Il carattere nazionale

a) La guerra delle parole. 

Il modo di dire italiano: 'Tutto il mondo è paese' è vero se ammettiamo contestualmente come vero il suo inverso, ossia che sotto molti punti di vista 'un Paese è tutto un mondo'.
Non so se esista in altre lingue qualcosa di equivalente alla prima espressione, sicuramente nella nostra essa, mentre sottolinea le 'costanti' comuni tra tutti i popoli del mondo, nel contempo manifesta una volontà semplificatrice e pareggiatrice quando si suole sottolineare le nostre.
Ma che talora 'un Paese sia tutto un mondo', ossia che esibisca quelle specificità che lo rendono subito riconoscibile tra tanti, è qualcosa che anche in Italia è cognizione comune quando si usa la locuzione «all' italiana». Con quest'altro modo di dire infatti ci ritagliamo, e spesso sotto l'effetto di un paragone ellittico e squalificante con le altre nazioni, la nostra identità tra di esse, intuiamo così che il nostro Paese è tutto un mondo. Sovente e senza imbarazzo ci abbandoniamo a tale locuzione, sembrando così interiorizzare una cognizione antropologica di noi stessi che diamo ormai per scontata e irredimibile. Diciamo 'all'italiana' ogni qualvolta intendiamo designare, quasi per convenzione e semplificazione linguistica, quel modo di operare, spesso relativo all' organizzazione dei bisogni e delle necessità collettivi, di cui non si è riusciti a ricostruire con nitidezza tutti i confusi percorsi logici, ma che si distingue invece, e nettamente, per quel misto di improvvisazione, disorganizzazione, provvisorietà, disordine e pressappochismo.
Scriveva a tal proposito Luigi Barzini in quel saggio su Gli Italiani (1964) che non finisce di stupire per capacità di penetrazione e lucidità di analisi:

La più gran parte di ciò che avviene da noi non è necessariamente 'all' italiana'. Tuttavia le cose 'all'italiana' non devono essere prese alla leggera.  Sono indizi preziosi (...) mostrano che ancora oggi come nel passato certe imprese ci riescono senza sforzo e che altre sono per noi praticamente impossibili; hanno chiaramente determinato l'andamento degli eventi trascorsi;  senza alcun dubbio, determineranno il nostro avvenire. Forse per noi non c'è scampo. Ed è questa sensazione di essere in trappola entro i limiti inflessibili delle tendenze nazionali a far si che la vita italiana, sotto la sua superficie scintillante e vivace, abbia una qualità fondamentale di amarezza, disappunto, e infinita malinconia.» (pag.21)

Chiunque abbia appuntato un po' lo sguardo sulle cose italiane non può non fare proprie queste belle e amare parole del brillante giornalista italiano e avanzare l'ipotesi, di fronte ad uno scenario antropologico che sembra ancora immutato, che si siano fissate nella nostra società, nelle nostre menti, senz'altro nella nostra storia di italiani, delle costanti, delle "qualità fisse" con le quali bisogna fare i conti.
Tentare di definire - in modo informato se non proprio colto e vale a dire nei termini che stanno al disopra il livello di una conversazione ferroviaria e al disotto le pretese di un saggio che aspira alla scienza - in che cosa consista l''italianità' dei comportamenti collettivi dei nostri connazionali è l'obiettivo ambiziosissimo di queste riflessioni. Tale italianità, si vedrà, non è solo un modo di fare, ma di pensare, di ridere, di stare assieme, in una parola di essere: un modo cioè, non sempre dei peggiori, ma specifico, particolare, proprio a noi tutti, di stare al mondo come individui e come collettività.
A questa specificità, formatasi nel corso della storia ed empiricamente osservabile qui ed ora, possiamo dare provvisoriamente il nome di carattere nazionale degli italiani. Dico provvisoriamente perché l'esistenza o meno di un carattere nazionale, l'estensione cioè ad un intero popolo di un termine, carattere, che a volte non ci dà per intero nemmeno gli individui, non è accettata da tutti. Anzi la locuzione in quanto sottende un'interpretazione psicologizzante è contestata radicalmente da molti in quanto viene negata sia l'esistenza di qualsivoglia carattere nazionale sia l'applicabilità ad una categoria, gli italiani, di cui a lungo s'è dubitato addirittura dell'esistenza.Ciò stante, per quanto possa dare l'impressione, fin dall'inizio, di intentare qualcosa di analogo di chi disegna dettagliatamente la mappa di un'isola... che non c'è, non posso negare che proprio la temerarietà di questo progetto abbia maggiormente stuzzicato il mio desiderio di avventura intellettuale.
C'è una scommessa dunque che sottende queste riflessioni ed è quella di dimostrare l'esistenza, e il suo agire nel profondo dei comportamenti collettivi, di una 'personalità di base' degli italiani, i cui tratti culturali e mentali riguardano nella loro generalità, ove più ove meno, la nostra popolazione. Naturalmente c'è chi non si riconoscerà, solo in quanto italiano, nei profili sintomatici di questa personalità e già a costui dirò che l'indagine non lo riguarda perché ha come oggetto gli italiani come collettività, come massa, e se egli vorrà segnalarsi come qualcosa di diverso o di superiore, potrà riconoscersi nel bon mot della De Staël, per la quale quando si parla di popoli è alle moltitudini che occorre fare riferimento essendo gli uomini superiori tutti connazionali tra di loro .

En tous pays, la supériorité d'esprit et d'âme est fort rare, et c'est par cela même qu'elle conserve le nom de supériorité; ainsi donc, pour jouger du caractère d'une nation, c'est la masse commune qu'il faut examiner. Les gens de génie sont toujours compatriotes entre eux. [de Staël 1958, pag.152]

Un individuo, visto nella sua sostanza sociale, non è pensabile se non in relazione ad una comunità: la famiglia di provenienza, la classe di appartenenza, la comunità nazionale di cui è membro. Anche ridotto al 'grado zero' dei rapporti societari, un Robinson, non cessa di essere ciò che la sua sostanza sociale lo ha fatto: un borghese ed un inglese. Perfino quando è solo, in un isola o nel chiuso della sua stanza, un inglese non cessa di essere un inglese. «Je suis persuadé que plus d'un Anglais, pair et millionnaire, n'ose pas croiser les jambes quand il est seul devant son feu, de peur d'être vulgaire », annotava ironicamente Stendhal. [ Stendhal, 1973, pag. 380]
Tuttavia tanto più un individuo 'pensa' tanto più si libera dai condizionamenti dei propri gruppi di provenienza iscrivendosi così d'ufficio ad una specie di Internazionale dello spirito, dove un inglese è connazionale ad un italiano e questi a un francese, perché, per dirla ancora con Stendhal «la vraie patrie est celle où l'on rencontre le plus de gens qui vous ressemblent». [ivi, pag, 98] Ma quanto più l'individuo è inerte, tanto più la famiglia, la classe, la comunità nazionale di provenienza 'pensano' in vece sua. Se gli uomini intelligenti sono tutti connazionali tra di loro, coloro che non 'pensano' fanno parte in primo luogo della propria comunità nazionale. Chiunque cioè non ha un carattere proprio è destinato a subire quello della propria comunità.
I sociologi hanno battezzato col termine di socializzazione anticipatoria quel processo di self-education, sempre coraggioso, di chi staccandosi dal proprio gruppo di provenienza abbraccia i valori, le ideologie, le fedi di un altro gruppo: un borghese che sposa l'ideologia del proletariato, uno straniero che abbraccia i valori di un'altra comunità nazionale, un credente che abbandona la propria fede religiosa etc. E hanno sottolineato i rischi cui costoro vanno incontro: soprattutto il pericolo di essere progressivamente 'marginalizzati', di non avere cioè pieno riconoscimento sia dal gruppo d'arrivo che da quello di provenienza 
Orbene, la maggior parte degli individui non ha né gli strumenti culturali né il coraggio di opporsi alla tirannia della maggioranza del proprio gruppo di appartenenza. Solo individui con un carattere eccezionale possono mantenere a lungo la stima verso sé stessi di fronte al disprezzo dei loro simili. In presenza perciò di un rischio di marginalizzazione incombente, mettersi al riparo presso i tranquilli porti del conformismo (condivisione passiva dei valori di gruppo) appare più confortevole che affrontare il mare aperto delle libere opinioni, dove si esperimenta sempre la grande fatica di avere un 'io'.
Ora, rispetto alla propria comunità nazionale questo rischio è sempre in agguato. Da qui parte l'omologazione verso i valori della comunità nazionale d'appartenenza. Ovvero, per dirla col linguaggio dei sociologi: i processi spontanei di socializzazione inducono ad una acquisizione naturale non solo dei valori del gruppo familiare o della classe di appartenenza ma anche della comunità nazionale di nascita. Ed è così che on est italien comme on respire,  si potrebbe dire parafrasando Paul Valery.

Ogni nazione sembra contenere "istintivamente" un suo carattere, perché come scrive Barzini:
 
promuove ed onora quelli che più si avvicinano al modello nazionale (...)  umilia e punisce in molti modi quelli che se ne distaccano; riesce così insensibilmente a costringere la grande maggioranza a comportarsi secondo regole uniformi. [Barzini, 1965, pag.11]

 Provate a non amare il calcio, a detestare la furbizia o il familismo in Italia!
Ora, si tratta di spiegare se questi elementi "istintivi" sono di natura psicologica, di psicologia delle masse s'intende, o più che altro di natura storico-culturale- antropologica. E allora il termine "carattere" non va più bene e bisognerebbe usare termini e nozioni più complesse quali "mentalità", "ideologia" "ethos", oppure "civilizzazione culturale".  Ma di questo più oltre.
Qui va detto che anche la nozione provvisoria che l'espressione 'carattere nazionale' richiama va tuttavia meglio chiarita. Scriveva B.Croce che di tale nozione è stato uno dei più precisi avversari:

Qual è il carattere di un popolo? La sua storia, tutta la sua storia, nient'altro che la sua storia.  Quando si descrive il carattere di un popolo in questa o in quell'età, o nell'intero corso della sua età, si traccia come una delineazione generica (e coi difetti del generico) dell'attività che esso ha spiegato, dell'opera che ha compiuta, ossia, appunto, della sua storia.  E non di meno si cade nell'errore di staccare il carattere di un popolo dalla sua storia e rappresentare prima il carattere, con l'intento di cercare poi come questo abbia agito e reagito agli avvenimenti, cioè quale storia abbia avuto. Ma se il carattere si pone come bello e pronto, nessuna narrazione storica può seguire. [Croce , 1989, pag.378-380]

Croce polemizzava con tutte quelle concezioni (non solo positiviste) che tentano di imbrigliare in schemi, in tipizzazioni, in generalizzazioni, ciò che per sua natura è corrente di vita mai uguale a se stessa. Ma se si può trovare sostanzialmente condivisibile il suo appello ad una considerazione piena della storia di un popolo, si deve tuttavia notare che, tale appello, se si nega per principio a forme di tipizzazioni concettualizzanti e riassuntive (che si basano sull'astrazione e il confronto ) conduce alla più agghiacciante afasia. Anche dei nostri amici Paolo e Giovanni infatti non possiamo dire alcunché se non la loro storia, tutta la loro storia, nient'altro che la loro storia se vogliamo davvero comprenderli in toto; ma non una storia come la vediamo noi, sempre opinabile e monca, sebbene come solo Dio o un biografo della scuola inglese la può vedere, con la serie completa cioè, 'storica', di tutti gli atti che li riguardano e in più con tutto il suo carico di possibilità e necessità. Intera. Dobbiamo tacere, se non ne abbiamo cioé un 'concetto completo' (nozione elaborata da Leibnitz nel suo Discorso di metafisica). Ma in attesa di raggiungere tale completezza possiamo accontentarci di 'sunteggiare' un popolo come del resto i nostri amici, enucleandone i'tratti' del carattere più appariscenti, rassegnandoci in qualche modo ad una fatale incompletezza, ma non rinunciando per questo ad un discorso su di loro.
Le acutissime osservazioni del pensatore napoletano debbono essere tuttavia tenute in onesta e accurata attenzione e l'ammonimento a non 'staccare' il carattere di un popolo dalla sua storia e a non considerarlo come 'causa' - ché di questo si tratta- ma 'effetto' del divenire storico deve essere assunto come discrimine metodologico. Brevemente, dovrà risultare chiaro dalle nostre indagini, che non esiste il carattere di un popolo e quindi la sua storia, ma esiste la storia di un popolo e dunque il suo carattere.
Si possono invece considerare superate le obiezioni di Croce circa il metodo che lui definiva con accezione deprezzatoria «naturalista, positivista e sociologico» di chi cerca nel magma della storia, dei 'modelli', dei 'tipi', delle 'costanti', specie quando essi serpeggiano nel corso della storia e si ripresentano come implacabili 'ricorsi'.

Come le caratteriologie dei popoli - continuava Croce - cioè lo stabilimento delle leggi proprie di ciascuno, così le caratteriologie, i tipi, le leggi delle forme sociali, politiche o altre che siano, non hanno realtà fuori della storia politica e sociale o quale altra sia, e,  quando si dimentichi il loro ufficio affatto strumentale e le si scambi per le cose reali, si va incontro alla 'lezione dei fatti'...

che sarebbe quella lezione di essere smentiti nelle nostre generalizzazioni, di verificare a spese nostre l'inesistenza storica dell'idealtipo. Tuttavia come è possibile 'staccare' logicamente dalla storia del capitalismo, cronologicamente data, la nozione di capitalismo (Weber) o dalla storia delle guerre il modello o idealtipo 'guerra' (Clausewitz) o dalla storia delle corti il modello 'corte' (Elias) così non sarà scorretto, con le mille cautele del caso, trarre dalla storia degli italiani, la nozione metastorica dell' 'italiano'. Se poi riusciremo a lumeggiare dietro ogni tratto rilevato sincronicamente tutti i precipitati diacronici che lo hanno spinto sul proscenio dell'attuale presente, abbiamo soddisfatto un'altra obiezione di Croce quando scrive:

Si dica pure (...) che il popolo francese [e noi potremmo dire 'il popolo italiano'] ha certe determinate virtù e difetti, ma si pensi sempre, sotto quelle parole, a uno o altro aspetto o momento e periodo della storia francese [italiana] e questa nel corso di alcuni secoli, e si sia sempre pronti a ridare pienezza di verità all'astratto enunciato col riportarlo alla storia nella sua pienezza, e si stia in guardia contro le tentazioni di trasferire i caratteri, che sono stati fissati nel passato, nell'avvenire, cioé di concepire l'avvenire, non come l'opera della forza e del genio inventivo umano, ma come l'assurda ripetizione del passato.

