Scienza  e critica sociale 
Esempio 1

Scienza e critica sociale È possibile oggi intentare una critica sociale senza passare per nemici della scienza? Una risposta allo storico della scienza Paolo Rossi

di Toni Muzzioli
  
Da parecchi anni il grande storico della scienza e filosofo Paolo Rossi si è assunto, nella sua attività pubblicistica (per esempio sul domenicale del “Sole 24 Ore”), il ruolo di difensore delle ragioni del pensiero scientifico in una cultura come quella italiana segnata storicamente da forti resistenze e da vera e propria sottovalutazione per le scienze, diffusa tanto negli ambienti accademici e intellettuali quanto tra le larghe masse (sicché – come si dice – in Italia uno che sbaglia i congiuntivi è considerato un ignorante, mentre uno che ignora le equazioni di primo grado è semplicemente poco portato per la matematica…). Si tratta di un ruolo certamente assai positivo, in particolar modo di questi tempi, quando ci tocca assistere perfino al tentativo – andato fortunatamente a vuoto – di eliminare l’insegnamento dell’evoluzionismo dai programmi ministeriali per le scuole elementari e medie inferiori, con risibili motivazioni di opportunità pedagogica (laddove è chiaro a tutti che l’intenzione autentica era blandire i settori più reazionari e clericali della compagine governativa berlusconiana, alcuni dei quali non nascondono simpatie creazioniste). Di fronte a tali incredibili attacchi, la voce di Rossi deve essere apprezzata da tutti coloro che hanno a cuore il progresso civile e culturale del nostro paese. 
Ciò non può impedire, però, lo sconcerto di fronte ad alcune sue affermazioni comparse qualche tempo fa sulla “Rivista di filosofia”, in un saggio dedicato alle ideologie contrarie alla scienza nelle società contemporanee (1) . Il problema, d’altra parte, non è quell’articolo in sé, né soltanto la posizione di Rossi, ma più in generale l’atteggiamento che sta assumendo tutta una parte della cultura scientifica nei confronti delle critiche alla “società moderna” e al ruolo che in essa giocano scienza e tecnologia, atteggiamento di cui l’articolo citato è esempio estremo e parossistico. Alcuni “difensori della scienza” tendono, in sostanza, a creare una situazione da stadio di calcio, in cui si contrappongano due tifoserie tanto appassionate quanto poco raziocinanti: da una parte i supporter della Scienza e del Progresso, dall’altra i tifosi del Ritorno alla Natura. 
Rossi denuncia correttamente l’esistenza di alcune forme di «ostilità alla scienza» tipiche del nostro tempo, fornendone però una fenomenologia talmente estensiva da inglobare anche qualsiasi forma di critica sociale, coinvolgente la scienza e le sue manifestazioni storiche, che il pensiero degli ultimi due secoli abbia prodotto. Ma andiamo alle specifiche argomentazioni. Gli obiettivi polemici principali di Rossi sono il «primitivismo» e l’«antiscienza»: con queste nozioni egli indica tutte quelle concezioni che, come reazione allo sviluppo industriale, vagheggiano dal XIX secolo a questa parte il ritorno ad un idillio premoderno, variamente popolato di buoni selvaggi pacifici e cooperanti, dolci pecorelle brucanti, arcadici pastori in armonia tra loro e con gli elementi e una natura immancabilmente materna e benigna. Sono sufficientemente (vetero-?)marxista da ritenere tali concezioni, anche quando trasfigurate in chiavi postmoderne assai variopinte, decisamente stucchevoli, ipocrite e demenziali! Anzi, se è per questo, mi iscrivo subito al PCIPR (Partito Contro le Ideologie Primitivistico-Regressive)! Però. C’è un però. Sì, perché nel sacco di Rossi cade un po’ di tutto. Ecco le sue parole: «La gamma degli atteggiamenti è vastissima: recise condanne, proclamazioni della superiorità della filosofia su ogni altra forma di sapere possibile, dichiarazioni del fallimento della scienza e della sua bancarotta, … fosche profezie sulla fine della civiltà e sull’inevitabile olocausto provocato dalla scienza, requisitorie contro la civiltà industriale e urbana, … esaltazioni del mondo magico e del sapere alchemico e occulto come superiori a quello dell’intelletto, elogi della follia come porta d’ingresso a un mondo altro e superiore a quello delle astrazioni dell’intelletto. … All’interno di una variegata e complicata storia trovano posto grandissimi filosofi (RousseauNietzscheHeidegger), filosofi minori (Gentile, Horkheimer, Marcuse, Foucault ecc.), numerose scuole e tendenze di pensiero (romantici, spiritualisti, esistenzialisti, esponenti della Scuola di Francoforte ecc.), nonché i molti divulgatori e propagandisti e giornalisti che hanno diffuso e fatto circolare le idee presso un pubblico molto più largo di quello dei filosofi e dei letterati di professione. In alcuni casi questo intreccio o coacervo di idee si è saldamente connesso con una dichiarata e aperta ostilità verso la scienza e si è diffuso (con diversa intensità nei diversi paesi) entro i partiti politici e i sindacati, è penetrato entro larghi movimenti di massa, come nel caso del movimento del Sessantotto, o in quello che si ispira alle tematiche degli ecologisti e dei Verdi, o, in Cina, all’interno della rivoluzione culturale. (2)» 

