Dietro la maschera di Otello


di Andrea Raimondi


1. I Moors del teatro elisabettiano
Contrariamente a quanto si possa pensare, Othello non è il primo, né tantomeno l'unico personaggio di colore nella storia del teatro elisabettiano. Infatti, la figura del Moro era già popolare nei pageants e nelle rappresentazioni teatrali del XVI secolo (1). Nelle otto opere inglesi precedenti Othello aventi un protagonista di colore, i «neri» (in genere indicati con il generico appellativo di «Moors») presentano caratteristiche piuttosto convenzionali: o sono descritti sommariamente come semplici soldati, oppure sono uomini passionali capaci di qualsiasi cattiveria. Addirittura, nel dramma storico intitolato The Comicall Historie of Alphonsus, King of Aragon, scritto da Robert Greene nel 1599, Arcastus, re dei Mori, non è descritto affatto. Così in Tamburlaine the Great di Christopher Marlowe, i sovrani di Fez, del Marocco e dell’Arabia sono personaggi appena abbozzati, subordinati all’orgoglio e allo sfarzo esibiti dal personaggio di Bajazeth, imperatore dei Turchi. 
L’opera di George Peele, The Battle of Alcazar, probabilmente messa in scena, per la prima volta, negli anni ’80 del XVI secolo, presenta invece più di un «Moro». Tra i personaggi della pièce, figurano, infatti, il «black Moor» Muly Hamet, perfido cospiratore, e suo zio, il nobile «white moor» Abdelmelec, re del Marocco. Se Abdelmelec appare un personaggio più idealizzato rispetto a quello negativo del nipote e degli altri «Moors» suoi contemporanei, ciò è dovuto a una necessità politica: sul finire degli anni ’80 del XVI secolo, Elizabeth I aveva stretto un’alleanza diplomatica con il sultano marocchino Ahmad al-Mansur (2). Dunque, almeno per un certo periodo di tempo, tale rapporto andava rispettato anche a teatro.
Inoltre, delle otto opere precedenti Othello, due hanno come tema dominante quello della passione. Pertanto, i protagonisti potrebbero avere caratteristiche comuni a quelle di Othello. La prima opera in questione è intitolata Lust's Dominion or The Lascivious Queen ed è attribuibile a Marlowe. L’altra è la pià celebre Titus Andronicus dello stesso Shakespeare, una tragedia scritta nei primi anni ’90 del XVI secolo. In realtà, i protagonisti delle due tragedie, rispettivamente Eleazar e Aaron, non hanno molto in comune con la nobiltà di carattere di Othello. Entrambi i personaggi, infatti, sono dipinti negativamente, come uomini passionali, mossi da un’inappagabile sete di vendetta e di potere. Il primo, Eleazar, principe di Fez e personaggio principale di Lust's Dominion, ha come unico scopo quello di vendicare la morte del padre e di impossessarsi della corona spagnola, approfittando del fatto che Eugenia, la sovrana di Spagna, è innamorata di lui. La sua ambizione e il suo desiderio di rivalsa sono riassunti dai seguenti versi: 









Come detto, anche Aaron, il «coal-black Moor» del Titus Andronicus, è un personaggio negativo, dominato da passioni senza freni. Ciò è evidente dalle parole che rivolge all’innamorata Tamora, regina dei Goti: «Vengeance is in my heart, death in my hand, / Blood and revenge are hammering in my head» (II, 3, 38-39). La natura malvagia di Aaron è ancora più manifesta nell’ultima frase pronunciata da lui stesso prima di morire: «If one good Deed in all my life I did, / I do repent it from my very Soule» (V, 3, 189-190) (4).
È perciò palese che nessuno degli esempi sopraelencati è in grado di spiegare la combinazione di nobiltà d’animo, capacità militari e improvvisa gelosia che si trova in Othello. Senza dimenticare, inoltre, il movimentato passato che l’autore costruisce alle spalle del Moro: i suoi legami di sangue con «men of royal siege», il suo vagabondare di paese in paese, la conversione al cristianesimo e la schiavitù, sono aspetti che non trovano riscontri nelle opere drammatiche del tempo di William Shakespeare. È perciò ragionevole credere che Shakespeare, per costruire il personaggio di Othello, abbia volutamente evitato i riflessi razziali che emergevano dalle convenzioni teatrali dell’epoca, per rivolgersi soprattutto a fonti non-drammatiche. 