Se riusciremo insomma a rendere conto della 'storicità' di certo modo di essere italiani avremo soddisfatto anche il primo ammonimento crociano, a sottintendere cioè dietro ogni 'astratto enunciato' (es: «gli italiani sono furbi, familisti, trasformisti» etc), il passato. Quanto poi al secondo ammonimento, a non trasferire i caratteri dal passato all'avvenire, si può dire - incidentalmente beninteso perché non è nelle mie intenzioni questa particolare divinazione del futuro - che è implicita in ogni generalizzazione e tipizzazione (tanto aborrite da Croce ma che invece stanno a fondamento del pensiero di uomini come Max Weber) la tendenza, quando non la tentazione, di assegnare a tali 'modelli' o 'tipi' il carattere di predittività. Insomma di ipotizzare una risposta fissa ad una variabile  storica.
Infatti, se come sostiene Croce la storia è sempre 'storia contemporanea' se «viviamo sempre immersi nel nostro passato», se insomma nel nostro presente c'è il nostro 'compresente' passato, è altrettanto vero che l'operazione fatta guardando all'indietro può essere ripetuta guardando in avanti, che cioè nel presente del nostro popolo c'è anche il suo futuro.

E qui, volendo fare uno scherzo a Croce, mettendo Croce contro Croce, si potrebbe riportare quel brano della Storia del Regno di Napoli, riferendo agli italiani quanto egli scriveva pensando ai napoletani, e che cioè 

quel popolo è pure il medesimo che abita ancora queste regioni, il medesimo non solo per sangue, ma per attitudini, abiti, memorie, virtù e difetti; e la sua storia c'importa come la vita anteriore di un individuo, il quale mutato che sia, ebbe pure quella vita anteriore (...)  In questa continuità di vita nazionale si rinvengono, o almeno sono da ricercare, le tradizioni, e il filo che ha condotto al presente e conduce all'avvenire . (corsivo mio) »[Croce, 1972, pag.49]

Ma questa dimensione storico-temporale non è solo una preoccupazione degli studiosi che cercano di orientarsi nel magma degli eventi: le stesse culture si organizzano secondo una collocazione nel tempo storico dove le tre dimensioni, passato, presente e futuro agiscono, com'è logico, dialetticamente. Valga in tal senso l'acuta osservazione di un antropologo americano quando scrive: «Ogni cultura si porta dietro il peso di un passato nella cornice del quale, per evitare la disorganizzazione totale, essa deve elaborare il suo futuro» [Sahlins ,1973, pag.128]
Per scendere nel concreto: se noi abbiamo osservato sia nel 1942 che nel 1492 certo modo di essere familisti o furbi degli italiani, nulla ci vieta, da un lato di astrarre dalla storia una tipizzazione del familismo o della furbizia italiani e in subordine di prefigurare come essa si evolverà, stando così le cose, nel futuro, di 'immaginarne' cioè le linee di tendenza. Sta poi al nostro senso storico dare al 1492 ciò che è del 1492 e al 1942 ciò che è del 1942, ma sta al nostro senso sociologico stabilire, pena l'afasia o la perdita del senso della 'continuità' stessa della storia, ciò che v'ha in comune coi due fenomeni e a farlo funzionare da 'modello'.

Non è possibile qui trattare questioni di così vasta portata quali possono essere la concezione della storia in Croce e in Weber. Tuttavia per avere il senso di ciò di cui qui discutiamo segnalo alcune paginette di Max Weber tratte dagli Aufsätze zur Wissenschaftlehre [Weber, 1980, pag.103-106] dove lo studioso tedesco, criticando minuziosamente la dottrina crociana dell'impossibilità della valutazione 'logica' della storia, che abbiamo visto riverberarsi in qualche modo nell'avversione crociana verso ogni forma non solo di psicologizzazione ma anche di sociologizzazione del ragionare storico (in quanto la logica si occuperebbe solo dei concetti puri e la storia è invece 'intuizione' di cose e di cui al massimo è solo possibile una conoscenza 'artistica' etc), rivendica invece nei confronti di qualsiasi 'giudizio d'esistenza', di cui si sostanzia il ragionare storico, «l'impiego di concetti generali e pertanto l'astrazione e il confronto» (Il corsivo è mio). E' ovvio che qui Weber polemizza con il Croce 'giovane' dell'Estetica e della Logica come scienza del concetto puro (1905). Non mi sfugge che non si risolva qui la concezione della storia in Croce e che lo stesso abbandonerà nelle opere della maturità l'identificazione tra Arte e Storia, ma quel che si voleva sottolineare qui è che Weber individua nello storicismo il più fiero avversario di ogni tentativo di 'modellizzazione' della realtà, che sta a fondamento della nascente sociologia. Più di recente un'attenta lettura dell'opera di Weber e in principal modo degli Aufsätze ha sottolineato il momento 'caratteriologico ed antropologico' dell'opera del grande studioso tedesco.[Hennis, 1991]

C'è d'altronde una corrente della storiografia moderna, l'anthropological history ( Darnton, Burke etc) che ci viene in aiuto quando vogliamo sottolineare modelli, costanti antropologiche, corsi e ricorsi. Questa disciplina si sforza di combinare il momento diacronico e quello sincronico, la storia e la sociologia o l' antropologia. In un simile ambito risulta ragionevole (ma ciò avrebbe forse procurato un travaso di bile a don Benedetto) studiare ad esempio gli italiani del '500 per comprendere quelli dei nostri giorni o viceversa, studiare gli italiani di oggi per capire quelli del passato. [Burke, 1988, pag.VIII] Ci si chiede com'è possibile operare in tal senso se non utilizzando un modello d'italiano che funzioni da 'idea transitiva' tra l'italiano di oggi e quello di ieri?

Altrettanto perentorio di Croce, in quanto all'uso dei termini, riesce Jean-François Revel quando afferma  «L'esprit d'un peuple n'existe pas», oppure «toutes les explications par le 'caractère ou le 'génie' d'un peuple sont fausses». Singolari affermazioni di un autore, molto severo nei nostri confronti, ma giusto, che apre ogni capoverso del suo libro con la locuzione 'les italiens' omologa per genericità a espritgénie, o caractère. Ma forse dice meglio quando scrive : «parler du génie d'un peuple, des défauts et des qualités d'un peuple, repose toujours sur une généralisation qui ne se vérifie jamais et n e sont pas ces formules qui comptent , mais ce qu'elles servent à désigner» [Revel 1976, pag.35, 39, 235]. Appunto.

Si può uscire dall'ambiguità dei termini tentando di ricostruire la storia del concetto di che si discute. L'espressione carattere nazionale, a quel che è mi è dato sapere, fa ingresso nella nostra letteratura con il saggio di G.Leopardi: Discorso sopra lo stato presente del costume degli Italiani (pubblicato solo nel 1920) dove è ampiamente usata. Simile espressione non si ritrova ad esempio nel primo saggio di osservazione sugli italiani, quello di Giuseppe Baretti: An Account of the manners and customs of Italy (1768) dove invero il termine character è sempre riferito a persone od opere: 'character of Metastasio drama's ', 'character of Ariosto ', 'character of Tasso 'etc, mentre l'espressione italian's character mai appare. D'altra parte il titolo del libro è ampiamente esplicativo sulle scelte linguistiche: manners and customs non character.  Ma mentre possiamo attribuire a Leopardi il merito o la responsabilità di averla introdotta in Italia occorre subito dire che essa è stata coniata nell'ambito della pubblicistica francese che va da Montesquieu a Voltaire, a M.me de Staël. Con quest' ultima, peraltro dalla quale verosimilmente ha preso in prestito la nozione, polemizzava esplicitamente Leopardi nel suo saggio citato (vedi  gli influssi e il confronto tra Staël e Leopardi da me evidenziati nella postfazione al Discorso di Leopardi).
L'elaborazione del concetto e termine di caractère national si nutre da un lato delle riflessioni dei moralisti classici francesi del '600 (La Bruyère, La Rochefoucauld etc) per quel che riguarda la nozione di caractère inteso come risultato dello studio delle passions et des moeurs dell'individuo, e dall'altro dell'estensibilità di tale nozione ai popoli, tenuto conto dei condizionamenti ambientali (climatici e geografici soprattutti) come prospettati da Montesquieu ne L'esprit des lois.

Una delle ragioni che inducono a respingere l'uso della locuzione 'carattere nazionale' sarebbe il rifiuto di interpretazioni 'psicologiche' dei popoli che i termini richiamerebbero. Già da questi accenni alla pubblicistica francese si comprende bene però che l'impianto concettuale della locuzione trova fondamento in spiegazioni antropologiche più che psicologiche. S'intende di una antropologia che ancora era in fieri e che si appoggiava, quando discuteva di 'carattere', non già su psychologie des foules ancora di là da venire ma su strumenti d'indagine molto tradizionali: il viaggio, l'osservazione diretta dei costumi, la letteratura (de Stäel), il clima e le istituzioni (Montesquieu), la storia (Voltaire)

Da Leopardi a De Sanctis, a Croce, a Gramsci, a Barzini, a Vassalli, a Placido, ad Arbasino, alla pubblicistica giornalistica più corrente, l'uso della locuzione è rimasto attestato secondo l'originario conio francese. E questo sia che si accettasse come che si respingesse ciò che essa designava. Tale espressione, con tutti i rimandi impliciti ai costumi e alle abitudini e quindi alle psicologie dei popoli, meglio si è adattata nel linguaggio ordinario italiano alla quasi equivalente espressione tedesca di Volksgeist dove c'entrano di più elementi di stirpe e di sangue(Volk)  e di uno spirito(geist) che fanno tutt'uno organicisticamente e misticamente, e quel che più conta, indipendentemente dall'accadere storico, col popolo.
Ora, sia nella letteratura francese che in quella italiana (fortemente debitrice di quella transalpina fino all'avvento degli idealisti che spostarono i riferimenti verso la cultura di area germanica) i termini carattere/caractère, omologhi e quasi omofoni erano usati sinonimicamente a esprit /spirito, gènie /genio, âme /anima, per cui nel dire comune: 'il carattere nazionale italiano', 'il genio francese', 'lo spirito tedesco', 'l'anima russa' etc, s'è voluto intendere pressocché le stesse cose: sottolineare gli elementi specifici dell'identità di un popolo, quel quid che fa di un Paese tutto un mondo, di un tedesco un tedesco e di un italiano un italiano.

L'uso di altri termini si sono accompagnati nel corso del tempo a designare sostanzialmente lo stesso concetto. Ad esempio in Italia G.D.Romagnosi ha scritto sull'indole delle nazioni. In ambito tedesco s'è usato spesso la locuzione di Welthanschauung (concezione, visione del mondo) applicata non più a gruppi sociali o a momenti storici ma ai popoli (Jaspers); così si dica anche del termine ideologie /ideologia usata nell'accezione di complesso di tratti socio-demo-psico-antropologici di una classe o di un popolo più che come costellazione di idee politico-filosofiche organicamente legate da un 'filo rosso' comune. In ambito anglosassone spesso si usa il termine di culture o di ethos (anche se David Hume prese di peso la locuzione francese mutandola in un suo celebre saggio in national character, che tuttavia non avrà fortuna nella trattatistica anglosassone) ad indicare connotazioni antropologiche e comportamentali di gruppi, termine che non è stato difficile estendere alle nazioni come ad esempio ha fatto Michio Morishima col suo Giappone. [Morishima, 1984]. In ambito francese poi s'è sviluppata la nozione di mentalité , di cui discorrerò più avanti. Singole personalità infine hanno elaborato per la descrizione di simili archi tematici proprie terminologie nell' intento di voler evidenziare né più né meno quel che qui si tenterà di fare: enucleare le tendenze culturali (antropologiche) di fondo di un popolo- nazione. E' il caso di Dwight McDonaldautore di un originale e 'militante' saggio sulle ossessioni e tendenze (grain)  'culturali' della società americana. [McDonald, 1969] Per ultimo è subentrato, recentissimo, l'uso, a luogo della locuzione 'carattere nazionale', ritenuta forse compromessa o logora, del neutro 'identità'. [Calcagno, 1993; Lipianski, 1991]

Non sarebbe pertanto difficile un accordo sui nomi se ne trovassimo uno sulle cose. Cambierebbe infatti qualcosa se si dicesse l''identità degli italiani' piuttosto che il 'carattere nazionale' degli italiani?  E viceversa: sarebbe compromessa la sostanza delle cose se si usasse la locuzione 'carattere nazionale' ma s'intendesse designare una specifica identità collettiva, un particolare ethos, una Welthanschauung nazionale, una mentalità o un complesso di mentalità, una tendenza, una 'cultura', ma anche una civilizzazione culturale, una metafisica dei costumi... degli italiani? Ciò posto mi sento autorizzato ad usare la vecchia locuzione 'carattere nazionale' impunemente, non foss'altro per riconoscerle un diritto di primogenitura che l'adozione di altri termini tenderebbe a misconoscere. Tuttavia si dovrà tenere conto che a volte si tratterà di sottolineare gli elementi psicologici, o meglio sarebbe dire demopsicologici, quando si adotteranno termini quali carattere, genio, spirito , a volte elementi intellettuali e morali quando si useranno termini quali mentalità, ideologia, Welthanschauung, altre ancora elementi antropologico-culturali, quando si adotteranno termini quali ethos, cultura etc, e a volte infine l'intero quadro riassuntivo della civiltà di un popolo-nazione quando si userà il termine civilizzazione culturale che è forse il termine che nel suo carattere di astrazione generalizzante è il più preciso. 


