Nessuno alle prime pagine di questo fulminante racconto, come sempre in eccellente traduzione, sospetta che un incontro d'aeroporto, in attesa di un aereo in ritardo, fra due sconosciuti, entrambi quarantenni, uno brutto, gracile, dal curioso nome di Textor Texel, l'altro bello, ben vestito, un manager dal "colletto bianco" e dal significativo nome di Jérôme Angust (angusto e non augusto!), si spacchi come un guscio per rivelare il delitto (vero, supposto?) di un paranoico. Il paranoico è privo delle bizzarre incoerenze che caratterizzano lo schizofrenico, nel suo delirio ha una logica ferrea e fuori di esso può condurre per anni una vita normale e addirittura di eccellere in una professione. Ma è anche colui che fa sempre esattamente ciò di cui ha voglia, e le voglie umane si sa che sono insospettate e terribili.

La giovane scrittrice belga, al suo decimo libro, è un talento teatrale: il racconto è un dialogo fra i due. Male e dolore si superano per Nothomb nell'estasi estetica, e il significato - crudelmente estetico - della vicenda è sintetizzato in un'inedita identificazione di cosmo e cosmetica: "Agisco - dice l'uno - in base a una cosmetica rigorosa e giansenista". E l'altro: "Cosa c'entra adesso la cosmetica?" Risposta: "La cosmetica è la scienza dell'ordine universale, la morale suprema che determina il mondo". E cosa ne verrà? Nell'ultima pagina un ignoto, davanti agli occhi esterrefatti dei passeggeri in attesa, si fracassa la testa contro il muro.


  ACIDO SOLFORICO: 
L’ULTIMA PROVOCAZIONE DI AMÉLIE NOTHOMB

Ospite a Roma il 22 febbraio alla Libreria Feltrinelli di Piazza Colonna, la scrittrice francese Amélie Nothomb ha presentato al pubblico la sua ultima fatica, Acido Solforico, edito presso la Casa Editrice Voland. Al centro del libro, la cui uscita in Francia, a settembre, ha scatenato numerose e violente polemiche, i reality show che invadono la nostra esistenza. Quello presente in Acido Solforico, che è valsa alla Nothomb l’accusa di “cattivo gusto”, si chiama “concentramento” (con una chiara allusione ai campi di sterminio), metafora con la quale viene indicata la “morte dello spirito” che la televisione spazzatura provocherebbe. 
Incalzata dalle domande dei presenti (qui riportate fedelmente), così la scrittrice ha presentato e commentato il suo libro:

Come risponde alle polemiche che hanno accompagnato l’uscita di Acido Solforico?

  Si tratta più che altro di una polemica scatenata dai giornali, dai mezzi di comunicazione di massa, perché non è arrivata da parte dei miei lettori. Chi si è indignato non se l’è presa tanto per il discorso sulla televisione, che forse avrei potuto accettare, ma quanto per i riferimenti alla shoah. L’accusa principale che mi è stata rivolta è stata quella di oscenità, ma io non trovo che il mio libro sia osceno. E per tutta risposta pongo un’altra domanda: qual è il limite oltre il quale è indispensabile indignarsi? 
  
Ha ricevuto molte lettere dai sopravvissuti dell’Olocausto. Che cosa le hanno scritto invece costoro?

   La cosa strana è che nonostante non si tratti di un libro sulla shoah i sopravvissuti hanno affermato che ciò che io ho scritto corrisponde con estrema fedeltà a quello che essi stessi hanno vissuto.

Lei, comunque, conosce molto bene l’argomento.

   Si. Già all’età di 14 anni ho cominciato a provare un grande interesse per tutta la letteratura che riguardava i campi di  concentramento, e devo dire che si tratta di una letteratura molto forte ed appassionante, anche perché parla di quelli che sono i limiti oltre i quali si può spingere la natura umana.

In tutta la sua produzione letteraria lei ha affrontato molte volte il rapporto vittima-carnefice. Era, allora, fatale che prima o poi si arrivasse alla sua iconografia più classica che è quella dell’aguzzino (e della kapò) e della prigioniera del campo di concentramento?

   Si, è una sorta di evoluzione, di continuità che parte dai miei romanzi precedenti e arriva fino a questo. C’è di diverso l’intensità dell’espressione, della relazione tra vittima e carnefice.