2. Othello e Leone l'Africano
Difatti, già a partire da qualche decennio prima di Othello, in Inghilterra avevano cominciato a circolare numerose opere di esploratori, contenenti descrizioni del continente africano e dei suoi abitanti. Tra queste, le più diffuse erano:
 
Narrative of the Portuguese embassy to Abyssinia during the Years 1520-1527 del  missionario ed esploratore portoghese Francisco Alvarez (5). Originariamente scritta in portoghese, l’opera era stata tradotta in italiano e francese già a partire dalla metà del XVI secolo e solo qualche secolo dopo in inglese;
Historia de Bello Africano scritta nel 1580, in latino, da John Thomas Frigius;
The Principal Navigations, Voiages, Traffiques and Discoueries of the English Nation di Richard Hakluyt. Pubblicata in inglese nel 1598, a quest’opera si pensa che Shakespeare si sia rifatto per la descrizione, affidata al personaggio di Othello, degli «Anthropophagi and men whose heads do grow beneath their shoulders» (Othello, I, 3, 143-144). Hakluyt, inoltre, definisce «Blacke Moores, called Æthiopians or Negros» gli abitanti del regno di «Guinea, with Senega, Ialofo, Gambra, and many other regions»(6). Definizioni che riaffiorano anche nel testo inglese di Othello.

Tra tutti i resoconti dei viaggi compiuti lungo il continente africano, il più diffuso all’epoca di Shakespeare era certamente la versione inglese dell’opera di Leone l’Africano, tradotta da John Pory nel 1600 col titolo di A Geographical Historie of Africa.
Ma chi era Leone Africano? Leone  era un diplomatico e un geografo vissuto tra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo. In realtà, Leone l’Africano aveva origini arabe e il suo vero nome era Al Hassan Ibn Muhammad Al Wazzan. Convertitosi in età adulta al cristianesimo, fu ribattezzato Joannes Leo de Médicis  in onore di papa Leone X, al secolo Giovanni di Lorenzo de’ Medici. Tuttavia, nei circoli intellettuali dell’Italia e dell’Europa del Cinquecento, Joannes Leo de Médicis era conosciuto con il nome, più semplice e facile da ricordare, di Leone l’Africano, o di Leo Africanus per gli inglesi.
Il nomignolo derivava dal fatto che Leone trascorse in Africa - seppur tra numerosi spostamenti - la maggior parte della propria esistenza. Nato intorno al 1490 a Granada, Leone, insieme alla sua famiglia, anticipò il grande esodo che di lì a poco avrebbe obbligato ebrei e musulmani a lasciare la Spagna. Nei primi anni del Cinquecento, dunque, la famiglia di Leone si trasferì a Fez, importante città del Maghreb occidentale e capitale del sultanato Wattasida. Educato presso le scuole coraniche della città, Leone ottenne giovanissimo una serie di incarichi diplomatici dalla corte del sultano - prima a Timbuktu (nel Mali), poi presso il re del Sudan - agevolato, si suppone, dalla presenza a corte di uno zio ambasciatore. In virtù di questi incarichi  Leone viaggiò molto fin dalla giovane età: Costantinopoli, Arabia, Africa subsahariana, Egitto, oltre alle regioni maghrebine dell’Africa, sia costiere, sia continentali.
Nel 1518, di ritorno da una di queste ambasciate, Leone fu preso prigioniero da una nave corsara appartenente ai Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni (meglio conosciuti come i Cavalieri di Rodi e, in seguito, Cavalieri di Malta), allora molto attivi nelle acque del Mediterraneo. La flotta era comandata da Pedro Bodiviglia, fratello del vescovo di Salamanca, nonché alto notabile dell’Ordine. Avendo notato le mappe, i libri e i numerosi appunti che Leone aveva con sé, Pedro pensò bene di condurre il prigioniero a Roma, dall’allora pontefice Leone X. L'intenzione di Bodiviglia era quella di approfittare della passione del papa per le cose «orientali», e grazie all'insolito "regalo", Pedro si augurava di favorire l’intervento del pontefice a sostegno dei Cavalieri di San Giovanni, da tempo minacciati dalla presenza sempre più massiccia dei turchi nel Mediterraneo orientale. Solo qualche decennio più tardi, il successore di papa Leone X, Clemente VII, avrebbe assegnato il territorio di Malta all’Ordine dei Cavalieri, i quali, nel frattempo, erano stati sconfitti e scacciati da Rodi proprio dai turchi (7).
Leone l’Africano rimase in Italia circa dieci anni. Fu proprio durante questo periodo che, dietro suggerimento (o, meglio, ordine) del pontefice, tradusse in italiano, col titolo di Cosmographia Del Africa, la raccolta dei resoconti di viaggio precedentemente redatta in arabo. Quest’opera sarebbe circolata solo a partire dal 1550, dopo la morte di Leone, inclusa, con qualche modifica, da Giovanni Battista Ramusio nel Primo Volume delle Navigationi et Viaggi.  L’edizione di Ramusio sarebbe stata a sua volta tradotta in latino e in francese nel 1556, conoscendo un’ottima circolazione a livello europeo. È quindi possibile che anche la successiva traduzione inglese di John Pory - tradotta dal latino, e non dall’italiano, con qualche aggiunta dall’opera di Francisco Alvarez -  abbia catturato l’attenzione di William Shakespeare.
Infatti, la traduzione di Pory contiene così tanti elementi riconducibili alla descrizione del carattere di Othello da ritenere improbabile che Shakespeare l’abbia ignorata. Non solo: nell’opera di John Pory vengono fornite anche informazioni sulla vita di Leone l’Africano prima di giungere in Italia, informazioni che presentano molte similitudini con le esperienze vissute da Othello prima del suo approdo a Venezia. 
Innanzitutto, proviamo a confrontare le qualità del carattere di Othello con le osservazioni fatte da Leone Africano sui Moors incontrati durante i suoi viaggi in Africa e nel Vicino Oriente: 

