Carlo Tullio-Altan  antropologo degli italiani.
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Chi, nell’analisi dei comportamenti collettivi, si appella agli elementi di “carattere nazionale” e ai fattori di lunga durata, in genere opera con l’intento di sottolineare quei dati immodificabili contro cui nulla può l’azione dell’uomo: una nature contro cui è un vano cozzare del nurture,  per dirla in termini shakespeariani, un physique contro cui nulla può il moral, una natura nativa contro cui è impossibile opporre una natura dativa, frutto dell’apprendimento, dell’educazione e di tutti quegli atti modificativi, di cui anche la politica, solo per fare un esempio, è uno straordinario agente.
Non è difficile affermare che, invece, Carlo Tullio-Altan abbia utilizzato proprio gli strumenti di indagine dei fenomeni  di lunga durata, e l’antropologia culturale, per indicare, a partire dal passato che mai passa, un diverso sviluppo e orientamento dell’agire collettivo. Su ciò si vuole richiamare l’attenzione, nel sottolineare un tratto del lavoro intellettuale dello studioso recentemente scomparso (febbraio 2005)  enucleando alcune sue tematiche che lo hanno visto confrontarsi con la società italiana nei termini di un programma scientifico, non solo intellettualmente impegnato, ma vivo e accorato e non scevro, talora, da ansie e preoccupazioni.
Il primo interesse volto alla società italiana da Tullio-Altan con le modalità della riflessione delle scienze sociali se non proprio della antropologia culturale, può essere considerato il volume I valori difficili [TULLIO-ALTAN, 1974].  
È un’inchiesta di tipo empirica come se ne facevano allora (e certo ancora oggi), sul “campo”, ossia con la somministrazione di questionari a domande chiuse e un corredo impressionante di tabelle che occupa, come risultato quantitativo, più della metà del volume.Successivamente Tullio-Altan preferirà a questo tipo di indagine l’analisi logico-discorsiva sotto le forme del saggio tradizionale.


Carlo Tullio-Altan  antropologo degli italiani
  di Alfio Squillaci
Carlo Tullio-Altan, nato a San Vito al Tagliamento (PN) il 30 marzo del 1916, è morto a Palmanova (Udine) il 15 febbraio 2005. Era professore emerito di "Antropologia culturale" presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell´Università di Trieste. L'annuncio della scomparsa è stato dato dal figlio Francesco, il noto disegnatore e vignettista satirico, creatore del personaggio di Cipputi. 
Determinante è stato per Tullio-Altan l’incontro con Croce, da cui tuttavia avrebbe in seguito preso le distanze La sua figura di studioso (di etnologo e di antropologo) va vista in connessione con quella di Ernesto de Martino, che Tullio-Altan considerava un "fratello maggiore".
Inizialmente Tullio-Altan si è dedicato ad una ricerca di storia delle religioni e di etnologia comparata; sotto l’influenza de Il mondo magico di Ernesto De Martino, si è poi rivolto a studi di antropologia culturale. Quindi studia i valori e gli atteggiamenti della gioventù italiana degli anni Settanta del Novecento; e ancora dà vita ad una nuova indagine storico-culturale sullo spirito pubblico in Italia. Fra le opere da lui pubblicate si ricordano: Lo spirito religioso del mondo primitivo, Il Saggiatore, Milano, l960; Antropologia funzionale, Bompiani, Milano, 1968; Manuale di Antropologia Culturale, Bompiani, Milano, 1971; I valori difficili. Inchiesta sulle tendenze ideologiche e politiche dei giovani in Italia, Bompiani, Milano 1974; con Alberto Marradi, Valori, classi sociali e scelte politiche, Bompiani, Milano, l976; con Roberto Cartocci, Modi di produzione e lotta di classe in Italia, Mondadori-Isedi, l979; Antropologia, storia e problemi, Feltrinelli, Milano, l983; La nostra Italia. Arretratezza socioculturale clientelismo trasformismo e ribellismo dall´Unità ad oggi, Milano, Feltrinelli, 1986, ora La nostra Italia. Arretratezza socioculturale, clientelismo, trasformismo e ribellismo dall´Unità al 2000, Milano EGEA, 2000;  Populismo e trasformismo, Feltrinelli, Milano, 1989; Soggetto, simbolo e valore, Feltrinelli, Milano, 1992; Ethnos e Civiltà, Feltrinelli, Milano, 1995; Italia: una nazione senza religione civile. Le ragioni di una democrazia incompiuta, presentazione di Roberto Cartocci, Istituto editoriale veneto friulano, 1995; La coscienza civile degli italiani - Valori e disvalori nella storia nazionale – con il saggio di Roberto Cartocci, L’Italia di tangentopoli e la crisi del sistema partitico, Gaspari, Udine, 1997; Gli italiani in Europa. Profilo storico comparato delle identità nazionali europee, Bologna, Il Mulino, 1999. 

