Oggi, nel 2013, ricorre l’anniversario dell’editto di Milano, detto anche l’editto di tolleranza o Rescritto di tolleranza. Proclamato dall’imperatore Costantino nel 313 a.C., per porre fine alle persecuzioni contro i Cristiani, liberandoli dall’editto del 312 a.C. e concedendo loro completa e assoluta libertà religiosa, così, come ai pagani, pretendendo tra loro una serena convivenza. Si parlava, quindi, di tolleranza, tema ricorrente anche nella nostra contemporaneità. Certo, per tutto il Medioevo si sono assunti atteggiamenti indietreggianti e vi sono stati secoli caratterizzati dalla non tolleranza, in quanto vi erano aspre persecuzioni contro gli eretici. Volgendo lo sguardo alla storia antica, vediamo che addirittura Cicerone adoperava il termine “tolerare”, ricorrente in varie sue espressioni, come: “tributa tolerare”, cioè subire carichi fiscali; “famem tolerare” sopportare la fame; “vitam tolerare” tradotto letteralmente con sopportare il peso della vita. Tutti termini molto attuali oggi! Che potremmo pronunciare anche noi, perché rispecchiano bene la nostra condizione di vita, malgrado siano stati elaborati secoli prima. Potremmo ben dire di vivere in un secolo della tolleranza esasperata trascinati all’ intolleranza. Eppure, nell’art.3 della Costituzione italiana, viene citata implicitamente la tolleranza, in quanto viene sancita l’eguaglianza di fronte alla legge e la pari dignità sociale di tutti i cittadini, senza distinzioni. Termine che compare ogni qual volta si verificano abusi di potere, discriminazioni di minoranze, persecuzioni e oppressioni: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Etimologicamente la parola tollerare deriva dal latino “tòlero” e viene tradotta in sopportare, rinunciare ad opporsi, soffrire, subire, resistere. Tutti questi significati sono stati attribuiti nel Cinquecento, quando tollerante era inteso chi si comportava con accettazione rassegnata, si veda in merito, quanto scrive Michael Walzer, in Sulla tolleranza: «Gli uomini si uccidono l’un l’altro per anni e anni finché insorge la pietà e la violenza si arresta: a questo punto si parla di tolleranza». Il concetto espresso è stato sempre oggetto di discussione, appartiene, infatti, al linguaggio della politica, della sociologia, dell’etica sociale, della teologia e della filosofia. Infatti, un noto filosofo, Norberto Bobbio, nella sua opera, intitolata La ragione della tolleranza, illustra come praticarla nei confronti di episodi in cui sorgono diatribe attinenti al vero, in particolare in merito a credenze e/o opinioni e precisa anche un secondo aspetto, in cui vi possono essere condizioni legate a forme di pregiudizio, connesse a forme di razzismo, discriminazione, fanatismo e dogmatismo. Già il mondo antico era popolato da una società multietnica, in cui caratteristica principale era una popolazione ricca di pluralismo religioso. Tra gli imperi multinazionali dell’età antica si possono citare la Persia, l’Egitto e Roma. In questi vasti territori convivevano più comunità autonome o semi-autonome, di diversa natura giuridica, culturale e religiosa, riuniti tra loro sotto la politica detta del “divide et impera”, cioè dividi e domina. I vari gruppi etnici erano divisi e riconosciuti con una loro autonomia e venivano tollerate le loro pratiche, purché nel rispetto. Anche se all’interno dei gruppi vi era una ferrea disciplina. Tommaso in La somma teologica 1267-73, (Salani, Firenze 1949-1975) dice “accipere fidem et voluntatis, sed tenere jam acceptam est necessitatis”, quindi pone l'accento su come la fede debba essere una scelta libera e riprende il concetto di tolleranza stabilito nel 313 a.C. In età moderna, assume una sfumatura diversa, più sfumata ed orientata alla serena convivenza, in quanto rientra nel lessico adoperato, per esprimere la propria idea, pur lasciando intatta l’idea altrui divergente e molto spesso opposta. Questo implica dialogo tra diversità. Diffuso in particolare tra i secoli XVI e XVIII caratterizzati da guerre di religione, quando filosofi come Locke, Bayle, Voltaire teorizzano la libertà di professare religioni diverse, associando il termine di “libertà”, libertà di fede, libertà di culto, libertà religiosa, che in questo modo diventa un termine molto frequente. D'altronde, il Cinquecento era stato un periodo molto turbolento, nel 1555 con la pace Augustea, cattolici e protestanti affermano il principio “cuius regio eius religio”, tradotto letteralmente in “di chi è il potere sia anche la religione”, ancora nel 1598 si ha l’Editto di Nantes e una tregua alle guerre di religione tra cattolici e ugonotti di Francia. Questa prospettiva elaborata nel Cinquecento è entrata anche nella nostra mentalità multiculturale, in cui si convive con gruppi di diversità religiose, culturali e linguistiche. 