In Othello viene evidenziata una certa nobiltà e integrità d’animo del protagonista. Infatti, diversi personaggi (come Montano, Ludovico e l’Araldo di Cipro) si rivolgono a Othello definendolo, di volta in volta,  «noble Moor», «noble general» e «noble Lord». Desdemona, prima dell’esplosione di gelosia del Moro, lo descrive come un individuo «true of mind, and made of no such baseness / as jealous creatures are» (III, 4, vv.26-27). Anche Iago, nel monologo che chiude il primo atto, definisce il Moro «of a free and open nature / That thinks men honest that but seem to be so» (I, 3, vv.396-397). Così Othello, a colloquio con Iago, ammette di appartenere a «men of royal siege» (I, 2, 22). Le stesse qualità vengono attribuite ai Moors nella traduzione di Pory: «The Moores and Arabians inhabiting Libya are somewhat civil of behaviour, being plaine dealers, voide of dissimulation, favourable to strangers, and lovers of simplicite». E ancora: «most honest people they are, and destitute of all fraud and guile» (8);
Othello è lodato anche per il coraggio e per il valore militare dimostrati durante il proprio servizio in difesa di Venezia. Per citare solo alcuni esempi, un senatore introduce Othello al cospetto del Doge definendolo «valiant Moor» (I, 3, v.47). «The man commands / Like a full soldier» (II, 1, 34-35), dice Montano riferendosi al Moro. E ancora, il Doge saluta il Moro come «valiant Othello» (I, 3, 48), Montano lo definisce «brave Othello» (II, 1, 37), mentre Desdemona, in presenza del padre e di altri senatori, dice: «to his honors and his valiant parts / Did I my soul and fortunes consecrate» (I, 3, 251-252). Allo stesso modo, in numerosi passi della traduzione di John Pory, i Mori sono descritti come coraggiosi e nobili soldati, spesso utilizzando l’aggettivo «valiant» che, come si è visto, ritorna sovente anche nelle descrizioni di Othello; 
Othello ritiene sacro il vincolo dell’amicizia, come testimoniano le sue parole: «If I do vow a friendship, I’ll perform it / To the last article» (III, 3, 21-22). Infatti, il Moro è descritto come una persona che ripone piena fiducia nei suoi due amici, Cassio e Iago, tanto da non accorgersi del doppio gioco di quest’ultimo. Anche nella traduzione inglese dei resoconti di Leone, i «tawney Moores» sono definiti «stedfast in friendship» (9). Quanto all’ingenuità di Othello, essa trova riscontro in un’altra descrizione di Leone, il quale definisce i Mori «wits but meane, and they are so credulous, that they will believe matters impossible, which are told them»; (10)
L’esplodere della passione in Othello, oltre che nelle contemporanee tragedie elisabettiane, trova una significativa corrispondenza nelle descrizioni di Leone. Nella traduzione di Pory, infatti, si legge che gli abitanti dell’Africa sono «extremely jealous of the chastity of their wives» (11) .