 
 

Il Carattere Nazionale
b)  La nozione
Ma le obiezioni più rigorose alla locuzione, quelle che investono, com'è ovvio, la sostanza del concetto più che la sua superficie nominalistica sono state mosse dalla cultura di sinistra di derivazione marxista e di matrice storicista.  In quest'ambito, per quel tanto di riferimento al 'biologico' che c'è nel termine “carattere”, per quell' implicito rimando che esso presuppone ad un fondo immobile ed immutabile dell'essere, ad una natura umana pretesa come data una volta per tutte, il termine è visto decisamente con sospetto. 
Per chi crede, a torto o a ragione, che gli uomini si dividano in classi più che in nazioni, che siano le ideologie (nel senso di costellazione di idee) e non i caratteri a fare la differenza, che l'uomo sia società più che natura e occorra pertanto puntare sulla modificabilità dei rapporti umani più che in una loro mera contemplazione; per chi intende il moto storico in termini di 'flusso' (il divenire sociale si diceva una volta) piuttosto che di 'deposito', ebbene per costui il richiamo all'osservazione delle 'costanti', dei ritorni storici, dei 'corsi e ricorsi', non può non destare il sospetto di una difesa d'ufficio della conservazione più filistea. Si è visto, in altri termini, dietro quel richiamo una pretesa di stabilire a priori l'inanità dell'agire sociale in quanto se 'tutte le cose ritornano' e tout change et rien ne change perché mai cambiare? 
E in effetti è difficile negare che dietro molte argomentazioni sui caratteri nazionali si nasconda uno scetticismo compiaciuto e di 'destra', un appellarsi a una 'persistenza degli aggregati' contro cui ha un vano cozzare ogni 'istinto delle combinazioni', tanto più quando viene invocato un carattere, una pretesa natura umana, contro cui nulla può
Karl Marx, ci ha spiegato Gramsci, [1973, 1, pag.24] ha intuito che proprio dietro il paravento della natura umana s'annidava l'ultima difesa, ontologica per così dire, del disegno di conservazione e che proprio a partire dalla confutazione di quell'assunto era possibile spianare la strada a nuove combinazioni. (Non è questa la sede di indagare quale fortuna esse abbiano poi avuto).
Ciò detto, si ha una grande difficoltà, e non solo per tema di passare per inguaribili e scettici gattopardi o per guardiani della conservazione, a negare per queste sole ragioni l'esistenza dei caratteri nazionali, cioè di quelle formidabili e permanenti aggregazioni dello spirito pubblico di un determinato popolo-nazione.

I caratteri nazionali al pari delle nazionalità sono elementi di fatto tragicamente reali.  Se può essere vero che la presupposizione idealtipica di un modello dato come il 'carattere 'delle nazioni possa essere smentita dalla 'lezione dei fatti' come ammoniva Croce, spesso è proprio vero il contrario:  i fatti hanno confutato quelle teorie che proprio dalle 'tendenze nazionali' hanno voluto trascendere. Si pensi ai paesi del socialismo reale: che l'internazionalismo fosse un postulato fra i tanti della dottrina marxista enfatizzato in modo interessato dalla leadership comunista ai fini del controllo delle nazionalità 'sorelle', e di fatto una prosecuzione della politica espansionista zarista, o che fosse effettivamente un elemento costitutivo del marxismo- e allora bisogna dire che l'insistenza sulle classi ha portato ad una sottovalutazione del peso delle nazionalità-, sia come sia, è sotto gli occhi di tutti lo scenario tragico dell'esondazione delle nazionalità non appena la diga dell' internazionalismo comunista è implosa sotto il proprio peso.  È stato un bene, è stato un male? È stato un fatto. Gli storici del futuro ci diranno poi quanto di 'carattere russo', di 'oblomovismo' e di 'ispettori generali', di ignavia e di 'dispostismo orientale', vi fosse rispettivamente dietro l'homo sovieticus come dietro i leaders del Cremlino. E per altro verso, è sotto gli occhi di tutti come il 'carattere' cinese fortemente permeato dall'attivismo confuciano abbia agito sotto la coltre ideologica del comunismo maoista di modo che caduta questa, abbia ripreso il suo millenario corso.  O infine come il 'carattere' tedesco, nella ex DDR, abbia supplito in parte alle inefficienze insite ad una organizzazione burocratizzata e ad una economia di piano e sia riuscito a far funzionare tutto, 'anche' il comunismo. 

L'osservazione dei caratteri è poi meramente empirica. Reclamano una chiarificazione di tipo razionale solamente se ci si chiede in che cosa veramente consistano, ma fenomenologicamente sono sotto gli occhi di tutti. Un norvegese, benché uomo quanto un italiano, è altro culturalmente da un italiano, così un russo da un francese; basta poi fare un viaggio fuori dai propri confini per notare che c'è una 'via nazionale', un approccio collettivo e nazionale a molti aspetti della vita individuale e sociale. E questo non perché le nazioni siano biologicamente diverse l'una dall'altra, ma perché sono tali le 'culture', perché una comune lingua, storia, religione, vissuto collettivo, hanno dato luogo ad 'aggregati', a civilizzazzioni culturali , entro cui i comportamenti degli individui si conformano. La nazionalità (termine che riassume tutto ciò soprattutto nei paesi occidentali)  si riverbera nell'individuo e l'individuo rispecchia la nazionalità. Anzi è proprio nei piccoli fatti di ogni giorno, nelle monadi, che si può individuare la logica dell'intero universo comportamentale. Scriveva Hegel :

Spesso, le singolarità di un piccolo avvenimento, di una parola, esprimono, non già una particolarità soggettiva, ma un tempo, un popolo (corsivo mio), una civiltà in modo conciso e vivacemente intuitivo.  [Hegel 1974, pag.127]

E lo storico inglese Peter Burke, in un bel libro sull'Italia moderna, annoverava, fra questi piccoli avvenimenti, e non senza humour che non si può altrimenti che definire 'inglese', i rischi che ha corso nel semplice attraversamento della strada prima in Italia dove pensava di adottare il metodo inglese e soprattuto in Inghilterra dopo aver appreso il modo italiano. [Burke, 1988, pag.X]

Le singolarità di un popolo sono oggetto di tale osservazione consolidata che di esse si trovano tracce in brillanti copioni teatrali quali La Vedova Scaltra (un cavaliere italiano, uno tedesco, uno spagnolo etc) di Goldoni ma anche, ai giorni nostri, nelle più comuni funny stories, che girano per l'Europa e dove, data una situazione tipica, vengono chiamati a confrontarsi l'italiano, il francese, l'inglese, il tedesco etc e ognuno 'risponde' secondo una tipicizzazione del carattere, che spesso è un pregiudizio o uno stereotipo, ma che nell'intenzione di chi racconta è un tentativo seppur rudimentale di dirci qualcosa di profondo, di 'noumenico', di quei popoli chiamati in scena a recitare il proprio carattere. Sarà un bieco luogo comune dire che gli italiani mangiano gli spaghetti, i tedeschi bevono birra e gli inglesi sono flemmatici, ma occorre stupirsi allora quando si scopre che gli italiani davvero mangiano gli spaghetti, i tedeschi bevono birra e gli inglesi sono flemmatici?

Nient'altro che stereotipi si dirà. Peter Burke, invece, annette agli stessi qualche fecondità euristica quando scrive 

Risulta evidente che luoghi comuni e stereotipi costituiscono per lo storico non tanto un ostacolo quanto un aiuto in vista della ricostruzione delle regole o norme della cultura. 
 e 

Il termine 'stereotipo' rappresenta la connotazione spregiativa di ciò che i sociologi e gli antropologi preferiscono chiamare 'modello'; in altre parole, è un'utile semplificazione impiegata per capire la complessità della realtà sociale. Così possiamo includere fra gli 'stereotipi' o 'modelli' il sistema feudale, il capitalismo, la cultura della vergogna, la società spettacolo ecc. Si potrebbe persino aggiungere l''inglese', o l''italiano', quando tali termini vengono usati in riferimento agli stili o al comportamento. [Burke, 1988, pag, .IX)

Si potrebbe poi ulteriormente aggiungere, da parte nostra, che questo 'modello' somiglia molto al 'tipo ideale' di Max Weber, sia da intendere cioé come un complesso di processi e rapporti della vita storica «riuniti in un cosmo coerente di relazioni puramente pensate; quindi non rappresentazione del reale, ma mezzo per concepire ed esprimere il reale» [E.Sestan, in Weber, 1984, pag.29]

Ma non è solo facendo un viaggio che ci si rende conto dell'esistenza dei caratteri nazionali e del loro agire nel profondo dei comportamenti. Anche andando indietro nel tempo non è difficile raccogliere una serie impressionante di scritti sul tema, segno che, se non è la 'storia di un errore', essi sono stati tenuti costantemente sotto osservazione da viaggiatori, scrittori, storici, giornalisti , antropologi. 
L'antropologia è la scienza che si occupa dello studio degli usi, credenze, costumi, riti, comportamenti, in una parola francese, di bella discendenza latina, dei moeurs di un popolo. E' una scienza come si sa relativamente recente, (a meno che non si vogliano considerare le Storie di Erodoto il primo trattato di antropologia), nata nel'700 dallo studio e dalla comparazione dei moeurs di varie popolazioni che cadevano sotto l'osservazione dei viaggiatori più attenti.  È però singolare rimarcare che essa ha finora studiato precipuamente le popolazioni primitive: gli Sciscioni, i Boscimani e i Tupinambà e non anche gli Italiani, gli Inglesi o i Tedeschi, come se gli uomini vivessero raggruppati solo in tribù e non anche in nazioni -quando in effetti essa è nata dalle note dei viaggiatori (veri e propri antropologi avant lettre ) di quel secolo che avevano come riferimento oltre o prima che i 'selvaggi', popolazioni 'civilizzate' ossia europee. E fra queste l'italiana fu oggetto più di ogni altra, di infiniti resoconti.
L'antropologia delle nazioni, come si potrebbe chiamare lo studio intraeuropeo dei moeurs nazionali, è dunque coeva dell'etnologia. Selvaggi e civilizzati stavano sotto la stessa lente d'osservazione ed è anche in quel torno di tempo che occorrerebbe cercare le categorie che ci dovranno guidare nell'indagine di n fenomeno così sfuggente qual è il carattere di un popolo. Cioè farci viaggiatori ed assumere uno sguardo esterno, 'persiano', antropologico, per quanto ciò sia possibile, anche quando osserviamo noi stessi.

L'invenzione dello sguardo 'persiano', come regard éloigné , ossia esterno, 'altro', rispetto alla comunità che si osserva e di cui si fa parte è del Montesquieu delle Lettres Persanes, come si sa.  Esso nasce, oltre che da esigenze di tipo retorico, di infingimento reso necessario onde parlare in tutta comodità come uno 'straniero' ai propri connazionali, anche dal desiderio di definirsi 'persiano' piuttosto che francese o italiano, quando magari i veri 'persiani' sono i nostri connazionali e noi ci si sente ad essi del tutto estranei. Ma non è per sè stesso garanzia di scientificità. Non è uno straniero, uno sguardo da fuori, che ci può dire tutto quello che noi siamo. « Nous avons le droit » scriveva Revel nel suo elegante francese «de juger l'étranger dans la mésure où il cesse de nous être étranger, et où, tout en étant chez lui, nous sommes chez nous ».  Spesso solo uno sguardo 'da dentro' ci può dare per intero un popolo.  È singolare, ad esempio che nel confronto  tra Leopardi e la Staël  sugli italiani la seconda,  straniera,  considera questa sua una condizione privilegiata, portatrice di uno sguardo "persiano" o meglio d'"une posterité contemporaine", quasi che l'estraneità assicuri uno sguardo immediatamente distanziato. Leopardi  afferma di contro che è «impossibile a uno straniero il conoscere perfettamente un'altra nazione, massime dopo non lunga dimora». Esaminando però i costumi dei propri connazionali, invoca per sé «la libertà e sincerità con cui ne potrebbe scrivere uno straniero» (vedi qui). 
L'antropologia sarà una scienza perfetta quando uno Yanomami terrà al Collège de France una dotta relazione sulla propria popolazione, come anche, cosa più eccitante, sui Francesi.  Analogamente solo un italiano ci può dare l'italiano. Stendhal sottolineava questa difficoltà dello sguardo 'persiano' mettendo in epigrafe al suo Rome, Naples, Florence (1826) la battuta «Ah!  monsieur, comment peut-on être persan?» e Revel icasticamente sottolineava: «Aucun Persan n'aurait pu écrire les Lettres persanes»,  ma solo un francese, come Montesquieu appunto.

