L’io dell’assenza. La poetica ablativa di Enrico Testa 
Dopo la pioggia la terra
è un frutto appena sbucciato
 Giorgio Caproni

Nel 2001, in un articolo apparso sul “Corriere della sera”, l’autore di Salutz – in occasione dell’uscita de La sostituzione – definiva Enrico Testa «un poeta che con una discrezione pari al talento si ascrive a buon diritto fra le voci più attendibili della generazione che si affaccia alla maturità». Ancor prima, nel 1994, sempre Giovanni Giudici su “L’Unità” recensiva In controtempo, trovando già nel poeta il segno di originalità che lo distaccava da un’impronta caproniana assegnatagli in precedenza in virtù della prima raccolta Le faticose attese (San Marco dei Giustiniani 1988, plaquette ormai quasi introvabile) dove troviamo una presentazione netta e trasparente di Caproni. Infatti non senza sorpresa il poeta e traduttore livornese nella presentazione – ormai divenuta un adagio per chi si avvicina ai versi di Enrico Testa – dice: «è raro, anzi rarissimo che un dottore di poesia riesca a essere anche poeta». Per tornare a Giudici, non vi sono dubbi: l’autore «testimonia di un forte e originale talento» fatto di «rigore e suprema pazienza». Del tema della pazienza poi, Cesare Viviani ebbe modo di fornire degli spunti in un suo articolo (Poesia, fascicolo n. 27, 1990) individuando in Testa un’attitudine del quotidiano capace di svelare tanto il lucore verbale indicato da Caproni quanto il silenzio, il non-detto che ritorna in superficie come esperienza mortale, umana. Nel cursus finora sommariamente abbozzato, si arriva a Pasqua di neve (Einaudi, 2008), l’esito più verticale della sua scrittura.

Nei suoi versi è ravvisabile un’attenzione e una misura non derivate, come qualcuno vorrebbe far credere, dalla sovrapposizione dell’oggetto di studio sull’atto creativo, cioè della critica sulla scrittura. Il suo stile non rivela una poetica dell’abbondanza, ma non è minimalista; tende al dissolvimento della soggettività, ma non ne annulla la dizione; trasmette il sentimento, ma con una verità denudata del suo residuo patetico. Testa possiede insomma quel raro equilibrio che lo allinea alla schiera dei poeti capaci di ascoltare la voce interna delle parole. Forse, anzi senza dubbio questa dimensione dovrebbe aiutarci a riscoprire la reale icona del poeta in genere, a mio parere da lui incarnata, un poeta non adulato o annebbiato dalla sua stessa figura, disilluso e tuttavia con speranza, intriso di una quotidianità significativa, che crede nella proprietà musicale e rivelatrice delle parole, tenendosi fuori dalla pervasiva e «orrenda babele di chiasso e di chiacchiere» già presente dagli anni ’90.

Con Ablativo, edito nella bianca Einaudi, Testa raggiunge un livello di stabilità all’esito verticale detto pocanzi. La raccolta, nella sua struttura a sezioni, ricorda Pasqua di neve, quasi a volerla indicare come il suo più corporeo proseguimento – le sezioni Al Giardino botanico in Pasqua di neve e Molo di Alcantara in Ablativo sembrano partire da reminiscenze affini – e declina i motivi umani del caso latino, l’allontanamento dal possesso in prima persona singolare verso altre direzioni. Geografie lontane e interiori, persone ed echi rafforzano la loro presenza nella memoria, luogo privilegiato dove si tocca l’evocazione e l’epifania o, volendo prestarci due termini corrispettivi da Adam Zagajewki, dove si raggiunge «l’estasi e l’ironia». Ablativo è il caso, ablazione è l’atto della rimozione, il processo di evanescenza in cui il soggetto è capace di determinare volti diversi dal proprio: presenta il “noi” nell’espressione corale di un destino comune (“siamo finiti in questa foschia | che nasconde tranelli e dirupi»), svincola con il “tu” nell’avvio di un dialogo («leggevi, da ragazza, i romanzi di Bassani: | il giardino, l’airone, gli occhiali d’oro»), si fonde negli eventi più personali («Quando mi portavi per mano | sentivo grattare sul palmo. | A volte ancora oggi | sento lo stesso raspìo | anche se la mia mano è vuota | e la tua è solo cenere […]») oppure rifugge nella citazione («[…] è soltanto lo sbriciolarsi dell’umana malinconia nell’odore dei millenni che si respira all’improvviso»). Tutto per depistare dal sé con la sincera intenzione di far emergere sentimenti e stati d’animo, legandoli alla dimensione loro propria.
Il culmine del non-io è pertanto l’io dell’assenza, un io non desideroso di parlare di sé, bensì con lo sguardo proteso all’esterno, al ‘fuori da sé’, per recuperare dei segnali che giustifichino l’esistenza e il parlare dei e con i morti: «Qui, dove stiamo | immobili ad aspettare | creduli e fiduciosi | nel chiuso dei nostri forti | – noi, la parte viva dei morti».  La consecuzione dei temi – caratterizzanti di un ormai consolidato mondo poetico – quali la perdita, il tentativo di dialogo, il significato dell’assenza, il ripercorrere degli attimi legati a fregi e scene di vita famigliare e personale, vengono qui coniugati con un ossigeno non diverso ma più esteso, più ampio; il dubbio o l’improbabilità di riscatto preconizzato nella raccolta precedente in Ablativo ritrova una seppur tenue speranza.

