I poeti, gli scrittori e la Prima guerra mondiale
Esempio 1
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Attrazione fatale.
Così attingendo ad altri contesti e ad altri mondi si potrebbe dire del rapporto tra guerra e letteratura.
Fin dalle origini, infatti, la letteratura ha trovato spunto nelle battaglie immortalandone gesta, eroismi e crudeltà.
E’ patrimonio comune, pietra fondante della letteratura mondiale, la descrizione fattane da Omero nell’Iliade che, in un certo senso, diventa prototipo delle rappresentazioni posteriori
Le gesta eroiche, le crudeltà, la forza quasi divina e le bassezze umane compresa una buona dose di vigliaccheria, scorrono copiose nelle pagine del poema greco diventando modello imprescindibile per le generazioni successive.
Negli anni seguenti, la guerra diviene ispirazione di molteplici narrazioni o, in alcuni casi, scenario nel quale viene ambienta la storia raccontata.
Sia la letteratura greca sia quella latina sono, ad esempio, costellate di racconti epici e storiografici che hanno la guerra come sfondo dell’azione degli eroi.

Già, ad esempio, nel III secolo a. C. Gneo Nevio e Livio Andronico si occuparono della guerra traendone spunto per le loro opere.
E questo rapporto stretto, questo abbraccio dal quale non ci si divincola facilmente continua passando dall’epoca romana, al medioevo fino ad arrivare all’epoca moderna.
Anche solo elencare le opere che hanno un collegamento con la guerra è impresa ardua, così come classificarle a seconda del genere o del contenuto.
A volte la narrativa si limita, infatti, quasi alla cronaca, alte volte invece si prende spunto dalla cronaca per arrivare a storie di fantasia che pure sono e rimangono fortemente debitrici della guerra
Con il passare del tempo la situazione tende a modificarsi.
Nell’ottocento, ad esempio, lo scrittore non si limita alla sola descrizione della guerra o della battaglia ma propone una riflessione su di essa dando un proprio giudizio ed  esprimendo una valutazione sulle sue conseguenze.
Significativa, in questo senso, mi sembra l’opera di Tarchetti che, abbastanza originalmente, compone un’opera contro la guerra.
Come ricorda  Roberto Carnero: «Nel secondo Ottocento, all'indomani dell'Unità d'Italia, Igino Ugo Tarchetti firma un romanzo dal titolo Una nobile follia, che è un vero e proprio incunabolo dell'ideologia pacifista. Colpisce la straordinaria modernità di questo testo, con la sua utopia antimilitare, decisamente precorritrice dei tempi.»
Si tratta dunque di un'opera a tesi antimilitarista «che, attraverso la vicenda esemplare di Vincenzo – impazzito in seguito all'uccisione, per legittima difesa, di un soldato nemico sul campo di battaglia (la battaglia della Cernaia, nella Crimea meridionale, dove il 16 agosto 1855 le truppe piemontesi sconfissero quelle russe: un episodio della guerra di Crimea) – intende sostenere la necessità di abolire gli eserciti».

 
E’ però all’inizio del novecento che gli scrittori da cantori (anche critici) della guerra diventano veri e propri opinion leader creando, o cercando di creare, un sentimento comune per spingere popoli e nazioni a combattere (o a desistervi).
Questo avviene, ad esempio, con particolare zelo in Italia laddove tra il 1910 e il 1914 non mancano prese di posizione, anche risolute, a favore di una guerra liberatrice e rifondatrice di una umanità e di una società ritenuta ormai al crepuscolo.
Alle riflessioni e agli scritti dei letterati italiani di inizio novecento dedicherò le pagine seguenti.
Tuttavia riterrei le considerazioni incompiute se non vi si aggiungesse pure una qualche annotazione sulle reazioni di chi, dopo aver inneggiato la guerra, si ritrovò soldato o ufficiale al fronte.
Per loro ora la guerra si era trasformata da ipotesi ideale a fatto concreto, non era più teoria ma pratica quotidiana con la sua insanguinata e disperata desolazione.