Dunque, da Marcuse ai Raeliani, dai sostenitori del neocreazionismo al movimento contro gli OGM; dalla teoria dei fiori di Bach al “principio di precauzione”; da Theodor Wiesengrund Adorno ai Bambini di Satana; da Michel Foucault alla sensitiva di Casalpusterlengo… Si potrebbe ironizzare a lungo sull’effetto prodotto da tale ratatouille ideologica proposta come pericolosa corrente profonda della cultura occidentale moderna, ma non è questo l’obiettivo del mio intervento. Credo, d’altra parte, che la forzatura estrema sia evidente allo stesso Rossi, che ha in realtà – temo – un obiettivo molto più serio: delegittimare radicalmente l’ecologismo, bollandolo come un’ideologia fondamentalista del ritorno alla semplicità agreste ed altre ridicolaggini o – peggio ancora – come mera espressione recente di questa sorta di antirazionalismo eterno. Certo, Rossi è liberissimo di non ritenere, con filosofi come Jonas ed Anders e con economisti come Georgescu-Roegen, che la crisi ecologica sia il problema del mondo attuale e che il modello di sviluppo vigente ci stia conducendo dritti verso il precipizio pretendendosi per giunta come espressione della massima razionalità sociale; dovrebbe però affrontare il cuore delle argomentazioni degli ambientalisti, evitando di gettarli in un comodo calderone ideologico “antiscientifico”.
È davvero segno di primitivismo, per esempio, esprimere preoccupazione per l’accelerazione vertiginosa, sotto l’impulso esclusivo della corsa al profitto, delle innovazioni in ambiti come quello biotecnologico? Moltissimi scienziati pensano di no e infatti invocano il principio di precauzione… reazionari che non sono altro!. La piena accettazione della nostra condizione di moderni e di uomini dell’età dell’industria e della tecnica non può dissociarsi dalla percezione dei pericoli specifici del nostro mondo: il degrado e le catastrofi ecologiche, la distruzione nucleare, la perdita di controllo su processi produttivi sempre più complessi e pericolosi. Pericoli che, d’altra parte, sono dovuti non, astrattamente, alla Scienza o alla Tecnica, ma piuttosto ad esse in quanto sono capitalisticamente governate e plasmate («realmente sottomesse», si potrebbe dire marxianamente). 

