Contro i tedeschi: firmato Nietzsche

Con  Umano troppo umano  (1878) Nietzsche prende le distanze dal pensiero mitico di Wagner, dalla speculazione metafisica di Schopenhauer, da Kant e dalla “Scuola di Tubinga”, in breve dalla tradizione tedesca. Oggi per noi uomini del terzo millennio, anche da semplici utenti di Internet, è molto agevole uscire dalla nostra pelle nazionale e chiedere la cittadinanza al mondo. Ai tempi di Nietzsche non era così facile. La circolazione delle idee era giocoforza asfittica, in termini di traduzioni di libri e della loro diffusione. Insomma si nasceva tedeschi ed era fatale che si stesse dentro il circuito della propria tradizione culturale come dentro la “Vergine di Norimberga” per tutta la vita. Tutta la filosofia tedesca peraltro si muove come un unico movimento sinfonico da Nicolò di Cusa o Alberto Magno fino ad Heidegger, via Jacobi, Leibniz, Wolff. Solo i viaggi e le occasioni di incontro con intellettuali di prestigio (Jacob Burckhardt nel caso di Nietzsche) potevano consentire anche a un ipertedesco come Nietzsche di fuoriuscire dai propri asfittici confini e di andare incontro alla propria vera natura e di diventare uno spirito libero. («Si chiama spirito libero colui che pensa diversamente da come, in base alla sua origine, al suo ambiente, al suo stato e ufficio o in base alla opinioni dominanti del tempo, ci si aspetterebbe che egli pensasse»  Umano troppo umano § 225).

Ecco perché la rottura con Wagner e lo spirito tedesco acquista in Nietzsche i caratteri del dramma e dell’esasperazione psichica. Con quel libro di rottura dedicato al centenario della morte di Voltaire, Nietzsche volge le sue attenzioni filosofiche al mondo mediterraneo e latino, soprattutto francese. In  Umano troppo umano  vi sono tracce evidenti dell’ innamoramento della cultura francese: Cartesio, Montaigne, La Rochefoucauld, Pascal, Voltaire, Stendhal, il non amato Rousseau, risuonano in queste pagine e vengono direttamente citati o sottintesi. «Oggi è giocoforza mettersi a scuola dei vecchi Francesi», scriverà nell’aforisma 203.

C’è chi afferma che i letterati campioni nazionali sono tali perché rappresentano l'anti-tipo ideale nazionale. Shakespeare così sanguigno contro il flemmatico inglese medio; Dante hombre vertical, implacabile e di parole di marmo contro il molle e flettevole fiorentino, mercante e ciarliero, portatore dell'esprit florentin appunto. Cervantes onirico e ironico contro lo spagnolo del suo tempo cupo e teologico. Per Nietzsche, resta in piedi, nella sua personale caduta degli dei, solo la figura e il magistero artistico di Goethe, proprio perché l'artista  si muove fuori dal genio tedesco. Se Schiller aveva ringiovanito i tedeschi

Goethe fu al di sopra dei Tedeschi in ogni rapporto, come lo è ancora oggi: egli non apparterrà loro mai. Come potrebbe mai un popolo essere all’altezza della spiritualità goethiana nel suo ben-essere e nel suo ben volere!


Il commediografo Kotzebue è invece l’artista che meglio li rappresenta.

Bonari, incontinenti nei piccoli godimenti, facili al pianto, con il desiderio di potersi sbarazzare almeno a teatro di una freddezza innata e coscienziosa […] felicissimi per una bella e generosa azione, nel resto sottomessi verso l’alto, reciprocamente invidiosi e tuttavia nell’intimo bastanti a se stessi – così erano essi, coì era lui. (Opinioni e sentenze diverse § 170).

Attraverso Burckhardt Nietzsche s’era accostato al nostro Rinascimento che interpreta, alla luce del suo pensiero ultimo, come un momento in cui la civilizzazione culturale italiana aveva detto un sonoro sì alla vita  anche grazie al suo cattolicesimo derogatorio e concessivo e in generale al suo spirito religioso straordinariamente superficiale ed esteriore che per Nietzsche era un fatto dello spirito pubblico da accogliere con giubilo. Ma il filosofo tedesco non si ferma all’elogio del Rinascimento italiano, ha dentro di sé quel verme roditore che lo tormenta fin dalla prima giovinezza: la Riforma protestante, quella Riforma che invece – ed è proprio vero che la vita è un ospedale dove inutilmente si cerca di cambiare letto - verrà invocata lungamente come necessaria per gli italiani da Gramsci seppur dietro la formula generica di una “riforma intellettuale e morale” mutuata da Ernest Renan (intellettuale che Nietzsche non amava). 