Guerra fatta di trincea, sangue, polvere e fango.
Guerra di pochi eroi e molteplici incolpevoli vittime.
In questi frangenti l’idealità iniziale lasciò spesso il posto allo sgomento e alla disillusione.
Il costo della guerra divenne evidente e i benefici, per altro incerti, non sembrano sufficienti a contemperarli.
Ora la guerra che viene descritta è meno popolata da eroi ma da rovine e lutti.
I toni trionfalistici si dissolvono lasciando spazio a quelli intimistici, lo stesso ruolo dello scritto e della letteratura sembra svanire sotto il fuoco delle cannonate.
Di troppi soldati rimane solo il “digrignar dei denti”, troppe occhi rimangano spalancati e vitrei scrutando il cielo maldisposto per poter pensare che la guerra sia la vera “igiene del mondo”.
Il sogno di una società nuova che nasce dall’azzeramento della precedente
apparve allora svanire per lasciare spazio solo all’eco del pianto di qualche
vedova o ai ruderi di qualche paese. (1)
A questo aspetto e a come si trasformarono le idee e la produzione degli
scrittori nel primo dopoguerra dedicherò, quindi, l’ultima parte del presente
lavoro.


I poeti, gli scrittori e la Prima guerra mondiale
di Maurizio Canauz

Giornale di guerra e di prigionia; , Carlo Emilio Gadda Ordina da iBS Italia

Giuseppe Ungaretti
Scipio Slataper
dal 16 maggio 2009

Emilio Lussu
Un anno sull'altipiano

Scritto nel 1936, apparso per la prima volta in Francia nel '38 e poi da Einaudi nel 1945, questo libro è ancora oggi una delle maggiori opere che la nostra letteratura possegga sulla Grande Guerra.
L'Altipiano è quello di Asiago, l'anno dal giugno 1916 al luglio 1917. Un anno di continui assalti a trincee inespugnabili, di battaglie assurde volute da comandanti imbevuti di retorica patriottica e di vanità, di episodi spesso tragici e talvolta grotteschi, attraverso i quali la guerra viene rivelata nella sua dura realtà di «ozio e sangue», di «fango e cognac».
Con uno stile asciutto e a tratti ironico Lussu mette in scena una spietata requisitoria contro l'orrore della guerra senza toni polemici, descrivendo con forza e autenticità i sentimenti dei soldati, i loro drammi, gli errori e le disumanità che avrebbero portato alla disfatta di Caporetto.

La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
Questo "Giornale di guerra e di prigionia" raccoglie tutti i diari che il sottotenente degli alpini Carlo Emilio Gadda tenne tra il 24 agosto 1915 e il 31 dicembre 1919. È una testimonianza straordinaria, in primo luogo per gli eventi di cui Gadda è stato protagonista. Nell'ottobre del 1917 si trovava infatti in prima linea a Caporetto e venne fatto prigioniero dagli austriaci sulle rive dell'Isonzo. Il «Diario di Caporetto», che rende conto di quelle drammatiche giornate e dell'inizio della prigionia, è rimasto a lungo nascosto, protetto «dal più rigoroso silenzio», ed è stato pubblicato solo molti anni dopo la morte dell'autore.

Vedine una recensione qui
Giani e Carlo Stuparich
1) IL QUADRO STORICO

All’inizio del novecento la situazione economica e politica in Italia era piuttosto difficile.
I problemi non risolti con l’Unità d’Italia, infatti, divengono sempre più evidenti. In particolare, il divario tra le regioni del Nord che si industrializzano e il Mezzogiorno agrario e latifondista.
Il primo decennio del secolo vede l’ascesa di due nuove forze sociali: la moderna borghesia industriale e il proletariato che inizia ad organizzarsi.
Nascono così i primi sindacati e si rafforza il partito socialista a cui seguono i primi violenti conflitti sociali e sindacali (il primo sciopero generale è proclamato nel 1904).