Dalla massa di osservazioni sia dirette come anche consolidate storicamente si desumerà che se c'è, e c'è senza'altro, un modo italiano di attraversare la strada alle strisce pedonali,  o di guidare l'automobile, se c'è, e c'è senz'altro, vedremo, un modo di gesticolare o di ridere tutto italiano, se c'è un modo italiano perfino di giocare al pallone come simpaticamente annotava il giornalista sportivo Gianni Brera, per il quale la tattica del gioco del "catenaccio" era spia indiziaria di una nostra «endemica insufficienza pratica», se c'è infine un modo italiano, uno tedesco, uno giapponese, uno russo di produrre le merci, tanto che si potrebbe dire che in ogni merce prodotta, un'automobile per esempio, ogni popolo ci mette pezzi della propria anima, a che cosa attribuire tanta specificità e diversità se non a un sottostante "carattere nazionale"?
Ma che cos'è infine di preciso il carattere nazionale? 
Vorrei sottrarmi ad una sua definizione diretta con una nota boutade: Se me lo chiedete non so che cos'è, ma se non me lo chiedete, so che cos'è. Come ogni cosa di chiara evidenza è più difficile definirla che intuirla.  E spesso le cose che appaiono più evidenti, proprio perché intuibili sono quelle meno 'pensate'.
Ma è più in generale ogni definizione che presenta difficoltà. Anche se omnis determinatio est negatio, definendo, fatalmente si delimita il campo d'indagine e spesso dicendo che cos'è una cosa si corre il rischio di non dire che cosa non è, punto questo molto importante in un campo dove l'osservazione avviene tramite la comparazione, a partire cioè non solo dalla ricognizione degli elementi presenti nel campo di indagine ma anche dall' assenza degli elementi, riscontrati però in altri campi ad esso comparati. Alberto Arbasino scriverà una raccolta di saggi e la intitolerà significativamente Un Paese senza.
Per essere più chiari: spesso si è detto che il carattere nazionale italiano si sarebbe formato in concomitanza ad una mancata riforma intellettuale e morale pari a quella operata in altri Paesi europei dalla Riforma protestante. Ritornerò è ovvio su un argomento così importante, qui volevo soffermarmi solo sul punto che, come appare chiaro, il carattere nazionale emergerebbe da un elemento che in Italia non c'è stato, a differenza che altrove. Da qui la difficoltà della definizione sia come determinatio ma anche come negatio, perché nel definire che cos'è un italiano si correrebe il rischio di cadere nel singolare truismo nel primo caso di affermare che un italiano è in effetti un italiano e nell'altro che non è un tedesco, o un inglese, o un francese, che sarebbero già delle verità apprezzabili ma drammaticamente insufficienti. Insomma appare subito evidente che nella questione data, i paragoni ellittici sono più esplicativi di una definizione diretta. 
Tuttavia una definizione s'impone.  Se il carattere di un individuo è l'insieme dei tratti psichici e morali che gli sono propri, analogamente, il carattere nazionale è la somma dei tratti culturali (nel senso di storico-psico-demo-antropologici) propri di un popolo;  propri , nell'accezione aristotelica del termine, significa che stanno rispetto ad esso popolo in rapporto convertibile di predicazione e cioé, per fare un esempio, che se c'è una forma tutta italiana di essere cinici, c'è, tra i modi del cinismo universale, uno che è tutto italiano. Come anche, se è compresa nell'idea di italiano quella del canto, c'è un modo del canto, fra i vari possibili, che è tutto italiano e soltanto italiano. La somma di questi propri o tratti fanno il carattere nazionale che è sempre osservabile empiricamente e riassumibile razionalmente.
Questi tratti sono stati ampiamente enucleati dalla pubblicistica (per cui nulla di nuovo queste riflessioni apportano se non la pretesa di collocarli in un quadro concettuale d'insieme) e recano il nome di familismo amorale, vitalismo, creatività, cinismo, furbizia, trasformismo, individualismo, lirismo, senso dello spettacolo e della facciata, 'pensiero debole' in fatto del rispetto delle norme etc, e qui non si è fatto altro che seguirli (talvolta inseguirli) fin quando si è potuto, col sussidio della letteratura davvero considerevole che si è accumulata sull'argomento, dal loro apparire sull'orizzonte della scena nazionale fino alle loro ripercussioni attuali.
Naturalmente questi tratti non sono eterni, fissati una volta per tutte come cromosomi nel codice genetico del nostro popolo, bensì, in quanto culturali , essi evolvono storicamente, ma ahimé molto lentamente, in quello spazio storico che Braudel ha definito della longue durèe. La lentezza è tale, cioé, che dà a questi tratti le sembianza di vere e proprie invarianze storico-culturali, di 'costanti' antropologiche. In altre parole: ciò che è permanente è specifico.
E' davvero impressionante seguire il correre e il ricorrere di queste costanti lungo la storia del nostro Paese. Osservare ad esempio che gli italiani sono un popolo che considera la furbizia una virtù o che «l'Italia è probabilmente il solo paese del mondo in cui l'infamia legale, invece di essere incompatibile con il potere, è una condizione richiesta per esercitare una data autorità», può far pensare ad un commento velenoso sull' Italia del 1992 che si scopre alle prese con una delle corruzioni più vergognose del pianeta, e invece sono osservazioni l'una di un viaggiatore francese del '700 (Pierre-Jean Grosley) e l'altra dello scrittore ottocentesco Sismonde de Sismondi. [cit. in Bollati, 1983, pag, 86] Dire che gli italiani, di tutte le classi, espongono forti profili cinici, che non conoscono l'arte della conversazione (basta vedere certe sguaiate trasmissioni televisive) o che professano una religione tutta esteriorizzata, potrebbero essere osservazioni perfettamente sottoscrivibili da un contemporaneo, e invece sono di Giacomo Leopardi, uno dei più grandi antropologi dell''italianità. Leggere che il «settarismo negli elementi popolari corrisponde allo spirito di consorteria nelle classi dominanti» e che «non si basa su principi, ma su passioni anche basse e ignobili e finisce con l'avvicinarsi al 'punto d'onore' della malavita e all'omertà della mafia e della camorra» può indurre a pensare a un 'fondo' di Giorgio Bocca ed è invece una nota di Antonio Gramsci.
Il gioco dei riscontri può essere continuato ad libitum e non è difficile ammettere che in quanto a nepotismo, misteri, pugnali, veleni, intrighi, delitti, nequizie di ogni sorta, la vita quotidiana dell'Italia ai tempi di Andreotti sia tanto dissimile, nei colori foschi e anche in una certa rinascimentale crudezza, dall'Italie sanglante dei tempi dei Borgia. O che gli affari Ambrosiano, Sindona o P2 -con tutta quella scia di agguati, assassini, connessioni ecclesiastiche, risvolti romanzeschi (il banchiere suicidato (si) sotto un ponte che porta un nome da feuilleton, 'Frati Neri') -non sia degno di entrare ne le Chroniques italiennes di Stendhal, altro antropologo dell'italianità. O infine, allontanandoci un po' dalle brutture, che non si possa stabilire una linea diretta tra l'eleganza delle donne dipinte dal Ghirlandaio in Santa Maria Novella e i modelli del coutourier Valentino, o tra le 'canzoni' di Monteverdi e quelle di San Remo.

A cosa porta questo gioco dei riscontri? Quanto meno a riconoscere una stupefacente 'persistenza degli aggregati' storici, istituzionali, di costume, di mentalità e che in fatto di individualismo, furbizia, cinismo, crimine, eleganza, gli italiani costruiscono edifici antropologici con pietre trovate in casa, e infine che, pur nel mutare degli scenari storici, i 'tratti' del carattere in qualche sorta persistono. Cambia l'Italia ma paradossalmente non gli italiani.
Sono dunque innati, genetici, questi tratti? Dicevo innanzi che occorre considerarli soprattutto come fattori culturali nel senso di storico-antropologici. Ma non per questo meno resistenti, meno condizionanti, di un vero e proprio corredo cromosomico. Presi nel loro insieme fanno una mentalità, un'ideologia, una metafisica dei costumi, una cultura, una sovrastruttura, un carattere nazionale, un Volksgeist, si scelga la terminologia che si vuole, che agisce tuttavia come una implacabile 'seconda natura' sebbene non biologicamente ma storicamente determinata. In breve la natura nativa fa l'uomo-Venerdì, ma la natura dativa, ossia la civilizzazione culturale, il costume e la mentalità fanno l'inglese Robinson o l'italiano Rossi. La natura pone, la società dispone e la storia conserva e tramanda.

Giova riprendere a tal proposito l'osservazione gramsciana sull'argomento. Scrive il pensatore sardo:

L'innovazione fondamentale introdotta dalla filosofia della prassi[leggi: marxismo] nella scienza della politica e della storia è la dimostrazione che non esiste una astratta 'natura umana', fissa e immutabile (concetto che deriva certo dal pensiero religioso e dalla trascendenza); ma che la natura umana è l'insieme dei rapporti sociali storicamente determinati, cioè un fatto storico accertabile, entro certi limiti, coi metodi della filologia e della critica. [Gramsci, 1976, pag]

Applicata ai casi nostri, questa osservazione ci dice che la natura di un popolo altra non è che la sua storia. Ora, la 'natura umana' anche intesa in questo senso non biologico ma come appunto l'insieme dei rapporti sociali storicamente determinati, agisce tuttavia come una formidabile 'seconda natura' che se non è proprio fissa e immutabile offre comunque, nei tempi lunghi della storia, resistenze e non facile scioglibilità nel corso della stessa, tendente com'è ad aggredire il 'nuovo' di un'epoca e ad informarlo di sé. Analogamente al corso di un fiume, i detriti di 'deposito', condizionano lo stesso flusso delle acque.
Un italiano è o sarà qualcosa anche perché è stato qualcosa. Viviamo nel passato, siamo sempre immersi nel nostro passato dice Croce. Ma dobbiamo aggiungere, se non vogliamo dare a queste parole la valenza di un indefinito fatalismo delle origini, che il retaggio storico ha lasciato tracce indelebili nello spirito e nelle menti degli italiani e si proietta nel presente e nel futuro, che insomma il passato non è davvero mai 'passato'.
Come nella vita di ogni individuo, anche nella nostra vita nazionale possiamo dire che 'i nostri atti ci seguono'. I fatti storici, nel passaggio delle generazioni, sono evaporati in fattori mentali, sono diventati una metafisica influente e condizionante rispetto al nostro agire quotidiano. Sono diventati una sorta di 'debito pubblico' morale, intellettuale, antropologico, a carico dei superstit. Valga per tutti: la raccomandazione, quella pratica soffocante ma diffusissima nel nostro costume nazionale che sovrintende alle fortune e ai destini individuali. Possiamo dire che è una prassi costante presente in tutti i popoli (tutto il mondo è paese!)  e assolve a funzioni di 'mobilità sociale' e chiudere qui l'argomento.  Ma se la riferiamo all'Italia non possiamo tacere che essa nasce da una prassi cattolica, curiale e cardinalizia senza dubbio. Oserei dire di più: ossia che, non solo essa è stata praticata, su larga scala nelle parrocchie, nelle curie, nel partito politico legato alla Chiesa Cattolica, e poi si è diffusa in tutta la società, ma che discende in linea diretta dalla prassi storica, tutta italiana, del nepotismo ecclesiastico, e dalla convinzione mentale (che è anch'essa un fatto storico) che al fondo non ci si salva, come nell' 'ideologia protestante', per un duro agire quotidiano, onde rendersi degni della Grazia, ma per una contiguità ai dispensatori di indulgenze, ai mediatori di paradisi. Non è un caso che in Italia farsi raccomandare si dice 'averci santi in paradiso'!

La considerazione dei fattori mentali, l' incidenza che essi hanno nei comportamenti e alla lunga sulla storia, porta fatalmente il nostro discorso in un ambito più vasto, che pur non essendo propriamente il nostro deve necessariamente essere affrontato, non foss'altro per chiarire le linee di fondo lungo le quali si muovono queste riflessioni.
Se assimiliamo, infatti, il carattere nazionale a una mentalità, ad un modo di agire fortemente condizionato da universi mentali precostituiti ciò ci porta a interrogarci, più in generale, su quale sia l'incidenza nell'agire umano di questi fattori.
Com'è noto, due vaste concezioni (laiche e scientifiche) del divenire storico si scontrano su questo terreno: quella di Karl Marx e quella di Max Weber. Nelle loro linee essenziali sono due concezioni antitetiche.  La prima, detta del materialismo storico considera i fattori mentali, etici, giuridici, religiosi etc come elementi sovrastrutturali, non altro che il riflesso dei sottostanti rapporti di produzione costituenti l'elemento strutturale e come dire motorio del divenire storico.  «Non è la nostra coscienza a determinare la nostra condizione sociale ma la nostra condizione sociale a determinare la nostra coscienza» dirà a più riprese Marx. La seconda, quella weberiana, capovolge questa impostazione e arditamente afferma che sono i fattori mentali (massimamente quelli religiosi, ma le religioni, si potrà dire, sono le 'madri' di tutte le mentalità) a determinare addirittura un modo di agire economico. Celebre è a tal proposito la tesi sostenuta da Weber ne L'Etica protestante e lo spirito del capitalismo e ripresa nella Storia economica.  
Come dicono i giuristi 'si discute in dottrina' se in effetti la concezione marxiana sia poi così rigida, e le pagine più esposte del Manifesto del partito comunista o dello scritto Per la Critica dell'economia politica, dove viene abbozzata a grandi linee, ma schematicamente, la concezione del materialismo storico, vengono di solito integrate con altre pagine sia di Marx che di Engels, dove il rapporto fra struttura e sovrastruttura è più sfumato e dialettico e viene lumeggiata l'interazione reciproca fra i due elementi. E d'altra parte neanche la tesi di Weber è passata indenne da critiche e serie obiezioni, come anche occorre dirlo, da feconde applicazioni. I due approcci, insomma, se cioé sia la 'struttura' o la 'cultura' a determinare le fenomenologie sociali, hanno assunto sotto molti aspetti le configurazioni dialleliche del tipo l' 'uovo e la gallina' [Putnam,1993, pag...] 
Se fosse possibile unificare nel cielo delle dottrine ciò che è stato separato in terra, il semplice buon senso ci suggerirebbe di dire che c'è del buono e del vero in entrambe e che pertanto non è insensato affermare che la storia umana si svolge in una circuitazione tra l'elemento economico e quello mentale, che l'uno determina la Welthanschauung, il quadro mentale in cui l'uomo situa la sua azione e l'altro ne favorisce per così dire i prerequisiti per il sorgere e svilupparsi di essa. A favore della tesi marxiana si potrebbe addurre la riscontrata tendenza che hanno i ceti dominanti ad adattarsi il 'quadro mentale' (giuridico, culturale, filosofico etc) ai rapporti di forza da essi instaurati nella sottostante struttura economica e ad attribuirgli il carattere di 'naturale', universale ed eterno. Mentre non si può negare a Weber l'aver debitamente sottolineato che senza un 'quadro mentale' precostituito e formatosi in certa misura autonomamente dai rapporti di produzione, determinate azioni economiche non avrebbero luogo. E' incontestabile infatti che in presenza di una 'mentalità religiosa' che induce a ritenere sacro il fiume non si avrà non dico l'ardire di profanarlo con una centrale idroelettrica, ma è molto probabile che in un simile contesto mentale neanche un' 'idea' rudimentale di centrale possa sorgere.
Ma, a favore di Weber si potrebbe chiamare paradossalmente a testimoniare quel tratto di storia mondiale, inaugurato con la Rivoluzione d'Ottobre, che dimostrerebbe senza equivoci che lo stesso marxismo come 'fattore mentale' ha agito direttamente sullo sviluppo degli avvenimenti storici sconfessando proprio quegli assunti del materialismo storico che prevedevano, per una rivoluzione proletaria, gradualisticamente, una fase borghese e capitalista. Una Rivoluzione contro Il Capitale, perciò, la definì brillantemente Gramsci.