Nota bio-bibliografica di Matteo Monaco


In questo testo Tullio-Altan pur registrando gli orientamenti tradizionalisti della maggior parte dei giovani scopre con grande sorpresa (ma la sua potrebbe essere vista come una sorpresa retorica) che i giovani   guidati dai cosiddetti valori postborghesi - ossia quei valori incentrati sull’autorealizzazione e  nei quali i giovani  sono impegnati a portare a termine il proprio programma di crescita unitamente ad una grande apertura verso l’alterità e la socialità -, sono perlopiù di origine borghese medio-alta. Tali valori sono dunque di tipo idealistico, tesi al benessere spirituale,  proprio perché al riparo dalla preoccupazione e dalla soddisfazione dei bisogni primari che attanagliano invece i ceti meno abbienti e  i cui esponenti giovanili si nutrono piuttosto dei cosiddetti valori acquisitivi, che, come suggerisce il termine, sono quelli volti alla sicurezza economica, al benessere materiale proprio e del proprio nucleo familiare, e alla soddisfazione di quelle istanze che assicurino questo benessere (repressione della criminalità ad esempio). Sono classi di valori in contrapposizione netta quando non in conflitto, sia all’interno delle generazioni, sia geograficamente (dualismo Nord/Sud, dove quest’ultimo manifesta la maggioranza degli orientamenti tradizionalistici), sia della stessa famiglia, quando sono i genitori e i figli dello stesso nucleo familiare  a farsene contrapposti  portabandiera. E sono valori che determinano ovviamente l’orientamento politico dei suoi vessilliferi.
Tullio-Altan presenta i risultati della propria ricerca in maniera problematica (i valori difficili suggerisce il titolo) ma intellettualmente viva e partecipe, sottolineando  tutti i rischi e le contraddizioni di una generazione che, semplifico brutalmente,  vive a destra e pensa a sinistra.  Ma a differenza dei successivi pronunciamenti dello studioso, che come vedremo avrà parole molto dure verso il movimento studentesco, qui, Tullio-Altan ha intenzioni molto distese e trova parole affatto incoraggianti verso la nuova generazione, concludendo la sua indagine con una esortazione di tipo machiavellico (di quel Machiavelli che chiude il Principe con una calda esortazione dopo una freddissima riflessione). Egli crede che questi giovani possano portare a termine quella “politica delle riforme” [TULLIO-ALTAN, 1974, p.127]  in cui è fallita la sua generazione «che si è trovata sulle spalle tutto il peso di una tradizione nefasta, che ha le sue radici nel qualunquismo e le sue evidenze nel fascismo, tradizione che risale molto indietro nella storia del nostro paese». (corsivo mio) (ivi p.128). E contrariamente a quanto credeva Croce che sbrigativamente concludeva che il problema dei giovani è dopotutto quello di diventare  adulti, ossia di scoprire  alfine i rapporti di forza che governano la società (chi comanda e chi ubbidisce) Tullio-Altan si  mostra di diverso avviso. Dietro i leaderini del movimento (definiti gattopardi) ( ivi p.94) tesi a perpetuare il modello della personalità autoritaria di modello adorniano, e che dunque hanno completato il processo di socializzazione secondaria (quella primaria è fornita dalla famiglia) “scoprendo” il mondo di sempre, Tullio-Altan vede piuttosto «giovani serissimi, anche se poco loquaci, pieni di fede e di convinzione nelle istanze di valore che loro si dischiudono e carichi di interesse  umano per coloro che li circondano, impegnati non tanto nelle maratone verbali, quanto nell’azione politica di quartiere, negli ospedali psichiatrici, nelle scuole ove essi insegnano, nelle istituzioni che si prendono cura dei fanciulli ritardati» (ivi p.95)
Deve essere stata molto cocente la sua delusione se un decennio dopo nel libro La nostra Italia dove, sia detto subito, l’intellettuale civile si nasconde (ma non tanto da non esservi scorto) dietro il freddo “antropologo della nazione italiana”,  Tullio-Altan  trova  queste parole sul movimento della contestazione giovanile: «Se le sollecitazioni di civiltà del Sessantotto favorirono anche da noi quelle grandi campagne per le libertà civili, come quella per il divorzio e quella per l’aborto, e come le campagne per la liberazione della donna […] ciò che venne enfatizzato fu  soprattutto il lato negativo e distruttivo della polemica contro la “razionalità illuministica”, condotta dai seguaci della Scuola di Francoforte. Ciò che fece premio, in altre parole, fu la polemica spesso fine a se stessa, che interpretava i valori di autorealizzazione della personalità, promossi da quella corrente di pensiero, nei termini della tradizionale esaltazione del proprio individuale vantaggio, nello spirito inconfessato, ma operoso della morale egoistica albertiana. In una sorta di corto circuito, quei valori di libertà ricevuti dall’estero, perché non maturati in modo originale all’interno del contesto sociale italiano, si vennero in buona parte trasformando in quelli individualistico-arcaici della tradizione di sempre, e come tali furono “recitati” clamorosamente nelle piazze» [TULLIO-ALTAN, 1986, p.171] . Il cerchio si chiudeva dunque, i
valori difficili erano davvero troppo difficili da declinare, la tradizione che risale molto indietro nella storia del nostro Paese aveva avvolto nella sua spirale anche la nuova generazione, le mort ancora una volta  saisit le vif.