Ma non esistono paralleli soltanto tra i Moors, descritti da Leone, e il ritratto di Othello fornito da Shakespeare. Infatti, la studiosa Lois Whitney ha messo in evidenza interessanti analogie tra la prima parte della vita di Othello, alla quale Shakespeare accenna qua e là nel corso della tragedia, e quella di Leone Africano prima di essere condotto prigioniero in Italia. Di seguito, elenco le similitudini più evidenti tra il personaggio del Moro e quello di Leone l'Africano: 

Come afferma lo stesso Othello, il protagonista della tragedia shakespeariana ha nobili origini («I fetch my life and being / From men of royal siege», I, 2, 21-22). Allo stesso modo, come già accennato, la famiglia di Leone era vicina alla corte del sultano di Fez per il quale Leone lavorò in qualità di ambasciatore. 
Al girovagare di Othello si riferiscono, con un’evidente connotazione negativa, le parole di Roderigo, che definiscono il Moro «an extravagant and wheeling stranger / Of here and everywhere» (I, 1, 136-137). Come già indicato precedentemente, anche Leone viaggiò molto per conto del sultano di Fez e del re del Marocco.
Othello e Leone sono stati entrambi catturati e ridotti in schiavitù per un determinato periodo della loro vita. Othello racconta questa dolorosa esperienza a Brabantio e al Doge, dopo aver fatto lo stesso in presenza di Desdemona, di quando, cioè, fu «taken by the insolent foe, / And sold to slavery» (I, 3, 136-137). Di Leone, si è già detto che fu catturato dai Cavalieri di San Giovanni e portato a Roma dal papa. Alla morte del pontefice, Leone lasciò la capitale, presumibilmente per Bologna, dove insegnò l’arabo. Alcuni sostengono che da qui, Leone fuggì in Tunisia e si riconvertì all’islamismo. Tuttavia, non esistono prove di un suo ritorno in Africa, né di una sua riconversione all’islamismo. È improbabile che, considerata una personalità di spicco come quella di Leone nel mondo intellettuale europeo dell’epoca, il suo ritorno in Africa sia passato inosservato.
Sia Othello, sia Leone, inoltre, a un certo punto della loro esistenza, si sono convertiti al cristianesimo. In realtà, nel testo di Othello non c’è un riferimento esplicito alla conversione del protagonista. Tuttavia, Othello stesso parla di «redemption» (I, 3, 137) e, in occasione della rissa architettata da Iago, rissa che coinvolge Cassio, Roderigo e Montano, Othello si esprime in questi termini: «For Christian shame, put by this barbarous brawl» (II, 3, 174). Inoltre, un individuo dell’integrità morale di Othello, benché mercenario, non avrebbe mai combattuto contro gli Ottomani se non avesse prima sconfessato la religione musulmana. La conversione di Leone l’Africano al cristianesimo avvenne nel gennaio 1520, due anni dopo il suo arrivo in Italia, allorché fu battezzato da papa Leone X in persona. Il battesimo era, senza alcun dubbio, sinonimo di conversione. Un atto di fede sulla cui sincerità, però, gli studiosi sono piuttosto diffidenti.