Questi cambiamenti portano la classe dominante, composta dalla aristocrazia e dalla alta borghesia (nel periodo risorgimentale e in quello immediatamente postunitario), a considerare e, in parte, a realizzare un passaggio da una politica di pochi e per pochi ad una politica allargata, di massa cercando così di bloccare le potenzialità rivoluzionarie del nuovo proletariato.
Segni di questo cambiamento possono essere trovati nell’allargamento dell’elettorato (nel 1913 si tennero le prime elezioni a suffragio universale maschile dopo che nel 1912 si era esteso il diritto al voto a tutti i maschi anche se nullatenenti purché avessero fatto il servizio militare) e in alcuni provvedimenti legislativi a favore del lavoro e a protezione delle classi meno abbienti. 
Nell’ambito di questo periodo di profondo cambiamento, collegato anche al superamento della cultura positivista e illuminista, si fecero strada letterati e scrittori, nati alla fine dell’ottocento, che divennero i portavoce delle esigenze innovatrici della moderna borghesia e della sua necessità di una presa di massa.
Nacquero così le esperienze delle riviste culturali e politiche rivolte, soprattutto, ad un pubblico borghese.
Nel 1903, Papini e Prezzolini aprirono la serie del "Leonardo" che continuerà le sue pubblicazioni fino al 1907 con un intento fortemente antipositivista.
Nel 1913 ancora Papini con Ardengo Soffici inaugurò "Lacerba", una rivista di rottura che proponeva le teorie futuriste.
Intanto Prezzolini con la collaborazione del Papini fondava nel 1908 la "Voce" che diresse fino al 1914.
Collaborarono e sostennero questa rivista tutti coloro che avevano a cuore un cambiamento radicale della cultura italiana, senza ostacoli ideologici.
Soprattutto in questo sforzo di unire letterati ed artisti diversi per sensibilità, idealità e concezioni estetiche sta il valore della esperienza vociana che si proponeva di scoprire e di collegare fra loro le energie intellettuali sparse e disseminate nelle provincia italiana.
Da questo impegno nacque la scoperta e la valorizzazione di giovani scrittori tra i quali: Serra, Rebora, Saba e, Ungaretti.
Alla "Voce" toccò il ruolo di diffusione delle correnti di pensiero e di avanguardia in Europa ma, soprattutto, di divulgazione di una cultura che aderisse ai problemi concreti della società contemporanee e che li affrontasse con rigore e moralità.
Basta ricordare, a tale proposito le parole di Walter Binni: «Non insistiamo sull’interesse immenso della «Voce» per la nostra cultura letteraria e artistica: basti ricordare che gli impressionisti francesi furono fatti veramente capire da Soffici, che Claudel, Péguy con i suoi «Cahiers de la Quinzaine», e tanti altri europei passarono da noi per opera di Jahier, di Slataper, degli altri vociani. Così che sfogliare la «Voce» e gli elenchi della sua Libreria, significa percepire il flusso della cultura europea novecentesca in Italia.
Vogliamo invece preliminarmente rilevare l’importanza decisiva che hanno avuto, accanto ai toscani e ai centrali, i nordici (Jahier, Slataper, Stuparich, Boine), come immissione di uno spirito diverso da quello medio italiano, come novità di spunti mistici, di tipo protestante che corrispondevano del resto all’aspirazione più costante di Prezzolini; al suo carattere quacchero («le mie protestanterie»), al suo desiderio di riforma. Questa impostazione della «Voce» e il contributo dei nordici in questo senso, son capitali nella nostra vita spirituale, che ha sempre giuocato sull’aspirazione opposta di riforma e contro riforma» (2).
Comune ai fondatori e ai collaboratori di queste riviste era la convinzione dell’importante ruolo dell’intellettuale come avanguardia e guida della nazione sia sul piano culturale sia su quello politico.
Tuttavia se i compiti degli intellettuali erano chiari, così come alcune idee nazionalistiche, i programmi ideologici e politici con cui realizzarli erano incerti e confusi e talvolta contraddittori.
Sullo sfondo, però, il convincimento che il periodo di cambiamento non dovesse essere vissuto al riparo di un “dogma”, di una posizione sicura e immodificabile, ma attraverso la continua ricerca e mantenendo sempre aperto e problematico il rapporto con la realtà.
A ciò si deve aggiungere che fosse opinione diffusa che vi dovesse essere la rottura decisa con il passato.
Rottura da realizzare anche in modo traumatico compreso il ricorso alla guerra che avrebbe portato a compimento il cambiamento e avrebbe “guarito” la società dalle tante, troppe, ingiustizie.


