il ciclo, concorrono a ricreare quell’aura di mistero in cui forse si cela il segreto più antico dell’esistenza umana. 

Gianluca Furnari

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dal 4 luglio 2010


Conosciamo a Montale vasti interessi di pensiero: ha letto filosofi e romanzieri, ha seguito i poeti, di più lingue. Ha atteso alla critica letteraria, saggista felice in riviste, in quotidiani (...) Larghissime e varie le conoscenze: dalla toga alla zappa, dal letterato accademico a Cesare, il vecchio e autoriatario tavolante delle Giubbe Rosse, che presagisce lo scacco matto a l'un dei due , nei finali di torneo. Montale avvicina gli umili, e ne fa pregio  e ne cava dottrina, ove il caso dimandi: il so fiuto estroso ne ha misurato il valore, ne ha compatito la sofferenza. Artigiani, lavandaie, pescatori, contadini, fantesche. L'ho udito scherzare col povero diavolo, nel totale crollo della cenere dal bocchino di ciliegio: (trema leggermente la mano, come ai battiti di una fraternità dolorosa). L'ho veduto interrogarli con un sorriso, nel provvisorio stare delle sue soprascarpe di gomma: o sovvenire, in una rapida luce del volto, al loro impegno o al loro impaccio. Un motto pronto, liberamente evasivo dal lebbrosario della miseria, o dal serpaio dello scàndolo. Montale non è "prude". "Gli vizi umani" conosce (negli altri) e, direi, indaga. Con una certa ghiottoneria. Non patisce veti interni. Quando uno o una gli urta i nervi, è lo spasso. La sua icastica  abituale si alluzza  allora in una epifania di trovate , a base di senape e di pepe di Cajenna. Il malumore lo shakespearizza. Deforma il dato reale e positivo in una favola semi-seria, semi-imbronciata, semi-ironica, semi-malinconica, semi non so che cosa, per cui d'un ratto in trappola d'amore è bell'e che nata un'Iliade, di cui tutta l'Italia fa gargarismi. 
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