Questo è il nostro mondo, ed è bene che sia così: la scienza, le sue applicazioni alla vita sociale sono una nostra “seconda natura” irrinunciabile; ma altrettanto irrinunciabile è la nostra attitudine alla critica delle relazioni sociali entro cui viviamo, che a loro volta plasmano e segnano lo sviluppo della scienza e della tecnica, determinandone direzioni, qualità, ambiti di applicazione; altrettanto irrinunciabile è l’aspirazione a vivere in un mondo, di oggetti e di relazioni, in cui ci si possa riconoscere e rispecchiare.
Dalle preoccupazioni per le sorti dell’umanità e dell’ambiente, e non dall’«antiscienza», provengono alcune delle contestazioni odierne dello sviluppo tecno-scientifico. E sono di fatto contestazioni alla gestione capitalistica della scienza e delle sue applicazioni (al di là della forma specifica in cui sono espresse). Gli amici della scienza, a mio avviso, dovrebbero avere un atteggiamento inclusivo, e non criminalizzante, verso queste preoccupazioni, distinguendole accuratamente dagli atteggiamenti variamente antiscientifici, dalle tante teorie pseudoscientifiche che cercano di avanzare dietro la critica dello scientismo, o dalle varie mitologie postmoderne. Ne era convinto, in anni evidentemente assai lontani, lo stesso Rossi quando invitava ad «evitare che la passione per la contestazione e la demistificazione, il sacrosanto rifiuto dell’illusione che ciò che è moderno coincida con ciò che è umano o razionale; l’analisi degli aspetti alienanti e disumani del nostro mondo abbiano a risolversi senza residui in una ripulsa pessimistica e decadente del lavoro e della civiltà»(3) . Parole sante! No al rifiuto della civiltà, puerile utopistico e reazionario insieme, e sì alla critica della civiltà e delle sue forme storicamente assunte. Negare allo spirito umano l’attitudine alla critica, alla elaborazione del negativo nella storia e nella cultura, significa menomarlo, come quando da porporati pulpiti si cerca di impedire il libero sviluppo della ricerca scientifica. 

Toni Muzzioli



Post scriptum – Qui non si intende in alcun modo, come spero sia apparso chiaro, sottovalutare la questione delle permanenze irrazionalistiche nella contemporaneità. Esse esistono, non sono affatto omogenee alle critiche alle politiche dell’establishment tecno-scientifico capitalistico (o comunque non lo sono necessariamente) e vanno combattute in quanto tali. Da un saggio su globalizzazione e tendenze antiscientifiche mi sarei aspettato, anzi, una riflessione sulla relazione specifica che lega, nella società attuale, processi di vertiginosa innovazione tecnologica (uno dei tratti essenziali della attuale globalizzazione) e concezioni irrazionalistiche variamente presenti tra le larghe masse. Si tratterebbe di affrontare il problema del rapporto razionalizzazione/razionalismo, per dirla in termini weberiani: non sarà che il processo di «disincantamento del mondo» che connota la nostra modernità (e di cui lo sviluppo scientifico è cardine) possa convivere benissimo con comportamenti, stili di vita, modi di pensare e di vivere del tutto irrazionali? Non sarà che, addirittura, li possa in un certo senso alimentare? E non potrebbe essere, questa, una buona chiave di lettura per molti fenomeni contemporanei di rifiuto variamente mistico e irrazionalistico delle scienze esatte?
Ciò che impariamo, tra l’altro, dall’attuale diffusione della passione per il magico, il portentoso e l’occulto è proprio che lo sviluppo tecnico-scientifico, nella sua forma attuale, e l’affermazione di una cultura razionalistica condivisa e radicata socialmente non sono necessariamente solidali, e non solo a causa di insufficiente opera di divulgazione scientifica (pur essenziale) o delle perduranti vestigia dell’educazione retorico-umanistica, ma anche e soprattutto per via della irrazionalità reale del modo di vivere e produrre. Si veda il caso degli Usa, prima potenza in campo scientifico e tecnologico, paese nel quale una larga maggioranza della popolazione – secondo quanto continuano a rilevare i sondaggi – parla direttamente con Dio, crede negli angeli e nel Demonio e… in George W. Bush.


1)   Paolo Rossi, Antiscienza: processi di globalizzazione, “Rivista di filosofia”, XCIII (2002), 2, p. 309-331.

2)  Paolo Rossi, op. cit., p. 312-313.

3)  Paolo Rossi, Prefazione a Benjamin Farrington, Francesco Bacone filosofo dell’età industriale, Torino, Einaudi, 1967, p. 16, corsivo mio. Il contesto da cui sono estrapolate le righe citate è un invito, in conclusione della Prefazione, a rileggere il filosofo inglese in rapporto ai problemi della contemporaneità e allo sviluppo della teoria critica e della contestazione giovanile.