Gabriele D'Annunzio
2) L’ESALTAZIONE DELLA GUERRA

«La guerra finalmente è scoppiata» (3) con queste parole il Regno rivista diretta da Enrico Corradini (4) esalta nel 1904 lo scoppio della Guerra tra Russia e Giappone.
Certo si tratta di una guerra lontana ma questo articolo mostra la particolare attenzione degli ambienti culturali italiani per il conflitto considerato come una via per rendere migliore la società.
Di fatto tutta la Bella Epoque e in Italia l’età Giolittiana è piena di articoli e scritti che esaltano la guerra.
Tra le altre si possono ricordare, ad esempio, le parole di Marinetti che definisce la guerra: «La sola igiene del mondo»(5)che deve essere “glorificata” . (6)
Similmente la guerra viene esaltata da altri intellettuali del primo novecento quali Papini che afferma sia giunto il momento di un «caldo bagno di sangue nero» (7) .

Pare quasi che la guerra sia da considerarsi come il farmaco dei mali politici e sociali dell’Italia e forse dell’Europa.
Tali pensieri riecheggiano anche nelle parole, sia pur posteriori, di Italo Svevo:

Note

1) Fin troppo facile e scontato l’accostamento con S. Martino del Carso di Giuseppe Ungaretti. Come è risaputo la distruzione di un paese diventa, in questa lirica scritta nel Valloncello dell'Albero Isolato il 27 agosto 1916; l’emblema del dolore del fante-poeta, che sembra rivivere lo strazio provato, dopo la battaglia, di fronte alle rovine penose di San Martino del Carso.

2) W. Binni, Importanza del movimento della Voce, Il Campano, a. XIII, nn. 3/4, mag./giu. 1935, pp. 28-30.

3) E. Corradini, "Il Regno" 1904

4)   Enrico Corradini (1867 – 1931) fu tra i fondatori di riviste letterarie quali il "Marzocco" (vicino a D’Annunzio) e "il Regno". Fu autore di romanzi, novelle, drammi e saggi che ebbero un certo successo all’inizio del novecento. Fu inoltre tra gli ispiratori e divulgatori del movimento nazionalista.
Fu eletto Senatore nel 1923.

5) T. Marinetti, Il manifesto del futurismo, Le Figaro, 20 febbraio 1909.

6) Ibidiem

7) Così scrive Papini non senza una certa rudezza e un po’ di sarcasmo: «Finalmente è arrivato il giorno dell'ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell'anime per la ripulitura della terra. Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tipidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l'arsura dell'agosto (...)Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana. (...) A cosa possono servire le madri, dopo una certa età, se non a piangere. E quando furono ingravidate non piansero: bisogna pagare anche il piacere. (...)» G. Papini, Un caldo bagno di sangue, "Lacerba", 1 ottobre 1914.

8) I. Svevo, La coscienza di Zeno, Studio Tesi, Pordenone 1985

9) W. Binni, Importanza del movimento della Voce, op. cit.

10) Slataper Scipio (Trieste 1888- Monte Podgora 1915), scrittore triestino. La sua opera principale è Il mio Carso. Anche se inizialmente contrario alle tesi irredentiste, si arruolò volontario nella prima Guerra Mondiale con l’esercito italiano e morì sul fronte.

11) S. Slataper, L’irredentismo un po’ di storia, "La Voce" 8 dicembre 1910; L’irredentismo oggi, "La Voce" 15 dicembre 1910 poi in Scritti politici, Mondadori, Milano , 1954.

12 ) Il racconto è tratto da: B. Marin,  I delfini di Scipio Slataper, Scheiwiller, Milano 1965. Appare quasi una beffarda coincidenza ma come Cardarelli anche Ibsen, autore studiato da Slataper  che scrisse sulla sua opera una delle principali monografie apparse in Italia, di fronte alla guerra prese una posizione simile. Dovendo decidere se partecipare alla guerra dello Schleswig – Holstein, considerta estremamente importante per la sua patria si defilò affermando che: «i poeti hano altri compiti.»

13) Carlo Salsa (Milano, 1893 – Milano, 1962) è stato un giornalista, scrittore e sceneggiatore italiano. Arruolato nel 1914 come tenente di complemento in fanteria, fu inviato al fronte all'inizio della Prima guerra mondiale, combatté sul Carso sempre in prima linea, rimanendo ferito e cadendo prigioniero nel 1917. Dopo la guerra ritornò all'attività letteraria, fu vicedirettore della Società Italiana degli Autori ed Editori e nel 1929 fondò con Leonida Rèpaci ed Alberto Colantuoni il Premio Viareggio. Come consulente lavorò alla sceneggiatura del film La grande guerra, di Mario Monicelli.