Comunque sia, lo stesso Weber benché, ricordiamo, avesse sottotitolato la sua ricerca sulla Sociologia delle Religioni , Una critica positiva della concezione materialistica della storia, mai entrò in aperta polemica con questo aspetto dottrinario del marxismo. ('Reticente' lo definisce a tal proposito lo storico italiano Delio Cantimori). Ma nell'Etica protestante annoterà che «tutt'e due [le concezioni] sono possibili, ma con tutte'e due si serve ugualmente poco alla verità, se pretendono di essere non una preparazione ma una conclusione dell'indagine» [cfr. Cantimori, pag, ]

M'è stato necessario richiamare, seppur a grandi linee, i due modelli interpretativi perché hanno qualche rapporto con la concezione che qui si vuol dare dei caratteri nazionali 
Nei suoi tratti di psicologia di massa il carattere nazionale, infatti, è in gran parte costituito dal fattore mentale, ossia dalla o dalle mentalità. È questo uno dei termini più sfuggenti ed ambigui che possano esistere nel linguaggio ordinario. Lo si usa in tutti i contesti, e se ne ha spesso un'idea di qualcosa di profondo, di resistente, di difficilmente modificabile, che come un substratum sottende i comportamenti. 'Finché non cambia la mentalità...' Quante volte abbiamo sentito queste parole accompagnate da una scrollatina scettica del capo?
Ma cos'è esattamente la mentalità? Vorrei adesso raccontare come sono arrivato a concepirne la nozione. Qualche anno fa trovandomi in gita a Versailles fui particolarmente sorpreso nel constatare il gran numero di pasticcerie presenti nella cittadina e l'estrema perizia, fantasia, abbondanza di forme, elaborate dai maestri pasticcieri ed esibite nelle vetrine. Perché mai tutte queste pasticcerie e questo tripudio di forme pasticciere?  Mi chiesi. La risposta arrivò subito. Ma perché qui c'era la corte più grande e magnificente d'Europa, frequentata da soggetti, gli aristocratici, i cui gusti (pensai anche a quelli sessuali e ai romanzi libertini prodotti nel '700) iper-raffinati e di difficile soddisfazione avranno eccitato la fantasia dei pasticcieri e tenutala desta per notti intere. Ma ecco che la corte era svanita, ed era rimasto il beignet. Ebbi, all'improvviso, davanti a quelle vetrine, un'illuminazione, come quella di Lutero, se mi si passa il raffronto scherzoso, nella latrina della Torre. Ecco che cos'era la mentalità! Le mort qui saisit le vif !  Ossia, ciò che rimane delle forme storiche dissolte.  L'universo di stili, abitudini, comportamenti, inclinazioni morali etc , che restano anche quando si dissolvono le forme storiche che le hanno prodotte e accolte. Le mentalità stanno alla storia come il beignet alla corte Versailles, sono un retaggio storico. Potrà giovare in tal senso quanto Mme de Stäel, la vera fondatrice dell'antropologia delle nazioni, annotava sul carattere nazionale dei tedeschi circa il senso dell'onore, lealtà, assenza di ruse (furbizia) così presente presso quella popolazione, elementi questi da lei intesi come lascito della preesistente struttura socio-economica e del relativo sistema di valori, dell'età feudale. [De Stäel,1958, pagg.73-85] Oppure quanto osservato da M.Morishima circa la nozione confuciana di lealtà (chu)  ricevuta dall'ordinamento feudale e i suoi sorprendenti riverberi sull'assetto capitalistico giapponese di oggi! [Morishima,1984, passim] E di converso, la 'furbizia' italiana non è stata spiegata proprio a partire dal debole influsso esercitato sulla società italiana dal sistema di valori feudali fra i quali soprattutto la lealtà del codice d'onore cavalleresco? [H.Taine in Barzini,1965,pag 242]
Gli studiosi della mentalità di scuola francese ci hanno spiegato molto bene questo carattere di 'deposito' rispetto al flusso storico, delle mentalità. Ferdinand Braudel in un articolo del 1958 ha definito le mentalità ,con una colorita espressione, 'le prigioni della lunga durata' e Ernest Larousse come 'storia delle resistenze', 'forza d'inerzia' [Vovelle,1989, pag.8] Jacques Le Goff insistendo sul tema scrive:

L'inerzia, forza storica fondamentale, è propria piuttosto degli spiriti che della materia, poiché quest'ultima è spesso più pronta di quelli. Gli uomini si servono delle macchine che inventano conservando la mentalità dell'epoca precedente a queste macchine. Gli automobilisti usano un linguaggio da cavalieri, gli operai delle fabbriche del secolo XIX hanno la mentalità di quei contadini che furono i loro padri e i loro avi. La mentalità è ciò che cambia più lentamente. Storia delle mentalità, storia della lentezza nella storia.  [J.Le Goff, 1981, pag, 245]

E uno studioso italiano, cui si deve uno degli studi più stimolanti sulla traccia di un approccio antropologico-culturale della recente storia italiana aggiunge:

Una forma storica di 'mentalità' [...] non nasce dal nulla, ma si delinea e si consolida, in un certo equilibrio storico, in funzione delle sue basi economiche, delle forze sociali che operano nel suo ambito e delle sue condizioni e istituzioni politiche.  Ciò non toglie che, una volta che essa si sia cositutita, tale mentalità, come in genere i fattori di cultura, persista ben oltre alle condizioni originali che l'hanno prodotta (corsivo mio), agendo a sua volta profondamente sulla realtà. Le idee, le credenze, i pregiudizi, le norme di vita che fanno parte di una cultura, quando si traducono in concreti comportamenti, cessano di appartenere al puro regno dei simboli e dei concetti, e si fanno 'cose' e cose di eccezionale durezza e consistenza, con le quali bisogna fare i conti come con la più tenace realtà. (corsivo dell'autore) [C.T. Altan, 1986, pag.14)

Ora, se la si guarda bene questa nozione di mentalità è a metà strada tra la concezione marxiana e quella weberiana. Non è né il riflesso di una struttura economica (o meglio lo è ma a posteriori, ad effetto ritardato) né una Weltanschauung precostituitasi ad essa, ma qualcosa che partecipa dell'una e dell'altra, perché nasce dalle forme perenti della storia ed è destinata a produrre un'etica comportamentale nel presente
Credo che la mentalità intesa in questo senso abbia un'incidenza notevolissima nel costituirsi del carattere nazionale. Come individui e come nazione agiamo in condizioni date e per modelli ricevuti i quali agiscono nel profondo della nostra realtà presente. Questi modelli, sotto forma di héritage storico ci agiscono, ci indirizzano con astuzia e fanno sì ad esempio che il modello baronale (altro che Cavalleria!) nel Mezzogiorno determini una struttura dei rapporti sociali personalistica e clientelare [Putnam, 1993, pagg.]; che la lunga presenza delle Corti abbia ispirato la struttura profonda, (il 'modello' sarei tentato di dire) dei Partiti Politici che hanno signoreggiato in Italia ivi compresi certi coloriti fenomeni di costume di 'cortigiani vil razza dannata' e di 'nani e ballerine', come anche la concezione del segretario-Principe e le lotte intestine a discapito dell' interesse nazionale; che la storia dei Comuni e lo spirito mercantile abbia regalato al mondo oltre alla cambiale, alla partita doppia e al lombard, una certa furbizia esasperata e sottile o esprit florentin come lo chiamano i francesi;  che la tradizione particolaristica e municipalistica si sia riverberata con tutto il carico di faziosità campanilistica in quel fenomeno, unico al mondo per parossismo e ossessività, che è il Calcio Italiano; che la presenza della Chiesa Cattolica sempre distratta dalla preoccupazione della conservazione del potere temporale abbia allentato i vincoli sulle coscienze degli italiani e determinato certo 'pensiero debole' o doppia morale (fate quello che dico io non quello che faccio io, si non caste tamen caute etc) in fatto di etica o che comunque non abbia scoraggiato a sufficienza la pulsione manifestata dagli italiani, in più evi, di saltare addosso alla borsa e alle proprietà altrui o di rubarsi reciprocamente i portafogli etc etc.
Insomma, come gli architetti medievali nell'erigere le potenti e aeree colonne dei templi gotici avevano nel precordio come un'idea inconscia dei fusti altissimi delle foreste dove si aggiravano i propri barbari antenati, così gli edifici antropologici si erigono con 'idee', pietre e materiali trovati in casa, e nessuno è talmente libero da inventarsi modelli comportamentali ex-se.
Ecco in quale quadro concettuale vorrei che venisse intesa la nozione di mentalità quando viene riferita ad una nazione: come quel particolare influsso che tutto il passato di un popolo (che non è mai 'passato') ovverossia la sua 'vita anteriore' esercita sulla sua 'vita interiore' e questa a sua volta sulla sua 'vita esteriore'; come una potentissima metafisica influente, frutto di particolari precipitati storici, di cui cercherò di dare, nei capitoli dedicati ai tratti, tutto il potere d'irraggiamento. Con l'avvertenza se ciò non risultasse sufficientemente chiaro che il carattere nazionale, di cui la mentalità è la componente psichica, è la risultante, effetto e non causa, di tutta una serie di fattori storico- antropologici, ma anche che, come in tutti i fenomeni dinamici, è destinato, commisto s'intende ad altri fattori, a divenire esso stesso concausa di fenomenologie sociali e di divenire storico.




Il Clima,  l'ambiente
Resta adesso da discutere quanta parte abbiano nella formazione del carattere di un popolo quegli agenti "esteriori"-se la storia, le istituzioni politiche, la religione, la razza sono da essere considerati "interiori"- quali i fattori ambientali, ovvero  il clima, la geografia e l'ambiente in genere.  È questo un tema 'basso', privilegiato nelle conversazioni ferroviarie. Quaranta gradi all'ombra inducono chiunque a concludere che certa pigrizia che ne segue, certe sieste postprandiali eccessivamente prolungate debbono pur contare qualcosa nel carattere di un popolo e nel suo destino.  Per quel che riguarda direttamente l'Italia e gli italiani poi, la moneta del clima viene allegramente spesa nella enucleazione dei tratti del nostro carattere e in maniera singolare: gli stranieri, non facendo differenziazioni regionali e parlando di "questo bel pezzo di cielo" come Stendhal o del paese "dove fioriscono i limoni" come Goethe, indifferentemente, sia che l'uno si trovi sotto il cielo di Milano che invero "è bello quando  è bello" come sapeva bene il lombardo Manzoni, sia che l'altro abbia appena varcato il Brennero. Invece tra italiani si sottilizza. Si attribuisce da una parte grande importanza al clima del Mezzogiorno circa l'insorgere di certe pigrizie, languori, espansività; mentre dall'altra si rifugge dalle nebbie padane come da una maledizione divina e si attribuisce meramente al freddo e alle foschie certo indubbio attivismo delle popolazioni settentrionali e certa loro freddezza dei modi. 
Naturalmente c'è chi si stacca da entrambi i versanti allo scopo di ribaltare i luoghi comuni e per asserire come fa il napoletano Marotta che A  Milano non  fa freddo  o come il piemontese Sebastiano Vassalli, che dichiara in una intervista: «Forse che passando  al clima, non è altrettanto ridicolo considerare Novara e Palermo agli  antipodi? Neanche si trattase di Groenlandia e Australia? L'Italia è una. Nel clima, e nella cultura. Gli sviluppi saranno stati diversi tra regione e regione a seconda delle  differenti contingenze storiche, ma l'humus è lo stesso, e lo stesso è il carattere nazionale» (La Repubblica ,  5/11/'93)
Non è da tacere, poi, che i fattori ambientali, clima in testa, vengono invocati a giustificazione dei fallimenti delle classi dirigenti, dimenticando volentieri che fattori ambientali ostili (si pensi al caso dell'Olanda alle prese con le maree e le devastazioni peridioche del territorio) sono invece di stimolo laddove c'è un popolo ben diretto e condotto.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il nobile autore di quel capolavoro che è il Gattopardo , gioca ad esempio proprio sul clima della Sicilia una implicita difesa d'ufficio delle responsabilità storiche che non è difficile ricondurre proprio alle défaillances del ceto nobiliare siciliano. Il quale a differenza di quello lombardo - tutto preoccupato di conoscenze scientifiche, pratiche agricole, problemi di irrigazione o coltivazioni di bachi da seta-, si fece sorprendere dalla storia a scrutare neghittosamente le stelle e a chiacchierare placidamente col proprio massaro sotto un carrubo. Al messo sabaudo che tenta di convincerlo a partecipare alla nuova realtà del Regno d'Italia, il Gattopardo oppone un rifiuto e, circonfuso da un'aura lirica di sublime scetticismo, argomenta le proprie ragioni pigiando sul pedale del clima. I Siciliani ahimé, causa il gran caldo, amano infatti dormire. Certo c'è qualcuno sveglio e forse gli uomini non mancherebbero,  ma il problema è  la Sicilia, l'ambiente, il clima , il paesaggio.  Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni straniere (...) hanno formato l'animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l'asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali(...) questo clima che ci infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; (...) questa nostra estate lunga e tetra quanto l'inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; (...) Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto (...) tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità d'animo.  [G.  Tomasi  Di L. Il Gattopardo ]
Pare proprio che in fatto di temperatura siano appena cinque i gradi,  in media, di differenza tra il Nord e il Sud d'Italia. Anche se a onor del vero occorrerebbe dare uno sguardo alle campagne lombarde e siciliane da giugno ad agosto e comparare il verde smeraldo dei coltivi delle prime e il giallo disperato delle seconde per arguire che non solo tra le gradazioni termiche si dovrà condurre il raffronto. E poi, ci sarà anche una ragione climatica se 'O sole mio! è stata scritta da un napoletano piuttosto che da un piemontese...
Ma, paradossalmente, uno dei fenomeni più oggettivi e ormai da tempo misurabile statitisticamente nelle sue componenti pluviometriche o di giorni-nebbia o di gradazione termica o di tassi d'umidità etc, sembra il più esposto alle percezioni individuali e a un vero e proprio relativismo gnoseologico. E tuttavia qualora si giungesse a certezze scientifiche resta in piedi la vecchia questione: in che rapporto esatto stanno il clima e il carattere? E ancor prima: possono essere messi in rapporto? E se sì, aveva dunque ragione il Gattopardo e chiunque stabilisca un nesso tra clima e rispondenze demopsicologiche?
Vecchia questione. Eppure per quanto largamente circolante presso i letterati e la comune opinione con equazioni per lo più scontate (paesi caldi=pigrizia, paesi freddi= attivismo) essa ha un'origine alta ed è stata discussa da cervelli di primo piano della cultura europea.
È stato per l'esattezza il barone di Montesquieu a fissare i termini della questione climatologica da allora in circolazione fino a tarda epoca positivista, anche se tutta la tematica, come ha notato L.Fevbre gli era precedente e risalente al Bodin del 1° Cap. Del V° libro della République il quale peraltro discuteva non accogliendole del tutto, a differenza di Montesquieu che accetta i dati del problema in un modo del tutto tradizionale, alcune suggestioni di Ippocrate come anche di Platone e Aristotele.   [Cfr Febvre, pagg1-20 e segg. ]
Preoccupato di valutare l'impatto concreto delle leggi e delle istituzioni e di 'relativizzarle' per così dire ai popoli, Montesquieu sulle tracce di Bodin non mancò di chiedersi quale incidenza abbia, tra l'altro, anche il fattore climatico in questo scendere della legge dall'astrazione degli enunciati alla concretezza degli individui che ne sono i destinatari.  Scriveva ne L'Esprit des Lois :