3. L'etnia di Othello
Prima di provare a tirare qualche conclusione, rimane una domanda da porsi: ma il personaggio di Othello era un arabo, un africano del nord o un africano subsahariano? Domanda lecita, ma che apre una questione difficilmente risolvibile. Infatti, se il modello per Othello era Leone l’Africano, allora il personaggio di Shakespeare sarebbe un arabo musulmano proveniente dall'Africa del Nord. Ma, come detto, la questione non è così semplice. 
Nelle descrizioni dei popoli che incontrò durante i suoi viaggi, Leone parla di «Affricani bianchi», o di «Arabi barberi», per riferirsi ai popoli berberi (chiamati anche «Mori») che abitavano la parte settentrionale del continente africano. Inoltre, egli parla di «Negri» o «Etiopi» (12)  per identificare le popolazioni dell’Africa subsahariana. Al contrario, nella traduzione inglese di John Pory si fa un po’ più di confusione: il traduttore, infatti, impiega il termine «Moores» per riferirsi a entrambi i gruppi etnici, «berberi» ed «etiopi». E anche se Pory successivamente distingue tra «tawnie Moores», per riferirsi alle popolazioni berbere, e «blacke Moores», per identificare gli africani subsahariani, la confusione rimane comunque. Tuttavia, è bene precisare che si tratta di una confusione diffusa nell’Inghilterra elisabettiana: a quel tempo, i termini Moor e Negro erano pressappoco sinonimi, o comunque non esistevano sostanziali differenze tra i significati dei due vocaboli (13) . 
Le stesse contraddizioni terminologiche affiorano nel testo di Othello. Innanzitutto, il protagonista è chiamato «the Moor», dal nome con cui, in letteratura e non solo, s’identificano i conquistatori arabi della Spagna. A questo proposito si tenga in considerazione l’incipit dell’Orlando Furioso:









Il poema di Ludovico Ariosto si apre, infatti, sulla vigilia della battaglia nei pressi di Parigi. Lo scontro bellico vede confrontarsi i Mori (cioè quelle popolazioni che, dall’attuale penisola arabica, si erano trasferite prima in Africa settentrionale e da qui nella penisola iberica, fin oltre i Pirenei) con l’esercito cristiano di Carlo Magno. 
Ritornando alla tragedia di Shakespeare, all’inizio della vicenda il protagonista è definito da Iago un «Barbary horse» (I, 1, 111), ovvero un "cavallo berbero". L’espressione «Barbary horses» è ripetuta due volte anche nel testo di Hamlet, entrambe nell’Atto V, scena 2. Nel primo caso, per bocca di Osric («The King, sir, has wagered with him six Barbary horses», V, 2, 130-131); nel secondo caso, a pochi versi di distanza dal primo, la stessa espressione («Six Barbary horses») è ribadita dal principe Hamlet (V, 2, 143) (15) . 
L’impiego del termine barbary, così com’è utilizzato anche in Hamlet, ossia col significato di «Saracens living in coastal North Africa», è attestato nel lessico inglese a partire dal 1590. Al tempo di Elizabeth Tudor, il vocabolo era impiegato soprattutto per riferirsi ai "Barbary States", vale a dire alle regioni nordafricane di Tunisia, Algeria, Tripolitania e Marocco. Anche Iago rivela che Othello andrà in Mauritania portando con se’ Desdemona: «O, no! he goes into Mauritania, and takes away / with him the fair Desdemona» (IV, 2, 224-225). «Mauritania» era, letteralmente, la terra abitata dai Mori, ossia l’antica provincia Romana pressappoco corrispondente agli attuali Algeria e Marocco. 
Secondo la definizione etimologica di Moor, il termine ha cominciato a circolare in lingua inglese a partire dal 1390. Moor deriva dal vocabolo francese arcaico More, termine in seguito affiancato dalla variante Maure, entrambe accettabili ancora oggi. Inoltre, il vocabolo francese Maure ha avuto a sua volta origine dal latino Maurus, utilizzato per identificare, appunto, gli abitanti dell’antica provincia romana della Mauritania. Curiosamente, anche la lingua greca prevede un termine molto simile all’inglese Moor, ovvero mavros (μαύρος), che in lingua inglese si può tradurre con black o negro (16). 
Pertanto, stando alle descrizioni e alle definizioni etimologiche appena riportate, Othello sarebbe un nordafricano di etnia araba. Il testo della tragedia, però, contiene alcuni particolari che contraddicono i precedenti. Infatti, nel corso della storia, Iago si riferisce al protagonista definendolo anche «black Othello» (II, 3, 31), mentre Roderigo fà riferimento al protagonista chiamandolo spregevolmente «thick-lips» (I, 1, 66), vale a dire «labbrone». Infine, lo stesso Othello si definisce «begrim’d and black as mine own face» (III, 3, 386-387). Particolari, questi ultimi, che farebbero di Othello un africano subsahariano, un individuo dalla carnagione più scura di quella di un Moro.
Per cercare di dare una risposta al quesito posto ad inizio paragrafo, e per tentare di risolvere l’apparente contraddizione etnica, si può affermare che William Shakespeare non aveva intenzione di fornire una descrizione etnicamente accurata del suo protagonista. Per l’autore, insomma, Othello non è né un africano di etnia araba, né un africano subsahariano, non almeno secondo le convenzioni attuali che impieghiamo per riferirci alle due tipologie etniche. L’etnia di Othello è il risultato della confusione tra i due tipi, confusione che, come riferito in precedenza, era molto frequente in epoca elisabettiana. Secondo il noto studioso shakespeariano Andrew Cecil Bradley, infatti, «any man situated as Othello was would have been disturbed by Iago’s communications, and I add that many men would have been made wildly jealous» (17) . Othello, insomma, si comporta come una persona appartenente a un’etnia qualsiasi. La sua nazionalità (araba o africana che sia) non è trascurabile, ma «in regard to the essentials of his character», sempre secondo Bradley, «it is not important» (18) .