14) C. Salsa, Trincee, Mursia, Milano 1995.

15) S. Slataper, Alle tre amiche, Mondadori, Milano 1958, pag. 480, Lettera a Gigetta, del 12 ottobre 1915.

16) Per una visione positiva della guerra fatta da chi vi partecipava si veda: F. T. Marinetti, L’alcova d’acciaio, Serra e Riva editori, Milano 1985.

17) Si veda a tale proposito le riflessioni di Adengo Soffici espresse nel libro: Kobilik, Vallecchi, Firenze 1918. Soffici a differenza di molti interventisti della prima ora, non declinò, infatti, neppure nello scontrarsi con realtà dei combattimenti i suoi iniziali entusiasmi guerreschi.

18) S. Slataper, Alle tre amiche, op. cit. , p 480.

19) Tra le tante posso ricordare: Addio alle armi di Ernst Hemingway   o Niente di nuovo sul fronte occidentale di Eric Maria Remarque, Un anno sull’altipiano di Emilio Lassu, Le avventure del buon soldato Svejk di Jaroslav Hasek. Con me e con gli alpini di Piero Jahier.

20) G Stuparich, La guerra del ’15, Einaudi, Torino 1978.

21) G, Stuparich, Ritorneranno, Garzanti, Milano 1991.

22)  G. Ungaretti, Vita d'un uomo. Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1974-

23) A. Soffici, I libri del giorno, giugno 1920.

24) S. Slataper, Alle tre amiche, op. cit.

25)  Per molti studiosi l’umanesimo di Ungaretti sarebbe un umanesimo cristiano. Si veda a tale proposito  G. C. Oddo  Postfazione (Afterword), Ungaretti: The Man and the Poet, in A Major Selection of the Poetry of Giuseppe Ungaretti. A bilingual edition (traduzione di Diego Bastianutti),  Exile Editions, Toronto, 1997. 
Personalmente ritengo che prima ancora della (ri)scoperta di Dio in Ungaretti vi sia quella dell’uomo inteso come fratello, come prossimo almeno nella prima parte della sua poetica. Meno convinto dell’umanesimo di Ungaretti mi sembra tra gli altri: A. Saccone, Ungaretti, Salerno editrice, Roma 2012. 

«La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio.
Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco!
Ma non è questo, non è questo soltanto.
Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. […]
Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. […]
Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo.
Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.» (8)

La guerra sembrò quasi potesse porre rimedio al senso di estraniazione dalla realtà, al vivere in un tempo corrotto e amorale, al disincanto nei confronti delle culture politiche e letterarie coeve di tanti letterati del primo novecento.
In realtà non mancò chi tentò di affrontare l’argomento guerra in modo morale, aperto e ideale come, ad esempio, fecero alcuni vociani.
Valgano, fra tutte, le parole di Binni:


«Data questa impostazione essenzialmente morale, la «Voce» fa sempre più questione formale che di fatti: non ha delle soluzioni preconcette come le può avere un dogma o un partito dottrinario, e non accetta o respinge i fatti in sé e per sé, ma cerca sempre volta per volta di porsi nel problema all’interno, giudicando dalla pienezza spirituale il valore d’un atto. Così di fronte alla guerra come fenomeno universale, i vociani non sono né pro (come i futuristi) né contro (come i socialisti).
Combattono la guerra di Libia e accettano quella mondiale. Anzi, a proposito della guerra mondiale, la «Voce» condannò la neutralità non in sé e per sé, ma perché poteva essere morale e quindi politica, solo se sostenuta da una reale superiorità, da una sufficienza da parte dell’Italia. Il forte può stare a guardare i contendenti. Il debole deve riscattarsi lottando».  (9)
Tra chi cercò, almeno inizialmente, di mantenersi equidistante dal desiderio di una guerra rifondatrice e la pace vi fu  Scipio Slataper (10) .
Triestino di nascita, Slataper approfondì la tematica dell’irredentismo dedicandogli alcuni importanti articoli
Per gli irredentisti la guerra non era auspicabile se non come modo per liberare territori, che storicamente e culturalmente italiani erano politicamente sottomessi ad all’Impero Austro – Ungarico.
Per Slataper accanto all’irredentismo imperialista e massonico molto forte economicamente vi era quello repubblicano e risorgimentale di natura ideale e soprattutto quello culturale «che è quello della Voce ». (11)
L’irredentismo culturale, lontano da ogni violenza, si proponeva un percorso razionale di confronto dal quale sarebbe emerse inequivocabilmente le ragioni del passaggio di Trieste e degli altri territori contesi all’Italia.
Tale progetto, forse eccessivamente ambizioso. si rivelò di fatto irrealizzabile e così anche i suoi sostenitori si convinsero del “dovere della guerra”.
Dovere sofferto ma irrevocabile.
Dovere di partecipare che però era declinato concretamente nella realtà in modo diverso da parte degli stessi letterati propugnatori dell’evento bellico.
Lo dimostra, ad esempio, la testimonianza che Biagio Marin, poeta gradese, ha lasciato della discussione sull’irredentismo tra Marinetti, Vincenzo Cardarelli e l’amico Scipio Slataper al Caffè Aragno, luogo d’incontro di irredentisti e nazionalisti. Cardarelli, al quale dispiaceva di vedere la sacra figura del poeta esposta al rischio di qualche pallottola vagabonda, postulò per l’artista dei compiti più alti rispetto a quello di andare ad ammazzare o farsi ammazzare, provocando così la condanna incondizionata di Slataper: «Cardarelli, sei un vigliacco, e perciò neanche un uomo; e chi non è un uomo non può essere un poeta».
Detto questo il gigantesco triestino scantonò a grandi passi e sparì, lasciando Cardarelli pallido ed allibito (“ridotto a cencio”).
Marin non seguì l’amico, rimase con l’umiliato Cardarelli e si confuse. Consapevolmente diede ragione a Slataper (“Non dubitavo che Scipio avesse detto la verità”), inconsapevolmente la diede invece a Cardarelli (“ma Cardarelli, in quel momento, me lo sentivo vicino”). (12)
Così quando la guerra scoppiò, pochi furono quelli che si defilarono mentre furono in molti che, coerentemente con quanto affermato, si presentarono volontari tra questi: D’Annunzio, Slataper, Stuparich, Ungaretti, Jahrier, Gadda, Marinetti e tanti, tanti altri.