 S'il est  vrai que le caractère de  l'esprit et les passions du coeur soient extrêmement différents dans les divers climats, les lois doivent être relatives à la différence de ces passions, et à la différence de ces caractères.   [Montesqieu, 1951, p.  474]. 

In alcuni passi della celebre opera  Montesquieu valutava che il clima  determina il physique (la somma degli attributi fisici) e quindi il moral (la somma degli attributi morali) degli individui, dunque dei popoli, in maniera stretta, diretta e immediata, nel senso che l'uno determina in maniera   assoluta l'altro. Le osservazioni che il grande pensatore francese conduce  sull'argomento sono singolari (spesso"più brillanti che convincenti" come osservava R. Aron) e poggiano tutte sulle concezioni anatomico-fisiologiche che si avevano del corpo umano alla sua epoca nonché su qualche civetteria 'scientifica' personale, laddove ad esempio asserisce di aver icto oculi osservato al microscopio (un'assoluta novità tecnologica che  si suppone non essere stata di normale dotazione presso i filosofi dell'epoca) certi tessuti del corpo umano di cui discuteva.
A grandi linee il ragionamento condotto da Montesqiueu è il seguente. In natura vi sono per lo più climi freddi e climi caldi. I primi restringono le estremità nervose delle fibre e inducono a un maggiore   vigore della complessione fisica nel suo insieme e a un quadro di  sensazioni meno vive. Fin qui il physique. Segue necessariamente il moral , e  cioé che i popoli dei paesi freddi sono più affranti dal dolore (eccitato dalla lacerazione delle fibre), provano piaceri cinematici, direbbe Epicuro, e cioè un gusto particolare per il movimento (caccia e guerra), sono più coraggiosi etc. Viceversa i climi caldi rilassano le fibre, acuiscono la sensibilità, determinano piaceri catestematici (mollezza, pigrizia, amore) e una certa astenia generale dell'animo («aucune curiosité, aucune noble entreprise,  aucun sentiment généraux»).  
Il rapporto tra physique  e moral a dire il vero non è sempre  improntato ad assolutezza come si prospettava innanzi e non si conclude in un déterminisme strict come pretende Febvre. Montesquieu, in verità, è ambiguo su questo argomento, nel senso che in alcuni passi sembra dire  che la natura è tutto e la società nulla, che laddove il clima determina il physique  in maniera assoluta, nulla può il moral  :«Il y a de tels climats où le physique a une telle force que le moral n'y peut presque rien» (pag.  514)  Né legge, né ambiente, né costume, né educazione, possono modificare ciò che  é stato codificato dal clima, se non un altro clima. «Les Indiens sont  naturellement sans courage; les enfants même des Européens aux Indes perdent celui de leur climat».  (Pag.  478)
In altri passi sembra invece addolcire questo determinismo assoluto, assegnando alle leggi e alle istituzioni il compito di contrastare le inclinazioni naturali: «Plus le causes physiques portent les hommes au  repos, plus les causes morales les en doivent éloigner». pag.480) Più avanti, nel libro XIX, cap.IV, affrontando apertamente il tema del carattere  nazionale (ed usando la terminologia equivalente di espritgénie  etc) ed in  certo qual modo ponendo lui per prima i capisaldi del concetto e termine di   tale nozione cui si richiameranno schiere di pubblicisti, il problema del clima viene visto in un contesto più ampio:

Plusieurs choses gouvernent les hommes: le climat, la religion, les lois, les maximes du gouvernement, les exemples des choses passées, les moeurs, les manières: d'où il se forme un esprit général  (corsivo mio) qu'en résulte. A mesure que dans chaque nation, une de ces causes agit avec plus de force, les autres lui cèdent d'autant. La nature et le climat dominent presque seuls sur les sauvages;  les manières gouvernent les Chinois;  les lois tyrannisent le Japon; les moeurs donnoient autrefois le ton dans Lacédémone; le maximes du gouvernement et les moeurs anciennes le donnoient dans Rome.  (P.  559) 

E nel cap.  27  scandagliando il carattere nazionale  inglese scrive:

Je ne dit point que le climat n'ait produit, en grande partie, les lois, les moeurs et les  manières de cette nation; mais je dis que les moeurs et les manières de cette nation devroient avoir un grand rapport à ses lois. 

 In definitiva Montesquieu assegna al clima un valore di causa concomitante, e quale che sia  il ruolo che gioca nella sua riflessione la  valutazione di un  simile fattore, non si può negare che esso vi è tenuto in grande evidenza. Di più, la particolare articolazione che egli compie del tema fornirà l'impianto concettuale entro il quale si muoveranno tutti coloro che  vorranno stabilire una linea diretta fra cause fisiche o geofisiche e rispondenze morali e caratteriali e ciò dai sensisti (Condillac, Cabanis, Hélvetius, il quale pur nella cornice di una concezione filosofica fortemente materialista negherà ogni influsso alle cause fisiche e dichiarerà tutto il suo favore per l'educazione e l'azione dei  governi etc) fino  ai positivisti del secolo scorso, Taine in testa. 

Si è fatta una così lunga e dotta ricognizione del tema perché l'Italia e  gli italiani forniranno al particolare sviluppo della tematica, come soggetti  passivi s'intende, parecchi spunti di osservazione essendo il Paese e la popolazione cui  si riferiranno le riflessioni sui pays chauds da parte degli  osservatori per lo più provenienti dall'Europa fredda. È indubbio che per un  certo periodo, almeno dal '700 a tutto l'800, con punte fino agli anni '30 del nostro (si pensi a N. Douglas o a W. V. Gloden) l'Italia è stata vista come un  paese esotico, all'incirca come noi oggi italiani vediamo il Brasile (il paese  dello Scopacabana!), un luogo dove il clima caldo allenta i costumi e rende disponibile all'amore e all' indisciplina dei sensi. Il luogo ideale insomma  dove rifugiarsi per neutralizzare le spinte repressive di società rigorose o curarsi il freudiano Disagio della civiltà (che adesso colpisce anche un paese come il nostro tradizionalmente lassista). Innumerevoli  sono le  osservazioni condotte sull'argomento nei libri-resoconto dei viaggiatori europei che intrapresero il cosiddetto Grand Tour. Qualcuno, come il Bonstetten, amico della De Staël, ne fece oggetto di  uno specifico saggio: Homme  du Nord  e Homme du  Midi (1824), il quale, non è difficile   immaginare, fornì spunti alle conversazioni e alle credenze dell'Europa colta dell'epoca. Eco di quest'opera mi paiono trovarsi in alcune riflessioni di Giacomo Leopardi nel Discorso anche se non abbiamo certezza che il poeta abbia letto questo libro. 
Sul tema del clima e del carattere nazionale vedi anche  la nota del 15 febbraio 1824 dello Zibaldone (op.cit.T.IV pagg.780-782) dove dalle prime battute il pensiero di Leopardi si precisa. « Certo le condizioni sociali e i governi e ogni sorta di circostanze della vita influiscono sommamente e modificano il carattere e i costumi delle varie nazioni, anche contro quello che porterebbe  il rispettivo loro clima e l'altre circostanze naturali, ma in tal caso quello stato o non è durevole, o debole, o cattivo, o poco contrario al clima, o poco esteso nella nazione, o ec. ec. E generalmente si vede che i principali caratteri o costumi nazionali, anche quando paiono non aver niente a fare col clima, o ne derivano, o quando anche non derivano e vengano  da cagioni affatto diverse, pur corrispondono mirabilmente alla qualità d'esso clima o dell'altre condizioni naturali d'essa nazione o popolo o cittadinanza ec».


La religione cattolica come elemento fondante (ed unificante) della base morale del carattere nazionale italiano.

«Trois choses -scriveva Voltaire nell'Essay sur les moeurs et l'esprit des nations -influent sans cesse sur l'esprit des hommes, le climat, le gouvernement et la religion: c'est la seule manière d'expliquer l'énigme du monde». Il concetto era già di Montesquieu e sarà ripetuto, con le stesse parole, nella voce Mœurs dell'Encyclopédie di Diderot.
In questa frase sembra prefigurato il destino intellettuale di almeno tre eminenti personalità che non poche cose ci potranno dire ai fini del nostro discorso: Montesquieu per il clima e con lui tutti i positivisti; Tocqueville per i governi, le istituzioni e la politica, Weber per le religioni. Del clima e in genere dei condizionamenti ambientali ho già detto, sarà interessante a questo punto sondare quanto dell'ethos e della mentalità italiani hanno origine religiosa, cioé cattolica .

La presa in considerazione del dato religioso ai fini della piena comprensione di ciò che costituisce l'intera volta mentale sotto la quale si situa l'agire del singolo come delle collettività appare, dopo Weber, ineludibile. Weber ci ha spiegato che le religioni  ponendo in essere i valori, ossia le mete ideali generalmente condivise da una data collettività, fondano quella che alcuni sociologi americani chiameranno successivamente una mentalità culturale, ossia un universo morale e  intellettuale fortemente coeso che integra, distingue e per certi versi fonda quella collettività  medesima.
Ora, nella religione, non è il puro dato teologico o dottrinario o liturgico in sé stesso che viene valutato da Weber, sibbene come questo agisca nelle coscienze, come diventi un tratto della mentalità collettiva. La religione si presenta infatti, nel modello weberiano, come la madre di tutte le mentalità . Essa è il luogo da cui origina l'appercezione che il soggetto ha di sè e del mondo e di sè nel mondo. E' dunque di fondamentale importanza capire come la concezione religiosa prevalente in una data collettività, agendo lungo i secoli nel profondo delle coscienze di quella collettività medesima, costituisca una specie di "geologia morale" di cui attraverso gli schisti, gli strati più antichi, è nostro dovere coglierne tutte le sedimentazioni, fino a raggiungere la base morale originaria , che nel caso italiano è quella data dal cattolicesimo. 