"I capitoli che compongono il libro hanno per oggetto la nuova astronomia, le osservazioni compiute con il cannocchiale e il microscopio, il principio di inerzia, gli esperimenti sul vuoto, la circolazione del sangue, le grandi conquiste del calcolo ecc., ma accanto a questi argomenti i vari capitoli sono anche volti a esporre le grandi idee e i grandi temi che furono centrali nel corso di quella 'rivoluzione': il rifiuto della concezione sacerdotale o ermetica del sapere, la nuova valutazione della tecnica, il carattere ipotetico o realistico della nostra conoscenza del mondo, i tentativi di impiegare i modelli della filosofia meccanica, l'introduzione della dimensione del tempo nella considerazione dei fatti naturali." (Dalla premessa) 
.
Le idee, i drammi, i personaggi, le contraddizioni che coesistono nel secolo e mezzo in cui avviene il parto difficile della scienza.
«Un esempio mirabile di facilità, trasparenza, precisione nel dominare una materia immensa come quella del progressivo affermarsi, nei diversi paesi europei, dell'immagine del mondo impostasi a partire dalla 'rivoluzione scientifica' del Seicento». 
(Armando Massarenti "il Sole 24 Ore") 


Prima paginaFili di fumoEnferRecensioniRivistaProfili di autori
ContattaciAtlante Letterario Bacheca pubblicaCompiti

Dei rapporti difficili tra filosofia e scienza nell'Italia del Novecento si è discusso infinite volte: in sede storiografica, sul piano della polemica culturale, avendo di mira case studies ben individuati o puntando a più ambiziosi modelli interpretativi che da Vico arrivano al neoidealismo, distribuendo in maniera differenziata le colpe (di Croce, di Gentile, dello spiritualismo, ma anche degli scienziati, dei matematici o dei logici che non hanno nutrito particolari simpatie per la filosofia), e infine attribuendo con vari dosaggi i meriti (di Vailati, di Enriques, di Geymonat, del neoilluminismo negli anni cinquanta e via discorrendo). Si tratta insomma di un terreno controverso, sul quale si continua a scavare con un occhio puntato alla contemporaneità, nella convinzione che non si tratti di un questione puramente storica, ma di un nodo scottante con il quale occorre fare i conti anche oggi, nonostante tante cose siano cambiate dai tempi degli pseudo-concetti crociani e dell'atto puro gentiliano.
Raccogliendo in volume studi composti nell'arco di circa due decenni, Parrini ha voluto sondare questo complesso di questioni su piani diversi. Prima di tutto prende in considerazione il contributo di alcune figure particolarmente rappresentative del trend avverso a quello che, un po' sbrigativamente (ma Parrini difende il diritto a ricorrere alle formule pur di non ridurre tutto a contestualizzazione storica), si può definire l'"orientamento storicistico e umanistico-retorico" della nostra cultura; e in questo senso Giuseppe Peano, Giovanni Vailati, Mario Calderoni, Federigo Enriques, Bruno de Finetti, Ludovico Geymonat, ma soprattutto Giulio Preti (alla cui memoria è dedicato il volume) costituiscono un punto di riferimento obbligato.
In secondo luogo Parrini discute l'impatto sulla nostra cultura filosofica di correnti come l'empirismo logico e la filosofia analitica, segnalando quali sono i motivi che ne hanno comportato una lettura parziale o distorta (come nel caso della monografia di Francesco Barone sul neopositivismo, pubblicata in prima edizione nel 1953) e mettendo in luce, al tempo stesso, quali elementi di novità sono insorti in anni più recenti, in sintonia con il panorama internazionale, sia per quanto riguarda gli sviluppi della filosofia analitica, sia per ciò che concerne le nuove prospettive che guidano oggi la rivisitazione critica di un'esperienza cruciale come quella legata al Circolo di Vienna (e qui Parrini è direttamente parte in causa: si veda il suo volume L'empirismo logico. Aspetti storici e prospettive teoriche , Carocci, 2002). Infine l'autore dedica non poche pagine a discutere il rapporto fra storiografia filosofica e dimensione teorica, nella convinzione che sia una vera e propria "anomalia italiana" la prevalenza della filosofia come storia della filosofia a discapito della filosofia come attività teorica, come argomentazione e invenzione concettuale. Quest'ultimo punto ha pure ricadute importanti sulla maniera di intendere l'insegnamento della filosofia, dal momento che l'approccio puramente storico (ormai degenerato nella confezione di manuali sempre più onnicomprensivi) sembra aver fatto il suo tempo e dovrebbe essere sostituito da una presentazione di autentici "problemi filosofici" sulla base di un metodo "storico-problematico".(...)

Massimo Ferrari


Pagine correlate

<<< Un profilo di Bruno de Finetti
<<< Un profilo di Galileo Galilei
<<< Le due culture (cultura umanistica e cultura scientifica a confronto)
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line