3) L’INCONTRO (O LO SCONTRO) CON LA GUERRA

Di fatto fu subito chiaro a tutti che la guerra era ben altro da quanto ci si aspettasse.
La vita di trincea si presentò totalmente diversa rispetto alle aspettative ed anche da quanto idoleggiato dalla retorica dannunziana o dalla propaganda futurista.
Così il tenente Carlo Salsa (13)  nel suo libro descrive la trincea: «Il fango impasta uomini e cose assieme. Nel camminamento basso i soldati devono rimanere accovacciati nel fango per non offrire bersaglio. Non ci si può muovere; questa fossa in cui siamo è ingombra di corpi pigiati, di gambe ritratte, di fucili, di cassette di munizioni che s'affastellano, di immondizie ò dilaganti: tutto è confitto nel fango tenace come un vischio rosso». (14)
Simili sono per certi versi le parole che Slataper scrive alla moglie:«Della guerra come ti scrissi più volte ho più impressioni laterali che centrali … Io vedo che siamo uomini e che la guerra esige di più che le forze umane, che ha in sé qualche cosa di superiore e troppo più spaventevole che un uomo possa dare o sopportare.»  (15)
Inevitabilmente si vennero a modificare in molti i pensieri, spesso troppo enfatici, di chi si era gettato a capofitto in questa impresa.
Questo per quanto dall’alto comando e dall’ufficio propaganda, con tentativi un po’ grotteschi, si cercasse di “tenere alto” l’umore delle truppe.
«Gli spiriti sono depressi, c’è pessimismo in giro» scriveva un articolo apparso sul "Corriere della sera" il 6 giugno 1917. E il 27 agosto successivo in un altro articolo si poteva leggere: «…. la propaganda per tener su l’animo dei combattenti incomincia a esagerare. La fantasia del generale Capello (comandante della II Armata) ha continue trovate. E’ venuto Toscanini a dirigere una banda militare sulla linea del fuoco. Ha suonato la Marcia reale e l’Inno di Mameli. Gli austriaci hanno risposto a cannonate».
Tranne Martinetti (16)  e pochi altri, tra i quali Ardengo Soffici (17) , che continuarono ad inneggiare alla guerra in molti nacque un sentimento di umana pietà che li condusse a riflettere sulla condizione dell’uomo prescindendo dalla divisa e dai motivi politici che aveva spinto gli eserciti a fronteggiarsi.
Infatti, le lacerazioni provocate in ogni individuo dalla realtà della guerra fecero nascere in molto letterati la coscienza della solitudine e della precarietà facendoli  sentire partecipi di un comune destino di sofferenza.
Scrive Slataper alla moglie: «Ma è la comunità degli uomini che riesce e lo sforzo collettivo, di collegato aiuto di rinforzo di coordinazione quello che innamora ed è la vera guerra. Questo senso che ha la disciplina militare per cui si procede come in qualunque lavoro umano ma in un opera e in condizioni che trascendono l’umano. Scavare un tunnel è cooperazione … ma espugnare una posizione è una cooperazione disperata e sacra, che pare i versi ritmici di una invocazione in cui nessuno ragiona più, ma ognuno agisce come se tutti insieme si fosse ispirati dal terrore sacro. Si sente che è vicino Dio sul campo di battaglia.» (18)
Da queste riflessioni sul sacro, sull’uomo e sul destino nacquero diverse opere letterarie e poetiche. (19)
Particolarmente significativi anche se, in parte dimenticati, sono gli scritti di Giani Stuparich (che fu eroe di guerra e che vi perse il fratello Carlo e l’amico Scipio Slataper): Guerra del ’15 (20) e Ritorneranno  (21).
Mentre Guerra del ’15 è fondamentalmente un diario di guerra nato da annotazioni prese giorno dopo giorno, con il romanzo Ritorneranno, Stuparich raccontando le vicende di una famiglia separata dalla guerra (i figli combattono nell’esercito italiano, il padre in quello Austro – Ungarico sul fronte russo) cerca di recuperare l’aspetto umano e tragico del destino degli uomini andando oltre il colore della divisa.
Similare, mi sembra, sia stato il cammino e il sentimento di Giuseppe Ungaretti che supera nelle sue poesie dal fronte e sul fronte l’idea di parte, di schieramento per descrivere sensazioni e sentimenti universali.
La fragilità dell’uomo di fronte a suo destino evoca in Ungaretti e nella sua poetica l’estremo tentativo di confrontarsi con l’Assoluto sciogliendo le corde della sua voce per innalzare un canto tanto inquieto quanto estremo nel quale viene esaltata la voglia di vivere.
E’ lo stesso Ungaretti che lo ricorda:

«Ero in presenza della morte, in presenza della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo terribile. Dal momento che arrivo ad essere un uomo che fa la guerra, non è l’idea di uccidere o di essere ucciso che mi tormenta: ero un uomo che non voleva altro per sé se non i rapporti con l’assoluto, l’assoluto che era rappresentato dalla morte. Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno; c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione. C’è volontà d’espressione, necessità d’espressione, nel Porto sepolto, quell’esaltazione quasi selvaggia dello slancio vitale, dell’appetito di vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana frequentazione della morte. Viviamo nella contraddizione. Posso essere un rivoltoso, ma non amo la guerra. Sono anzi un uomo della pace. Non l’amavo neanche allora, ma pareva che la guerra s’imponesse per eliminare la guerra. Erano bubbole, ma gli uomini a volte si illudono e si mettono dietro alle bubbole» . (22)

e che cristallizza il suo pensiero nella poesia.


CONCLUSIONE

Se molti dei libri scritti sulla guerra, fin dal poema di Omero, ruotano intorno a stragi e battaglie, alla guerra fatta di fatica e dolore, ma anche di bellezza e fulgore ora, alla fine e della Prima Guerra mondiale, si producono alcune opere profondamente diverse nelle quali l’artista cerca di superare il contingente per arrivare a sentimenti universali.
La forte spinta verso il soggettivismo borghese imperante prima della guerra sembra come arrestarsi per lasciare spazio a riflessioni più universali, che cercano di abbozzare una risposte ai quesiti fondamentali dell’uomo.  
Così, ad esempio, sintetizza il cambiamento Ardengo Soffici:

«La guerra mi ha insegnato tante cose. E, prima tra tutte, che noi artisti eravamo su una falsa strada quando ci racchiudevamo nell’élites intellettuale senza guardare altro che alla nostra arte, senza pensare che al nostro io. […] Ho ritrovato un me stesso lontano, sono ritornato ad amare le cose semplici, i gesti parchi, le parole sostanziose. Il Kobilek segna il principio di questa mia rinascita; sentivo, scrivendolo, che non m’era possibile far delle frasi nel momento in cui, intorno a me, si moriva con tanta sublime rassegnazione. E appunto per questo Kobilek è un libro che tutti possono leggere.» (23)


I sentimenti vissuti e amplificati dalla drammaticità dagli avvenimenti dei quali gli scrittori sono stati attori scuote alle radici le loro certezze di uomini e artisti.
La ricerca del (nuovo) senso, però, non avviene più tenendo lo sguardo fisso tra la polvere e il fango del campo di battaglia ma cercando di alzare la vista per guardare con fierezza il destino.
«E all’ultimo istante, in cui il bronzo tuo ferro mi torrà la forte vita, io urlerò con voce immensa: Fato, no tu non sei». (24)
Le ragioni ideali, politiche ed economiche che hanno spinto alla guerra  sembrano scemare.
Non c’è più odio per il nemico, non c’è volontà di sopraffazione ma una desolata speranza di sopravvivere portando con sé i ricordi di chi si è perso nelle trincee o tra le case bombardate.

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato.


Leggendo le parole di Ungaretti si può pensare che ad una forma di umanesimo. (25)
Non, però, ad un umanesimo filosofico e razionale.
Non vi sono, infatti, riflessioni sul senso della vita o sull’esistenza dell’uomo, ma un umanesimo affettivo e per certi versi sentimentale.
Un umanesimo di cuore più che di testa.
L’uomo trovandosi "gettato nel mondo” e in questo caso in un mondo ostile, deve inventare continuamente se stesso, facendo delle scelte che lo determinano. Ma questo peso esistenziale non può cadere tutto sulle sue spalle, soprattutto quando i fatti storici e contingenti lo portano a decidere e a vivere in contesti particolari come quello del campo di battaglia.
Contesti che necessariamente lo obbligano a scegliere con immediatezza.
A tale proposito si ricordi l’aut – aut kierkegardiano in base al quale se l’uomo non sceglie è  mondo che sceglie per lui.
L’immediatezza, che per certi versi mal si coniuga con la scelta morale e razionale, fa emergere la natura umana
Proprio in questi momenti l’uomo non può chiudersi nel solipsismo, rischiando di farsi sopraffare dall’angoscia.
La vita, il mondo lo pongono in contatto e in relazione con altri uomini con i quali, volontariamente o involontariamente, interagisce.
Dall’interazione nasce la conoscenza e la fratellanza.
La guerra, così come molti eventi straordinari e folli, suscita nell’uomo forti emozioni, siano esse positive e negative, che lo obbligano ad uscire dal proprio isolamento per cercare quel sostegno e conforto con i suoi simili e quella comunanza di sentimenti che pensava di aver smarrito definitivamente o di non aver mai avuto.
Da questo sentimento rappacificatore nascono le opere di quegli scrittori che  superano il limite della testimonianza per tratteggiare l’immagine di una umanità capace, come l’araba fenice, di rinascere dalla cenere.
Un’umanità capace nella sua piccola quotidianità di rinnovare il mistero della vita senza la necessità di proclami, di cambiamenti radicali e cruenti ma che traccia una nuova rotta con delicati colpi di timone ben sapendo (o avendo imparato a sue spese) cosa significa e cosa comporta il voler fare tabula rasa con immediatezza di una società tradizionale ancorché malata, per raggiungere un cambiamento molte volte solo effimero e incerto.
E’ possibile che la lettura e in alcuni casi la riscoperta di questi autori, che hanno cercato negli occhi del loro prossimo una risposta al mistero dell’ esistenza e che hanno testimoniato con un sussurro i loro pensieri e i loro sentimenti, senza gridare e senza strepitare, possa essere di giovamento in una società come quella attuale  lanciata verso una destinazione apparentemente torva.

  
MAURIZIO CANAUZ
(Novembre 2012)
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