È stupefacente ed affascinante osservare, nel modello offertoci da Weber, come per procedimenti operantesi puramente nel mondo mentale, sovrastrutturale, si pervenga poi ad effetti concreti e tangibili nel mondo reale. Come, tra gli altri aspetti, una pura dottrina teologica della grazia, ovvero dei modi del conseguimento della salvezza (certitudo salutis)  situata al centro della mente dei soggetti, scateni una serie di reazioni che hanno come esito ultimo la condotta dei singoli e dunque l'agire economico e dunque l'assetto strutturale dei modi di produzione. La res cogitans è ispiratrice della res extensa,  ovvero mens agitat molem! parrebbe suggerire il sociologo tedesco, il quale ha perfettamente presente che il suo studio è anche «un concorso alla osservazione sul modo con cui le "idee" operano sulla storia».[Weber, 1984, pag.161]
Certamente la tesi di Weber è una tesi "forte", giacché stabilisce un nesso diretto non, genericamente, tra tutto il protestantesimo e il capitalismo ma tra un aspetto del primo, il protestantesimo ascetico soprattutto e all'interno di questo un aspetto dottrinale, la predestinazione, e un fenomeno di così vasta portata , di civilizzazione culturale, come si potrebbe definire,  quale il capitalismo.
Le tesi esposte nell'Etica protestante e lo spirito del capitalismo e riprese nella Storia economica hanno suscitato un dibattito che non è possibile qui riassumere. Fra i tanti obiettori di Weber segnalerei Roland H.Bainton [1971, pagg.227-236] il quale tende a dare alla Riforma il significato, tutto religioso, di un risveglio delle coscienze. In quanto al calvinismo, che  tanta parte ha nella tesi weberiana, Bainton sottolinea che il preteso attivismo di tale dottrina (derivante, a differenza di quella luterana che si limitava a incitare all'obbligo di compiere un servizio fedele in conformità con la propria vocazione, piuttosto da un procedimento mentale con cui si cercava di acquisire la certezza della propria elezione), non era tanto  economico quanto rivolto a qualsiasi aspetto della vita. In quanto poi alla preferenza accordata dai calvinisti all'attività industriale piuttosto che all'agricoltura essa fu del tutto occasionale. Sottolinea che le roccaforti del calvinismo come i Paesi Bassi erano già il mercato della cristianità  prima dell'avvento della religione riformata e che si è trascurato di  considerare nel  fenomeno il ruolo  giocato dai  numerosi esuli per motivi di religione, i quali, come tutti i dislocati, dovevano industriarsi più degli altri per poter sopravvivere, e, grazie ai capitali portati nella fuga, come anche al  rifiuto dei Paesi che li  accoglievano d'iscriverli nelle Corporazioni, dovettero puntare sul proprio individualismo economico, motivi questi per cui essi accelerarono lo sviluppo dell'organizzazione capitalistica, indipendentemente da qualsiasi inclinazione d'animo.
Altra critica, ma sorprendentemente precedente la stessa formulazione della tesi di Weber, è quella di Bernard de Mandeville, il paradossale pensatore anglo-olandese del primo'700. Nel trattato Ricerca sulla natura della società (trad.it., Laterza, Bari, 1974) incluso nella celebre Fable of the Bees avanza l'ipotesi per la quale più che le ascetiche  pubbliche virtù riformate sia stata la diffusione del lusso, del vizio privato, a determinare un'attività economica conseguente e dunque il "miele" della ricchezza. Scriveva: «Io sono stato oppositore del  papismo come lo sono stati Lutero e Calvino o la stessa regina Elisabetta ma nutro profondi dubbi che la Riforma sia stata più utile a far fiorire i regni e gli Stati che l'hanno  abbracciata della ridicola e capricciosa invenzione delle gonne cerchiate e imbottite» (pagg.36-37) e concludeva icasticamente «La religione è una cosa, il commercio  un'altra» (ibidem). Ad essere sinceri Weber non trascura il fenomeno della diffusione del lusso come uno dei prerequisiti dell'avvio dell'industrialismo (cfr Storia economica, pagg.) purtuttavia assegna all'etica protestante calvinista il ruolo preminente e scatenante del nuovo agire economico. Il dibattito è tuttora aperto.[cfr tra gli altri, Krieger-Tronzettel e Morishima]

La tesi weberiana potrà trovare, come ha trovato, più arcigni critici dei due scrittori da me citati e ciò avverrà quando ad essere aggredito è il nucleo intimo e "forte" del suo argomentare (il riflesso, quel  riflesso, che vi avrebbe l'elemento dottrinale del protestantesimo ascetico -elemento immateriale e "culturale" - su quello materiale e "strutturale" capitalista), ma emana ancora una luce di verità e mantiene intatta la sua fecondità euristica quando ci illustra i rapporti tra i due elementi immateriali, puramente 'mentali', ovvero l'etica (in questo caso protestante) e lo spirito (del capitalismo) e tra di essi e il mondo reale.
Insomma la tesi weberiana ci è preziosissima quando vogliamo indagare le mentalità e i cambi di mentalità. Acquista una luce particolare quando dà della Riforma il significato e il carattere di una rivoluzione nella sfera dell'eticità, di una riforma "intellettuale e morale" non già elitaria come quella di cui furono promotori l'Umanesimo e il Rinascimento, ma popolare-nazionale, di massa (cfr. anche Gramsci pag, ); una riforma che cambiando i connotati mentali e i conseguenti comportamenti non già di élites ma di interi popoli, segna il definitivo passaggio dall'etica nobiliare-feudale a quella borghese-professionale. Insomma una grande rivoluzione culturale sotto spoglie teologiche e dottrinarie.
 
Si potrà contestare che una determinata confessione religiosa, per il fattivo operare nel suo seno di specifiche dottrine teologiche, abbia ripercussioni di sorta sull'agire economico, ma sarà una tesi altrettanto "forte" asserire che le religioni, le quali per statuto si presentano come configurazioni mentali che investono la coscienza di moltitudini, non abbiano poi alcun rapporto con la coscienza medesima e dunque la vita pratica, gli stili di vita e i comportamenti delle moltitudini. Cio è vero tanto più quando si rifletta che proprio solo tramite essa-la religione-le masse, sempre alle prese col razionalismo pratico di chi deve mettere assieme il pranzo con la cena, entrano in contatto con la propria coscienza ed esperiscono una forma rudimentale di vita intellettuale. In questo contesto non ha alcun effetto l'insofferenza manifestata da Croce verso le

  convenzionali "storie delle religioni" [...] così scarse d'interesse e così inconcludenti, e quasi mere raccolte di curiosità, appunto per il falso concetto che le informa della religione come qualcosa di specifico, che dia luogo ad una sua particolare storia, laddove essa, nella sua vera idea, si identifica con la storia del pensiero e della vita morale del genere umano. Quelle storie parlano a mo' d'esempio della religione dei quaccheri, ma tacciono delle religioni dei cartesiani, dei giacobini e dei liberali, e il loro torto non è di parlare della prima, ma di tacere delle seconde, che abbracciano assai più larga e cospicua parte del genere umano» [Croce, 1972, pag.157]. 

Risolvendo infatti, come fa il pensatore napoletano, la storia delle religioni in storia del pensiero, egli trascura l'impatto che il "pensiero religioso" ebbe sulle masse. Si ha difficoltà ad immaginare un cardatore o un coltellinaio o un postiglione cartesiano ma di cardatori, coltellinai o postiglioni quaccheri o anabattisti è piena la storia (e basta aver letto qualche buon romanzo anglosassone o aver visto qualche buon film western per convincersene) ed è stato proprio ciò che ha fatto la differenza, questa diffusione di massa di un diverso voltaggio mentale, che ha distinto una moltitudine dall'altra, un popolo dall'altro. Gli intellettuali, siano essi giacobini o cartesiani o liberali, napoletani o parigini, sono tutti connazionali tra di loro, ma un postiglione quacchero mi ostino a credere che sia qualcosa di completamente diverso da un postiglione che aderisce al libero arbitrio. Ma per Croce la« massa è inerte e pesante e riluttante» e solo« la classe degli intellettuali rappresenta la nazione» e quest'ultima sola è elemento attivo in quanto porterebbe l'ideale dello Spirito e possederebbe quella forza etica che in fondo è l'unica vera realtà. [Croce, 1972, pag.196-197]. Concezione aristocratica ed iper-elitaria di cui non metterebbe conto nemmeno di discutere ove si rifletta che le masse sanfediste, non in quanto masse ma in quanto sanfediste, si occuparono da sole a confutarla, opponendo la mera forza all'etica degli intellettuali giacobini, facendone strazio.

C'è poi un dato da tenere in considerazione quando si vorrà legare l'etica religiosa alla moral basis, un dato momentaneamente in ombra allorché si pone l'accento solamente sul confronto tra mentalità religiosa e modi di produzione, ma che viene alla luce immediatamente quando si ricorda che con la grande frattura dello Scisma d'Occidente, con la rottura dell'universalismo cristianomedievale, con la Riforma insomma, nascono o si confermano in un nuovo ethos, le Nazioni europee (nonché quella americana che proprio dalla Riforma trae tutto il suo ethos  originario).
La Riforma infatti aggiunge alla base etnica delle Nazioni europee formatesi nell'Alto MedioEvo, uno specifico contenuto etico, una nuova base morale. Se prima l'Europa occidentale era o latina o germanica adesso sarà, con qualche eccezione nella suddivisione tra le etnie, o cattolica o protestante, come prima l'Europa orientale Slava s'era decisa, con uno scisma, per l'Ortodossia. (E occorrerà qui ricordare che è sempre con opzioni religiose che le nazioni marcano la propria identità: la Polonia con il cattolicesimo verso il mondo slavo e la Spagna con l'espulsione in massa dei moriscos  e degli  ebrei). 
Con la Riforma nasce dunque non solo la figura del Capitalista e del Borghese ma è soprattutto con essa che si mettono le basi morali delle identità nazionali: nasce (o si confermano) l'Americano, il Tedesco, l'Inglese, l'Olandese, lo Svedese, l' Ungherese.
Di contro, è invece con la Controriforma che nasce l'Italiano tradizionale, l'Italiano ancora oggi in circolazione. Qui, nel '600, si "fissano" i tratti del carattere nazionale, qui bisogna rintracciare i genomi del carattere nazionale italiano, proprio nell'epoca, e non è un caso, in cui è ambientato il più italiano dei romanzi italiani, I promessi sposi.
Seguendo perciò la traccia weberiana nelle sue ipotesi di fondo ma anche in sue esplicite suggestioni sarà possibile e in che misura stabilire dei nessi tra l'etica cattolica controriformistica e lo spirito  nazionale italiano? Sarà vero o no che non possiamo non dirci cattolici (più che cristiani) e che dunque il cattolicesimo tridentino determini la nostra mentalità, il nostro stile di vita e non poche delle nostre Istituzioni (e talvolta perfino, a riguardare le facce gesuitiche di alcuni nostri uomini politici, le fisionomie!) e sia perciò uno dei tratti fondanti, anzi un "supertratto" -quasi un genoma -della nostra personalità di base nazionale, ciò che insomma fa sì che il nostro Paese sia "tutto un mondo"? Ma certamente: si tratterà solo di vedere caso per caso, di sceverare tra i mille fili attorno ai quali si annoda il nostro universo comportamentale di italiani quale pone capo ad una idea o ad una prassi cattolica e più in generale di misurare in quali grandezze il cattolicesimo faccia da sfondo alla moral majority  degli italiani.

Ma per far ciò bisogna prima vedere nei suoi tratti distintivi gli elementi della nuova eticità apportati dal protestantesimo ascetico in Europa che in qualche modo bisogna comparare col cattolicesimo tridentino italiano (perché se un tedesco, un olandese, un inglese non è  un italiano non lo è anche per questo), al fine di ricostruire anche via negationis l'ethos italiano, la base morale dell'italiano tradizionale.

Alcune premesse sono però necessarie
La prima: non si tratta di parteggiare tra cattolicesimo o protestantesimo, di scegliere fra due verità teologiche, tra due confessioni religiose. E ciò né da credenti né tantomeno da increduli. Bisogna stare distanti da entrambe e non parteggiare nemmeno "alla rovescia " per una delle due forze in campo come pur fece il laico e incredulo Croce che nel nobile e olimpico tentativo di salvare "l'ufficio storico" della Controriforma mostrò verso la Chiesa e i gesuiti motivi di aperta gratitudine, perché tra gli altri meriti,

spensero le faville delle divisioni religiose qua e là accese anche nella nostra terra, impedirono che agli altri contrasti e dissensi si aggiungessero tra gli italiani anche quelli di religione (per esempio di un settentrione protestante e di un mezzogiorno cattolico, o altrettale), e consegnarono l'Italia ai nuovi tempi, tutta cattolica e disposta a convertirsi tutta, reagendo al clericume, in illuministica,  razionalistica e liberale» [Croce, 1929, pag14]

Seguendo una partigianeria alla rovescia, alla Croce-dove peraltro, l'impassibile valutazione dell'ufficio storico di un evento viene piegata ai desideri di un'Italia tutta laica che si ha poi difficoltà a riscontrare nei fatti e dove, quando non si minimizzano, si lodano apertamente, seppur "storicamente" le limitazioni e i divieti dei gesuiti [v.Croce, 1929, pag18] perché da essi, per reazione uscirono, dopotutto... i liberi pensatori -l' incredulo italiano come me potrebbe essere tentato invece di rifiutare la Riforma per tutt'altre ragioni: perché essa contrastando la rinascimentale e paganizzante Chiesa cattolica, la quale procedendo per quella china sarebbe approdata fatalmente ad un sentimento religioso sempre più stinto e ad una secolarizzazione sempre più accettabile - l'unico modo in cui un non credente può sopportare il peso di una religiosità pubblica -, l'ha costretta ad un sussulto di resipiscenza e ad un maggior rigorismo, ad una sua riforma, che poi tanto danno ha arrecato all'intellighentjia e al costume italiani. In questa prospettiva non si avrebbe perciò difficoltà a riconoscere che il rozzo monaco sassone era una specie di tizzone non spento delle ultime eresie medievali, l'ultimo eresiarca del Medio Evo più che l'annunciatore dei tempi moderni e sfigurava decisamente, con la sua credulità da bravo e ingenuo monaco, al cospetto di un elegante, dotto, grandioso, rinascimentale, sibaritico, 'moderno', cardinale italiano come Pietro Aretino.
Ci avessero lasciato in pace i credenti tedeschi col loro bisogno di interiorità e sincerità, nel nostro consueto brago morale, coi nostri scettici, increduli, paganizzanti Cardinali intenti a trafficare con le tangenti dell'epoca, le Indulgenze, ci avrebbero risparmiato tutta l'ipocrisia successiva della doppia morale controriformistica!
Se si dovesse parteggiare dunque, da increduli, si starebbe (come faceva Nietzsche che mostrava simpatie più per il Rinascimento che per la Riforma) dalla parte della Chiesa cattolica sì, ma quella quieta, mondana, artistica, elegantemente scettica del Rinascimento, non quella torva e oscurantista della Controriforma! O tuttalpiù si starebbe con la Chiesa della Controriforma sì, per via del grandioso barocco, le Sante del Bernini e le sontuose vesti cardinalizie che tanto piacevano a Fellini, non già per il probabilismo morale o l'Inquisizione o l'Indice.
A questa scomposta partigianeria ci indurrebbe un inclinare ancora alla controversistica religiosa, che non è più negli animi e che non è più nei tempi, quando invece si tratta di "avalutativamente" considerare, al di là delle nostre inclinazioni religiose cioè, l' ufficio storico che Riforma e Controriforma ebbero nei confronti dello spirito degli europei, ciò che apportarono, come fenomeni storico-culturali più che teologici o dottrinali, in termini di nuova sensibilità, scala di valori, ethos, mentalità, vita morale. Insomma la Riforma ci interessa come la più grandiosa rivoluzione culturale  (intellettuale e morale) che abbia riguardato le coscienze di vaste moltitudini della storia dell'Occidente.