Nello spostare il punto di osservazione verso l’altro, i suoi versi conferiscono universalità ai gesti e alle esperienze, mettendole alla portata della nostra coscienza:

«ecco i dormienti sfiniti
sempre in allerta
ammucchiati nei campi
o rinchiusi negli aeroporti
o accucciati in fosse
– cacciati dai loro frettolosi
appena tiepidi giacigli»

Il poeta spoglia il suo «asfodelico sé» e circoscrive un’immagine narrante la cui finalità sarà di riscoprire la figura evocata o trovare un indizio, una breccia nella comprensione di un evento:

«[…]
siamo finiti, la sera,
in una chiesa per la veglia pasquale.
Buio fitto all’entrata
da non riconoscere volto o figura.
Poi, piano piano, le candele
si sono accese l’una dall’altra.
Un’allegoria scaltra
ma anche una breccia
nel muro della giornata.»

Non manca, qui per la seconda volta, il riferimento ad una congenialità ripescata nei versi di Philip Larkin – in precedenza il testo tradotto in Pasqua era Aubade, qui troviamo The Mower – nel ricordare la necessità di un valore umano («dovremmo essere l’uno dell’altro attento | e gentili anche, finché c’è un po’ di tempo»). L’osservazione, il dato considerevole nello stile di Testa, tesa a rubare colori e sfumature, si apre verso una quiete e una visione inattese. I colori, presenti in particolare nella sezione Breve escursione in Sudamerica, diventano qui fuggevoli indizi, l’esotismo del luogo si sviluppa in spazi aperti e tonalità, troviamo «non più muraglie, ma orizzonti | che hanno in sé il grigio e il giallo | e una traccia sottile di azzurro» (lo spettro cromatico non ospita più solo il grigio, come aveva correttamente indicato in precedenza Massimo Raffaeli) e inoltre insinua nella coscienza del poeta una sintonia proiettata nella semplicità dei gesti dei sudamericani. Persino qui viene rafforzato il significato della memoria, poiché il rischio è presto detto, «il seme del papavero germoglia ovunque». La sezione forse più illuminante riguardo le sue intenzioni creative è Grammatica, segnala una predilezione di poesia vicina alla vita reale nella metafora – metapoetica mi sento di aggiungere – dei «mattoni cotti | nella fornace comune»:

«sto per i nomi propri
di persona e di luogo
(Giovanni Francesca
Rupanego Calacoto)
per i forse e i qualcosa
per i proverbi,
anche banali o insulsi,
e i modi di dire antichi:
le concrezioni geologiche della lingua
di cui (se mai c’è stato)
s’è perduto l’inventore,
per i mattoni cotti
nella fornace comune
e non per i fragili e raffinati vasi
foggiati dal ceramista solitario
nel suo studio»

In altre parole la raccolta di Enrico Testa conferma un’urgenza: la poesia ha bisogno di raccogliere momenti, liberare i giorni dalla polvere, attuando quell’opera di scavo utile per sublimare l’esperienza, per rivelarla nella sua ombra come nella sua luce.
© Davide Zizza - (Articolo ripreso da "Poetarum Silva")
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Riferimenti nell’articolo
1. Giovanni Giudici, Rime alla deriva, articolo apparso sul Corriere della sera il 1 settembre 2001, p. 33.

2. Giovanni Giudici, Versi controtempo, recensione apparsa su L’Unità il 12 settembre 1994 nella rubrica Libri, p. 8.

3. Cesare Viviani, Enrico Testa. Un’idea della pazienza, su "Poesia" numero 27, 1990, p. 49.

4. Massimo Raffaeli, Disincanto in grigio, su Bande à part, Gaffi, Roma 2011.

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Biografia
Enrico Testa è nato nel 1956 a Genova. Laureatosi con una tesi sulla lingua degli ermetici minori, insegna Storia della lingua italiana all’Università di Genova. Si occupa in prevalenza di lingua letteraria. Per Einaudi ha curato il Quaderno di traduzioni di Giorgio Caproni (1998) e l’antologia Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000 (2005). Tra i suoi saggi: Lo stile semplice. Discorso e romanzo (Einaudi 1997), Per interposta persona. Lingua e poesia nel secondo Novecento (Bulzoni 1999), Montale (Einaudi 2000), Eroi e figuranti. Il personaggio nel romanzo (Einaudi 2009), Una costanza sfigurata. Lo statuto del soggetto nella poesia di Sanguineti (Interlinea 2012). Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Le faticose attese (San Marco dei Giustiniani 1988), poi per Einaudi le raccolte poetiche In controtempo (1994), La sostituzione (2001), Pasqua di neve (2008) e il recente Ablativo (2013).
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