Ma ecco per intero il brano di Nietzsche che ci dà un singolare punto di vista di un tedesco eretico e illuminista, uno scorcio utile in un’epoca come la nostra di forte contrapposizione di scenari mentali-culturali tra la cultura dell’Europa fredda e protestante e quella dell’Europa mediterranea prevalentemente cattolica entro i quali si sono situati i rimballi reciproci sulle responsabilità della crisi che ci attanaglia. 

Il Rinascimento italiano racchiuse in sé tutte le forze positive a cui si deve la cultura moderna: ossia liberazione del pensiero, disprezzo dell’autorità, vittoria dell’istruzione contro l’alterigia della schiatta, entusiasmo per la scienza e per il passato scientifico degli uomini, affrancamento dell’individuo, amore ardente per la veracità e ostilità verso l’apparenza e il mero effetto (una ardore che divampò in tutta una folla di caratteri artistici, i quali nelle loro opere pretesero da sé con somma purezza morale perfezione e nient’altro che perfezione); sì il Rinascimento ebbe in sé quelle forze positive che finora, nella nostra cultura moderna, non sono ancora ridiventate così potenti. Esso fu l’età aurea di questo millennio, nonostante tutte le sue pecche e i suoi vizi. La Riforma tedesca appare invece come un’energica protesta di spiriti arretrati, che non si erano ancora affatto saziati della visione medievale del mondo e che avvertirono i sintomi del suo dissolversi, la straordinaria superficializzazione ed esteriorizzazione della vita religiosa, con profondo abbattimento, invece che con giubilo, come si sarebbe convenuto. Con la loro nordica forza e caparbietà, essi respinsero gli uomini indietro, provocarono la Controriforma, vale a dire un Cristianesimo cattolico da legittima difesa, con le violenze di uno stato di assedio, e ritardarono di due o tre secoli il pieno risvegliarsi e dominare delle scienze, così come resero forse impossibile per sempre l’armonioso concrescere a unità dello spirito antico e di quello moderno. Il grande compito del Rinascimento non poté essere portato a termine; lo impedì la protesta della germanicità, rimasta frattanto indietro, nel Medioevo aveva almeno avuto il buon senso di attraversare le Alpi per la propria salute
.
Più avanti Nietzsche argomenta che se non ci fosse stata quella particolare congiuntura storica di lotta tra l’Imperatore tedesco e il papa, i quali utilizzarono Lutero ciascuno ai propri fini, costui «sarebbe stato bruciato come Huss e l’aurora dell’Illuminismo sarebbe forse sorta un po’ di tempo prima». ( Umano troppo umano § 237)

In  Al di là del bene e del male  e ne  L’anticristo  continua le combat di Nietzsche con la tradizione tedesca.   In questi testi il filosofo pianta delle stoccate micidiali contro la cultura tedesca in cui s’era formato e con la quale aveva contratto naturali debiti. Paul Valéry diceva: on est français comme on respire, e così si potrebbe dire di Nietzsche (ma anche di me italiano) che era immancabilmente tedesco così come respirava. Benché spirito libero Nietzsche come tutti gli intellettuali di genio combatté contro i tre nemici di sempre. L’ennemi antérieur, l’ennemi extérieur e l’ennemi intérieur. Quest’ultimo particolarmente insidioso.

Ne  L’anticristo  Nietzsche scrive:

 I tedeschi mi capiranno immediatamente se affermo che la filosofia è stata corrotta dal sangue dei teologi. Il pastore protestante è l'avo della filosofia tedesca, il protestantesimo stesso ne è il peccatum originale. Definizione del protestantesimo: semiparalisi del cristianesimo e della ragione... Basta solo pronunciare le parole "Scuola di Tubinga" per capire cosa sia la filosofia tedesca in realtà: una scaltra teologia... […] Perché nel mondo accademico tedesco, costituito per tre quarti da figli di pastori e insegnanti, si esultò tanto all'apparire di Kant?

dove è facile capire che tra quei “figli di pastori” protestanti (lo è anche Angela Mekel) c’era un’allusione a se stesso poiché Nietzsche era proprio figlio di un pastore protestante! In Al di là del bene e del male c’è un’altra stoccata contro Kant che

si sentiva fiero di aver "scoperto" nell'uomo una nuova facoltà, la facoltà dei giudizi sintetici a priori. Anche ammesso che in questo si sia ingannato, lo sviluppo e la rapida fioritura della filosofia tedesca dipendono da quest'orgoglio e all'emulazione di tutti i giovani nello scoprire possibilmente qualcosa di ancor più superbo - e in ogni caso ‘nuove facoltà’! 