Perché un rapporto così sbilanciato la interessa a tal punto da esplorarlo in quasi tutti i suoi romanzi?  

   Mi interessa questo tipo di relazione, perché è una relazione che esiste ovunque, tra chiunque. Sarò, forse, paranoica, ma questo è quello che sento.

Perché è così difficile la parità nei rapporti?

   Me lo chiedo io stessa ogni volta che osservo, eppure è una cosa che succede sempre. Nel caso di un campo di concentramento è comprensibile, ma questo è riscontrabile in qualsiasi tipo di interrelazione umana.
 
Per la prima volta ha rinunciato, in questo romanzo, all’arma dell’ironia. 
   Non ho trovato il modo per poterla utilizzare. E nonostante questo qualche lettore mi ha detto  di aver riso leggendo il libro. Forse è quello che il mio pubblico si aspetta, sulla base di quanto scritto da me in precedenza.

Usando una metafora, lei dice spesso di rimanere incinta dei suoi libri. Cos’è accaduto con questo romanzo?

   Si tratta, come nel caso delle opere precedenti, di un caso di “immacolata concezione”. Posso quindi descrivere le circostanze, ma non la causa esatta. La circostanza è stata l’ ennesima conversazione sui reality show alla quale ho partecipato. 
   
Perché, secondo lei, la gente, nonostante si dichiari disgustata dai reality, finisce, poi, con il guardarli? 

   Per rispondere a questa domanda, dovremmo chiederci se essere indignati abbia un’efficacia, oggi. La stessa indignazione fa parte, infatti, della pubblicità. Chi organizza questo tipo di trasmissione, credo, giochi molto su questo sentimento. Ed è per questo che io propongo di boicottare questo tipo di spettacolo, in cui domina il disprezzo nei confronti dell’umanità. Tutti disprezzano tutti. Gli organizzatori disprezzano i partecipanti, i partecipanti disprezzano gli organizzatori. È un circolo vizioso di disprezzo che non finisce mai.

In Francia, chi realizza questo tipo di trasmissioni ha reagito in qualche modo al suo libro?  

   C’è chi ha reagito invitandomi ai propri programmi. Chiaramente ho rifiutato. Vorrei comunque sottolineare che in nessun brano del mio romanzo io dico che la televisione è il diavolo, esiste anche una televisione buona.

In Acido Solforico c’è un personaggio maschile molto positivo che si chiama Pietro Livi, e che suona molto Primo levi. 

   Non è certo casuale questa scelta perché oggi non si può parlare dei campi di sterminio senza rifarsi in qualche modo a quella che è stata l’opera di Primo levi.  

I nomi sono per lei molto importanti. Perché ha scelto per questo romanzo quelli di Pannonique, l’eroina buona, e Zdena, l’aguzzina?

   Mi ritengo una sorta di cacciatrice di nomi. Era molto tempo che tenevo in caldo quello di Pannonique. Cercavo il pretesto giusto per utilizzarlo e per attribuirlo ad un personaggio grandioso. Pannonique deriva da Pannonia, antico nome dell’Ungheria, paese di origine di numerosi deportati. Per quanto riguarda Zdena, invece, l’ho trovato in uno scritto di Kundera, dov’era un personaggio brutto e stupido. E anche Kundera è un autore che ha parlato molto dei campi di concentramento.

Qual è la sua ricetta contro questa brutalità dilagante?

   L’identità è essenziale, anche perché all’interno del campo di concentramento i prigionieri non hanno più un nome ma sono delle matricole. E quindi proprio per il fatto di non poter utilizzare un nome proprio, la civiltà è quello che salva i prigionieri, come lo è stato per millenni. 
  

La televisione spazzatura non è fatta solo di reality show, ma anche di tanta pessima pubblicità. Che cosa ne pensa? Che soluzione propone?

   Non sono il Messia. Nel mio libro ho voluto soffermarmi solo sui reality. Spero che altri, dopo di me, proseguiranno su questa strada, evidenziando tutti gli altri aspetti negativi che oggi siamo costretti a guardare.