4. Conclusioni
In conclusione, oltre alle opere letterarie generalmente indicate come le fonti principali di Othello (e mi riferisco, in particolare a una novella contenuta ne Gli Ecatommiti di Giraldi Cinzio, non trattata in questo lavoro) (19), è pertanto probabile che Shakespeare, per la composizione del ritratto del suo protagonista, abbia consultato i resoconti di viaggio disponibili in Inghilterra dalla seconda metà del XVI secolo. 
Oltre a ciò, dietro il personaggio fittizio di Othello, come suggerirebbero alcuni studi,  potrebbe nascondersi una persona realmente esistita. Anche se, come abbiamo visto, Shakespeare non aveva intenzione di fornire un ritratto etnicamente e filologicamente accurato. Il modello per il Moro, comunque, come abbiamo visto dagli esempi precedenti, sarebbe Leone l'Africano.    Un'ipotesi certamente affascinante, per confermare la quale, però, non esistono prove sufficienti. Certamente l'esistenza di Leone l'Africano - sapendo della curiosità e della "voracità" di Shakespeare - non doveva essere sconosciuta all'autore di Othello, altrimenti sarebbero davvero difficili da spiegare le numerose coincidenze esistenti tra la vita del Moro e quella di Leone.

Andrea Raimondi

Vedi il blog di Andrea Raimondi
http://pugni-chiusi.blogspot.com/










Bibliografia




Shakespeare William. Othello, Mondadori, Milano 1992.

Adams Maurianne S. "«Ocular Proof» in Othello and its source", PMLA, Vol.79, n° 3, 1964.
Ariosto Ludovico. Orlando Furioso, a cura di Cesare Segre, Arnoldo Mondadori Editore, "I Meridiani", Milano 1990.
Bradley A.C. Shakespearean Tragedy: Lectures on Hamlet, Othello, King Lear and Macbeth, Kessinger Publishing, Whitefish, MT 2004.
Chambers E.K. The Elizabethan StageVolume 1, Oxford University Press, Oxford 2009.
Hakluyt Richard. The Principal Navigations; Voyages; Traffiques and Discoveries of the English Nation- Volume 11, BiblioBazaar, LLC, Charleston, SC 2007.
Marlowe Christopher. "Lust’s dominion; or, The lascivious Queen", in The Works of Christopher Marlowe, W. Pickering, London 1826.
Muir Kenneth. Shakespeare's Sources Comedies and TragediesVolume 1, Routledge, Abingdon 2005.
Shakespeare William. Hamlet, Edited by Ann Thompson and Neil Taylor, The Arden Shakespeare, London 2006
Shakespeare William. Titus Andronicus, Edited by J. C. Maxwell, The Arden Shakespeare, London 1985.
Whitney Lois. "Did Shakespeare Know Leo Africanus?", PMLA, Vol. 37, n° 3, September 1922.
Zemon Davis, Natalie. La doppia vita di Leone l’Africano, Laterza, Bari 2008.