E più avanti definisce una  niaiserie allemande  (una stupidaggine tedesca) questa pretesa di “scoprire” in un’epoca in cui non si sapeva ancora tener distinti “trovare” da “inventare”.

 Ora, Nietzsche è geniale nel fare questa semplice operazione di Kulturkritik, di sapere cioè cogliere il proprium delle tradizioni filosofiche sia dei francesi che dei tedeschi. Tipica di questi ultimi è la pretesa di trovare facoltà intellettive tutte nuove, di erigere poderosi “sistemi” filosofici, di pensare per “categorie” e di inventarsene anche qualcuna, di acquisire atteggiamenti pensosi e grevi sulle questioni che trattano.
 Il Geist tedesco non è raisonnable. Anche se va subito detto che i tedeschi maneggiano il Geist come i greci il Logos, raggiungendovi vette di astrazione spesso ineguagliabili a dispetto di ciò che pensa lo stesso Nietzsche che invece, lodando Voltaire, certificava che «la natura del francese è molto più affine a quella greca che non la natura del tedesco» (Umano troppo umano» § 221).

Altro merito, in quest’opera di comparativismo tra le due tradizioni filosofiche è il grandioso recupero dei  moralistes  francesi (“coloro che scrutano gli uomini” ( Opinioni e sentenze diverse, § 5), ove Nietzsche, ancora una volta rimprovera ai tedeschi (Schopenhauer in questo caso) di avere corrotto i loro detti, e di aver dato senso assoluto e necessario a ciò che per i moralisti era una un’indicazione provvisoria e limitata nel tempo e nello spazio. Il peccato tipico, il proprium diremmo con maggior precisone,   dei tedeschi è l’assolutizzazione e l’astrazione. Ma anche nella scelta dell’aforisma di conio francese c’è un rifiuto della forma e soprattutto del “pensiero” sistematico.

L’allusione alla Scuola di Tubinga (dove si erano formati Hegel, Schelling, Hoelderlin, ecc) e ai figli dei pastori protestanti è molto significativa e dà l’idea dei due diversi atteggiamenti spirituali. Il Geist tedesco ha come riferimento l’aula sorda e grigia di un collegio (Stift) di teologia dove gli astanti indossano una severa palandrana nera, mentre l’Esprit francese ha come riferimento implicito un salotto parigino retto da una profumata e incipriata  femme savante. I tedeschi vogliono persuadere, vincere e convincere; i francesi vogliono sedurre e conquistare (spesso un’alcova). E Nietzsche, avendo intuito tutto questo, scriverà nella prefazione di  Al di là del bene e del male:

 Posto che la verità sia una donna -, e perché, no? non è forse fondato il sospetto che tutti i filosofi, in quanto furono dogmatici, s'intendevano poco di donne? che la terribile serietà, la sgraziata invadenza con cui essi, fino a oggi, erano soliti accostarsi alla verità, costituivano dei mezzi maldestri e inopportuni per guadagnarsi appunto i favori di una donna?.

Quale filosofo aveva in mente Nietzsche? Kant? Se stesso, forse? Se aveva in mente Hegel sbagliava di grosso perché l’allievo di teologia di Tubinga,  dismessa la  palandrana nera, non appena uscito dallo Stift,   ingravidò oltre l'affittamere anche qualche altra signora. Tanto che in tarda età di fronte a un figlio naturale che chiedeva il riconoscimento si giustificò filosoficamente che al momento del suo concepimento era «nell’accidentale, ora sono nell’essenziale»...
Alfio Squillaci




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Esempio 1
dal   20 settembre 2012
Friedrich Nietzsche in divisa di artigliere prussiano (1868)
Dopo un periodo di appannamento e di ostracismo ideologico-politico, Nietzsche è ora di nuovo riabilitato, osannato dai clamori dei suoi adepti. Questo libro si muove controcorrente, perché cerca di contrastare la ripullulante mitologia nietzschiana mediante una precisa ricostruzione dei fatti. È un libro di documentazione, non di interpretazione; e proprio i documenti, spesso inediti, permettono all'autore di sfatare molte leggende. Il soggiorno e la catastrofe di Nietzsche a Torino sono posti al centro di un quadro animato: la città e la sua vita, i passi del filosofo per le vie e lungo il fiume, le sue lettere e le sue allucinazioni. Prefazione di Vittorio Sgarbi, ahimè. 