La morale egoistica albertiana cui Tullio-Altan fa esplicito riferimento è quella di Leon Battista Alberti  che nei suoi  Libri della famiglia aveva teorizzato il culto dell’interesse particulare della famiglia (per alcuni l’unica vera ideologia degli italiani)  a scapito di qualsiasi valore di convivenza civile  e che aveva portato lo studioso friulano quasi a sbottare: «Non si scorge mai, assolutamente mai, nell’opera di Leon Battista Alberti, un ‘grappolo’ di famiglie, che giungano a formare una civitas, una società» [TULLIO-ALTAN, 1986, p.23]. Ma la morale albertiana era solo una delle emergenze indagate dallo studioso, che qui più che in altri suoi lavori,  trovava la tensione civile e l’acume scientifico per scavare anche nella storia più remota del nostro Paese e scovare tutti quei tratti storico-socio-psico-demo-antropologico-culturali (mi si perdoni il termine monstre) che costituiscono la base dell’arretratezza della nostra Italia e che la attanagliava, a parer suo, in una crisi profonda. 
È ovvio che il suo angolo visuale  sia di tipo weberiano, sovrastrutturale, culturalista, già ampiamente approcciato  da Edward C. Banfield, teso a far emergere quegli elementi inerziali, di lunga durata, mentali-culturali, che  costituiscono un freno potente allo sviluppo e al progresso quanto e più dell’arretratezza stessa della base economica, strutturale. «Una certa mentalità pubblica è il prodotto di una combinazione storica di fattori economici, sociali, politici, e specificamente culturali, combinazione nella quale tale mentalità prende forma, in armonia e in relazione alle esigenze che quella combinazione stessa globalmente esprime. Ma una volta formatasi, e consolidatasi in una certa guisa, tale mentalità diviene una realtà vischiosa e resistente, che sopravvive alle condizioni che l’hanno generata, e agisce a sua volta come uno dei fattori rilevanti, sugli eventi successivi, economici, sociali e politici» [TULLIO-ALTAN, 1986, p.29]. E altrove aveva precisato che  «le idee, le credenze, i pregiudizi, le norme di vita che fanno parte di una cultura, quando si traducono in concreti comportamenti, cessano di appartenere al puro regno dei simboli e dei  concetti, e si fanno “cose” e cose di eccezionale durezza e consistenza, con le quali bisogna fare i conti come con la più feroce realtà» [TULLIO-ALTAN, 1986, p.14, corsivo dell’autore]. 
Ma se il  nostro antropologo registra  su questi temi una sorta di “rimozione nevrotica” da parte degli studiosi italiani ogniqualvolta si trovano davanti al problema dell’arretratezza  socioculturale del nostro Paese, il suo impegno ad affrontarla a viso aperto è coraggioso e intellettualmente stringente. Un etnologo che vuole studiare un popolo primitivo non fa altro che recarsi sul luogo. Ma un antropologo culturale che voglia investigare un popolo che da tempo ha lasciato le capanne non può far altro che studiarne la storia, rileggerla. Ed è perciò con spirito salveminiano ma con lo sguardo freddo dello scienziato (o meglio dello storico che scorge le variabili e dell’ antropologo che sottolinea le costanti) che Tullio-Altan ci fa passare davanti agli occhi quasi tutta la storia nazionale, mettendo una lente davanti alle nostre endemiche insufficienze: il familismo amorale e il particolarismo, il trasformismo, il clientelismo, il populismo estremista ed "impazzito" degli intellettuali e il controriformismo immobile dei Pubblici Poteri, il "pensiero debole" in fatto di ossequio delle norme, l'assenza assoluta e generalizzata di senso civico. Insomma le qualità fisse  ma non immodificabili se le si sa conoscere e riconoscere  del nostro vivere associati, della nostra incompletezza civile. 
Amplificazione di  tutti questi temi, con conseguente carrellata storica troveremo nei successivi lavori  sia quando detti temi vengono  riguardati in se stessi, nello specchio della storia nazionale [TULLIO-ALTAN1997], sia  quando sono comparati con le altre identità nazionali europee [TULLIO-ALTAN, 1999]. 
Per concludere, è utile riandare al volumetto del 1995 sull'Italia e la mancanza di una religione civile [TULLIO-ALTAN, 1995], riportante in copertina una vignetta di Altan, il celebre vignettista figlio dell'antropologo, con Cipputi che proferisce  queste semplici parole: “L’italiano è un popolo straordinario. Mi piacerebbe tanto che fosse un popolo normale”, dove l’eccezione italiana viene nuovamente e percussivamente registrata, ahimè, nei termini di un degrado nazionale visto e spiegato in una prospettiva di lunga durata, e dove, quasi in una sorta di testamento spirituale e di summa del suo pensiero, Tullio-Altan non teme di «maculare il prestigio nazionale con l’esposizione pubblica delle nostre pericolose miserie», riprendendo  tutti i nodi strutturali e antropologici, tra passato, presente e futuro,  e  rinnovando sì  il  suo impegno di scienziato sociale  non privandolo tuttavia degli accenti accorati  che gli sono propri e che gli fanno onore, invocando una riforma intellettuale e morale dei costumi del nostro Paese che lo liberi dal peso ingombrante del suo peggior passato mentale-culturale, e facendo infine  appello «a una scuola formativa che possa contribuire efficacemente a sanare quei vuoti di cultura da cui derivano tanti mali» [TULLIO-ALTAN, 1995, p. 79]. Quasi vent’anni dopo Tullio-Altan era ancora alle prese cogli studenti, coi giovani, a invocarne la coscienza civile e a esortarli ai valori difficili. Certo un vaste programme direbbe uno scettico De Gaulle, ma a questo ancora siamo. 