NOTE
1)  Cfr. E.K. Chambers, The Elizabethan StageVolume 1, Oxford University Press, Oxford 2009.

2) A questo proposito, si veda il saggio di Bernard Harris, "A portrait of a Moor", in Catherine M.S. Alexander & Stanley Wells (a c. di), Shakespeare and Race, Cambridge University Press, Cambridge 2000, pp. 23-36.

3) Christopher Marlowe, "Lust’s dominion; or, The lascivious Queen", in The Works of Christopher Marlowe, W. Pickering, London 1826, p. 214.

4) William Shakespeare, Titus Andronicus, Edited by J. C. Maxwell, The Arden Shakespeare, Methuen, London 1985.

5) Francisco Alvarez era stato inviato in Etiopia, in qualità di ambasciatore, dall’allora re del Portogallo Manuel I. Alvarez rimase in Etiopia dal 1520 al 1526 o 1527; al suo ritorno, compilò un resoconto sulla permanenza in Africa, intitolato Verdadeira Informação das Terras do Preste João das Indias. La prima traduzione inglese del resoconto di Alvarez, a opera di Lord Stanley of Alderley, sarebbe apparsa nel 1881.

6) Richard Hakluyt, The Principal Navigations; Voyages; Traffiques and Discoveries of the English Nation- Volume 11, BiblioBazaar, LLC, Charleston, SC 2007, p. 90.

7) Sulla vita di Leone l’Africano, si veda: Natalie Zemon Davis, La doppia vita di Leone l’Africano, Laterza, Bari 2008. Oppure, si consulti il ricco sito internet: http://www.leoafricanus.com.

8) Lois Whitney, "Did Shakespeare Know Leo Africanus?", PMLA, Vol. 37, n° 3, September 1922, pp. 470-483: 481.

9) Ivi, p. 482.

10) Lois Whitney, "Did Shakespeare Know Leo Africanus?", cit., p. 482.

11)  Ibidem.

12)  Giovanni Battista Ramusio (a c. di),  Il viaggio di Giovan Leone e le navigazioni di Alvise da Ca’ da Mosto, di Pietro di Cintra quali si leggono nella raccolta di G. Ramusio, Luigi Plet, Venezia 1587.

13)  A tal proposito, si vedano i seguenti studi: Rudolph Shaw, "Othello and race relations in Elizabethan England", Journal of African American Studies, Vol. 1, n°2, September 1995, pp. 83-91; G.K. Hunter, «Elizabethans and foreigners», Shakespeare and Race, cit., pp. 37-60.

14) Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, a cura di Cesare Segre, Arnoldo Mondadori Editore, «I Meridiani», Milano 1990, p. 1.

15) William Shakespeare, Hamlet, Edited by Ann Thompson and Neil Taylor, Arden Shakespeare, London 2006.

16Online Etymology Dictionary, © 2001 Douglas Harper,  http://www.etymonline.com(data di accesso: 4 gennaio 2011).

17) A.C. Bradley, Shakespearean Tragedy: Lectures on Hamlet, Othello, King Lear and Macbeth, Kessinger Publishing, Whitefish, MT 2004, p. 194.

18Ivi, p. 187.

19) Cfr. Maurianne S. Adams, "«Ocular Proof» in Othello and its source", PMLA, Vol.79, n° 3, 1964, pp.234-241.