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Umano troppo umano, vol. I (1879) è la prima opera di Nietzsche presentata in quella forma aforistica che si rivelerà poi essere la sua forma più peculiare. Con questo libro Nietzche sentì di avere compiuto "un vero progresso - verso me stesso", collegato innanzitutto al suo graduale svincolarsi delle due esperienze decisive della sua giovinezza: la filosofia di Schopenhauer e l'arte di Wagner. Liberazione necessariamente dolorosa, per cui queste pagine posson essere viste come "il monumento di una crisi". Ma anche percorso segnato da scoperte sorprendenti, dal momento in cui tutta una serie di impulsi conoscitivi, accantonati o repressi per la vicinanza di Wagner e del suo ambiente, vengono lasciati liberi di espandersi in una meditazione solitaria. Qui appare già, con tutta la sua potenza corrosiva, il Nietzsche che dubita, che mina ogni certezza, che si addentra allo stile tagliente dei grandi moralisti francesi. In breve il Nietzsche stilisticamente più moderno. E non si tratta solo di una conquista stilistica. Con l'aforisma si manifesta una nuova fase della conoscenza: esso induce a una sorta di lampeggiamento razionale, all'analisi come incursione fulminea, che getta luce su un punto concreto, prima di ritirarsi nell'oscurità. Così, questa forma diventa l'arma naturale di "uno spirito spietato, che conosce tutti i nascondigli dove l'ideale sta di casa". Qui si può dire che assistiamo all'origine di quelle "dure cose di psicologia" che costelleranno sino alla fine l'opera di Nietzsche - e avvieranno a molte delle sue più preziose intuizioni.
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
I moralisti
In un aforisma di “Umano troppo umano» vol.II. "Opinioni e sentenze diverse" § 33  Nietzsche dice che in Schopenhauer, sotto il manto di leopardo della sua metafisica,  c’è un vero “genio moralista”. Cosa vuol dire Nietzsche? Che Schopenhauer è un bacchettone, uno che fa la morale? No, semplicemente vuol dire che  Schopenhauer è un “moraliste” alla francese, come” moralistes” erano gli autori di riferimento francesi di questo Nietzsche  che abbiamo tra le mani, ossia La Rochefoucauld, La Bruyère, Chamfort, Vauvenargues. I “Moralistes” francesi sono  quegli autori del Grand Siècle che  più e meglio hanno scritto sul cuore umano prima dell’avvento della psicoanalisi. Il loro era uno studio, rimasto con grande risalto nella tradizione francese,  sulle passioni e sui costumi  degli uomini (étude sur le passions et les mœurs, dove questi  mœurs mostrano la chiara origine latina: mos-moris). Non solo i costumi in senso lato, ma le maniere, le inclinazioni e i comportamenti  individuali e collettivi sono al centro dell’attenzione dei “moralistes”… Nelle “Illusioni perdute” Balzac farà derivare il romanzo moderno dalla grande tradizione “moraliste”. Scriverà: «Il romanzo abbraccia il fatto e l'idea con invenzioni che esigono lo spirito di La Bruyère e la sua morale incisiva». Perché questo aveva fatto Balzac: condurre a termine il lavoro di scavo e di disvelamento dei “moralistes” classici del Grande Secolo, e coniugare questo lavoro di estrema raffinatezza intellettuale coi mezzi dozzinali e popolari offerti dal genere romanzo.  Da qui l’andamento della sua prosa deliziosa che alterna una massima alla La Rochefoucauld  alla descrizione di un personaggio popolare come Vautrin…
Ora questo termine di “moraliste” in Italia è praticamente intraducibile in maniera appropriata, perché nella nostra lingua il termine di “moralista” indica una persona che fa la morale, uno che  si erge a una superiore moralità in un Paese che vive così tanto nel brago morale che con l’espressione “Non fare il moralista” intende semplicemente “abbassare” chi osa distaccarsi da comportamenti ritenuti ampiamente condivisi: così fan tutti! Il termine sprezzante di “moralista” in Italia è una chiamata di correità permanente, è dire “Siamo tutti complici, tutti colpevoli, il più pulito c’ha la rogna”… dunque “tutti colpevoli, nessun colpevole”. Ecco perché il termine “genio moralista” che Nietzsche dà a Schopenhauer chiederebbe quanto meno una nota a pie’ di pagina per il lettore italiano….