Marilena Genovese
 (Dottoranda in Francesistica)





Amélie Nothomb, Acido Solforico, Voland 2005

Un rastrellamento nelle strade di Parigi, con la polizia che carica i prigionieri in vagoni piombati,  non è il pretesto per riesumare antiche tragedie novecentesche, ma solo la selezione per una nuova trasmissione televisiva: Concentramento. Come accadde nel cuore dell’Europa, una volta nel campo,  i prigionieri-concorrenti sono spogliati di tutto, viene assegnato loro un numero, condotti ai lavori forzati e chi non risulterà inabile al lavoro sarà mandato a morte. In questa commedia dell’assurdo il passato torna sottoforma di spazio scenico adatto più a ballerine e comici che a prigionieri. Ma il pubblico, garante della genuinità dei contenuti, vuole vedere anche là dove non si può gettare lo sguardo. Di fronte all’occhio della telecamera si stende un campo che potrebbe essere Auschwitz o Treblinka, ma che non è niente di tutto questo. È il palcoscenico dove viene esibita la fatica, il sudore, la morte di prigionieri stretti in un gioco mediatico per noi spettatori bramosi d’immagini forti e di surrealtà.
Pannonique (che nel campo si chiama CKZ 114) è la protagonista del racconto, una ragazza talmente bella da suscitare amore perfino nella kapò Zdena, l’aguzzino più efferato di tutto il campo. Entrambe rappresentano gli estremi dell’asse in cui ruota il meccanismo narrativo, vittima e carnefice non sono pedine isolate, ma sono in una relazione che richiama la dialettica hegeliana servo-padrone. La vittima soffre del proprio egoismo per non riuscire a trovare una via di fuga per sé e per gli altri prigionieri, sentendosi carnefice in qualche modo. La carnefice a sua volta patisce un atto d’identificazione, ella vuole Pannonique, la desidera violentemente, arriva a chiedergli il nome violando le rigide regole della trasmissione.
La Nothomb porta alle estreme conseguenze il circolo vizioso delle immagini di cui è schiava la nostra società. Il Grande Fratello non è solo un format di successo, l’inizio di una lunga sequela di fenomeni televisivi, è piuttosto il segno evidente di un degrado. La democratizzazione dell’immagine è il risultato di un livellamento verso il basso, che non riguarda solo il gusto estetico, ma investe la sfera morale e politica. Tutto è immediatamente fruibile e, soprattutto, visibile per tutti. Quello che rimane è solo il palcoscenico, i riflettori, le telecamere, e in mezzo lo spettacolo che, secondo un copione in continua escalation, deve essere in grado ogni volta di impressionare ed esaltare. Prova ne è l’indignazione che esibiscono politici e giornali di fronte a Concentramento. Di fronte all’orrore si sprecano gli aggettivi, l’immagine ha già restituito una realtà, per quanto orribile, e di fronte ad essa non ci si può opporre.
In nome di un di più di verità e autenticità, l’obiettivo della telecamera è la mannaia che si abbatte per determinare il confine tra bene e male, mentre il video è lo spazio rimasto ai valori occidentali, dove la morte viene sublimata in virtù dello spettacolo e dove tutti si sentono coinvolti senza esserlo davvero. In questo luogo c’è ancora la possibilità dell’amore, uno ossessivo, quello della kapò Zdena, e l’altro autentico, quasi impossibile visto il contesto, di EPJ 327 nei confronti di Pannonique. E sarà proprio l’amore a liberare i prigionieri del campo mettendo fine alla trasmissione. Ma i riflettori si spengono così come si sono accesi, con un click, niente più. La rivolta che organizza Zdena correrà veloce e immediata come le immagini dei soprusi e della violenze sui prigionieri-concorrenti. Non c’è passaggio catartico, la kapò passa dalla parte giusta senza ammettere di essere stata strumento del circo mediatico, ma solo per avere Pannonique tutta per sé e finalmente liberare il suo desiderio di possessione.
Il ribaltamento finale della arendtiana banalità del male, non intende lasciare lo spazio per una redenzione possibile, vittime e carnefici sono inscindibilmente legati al proprio destino. La fine è nell’inizio delle parole con cui la Nothomb apre il racconto: “Venne il momento in cui la sofferenza non li sfamò più: ne pretesero lo spettacolo”.  