E a tale riguardo, nel considerare la Riforma come una rivoluzione culturale che si è servita di un armamentario teologico-dottrinario, una seconda premessa si rende necessaria e cioè che nemmeno gli eventuali plus della Riforma sono ascrivibili alle intenzioni (meriti teologici o bontà dottrinali che siano) dei riformati, perché come avvertiva lo stesso Weber:

gli effetti della Riforma furono in gran parte (...) conseguenze impreviste e addirittura non volute dell'opera dei riformatori, spesso divergenti o addirittura opposti a tutto ciò che essi sognavano nei loro ideali. [Weber, 1984, pag.161]. 

Fu una gigantesca eterogenesi dei fini , comprensibile se la si inquadra in un'epoca in cui si partiva per l'India e si scopriva l'America, a produrre gli effetti del soggettivismo, del libero esame e per ultimo  della tolleranza religiosa.
Né alla luce di una simile prospettiva weberiana di effetti non voluti, né tanto meno di uno storicismo integrale come quello di Croce che tutto dovrebbe comprendere e giustificare, i torti come anche le ragioni delle due forze in campo, si comprende questa peraltro bella pagina del pensatore napoletano, dove la difesa invece dei plus della Chiesa Cattolica appare in tutta evidenza e lo storico, impassibile in altri settori, sembra qui cedere a un sottile peccato di "dritta" autolatria arciitaliana   :

Un secolo intero di vita europea è riempito da contese teologiche, che furono aspre guerre di religione. Discesa per tal modo la Riforma sul terreno dell'antica Chiesa,  impugnando le sue stesse armi (dommi teologici e credenze negli angeli, nel diavolo, nelle streghe), perseguitando al pari di essa o peggio i suoi avversari con le inquisizioni e i roghi e ogni sorta di supplizi e torture, ricorrendo com'essa ai sovrani al braccio secolare, transigendo com'essa per convenienze mondane con le norme della morale, incorrendo nelle stesse ipocrisie; quale ragione avrebbe potuto mai indurre la Chiesa di Roma a confessarlesi inferiore e cederle l'oggetto della contesa? In fondo, la teologia di Roma era meno ispida di quella dei protestanti; la sua teoria della grazia, teologica quanto l'altra, urtava in difficoltà diverse ma non maggiori di quelle in cui urtava la teoria luterana o calvinistica; (...) la logica dei suoi Bellarmini più salda della logica dei biblisti, ai quali opponeva che l'interpretazione genuina non era possibile senza la continuità ermeneutica, cioè senza la continuità della Chiesa; il suo latino era, in genere, migliore del latino dei protestanti; la sua cultura più larga e versatile; la sua diplomazia più intelligente e più fine; gli uomini di entusiasmo o di sacrificio, che potè mettere in schiera e mandare in battaglia, non certo inferiori né per numero né per valore agli apostoli della Riforma, e forse superiori, com'è superiore un vecchio esercito, forte di lunga tradizione e di onorate memorie, alle torme dei ribelli e dei volontari.» [Croce, 1929, pag.13]
 
Infine, una terza premessa s'impone ed è di tipo logico, si presenta infatti come quel rompicapo che gli Antichi chiamavano circolo vizioso o diallele. La questione è infatti la seguente: la Controriforma crea il carattere nazionale italiano o è vero piuttosto il contrario, è il 'genio' italiano a porre le fondamenta della Controriforma? E dall'altra parte, sul versante dei riformati, la questione si pone in questi termini: la gemanicità (il Volksgeist tedesco) offre una piattaforma mentale alla Riforma o è vero piuttosto il contrario, è la Riforma ad offrirla al Volksgeist tedesco?. Insomma nei due casi la germanicità e la latinità, visti nei loro contenuti etnici più che culturali giocherebbero prima  dei fattori puramente culturali e mentali del protestantesimo e del cattolicesimo.
Hegel è un sostenitore di questa tesi quando afferma che la Riforma è «l'epoca dello spirito che diventa chiaro a sé stesso nella separazione reale: ora le differenze del mondo germanico vengono alla luce, e si manifestano essenziali» [1975, pag.14] oppure quando scrive che «solo l'intimità dello spirito tedesco era il terreno della Riforma» [ivi, pag.147] o infine quando osserva che solo i tedeschi erano pronti a ricevere la Riforma, mentre di contro spiega il rifiuto della stessa da parte delle nazioni romaniche per via del loro 'carattere' che sarebbe dunque già bello e formato.

Ma qual è questa particolarità del loro carattere - si chiede Hegel -, che è stata un ostacolo alla libertà dello spirito? La pura interiorità della nazione germanica era il terreno adatto per la liberazione dello spirito; le nazioni romaniche hanno invece conservato nelle più remote profondità dell'anima, nella coscienza dello spirito, la scissione: esse erano sorte dalla mescolanza del sangue romano e di quello germanico, e conservano sempre in sè questo momento di eterogeneità. [ivi, pagg 156-157]

osservazione, quest'ultima, che la dice lunga sul pregiudizio etnico (sangue germanico e romano!) sui sempre sottintesi elementi di Blut und Boden entro cui bisogna ricomprendere la nozione di Volksgeist. Hegel dice "Spirito", ma occorre ricordare ai suoi molti seguaci idealisti italiani che sottintende "Terra e Sangue"...  tedeschi.
Analogamente, ma senza le implicazioni etniche hegeliane, Barzini  si chiede: «Il carattere italiano fu veramente guastato in modo irreparabile dalla Chiesa? Oppure la politica terrena della Chiesa non fu forse indebitamente influenzata dalle abitudini degli italiani? [1965, pag, 398] e osserva a tal proposito che «La Chiesa compì la propria missione sacra, eterna e universale, utilizzando anche la prudenza italiana, l'arte italiana del vivere e la duttile intelligenza italiana» [ivi, pag, 410].

Insomma, come Hegel si chiedeva se la Riforma avesse inventato i tedeschi o fossero stati piuttosto i tedeschi ad inventare la Riforma, così Barzini si interroga su questo rompicapo: se sia il carattere degli italiani un'invenzione della Chiesa o se sia piuttosto la Chiesa ad essere un'invenzione degli italiani.
È una questione questa, come tutti i dialleli, compreso quello più volgare dell'uovo e della gallina, complessissima e irresolubile per certi aspetti se non nella formula più compromissoria e banale, ma non per questo meno vera: vi fu un'interazione tra entrambi gli elementi. Gli Italiani fecero la Chiesa e la Chiesa inventò gli Italiani. La Chiesa incoraggiò soltanto le abitudini che erano più congeniali agli italiani stessi, che con ogni probabilità si sarebbero affermate ugualmente; e per l'altro verso e più in generale, si può affermare con Hegel che la Riforma servì da catalizzatore delle componenti demopsicologiche già in atto delle nazionalità, che con essa insomma «si è risvegliata in tutti l'autocoscienza, e il carattere di ogni singola nazione si manifesta con nettezza.» [Hegel ivi , pag, 173]

Alfio
Squillaci

(segue  seconda parte)


Vedi anche pagine correlate

<<<Il carattere nazionale degli italiani (Postfazione al Discorso sugli italiani di G.Leopardi.
<<< Saggio sul familismo degli italiani
<<<Carlo Tullio-Altan antropologo degli italiani
<<<Diario italiano

Sugli    italiani
Esempio 1
<<<Ritorno  all'Indice Rivista

Sugli italiani - Saggi e appunti sparsi 
  di Alfio Squillaci
Avvertenza
I saggi e gli appunti qui raccolti, certo in maniera molto disordinata,  sono stati scritti tra il 1992 e il 1995, in quel periodo emblematico della vicenda storica nazionale, e drammaticamente rivelatore  dell'identità  italiana, che va sotto il nome di Tangentopoli (locuzione che personalmente rifiuto perché fumettistica e vagamente auto-assolutoria). Perry Anderson in quel libro formidabile che è Al fuoco dell'impegno (1991) nel saggio dedicato  a Fernand Braudel e all'identité française registrava en passant il fatto che in Italia non si fosse riflettuto abbastanza sul termine e concetto di "carattere nazionale". Ciò era parzialmente vero fino a quella data. Non lo fu più dal 1992, anno a partire dal quale l'intellighenzia italiana, di fronte al brago morale messo a nudo dall'inchiesta dei magistrati di "Mani pulite", cominciò a riflettere con più impegno e assiduità sulla "personalità di base" degli italiani, posto che essa esista. Solo il Discorso sullo stato presente dei costumi degli italiani  di Giacomo Leopardi contò sei o sette nuove ristampe accuratamente annotate e prefate; a questa significativa rilettura, cui anch'io ho contribuito,  si aggiunse l'uscita di un notevole numero di lavori di letterati, giornalisti, saggisti e pensatori vari a comprova che l'evento giudiziario che metteva a nudo una tendenza all'illegalità molto diffusa aveva lasciato il segno e portava molti a interrogarsi  su che cosa fossero effettivamente gli italiani.

Questi monconi di saggi e questi appunti sparsi sono il mio personale contributo alla comprensione del fenomeno.  Al lettore forse non interesserà sapere che chi scrive è stato sollecitato ad occuparsi di questi temi anche perché ha ritenuto di subire sulla propria pelle il particolar modo che i connazionali attivano nel vivere in società e nello stare al mondo. Se facit indignatio  versum, il risentimento può essere allora un buon detonatore per un saggio come questo. Le motivazioni individuali dovrebbero non interessare chi si pone a riscontrare le argomentazioni offerte attraverso la forma il più possibile oggettiva che un saggio (e non una narrazione) impone o dovrebbe assicurare; e tuttavia, dietro lo scritto più marmoreo e asettico a me è sempre piaciuto rilevare di "che lacrime grondi e di chi sangue". E pertanto, quel risentimento, ho creduto sia stato meglio esplicitarlo e metterlo in esergo a questi scritti. E inoltre: poiché la facile risposta che viene fornita a chi si lamenta delle prevaricazioni, dei soprusi, delle ingiustizie patite dai propri connazionali, è affermare che, tanto, "gli italiani sono sempre gli altri", io, non potendo invocare un tribunale immaginario cui assegnare il compito di  enucleare, se non conteggiare nel dettaglio, i torti inferti e  quelli subiti  nel corso della mia esistenza di piccolo e insignificante "umiliato e offeso",  ho ritenuto intellettualmente più onesto e vantaggioso per tutti indicare quelle tendenze di massima, sotterranee ma potentissime, che spingono gli italiani a comportarsi in un determinato modo e a rendere talora la propria vita e quella altrui una indicibile e continua sofferenza, dove il bel clima, il paesaggio adorabile, la vivacità e la vitalità stessa dei  connazionali, sono una variabile addizionale e ancor più dolorosa  al dramma che si è costretti a vivere in talune circostanze non solo  in quanto uomini ma proprio in quanto italiani. Forse per riappacificarmi coi miei connazionali è stata sicuramente mia intenzione latente spiegarmi e spiegare, ma non giustificare, le motivazioni profonde di taluni comportamenti collettivi. Alla fine ciascuno è responsabile di ciò che fa, ma questo solo alla fine; nel mezzo ci sono i comportamenti che non sono direttamente riconducibili all'individuo, ma ad una famiglia, ad una classe, ad una determinata atmosfera morale, sociale,  collettiva di cui ognuno di noi fa parte e di cui quanto meno occorre individuare e comprendere le dinamiche di fondo. 

Chiedo venia  per la forma incompiuta e frammentaria di questi scritti.  A mia discolpa vorrei solo dire  che essi sono stati redatti nei ritagli di tempo che un dopolavorista delle lettere senza appoggi e ammanicamenti vari e senza rete sociale di caduta - anzi impegnato a conquistare e difendere il proprio  pane quotidiano tra le esasperate furbizie, indicibili scorrettezze, improvvisi colpi bassi che la fantasia shakespeariana e la forma ferina che i propri connazionali adottano nel vivere la vita associata - ha potuto ricavarsi tra famiglia, tangenziale di Milano dove trascorre anche tre ore al giorno della propria esistenza, e il proprio lavoro che nulla ha a che fare, ahimé,  col mondo degli studi.  
Infine sono scritti che ho recuperato da vecchi file che ritenevo perduti e che in parte sono corrotti. Attendo tempi migliori per poter dare forma definitiva a queste riflessioni che per intanto vi offro in lettura così come sono. 




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Nella prima edizione (1986)  di questo libro Carlo Tullio-Altan lanciava un grido d'allarme sul futuro del nostro Paese rivelando una sostanziale dicotomia tra progresso tecnologico, sviluppo economico e tradizionalismo culturale in seno al quale trovare spiegazione dei fenomeni di disgregazione sociale, di malcostume, di carenza di spirito pubblico, di assenza di corresponsabilità sociale che interessavano la società italiana. Un insieme di contraddizioni che a suo avviso andava ben oltre le semplici difficoltà di una crescita distorta, spiegabile con la giovinezza delle istituzioni politiche ed economiche del Paese, penetrando profondamente nei gangli della società e permeando le mentalità dei singoli. Carlo Tullio-Altan pone l'insieme di questi comportamenti, che denomina arretratezza socio-culturale, nel lungo periodo e la tratteggia nei termini di una "sopravvivenza anacronistica" di modelli di comportamento originati nei secoli passati, tenuti in vita dalla resistenza inerziale che oppongono al cambiamento, in un contesto economico-sociale e politico-istituzionale radicalmente mutato. 
Giacomo Leopardi
Dei costumi degli italiani
postfazione di Alfio Squillaci
giugno 2000


La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line