© Andrea Raimondi. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata. Vietato il deep link.Copia registrata in "corso particolare". Autorizzato l'uso solo per scopi didattici o di studio personali.
Esempio 1
Vedi qui un profilo di Shakespeare
«Dietro al gioco dei bisticci linguistici, dietro al molto rumore, ci sono le contraddizioni di una realtà che vede gli uomini strettamente divisi da barriere formali: la diversità dei loro linguaggi troppo strettamente legati ai ranghi di ciascuno di loro è fonte di continui equivoci pericolosi; l'unico modo di superarli è il rendersi conto che tali divisioni non sono altre che nulla, vuoti ingannevoli artifici» (Giorgio Melchiori). 

Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web
dal 27 gen 2011
"Otello" è una tragedia permeata di immaginario, un'opera inquietante che, nell'investire e sommuovere le stesse coordinate conoscitive e ideologiche di un'epoca, continua a turbare lettori, spettatori e critici del mondo contemporaneo. Riflettendo, come in uno specchio, contraddizioni culturali e sociali che vanno ben al di là della trama, questo dramma è infatti ben più che una tragedia della gelosia, in quanto mette in questione, nell'opera disgregatrice del disturbato Iago, gli stessi rapporti interrazziali e interpersonali, e - in un transito di simulacri, in una proiezione distruttiva di fantasmi individuali e collettivi - inscena la dannazione della diversità e la morbosa censura della sessualità. Questo ampio studio conduce il lettore, passo passo, alla scoperta delle più segrete articolazioni di un testo di straordinaria complessità. 


Laurence Fishburne  è Othello nel film di Oliver Parker con Irène Jacob e Kenneth Brannagh
The Moor Otello, governor of the island and a general in the Venetian army, arrives in port as a tempest rages. Iago, Otello's ensign, confers with Roderigo, a fop who has come to Cyprus because of his unrequited love for Desdemona, a Venetian beauty recently married to Otello. Promising to help Roderigo, Iago says Desdemona should soon tire of her Moorish husband, adding that he himself has reasons for revenge on Otello, who passed him over for advancement, promoting Cassio instead. Iago proposes a toast; when Cassio declines any more drink, Iago says he cannot refuse to salute Otello's new wife. Cassio consents and grows tipsy as Iago provokes Roderigo to a duel with Cassio...........
William Shakespeare
Prima paginaFili di fumoEnferRecensioniRivistaProfili di autori
ContattaciAtlante Letterario Bacheca pubblicaCompiti

ELEAZAR:
[...] Now, purple villany, 
Sit like a robe imperial on my back, 
That under thee I closelier may contrive 
My vengeance; [...] 
I care not, I, 
How low I tumble down, so I mount high . (3)
Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,
le cortesie, l'audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l'ire e i giovenil furori
d'Agramante lor re [...] . (14)
This volume draws together thirteen important essays on the concept of race in Shakespeare's drama. The authors, who themselves reflect racial and geographical diversity, explore issues of ethnography, politics, religion, identity, nationalism, and the distribution of power in Shakespeare's plays. They write from a variety of perspectives, drawing on Elizabethan and Jacobean historical studies and recent critical theory, attending to performances of the plays, as well as to the text. An introductory essay sets the context for the ensuing chapters, most of which are reprinted from volumes of Shakespeare Survey.
Esiliato dalla Spagna musulmana riconquistata dai cristiani; infaticabile viaggiatore d'Africa al servizio del sultano di Fez; catturato dai pirati e consegnato alle prigioni romane del Papa; convertito al cristianesimo e scarcerato; autore di libri importanti che fecero conoscere l'Africa e l'islam agli europei. Non manca il romanzesco, nella vita di al-Hasan al-Wazzan, più noto come Leone l'Africano, geografo, erudito, avventuriero dalle molte facce vissuto a cavallo tra Quattro e Cinquecento. Natalie Zemon Davis ne segue le tracce e dipana qui tutta la sua storia, ricostruendo le innumerevoli svolte che lo trascinarono da un mondo all'altro e ritorno, sempre in equilibrio tra due culture antagoniste e nemiche.
<<< Vedi qui una sinossi di Otello,  atto per atto
<<< Vedi il saggio di Andrea Raimondi  La questione del mouchoir nel More de Venise di Alfred de Vigny
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line