Alfio Squillaci



RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
TULLIO-ALTAN, 1974 = Tullio-Altan, Carlo, I valori difficili. Inchiesta sulle tendenze ideologiche e politiche dei giovani in Italia, Bompiani, Milano 1974.

TULLIO-ALTAN, 1986 = Tullio-Altan, Carlo, La nostra Italia. Arretratezza socioculturale clientelismo trasformismo e ribellismo dall´Unità ad oggi, Milano, Feltrinelli, 1986, ora La nostra Italia. Arretratezza socioculturale, clientelismo, trasformismo e ribellismo dall´Unità al 2000, Milano EGEA  2000.

TULLIO-ALTAN, 1995 = Tullio-Altan, Carlo, Italia: una nazione senza religione civile. Le ragioni di una democrazia incompiuta, presentazione di Roberto Cartocci, Istituto editoriale veneto friulano  1995.

TULLIO-ALTAN, 1997 = Tullio-Altan, Carlo, La coscienza civile degli italiani - Valori e disvalori nella storia nazionale – con il saggio di Roberto Cartocci, L’Italia di tangentopoli e la crisi del sistema partitico, Gaspari, Udine 1997.

TULLIO-ALTAN, 1999 = Tullio-Altan, Carlo, Gli italiani in Europa. Profilo storico comparato delle identità nazionali europee , Il Mulino, Bologna 1999. 
 
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