Michele Morandi
 

Esempio 1
Un reality show dall'inequivocabile nome "Concentramento", basato su regole che ricordano il momento più orribile della storia dell'umanità. Per le strade di Parigi si aggira una troupe televisiva inviata a reclutare i concorrenti, che vengono caricati su vagoni piombati e internati in un campo dove altri interpretano il ruolo di kapò. La vita di tutti si svolge sotto l'occhio vigile delle telecamere e il momento di massima audience arriva quando i telespettatori decidono l'eliminazione-esecuzione dallo show di un concorrente attraverso il televoto. Gli strali della scrittrice da sempre al centro di polemiche colpiscono questa volta, con meno leggerezza ironica e più disgusto, una società in cui la sofferenza diventa spettacolo. 

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Nata nel 1967 a Kobe, in Giappone, Amélie Nothomb è figlia dell'ambasciatore del Belgio a Roma, barone e scittore (Dans Stanleyville, 1993), nipote dell'uomo politico  Charles-Ferdinand Nothomb. Rampolla di una vecchia e illustre famiglia belga che portò in dote, quando ne faceva parte, la provincia del Lussemburgo al regno del Belgio.  .

Amélie Nothomb trascorre i suoi primi cinque anni di vita, da cui resterà profondamente segnata in Giappone,  giungendo a parlare correntemente giapponese e a diventare interprete in questa lingua.  Ma la sua esperienza di espatriata non finisce qui poiché vivrà in seguito in Cina, a New York, in Bengladesh, in Birmania e nel Laos, prima di ripendere il suolo belga, all'età di diciassette anni, laureandosi in filologia romanza all'Università libera di Bruxelles. Quest'epoca di reinserimento in patria, sarà molto dolorosa per lei: abituata in un ambiente internazionale troverà difficile il confronto con la mentalità ristretta dei normali e degli stanziali.
 

Si definisce  " grafomane ", e inizia a scrivere fin dall'età di diciassette anni. A tretantre anni è ormai "ammalata di scrittura " e confessa di aver scritto già... 37 romanzi! Custodisce gelosamente in un luogo segreto venti manoscritti che considera del tutto riservati e che nega alle insistenze degli editori.

Esordisce nel 1992, a venticinque anni, con il romanzo  Hygiène de l'assassin. E' subito un caso letterario nel mondo francofono e il suo talento, subito riconosciuto.è confermato l'anno seguente con   Le Sabotage amoureux e  nel 1994 con  Les Combustibles, un  copione teatrale. Seguiranno  Les Catilinaires (1995), Péplum (1996), Attentat (1997), Mercure (1998), Stupeur et tremblements (1999, Grand Prix du roman de l'Académie française), Métaphysique des tubes (2000) e  Cosmétique de l'ennemi (2001), tutti pubblicati da  Albin Michel. In Italia è interamente tradotta da Voland e Guanda.


 

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Allora urge rileggere il libro dallo stesso titolo di Guy Debord
Nessuno alle prime pagine di questo fulminante racconto, come sempre in eccellente traduzione, sospetta che un incontro d'aeroporto, in attesa di un aereo in ritardo, fra due sconosciuti, entrambi quarantenni, uno brutto, gracile, dal curioso nome di Textor Texel, l'altro bello, ben vestito, un manager dal "colletto bianco" e dal significativo nome di Jérôme Angust (angusto e non augusto!), si spacchi come un guscio per rivelare il delitto (vero, supposto?) di un paranoico. Il paranoico è privo delle bizzarre incoerenze che caratterizzano lo schizofrenico, nel suo delirio ha una logica ferrea e fuori di esso può condurre per anni una vita normale e addirittura di eccellere in una professione. Ma è anche colui che fa sempre esattamente ciò di cui ha voglia, e le voglie umane si sa che sono insospettate e terribili.

La giovane scrittrice belga, al suo decimo libro, è un talento teatrale: il racconto è un dialogo fra i due. Male e dolore si superano per Nothomb nell'estasi estetica, e il significato - crudelmente estetico - della vicenda è sintetizzato in un'inedita identificazione di cosmo e cosmetica: "Agisco - dice l'uno - in base a una cosmetica rigorosa e giansenista". E l'altro: "Cosa c'entra adesso la cosmetica?" Risposta: "La cosmetica è la scienza dell'ordine universale, la morale suprema che determina il mondo". E cosa ne verrà? Nell'ultima pagina un ignoto, davanti agli occhi esterrefatti dei passeggeri in attesa, si fracassa la testa contro il muro.


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