Bisogna, però, chiarire alcuni concetti, vi sono differenze notevoli tra tolleranza civile e tolleranza ecclesiastica. Quella civile, era definita dai magistrati che applicavano la legge e riguardava la libertà di culto concessa dallo Stato ai sudditi; quella ecclesiastica, invece, riguardava la stretta cerchia dei fedeli ed era definita dalla giurisdizione interna della Chiesa, vincolata dalle sue concezioni di ortodossia ed eresia. Secondo un vescovo vissuto nella seconda metà del Seicento, Jacques Bénigne Bossuet, «la tolleranza civile, cioè l’impunità accordata dai magistrati a tutte le sette (…) è strettamente connessa alla tolleranza ecclesiastica; e non bisogna considerare questi due tipi di tolleranza, come opposti l’uno all’altro, bensì l’ultima come un pretesto di cui l’altra si serve». Anche Erasmo da Rotterdam sosteneva l’indissolubilità dei due tipi di tolleranza, civile ed ecclesiastico, in quanto una sola giurisdizione deve valere sullo stesso territorio. In seguito, però, si arriva ad intendere per tolleranza un concetto più ampio, di autorizzazione a pratiche di culto diverse, senza rinunce e in vista solo di un vantaggioso dialogo nella pluralità di opinioni. Si pensi a come, nel Medioevo il venir meno del dualismo tra Stato e Chiesa abbia favorito ed incrementato atteggiamenti intolleranti difronte alle diversità religiose, arrivando addirittura ad infliggere pene atroci e a bruciare fonti storiche, come libri ritenuti eretici. Tommaso d’Aquino, in Commento alle sentenze, scrive: «Gli eretici possono essere puniti più rigorosamente di coloro che sono colpevoli di lesa maestà o che fabbricano monete false; la pena di morte è dunque giustamente applicabile a essi». La Chiesa scomunicava gli eretici non solo attraverso una scomunica, ma addirittura con la pena di morte. Infatti, Dante, nella Divina Commedia dedica agli eretici un intero girone.

Nel Settecento Kant, in Critica della Ragion pratica, teorizza il concetto di rispetto «sempre come fine e mai semplicemente come mezzo», siamo ormai nel 1787, in un clima di mentalità illuministica, in cui l’atteggiamento mentale si pone tra il concetto di rispetto e i diritti fondamentali dell’uomo, base concettuale di quanto espresso oggi. In questo stesso periodo, un altro noto personaggio, Cesare Beccaria riflette sul significato di tolleranza nei confronti degli abusi di potere. In particolare, nella sua famosa opera Dei delitti e delle pene, cita il concetto di “mitezza delle pene” in quanto una pena deve essere tollerata nel suo giudizio e non deve essere né influenzata né aggravata dalla volontà di punire. Ancora, Voltaire parlava di tolleranti e di intolleranti, «Perché un governo non sia in diritto di punire gli errori degli uomini è necessario che questi errori siano dei crimini. Sono dei crimini quando turbano la società, e la turbano non appena ispirano il fanatismo: occorre, dunque, che gli uomini comincino con il non essere fanatici, per meritare la tolleranza». Voltaire si batte anche per il principio della laicità dello Stato, requisito indispensabile per sancire i diritti di tutti. 

Nel corso dell’Ottocento anche un giurista, Georg Jellinek elabora un suo pensiero declinando  le diverse teorie, la libertà religiosa, come concetto del Cinquecento e Seicento; il diritto alla libertà religiosa del Seicento-Settecento; i diritti di libertà del Settecento. Conclusione di Jellinek è che la Dichiarazioni dei Diritti americana e francese del XVIII secolo ha origini antiche ed è frutto di un percorso durato secoli. Si intesse, attraverso i secoli, una cultura della tolleranza formatasi ad opera di uomini illustri e studiosi. Un continuum storico in cui si manifestano atteggiamenti di rispetto verso ciò che è diverso da noi. Ritornando al filosofo americano Michael Walzer e alla sua opera “Sulla tolleranza”, vi sono ben cinque motivazioni importanti da prendere in considerazione e basta che una sola di questi sia applicata, per poter parlare di tolleranza: rassegnazione, indifferenza, riconoscimento dei diritti altrui, curiosità e apertura al dialogo, approvazione entusiastica della differenza. In conclusione, tutti questi avvenimenti mostrano, come ci siano diversità di idee e ipotesi e come, di conseguenza, diverse possono essere le situazioni in un ventaglio di scelta frutto, ormai, di una lunga teorizzazione sui conflitti legati alle differenze delle società in evoluzione. 


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“ Tolleranza” un concetto antico e sempre nuovo
di Tiziana Mazzaglia
dal 16 gen 2009
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